Da Napoli a traverso le Calabrie, posando una notte a Catanzaro, parte
in vettura, parte in ferrovia, pellegrinaggio micidiale a quell’uomo,
arrivò allo Stretto, e di là, salutata la sua Messina, entrò il 28
marzo, di mattina, a Palermo.
Ma qui pure, come a Milano, come a Napoli, sorvoleremo alle
accoglienze, poichè l’immaginarle è più facile che il descriverle.
Noteremo soltanto un episodio singolare. Si era fatta correre la voce
che il Generale, affranto dal lungo viaggio, avesse talmente bisogno di
riposo che persino le grida e gli applausi avrebbero potuto nuocergli.
Ond’ecco tutta la popolazione palermitana, concorde per incanto in un
solo sentimento, soffocare le voci, smorzar i passi, domar l’indole
espansiva ed entusiastica, e al Generale, cui aveva forse preparato uno
dei suoi più strepitosi baccanali di gioia, render l’omaggio, nobile,
delicato, figliale del silenzio.[405]
All’indomani Garibaldi, ospitato lungo la marina nel casino del signor
Ugo Delle Favare, Sindaco di Palermo, scriveva di tutto suo pugno,
con sforzo grandissimo della mano, ma lucido ancora di mente, questo
Manifesto ai Palermitani, che senza toccare della Francia, la quale già
pareva tornar verso l’Italia a meno violenti consigli, riepilogava il
supremo ideale ghibellino del Vespro, e insieme gli amori e gli odii
più antichi dell’anima sua.
«A te, Palermo — città delle grandi iniziative, maestra nell’arte
di cacciare i tiranni — appartiene il diritto della sublime
iniziativa di cacciare dall’Italia il puntello di tutte le
tirannidi, il corruttore delle genti che — villeggiando sulla
riva destra del Tevere — sguinzaglia di là i suoi neri cagnotti
alla adulterazione del suffragio universale, quasi ottenuto, dopo
essersi provato a vendere l’Italia per la centesima volta.
»Ricordati — o valoroso popolo — che dal Vaticano si mandarono
benedizioni agli sgherri che, nel 1282, cacciasti con tanto
eroismo.
»Forma, quindi, nel tuo seno — dove palpitano tanti cuori
generosi — una associazione che abbia il titolo di _Emancipatrice
dell’intelligenza umana_, la cui missione sia quella di combattere
l’ignoranza e svegliare il libero pensiero.
»Occorre andare, per ciò, tra le plebi della città e delle
campagne, per sostituirvi alla menzogna la religione del Vero.
»GIUSEPPE GARIBALDI.»
E trascorriamo ancora sulle feste, sulle visite, sulle ovazioni, tutte
minori di quelle che avrebbe volute il popolo palermitano, maggiori
pur sempre di quelle che le condizioni minacciosissime del suo ospite
potevano comportare. Il 31 marzo, infatti, anniversario del terribile
eccidio, il Generale non potè assistere alla lunga cerimonia; ma
due giorni prima di partire volle visitare ad ogni patto la storica
chiesa di Santo Spirito e giunto sulla piazza del famoso «mora, mora,»
pronunciò con voce commossa, ma chiara: «Onoriamo la memoria dei nostri
padri palermitani che seppero scacciare i tiranni, e dico i nostri
padri perchè anch’io mi credo palermitano come voi.»
All’indomani suo figlio Menotti leggeva alla folla radunata sotto
le sue finestre, al chiarore d’una serenata, un affettuoso addio del
padre, nel quale egli si protestava ancora «figlio di Palermo,» e il
17 aprile, mattina, imbarcato sul _Cristoforo Colombo_ risalpava per
Caprera....