II.

Quell’amarezza però gli venne raddolcita ben presto da una grande

consolazione. Sappiamo di toccar un delicatissimo tasto e vi

scivoleremo leggieri. Chi lesse quanto ne dicemmo noi stessi[396]

sa come il matrimonio di Garibaldi colla signora marchesa Giuseppina

Raimondi sia rimasto in quello stato che i legali chiamano: rato e non

consumato.

Dal giorno in cui i due coniugi si separarono a Fino, essi non

s’incontrarono, non si videro, possiamo soggiungere non si perdonarono

più, e il loro vincolo si mutò da quell’ora in quella specie di

catena lunga che la nostra sapiente legislazione civile inventò col

nome di «separazione,» e la quale non essendo nè la libertà nè la

schiavitù, nè il matrimonio nè il libero amore, pone i falsi coniugati

nell’alternativa perpetua o del celibato obbligatorio o del concubinato

forzoso e crea in mezzo alla nostra società quelle condizioni

famigliari scandalose e violenti di cui Giuseppe Garibaldi e Giuseppina

Raimondi furono uno degli esempi più celebri, ma non più dolorosi.

Se non che a quale de’ due partiti dell’alternativa si sia appigliato

Garibaldi, non è mestieri ridirlo. Alla castità si sentiva negato; e

un giorno conosciuta, come ogni mortale conosce, la signora Francesca

Armosino, n’ebbe da lei, a lunghi intervalli, tre figli: Clelia,

nata il 16 febbraio 1867; Rosita, nata il 10 luglio 1869, morta il 1º

gennaio 1871; Manlio, nato il 23 aprile 1873.[397]

Ora di fronte a questi fatti che cosa potevano desiderare e volere,

Garibaldi, la signora Raimondi, la signora Francesca; che cosa

avrebbero potuto desiderare e volere, giunti all’età del raziocinio

i figli stessi nati da lei? E che cosa, aggiungiamo noi, potrebbe

desiderare e volere non diciamo la legge scritta de’ codici, ma la

legge morale scritta nella coscienza di tutto l’uman genere?

Da un lato un’unione fittizia rimasta sterile; dall’altro un vincolo

reale saldato da diciannove anni d’amore e dal pegno di tre figli; di

qua la famiglia legale, ma immaginaria, di là una famiglia illegittima,

ma vera; di qua tre bambini innocenti a cui un atto di giustizia

può dare un nome, di là due donne, all’una delle quali la legge può

riscattare il fallo, e all’altra riconsacrare il suo amore; in verità

nè Garibaldi, nè la signora Raimondi, nè la signora Armosino, nè, a

parer nostro, i tribunali depositari della morale pubblica e privata,

potevano esitare più. I coniugi Garibaldi Raimondi se ebbero un torto

fu di aver troppo atteso: essi dovevano chiedere molto prima che la

legge regolasse la loro anormale condizione, e ciò tanto più che ai

molti e solenni argomenti morali se ne aggiunsero, a quanto sembra,

parecchi di stretto ordine legale che confermavano il loro diritto.

Comunque, sul principiare del 1879 deliberarono d’accordo di domandare

o la nullità o lo scioglimento del loro matrimonio, ma al primo passo

furono sfortunati: il Tribunale Civile di Roma con una sua sentenza del

6 luglio 1879 respinse la loro istanza.

Allora Garibaldi non ebbe più posa. Tempestava di lettere gli amici

e i giornali, consultava avvocati, scongiurava il giovane Re, se i

tribunali non lo potevano, a sciogliere egli stesso con un colpo della

sua autorità dittatoria il nodo iniquo (a queste teoriche garibaldine

siamo già avvezzi); voleva a forza che il Cairoli, Presidente del

Consiglio, proponesse al Re un decreto, o alla Camera una legge, che lo

liberasse dal giogo incomportabile e gli desse modo di divenir marito e

padre legittimo della sua donna e de’ suoi figli.

E va da sè che Re e Ministro si rifiutassero all’atto autoritario,

d’onde novelle sfuriate dell’Eroe, pacificate ben presto dalla notizia

che un celebre avvocato, il più celebre d’Italia, Pasquale Stanislao

Mancini, assumeva su di sè l’ardua causa, sicchè non era disperabile

che la Corte d’Appello revocasse la prima sentenza e facesse paghi i

reclamanti. E così avvenne.

La Corte d’Appello di Roma, considerato principalmente che il

matrimonio Garibaldi Raimondi avvenne sotto il regime del diritto

austriaco, emanante dal Concordato del 1855, il quale appunto ammetteva

la nullità dei matrimoni _rati e non consumati_, colla sua sentenza del

14 gennaio 1880 «dichiarava Giuseppe Garibaldi libero dal vincolo del

matrimonio celebrato in Como il 24 gennaio 1860 ed il matrimonio stesso

destituito d’ogni conseguenza giuridica.»

Ne fu beato il Generale e pochi giorni dopo la pronunciata liberazione,

il 26 gennaio, innanzi al Sindaco della Maddalena dava la mano di

legittimo sposo alla sua Francesca, e, cosa forse per lui anche più

dolce, il nome a’ suoi bambini che adorava. Non fu così piena e unanime

la soddisfazione del pubblico, e del forense in principal modo. Più

d’uno, riguardando la causa solo dal punto di veduta giuridico; reputò

il primo voto della Corte d’Appello romana un’aperta illegalità, un

diritto privilegiato creato per un uomo privilegiato, una violazione

insomma di tutti i principii della nostra legislazione civile.

Va da sè che noi non osiamo metter verbo in siffatta lite: noi,

indotti, consideriamo il problema nel rispetto più umile e più

comune della moralità e della naturale giustizia, e, confessiamo il

vero, nella nostra coscienza di giurati avremmo noi pure pronunciato

l’annullamento. Sia pur stata violata, in qualche punto delle sue

rigide forme, la legge; ma lo diremo con un egregio giureconsulto: «Noi

confessiamo di non poter soffocare un intimo e prepotente sentimento di

soddisfazione che le incongruenze giuridiche dei canoni e dei causisti

abbiano permesso di rimediare ad una condizione di cose, dolorosa ad un

tempo ed eccezionalmente immorale.[398]»

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 125 / 147 题