SCORSA BIBLIOGRAFICA

_In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino

di Aleardo Aleardi. -- Roma, Tipografia Barbèra, Via de'

Crociferi, 44. -- M.DCCC.LXXI._

-- «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i

quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che

sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita,

facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli

penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella

quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie

di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» -- Così

l'autore in una nota.

Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per

beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono

il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un

bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e

sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e

riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la

confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne

degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un

dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, che questo effato non abbia punto

meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal

Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di

persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non

adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che

pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono,

che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale

raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e

machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a

soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono al

_gran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili_; anzi un

certo P. P. in un'Appendice dell'_Opinione_, vorrebbe persino, che ne

ammirassimo _il coraggio_... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della

ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può

negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri!

Ma lasciamo la burletta.

Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti

di fede, i _credi_, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni

immotivate, sia _pro_, sia _contra_, sono cosa fatua e vana. Io mi fo

beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la

credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza

saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co'

problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo,

non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di

aver detto qualcosa, scrivendo:

_.... s'io vivente unico, in vetta_

_D'una rupe restassi, esterrefatto_

_Testimone dell'ultima ruina_ (del mondo),

_Oh! non ancor dimetterei la salda_

_Fede nella immortale anima e in dio._

Orazio ha ben detto:

_Si fractus illalatur orbis_

_Impavidum ferient ruinae;_

e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto;

inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il

dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non

sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza

di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il

cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni

d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.

Eppure, se gli domandate: -- «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» --

l'Aleardi sa dirvi soltanto: -- «_Tutto è mistero._ Io non so in fondo

nulla nulla e dell'uno e dell'altra. _Nè per lagrime mai, nè per

scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose....

Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non

so; so che a me stesso Sono un mistero._» -- Gli è presso a poco il modo

di ragionare di quel frate predicatore: -- «Fratelli miei dilettissimi

in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà

mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi,

colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà

i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che

avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi.

Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava

lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete

allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della

eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che

vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le

lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver

sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione,

per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e

vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» -- Anima

e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia

filosofica le ammette; ma bisogna scrutare un po' qual concetto

adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: -- «io credo in

dio;» -- equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa

intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni

seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII,

Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il

dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è

quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla

cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può

concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e

crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di

avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e

nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che

stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica,

senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa

repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse

inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la

più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete

com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un

concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od

anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e

chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un

pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme

della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del semplice _flatus

vocis_, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: -- «il vocabolo

_dio_, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l

profferisce[4].» -- Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed

egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola

scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.

[4] Daniele Stern, il cui vero nome era Contessa d'Agoult, più nota

veramente per le avventure galanti, che per le opere letterarie.

Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi;

voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne

potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?

No, pur troppo. In questo carme _In morte di Donna Bianca Rebizzo_,

ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza

originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne

un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli

ha voluto soltanto rifare _L'Espoir en dieu_ di Alfredo di Musset;

rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e

l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado

che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con

la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il

dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor

della vita, il non sapervi rinunziare,

_Il non saper nell'orba fantasia_

_La morte immaginar, che cosa sia,_

(come è detto ne' _Paralipomeni_ della _Batracomiomachia_,) da cui

prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto

altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a'

codardi e la morte in premio a' prodi: _Mors utinam pavidos vitae

subducere nolles; Sed virtus te sola daret!_ Non ha la mente epicurea,

nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita

eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama...

_metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo_, od il Bruno,

quando dice, che le speranze di essa: _Humanam turbant pacem saeclique

quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt._ Tali concetti

non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: -- «Muor

giovane colui, che al cielo è caro;» -- ma gli sovviene pure l'Achille

dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo

non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di

operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel

prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E

sclama: -- «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere

certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho

bisogno di credere, io credo!» -- Sta bene, con questa tela, su questi

sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in

immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle

promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli

non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà

valore filosofico al suo _credo_, gli toglie anche la possibilità di

acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in

questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone

rettorico ci lascia freddi.

Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di

Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:

_Comme tout renchérit_, disait un amateur.

_Les oeuvres de Genlis à six francs par volume!_

_Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,_

_Pour la moitié j'avais l'auteur._

Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane

scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti

quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta,

pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava

nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto

volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina

da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la

Pompadour;

La Marquise a bien des appas:

Ses traits sont vifs, ses grâces franches,

Et les fleurs naissent sous ses pas...

Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!

il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re:

-- «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge,

portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove

può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» -- Spiacque al Re

la facezia: e chiese in tono severo: -- «Signor Marchese, quando pensa

di partire pe' suoi feudi?» -- «Domani, Maestà» -- rispose il Souvré

alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva

la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla

corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di

rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano

venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli

convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia

consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò

neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo,

che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche

signore del contado: -- «Spero» -- soggiunse, -- «che avrà la bontà di

smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» --

Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun

altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo

la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava

campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti

consigli; sicchè il giovane rispose: -- «Sarà obbedito. Metterò un altro

abito.» -- Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a

figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e,

mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore

ricavasse da quell'arazzo un vestito intero: giubba, panciotto e brache.

Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la

testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento

dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò

giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le

visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale,

sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del

luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore,

che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il

Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando

sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime

della sua stanza e la _Gerusalemme Liberata_ ridotta a giubba e brache,

rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della

stravaganza, della mascherata intempestiva: -- «Non siamo di carnevale,

ned al ballo dell'Opera, signore!» -- «Babbo» -- rispose il Louvois --

«Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io

disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» --

Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da

madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per

rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire

un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo,

quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una

specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:

... il poverel digiuno

Scende ad atto talor, che 'n miglior stato

Avria in altri biasmato.

Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre

si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della

gioventù è desunta dalle _Ricordanze_, e guasta[5]: l'orrore d'una

giovinetta antica per la morte, è desunto dal canto _Sopra un

bassorilievo antico sepolcrale_, e guasto; le interrogazioni alla

natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dal _Canto

notturno d'un pastore, errante nell'Asia_, e guasti. Fa proprio dolore;

è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi

a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza

le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire

leggeva un giorno la sua _Semiramide_, presente il Piron: c'erano

intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque

volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta

serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. -- «Oh prosegua pure! Non

badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che

conosco.» --

[5] L'Aleardi dice, rimanendo sempre nell'indeterminato:

... Nell'April della vita, allor che varchi

Quasi danzando il limitar del mondo

Fiorito a festa e della tua venuta

Si allegra ogni sembiante, e ad ogni giorno

Mette le piume una speranza e vola

Pe 'l novo aere cantando, poi che il Vero,

Freddo saettator, nessuna ancora

Ne uccise...

Ed il Leopardi ha espresso in più poesie il rimpianto per la

gioventù perduta, dicendo, che _la scena del mondo sorride in vista

di paradiso al guardo giovanile_, e che

_... s'accinge all'opra_

_Di questa vita come a danza o gioco_

_Il misero mortal..._ (La vita solitaria)

_... Chi rimembrar vi può senza sospiri,_

_O primo entrar di giovinezza, o giorni_

_Vezzosi, inenarrabili, allor quando_

_Al rapito mortal primieramente_

_Sorridon le donzelle; a gara intorno_

_Ogni cosa sorride: invidia tace,_

_Non desta ancora ovver benigna...._ (Ricordanze)

_... In sul fiorir d'ogni speranza, e molto_

_Prima, che incontro alla festosa fronte_

_I lùgubri suoi lampi il ver baleni._

(Sopra un bassorilievo)

Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per

rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e

venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico

appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e

radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere

straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore

l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il

quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non

crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo

benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli,

generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque

nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian

parlato _ex-professo_. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una

zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmo _zero_ punti! Ma

cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più

vecchia del brodetto, sclamano: -- «Non è inaspettata e nuova l'immagine

della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non

è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» -- L'incapacità

del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da

stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca,

lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a

ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca

quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol

Gabriello.

..... A un tratto apparve

Un angiolo da lei sola distinto:

Avea nere le chiome e l'ali nere,

Punteggiate di _stelle_; e, _nelle_ nere

Pupille, ardeagli un lume agonizzante,

Che parea tremolar nello infinito (??).

-- «Angiol» -- ella gli disse -- «Angiolo bello,

Forse e tu pure a festeggiar venisti

La mia giornata?» -- «A compierla» -- rispose;

E in fronte la baciò...

Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una

cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono

ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar delle

_speranze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere_:

_.... poi, che il Vero,_

_Freddo saettator, nessuna ancora_

_Ne uccise...._

È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci

distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un

sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore;

che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta

ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle

personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando;

si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura,

perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora,

nella crocifissione di Cristo, _i due legni in croce in cima ad un

colle_ divengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di

quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si

dice, che, allo apparire del cristianesimo,

.... per le sacre selve

I fauni agonizzâro alle scontrose

Driadi moribonde avviticchiati;

E galleggiar sopra i flutti marini.

Dell'estinte Nereidi le salme....

E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa

benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire: _i fauni, le

driadi e le nereidi son morti_, è una metafora; che, in realtà, non son

morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo ha cessato di credere

alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla

come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto. _La primavera della

vita_ è buona metafora; ma i _prati della primavera della vita_, e _la

fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua

primavera_, sono goffaggini le quali non significan nulla. _La terra,

che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte_, è

qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più

antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con

altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:

.... lo stesso Achille

_Deiforme_ avria tolto essere in terra

Schiavo _affamato_ di signore _avaro_,

Anzi che dominar _scettrata_ larva

Sull'ombre _vane_ de la _morta_ gente.

Che cascaggine! _Il moral cipresso_, è insulso. _Fondere in lagrime_,

sarà francese, ma Italiano non è. _Metter risi_ per ridere, non si dice:

quel _tutta mettea risi la casa_, fa credere, che tutta la famiglia,

compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero

affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono

nell'Alta Italia.

_L'acque mediterranee ululava..._

_Se bionda scenda o argentea la chioma...._

_Di dio, oppure fiammelle distinte..._

sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per

dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia

profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa

in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, che

_viaggia_ è trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È

qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi:

_Epistole_.

Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino

Aleardo Aleardi gran poeta, gran pittore; uomo, che ha una natura a sè;

originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole

nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol

dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene,

costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di

Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolata _Origine di

Vicenza_[6], stampandovi in calce, come usava allora, _parecchi sonetti

di diversi in lode dell'autore e dell'opera_. Usanza dismessa! A' di

nostri, abbiamo invece i _soffietti_ su' giornali, sulle _Nuove

Antologie_, sulle _Riviste Europee_, non meno inverecondi; opera

d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello

scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore

medesimo; _soffietti_, che poi taluni autori fan persino ristampare

dietro alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori

riproducono su' loro cataloghi: _mutatis mutandis_ è la stessa cosa.

Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno

del Fervido, accademico Incerto, che scrive:

Canti con stil sì chiaro e sì facondo,

Aleardi, ch'estinta a terra cade

La possanza del tempo; e la pietade

Tua varca ardita oltre l'oblio profondo.

Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:

Forma sì dolce la tua musa il canto,

Che non ha chi l'agguagli..... In Elicona

Poggi sì ardito e con perpetuo onore

Tessi fregi di glorie a le tue carte.

E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato, l'Incolto,

il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il Temperato. Nè basta; Giambattista

Basile il Pigro, il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nel

_Teagene_ (Canto V; stanza LXI):

L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!

[6] Ludovico Aleardi non era un volgarissimo fabbro di versi. Ecco in

qual modo fa parlare Giove nel prologo delle _Origini di Vicenza_:

Tra le parti, onde il mondo

In ampio giro si dilata e spande,

O che circonda co' suoi flutti il mare;

O che cinga de' monti alta corona,

O che in bel largo pian stenda le membra,

Non ve n'è certo alcuna

Che l'Italia pareggi.

L'Italia è il fior di tutte e la bellezza,

E d'ogni altra provincia è la Regina

Così vols'io crearla

Quando il profondo caos disciolsi e trassi

Fuor dalle oscure tenebre la luce,

Che poi sì bella machina scoperse

E le celesti sfere agli occhi altrui.

Volli quinci arrecar cocente arsura.

Quindi algente rigor; sterile un loco,

Altro fecondo far; ma, sotto un cielo

Temperato e felice

Locai l'Italia, quasi

Unico de la terra almo giardino.

Movi il passo onde vuoi: da un lato scorgi

Colli sempre fioriti e sempre verdi;

Da l'altro spaziose ampie campagne,

Ove una Primavera eterna ride.

Corron rivi d'argento in grembo a l'erbe;

Sembra ogni prato un ciel cinto di stelle;

Ogni cosa è divina, il tutto alletta, ecc. ecc.

E, nelle _Odi e Madrigali_, esagera anche più la lode, esplicandola:

Mentre spieghi, Aleardo,

Con stile almo e sovrano

De l'infelice Amida il caso strano,

Chi ascolta il raro canto

Forz'è, che rida al riso e pianga al pianto;

Ami nel dolce amore;

Gioisca nel gioire;

Languisca nel languire;

E si trasformi il core,

Leggendo il suo dolor nel suo dolore;

Mora ne la sua morte

E corra seco una medesma sorte:

Così pònno i tuoi detti

Mover nostr'alme e dominar gli affetti.

Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi, Accademico Olimpico

e Inviato detto l'Infecondo, è profondamente ignoto; così accadrà di

certo anche infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche tempo.

Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo.

Fame usurpate · 第 22 / 72 题