La commozione suscitata dall’annuncio d’Aspromonte fa grandissima,
e non in Italia soltanto, ma in quante contrade era giunto il nome
del mondiale condottiero e l’eco della catastrofe. Strano destino di
quest’uomo: egli raccoglieva dalla sua disfatta una mèsse di gloria che
mai sì grande dai trionfi di Palermo e di Napoli! Finchè fu in piedi
col vessillo della rivolta in pugno, egli non era, agli occhi dei più,
che un ribelle dissennato, che pareva lecito anzi doveroso combattere
e schiacciare al più presto; appena fu atterrato, egli diventò a quegli
occhi medesimi il martire d’un’idea, reso dalla sventura inviolabile e
sacro.
Perseguitato, temuto, da molti esecrato fino a ieri come un bandito
pericoloso, oggi è ricerco, glorificato, staremmo per dire, adorato
come un santo. Un incessante pellegrinaggio di devoti assedia il suo
carcere; una gara d’affetti circonda il suo capezzale; un concento
di compianti e di voti vola a lui da ogni angolo della terra, e ne
dice l’apoteosi. E quel che è più meraviglioso, prima in quel torneo
di pietà la fredda, compassata, calcolatrice Inghilterra. A Londra,
a Birmingham, a New-Castle, a Dundey, a Birkenhead i _meetings_ si
succedono ai _meetings_, nè solo per esprimere all’eroe la simpatia
del popolo britannico, ma per protestare insieme contro la Potestà
temporale de’ Papi e l’occupazione francese di Roma. Uno de’ più
celebri chirurghi inglesi parte a pubbliche spese per visitare il
ferito; una colletta popolare d’un _penny_, destinata a costituire
un fondo di soccorso a Garibaldi, raccoglie in pochi giorni 40,000
franchi; i giornali d’ogni parte riboccano di notizie del ferito, di
particolari della sua vita, d’apologie della sua causa; da tutti i
porti del Regno Unito partono per la Spezia lettere, telegrammi, doni,
visitatori e visitatrici; un Comitato permanente di notabili governa
nella metropoli le onoranze a Garibaldi; ad Hyde Park in un _meeting_
di quarantamila persone si combatte tra Irlandesi ed Inglesi pro e
contro Garibaldi, pro e contro il Papa più che non si fosse combattuto
ad Aspromonte; la questione garibaldina par divenuta una questione
inglese.
Diverse di forma, non di sostanza, sono le manifestazioni degli altri
popoli. A Lipsia si getta in oro per sottoscrizione pubblica una
corona d’alloro al Campione della libertà umana; a Stocolma per lo
stesso fine, per il medesimo uomo, si tiene nel palazzo della Borsa un
immenso Comizio popolare; in America rinasce il pensiero di affidare
a Garibaldi il comando dell’esercito federale, e il Console degli
Stati-Uniti a Vienna ha l’incarico di ripetergliene la proposta.[239]
In Francia finalmente, quantunque il regime imperiale non tolleri
manifestazioni politiche, gli operai sottoscrivono indirizzi e mandano
deputazioni; i diari dell’Opposizione esaltano le virtù dell’eroe e
chiedono la sua liberazione; e quel che più sorprende, taluno fra gli
stessi organi napoleonici ne consiglia l’amnistia.[240]
E codesta dell’amnistia era il più intricato de’ problemi che il
prigioniero del Varignano imponesse ai suoi custodi. Che si faceva
di lui? Graziarlo? Processarlo? Condannarlo come un reo volgare e un
ribelle comune? Certo i pareri erano divisi a seconda delle passioni
e delle idee, ma una sovrastava manifestamente a tutte le altre e
veniva sempre più raccogliendo il suffragio degli uomini moderati
di tutte le parti: Garibaldi non si tocca.[241] E i più espliciti in
questa sentenza erano ancora i giornali stranieri. Il _Daily News_,
appena udito il fatto d’Aspromonte, esclamava: «Se Napoleone è stanco
di regnare e di vivere, basta ch’egli tocchi un capello della testa
di Garibaldi;» il _Morning Post_, di tendenze napoleoniche, chiedeva
che «gli fosse permesso di ritirarsi in un paese di sua scelta:»
l’_Opinion Nationale_ più esplicitamente diceva: «Garibaldi infatti non
è un ribelle ordinario. Quand’anche non si voglia tener conto dei suoi
immensi servigi, della sua devozione senza limiti alla causa italiana,
del suo disinteresse assoluto, del suo coraggio, di tutto ciò ch’egli
ha fatto col suo prestigio e colla sua popolarità; è tuttavia permesso
di dire a suo discarico ch’egli colla sua rivolta ha espresso, in un
modo illegale, irregolare, e sia pure inammissibile, il sentimento di
tutta l’Italia.»
Tale non fu in sulle prime il pensiero del Governo. Come non aveva
saputo arrestare a tempo il ribelle, così ora pareva risoluto a tutte
le audacie per annientarlo. Però con infelice consiglio elevava al
grado di generale il Pallavicini, decorava i suoi ufficiali, tollerava
che un Maggiore in Sicilia fucilasse, senza processo, veri e supposti
disertori; inaspriva, coi vani rimbrotti de’ suoi portavoce, la piaga
del ferito, annunziava finalmente il suo proposito di abbandonarlo
al rigor della legge; discuteva soltanto se tradurlo innanzi ad un
Tribunale ordinario o innanzi al Senato convocato in Alta Corte di
giustizia. Di mano in mano però che i fumi della facile vittoria si
dileguavano e i voti della pubblica opinione si facevano più manifesti,
e i pericoli di quello straordinario processo politico più certi,
anche il Governo cominciò a piegare a più miti e prudenti consigli,
fino a che, stimando cessata la causa della severità, e restaurato
l’impero della legge, e domo Garibaldi, e «risorta la fiducia
della Francia,[242]» facendosi interprete del voto del Parlamento,
sottoponeva alla firma del Re Vittorio Emanuele un decreto d’amnistia,
e, colto il destro delle fauste nozze della principessa Maria Pia col
re di Portogallo, lo promulgava.[243]
Il decreto di amnistia però, aveva fatto grazia a Garibaldi della
libertà, non del suo piede. La palla d’Aspromonte era certamente
annidata nella profondità dell’arto, ma non era stato finora possibile
ai più valenti chirurghi d’Italia e d’Europa[244] il determinarne la
posizione precisa. Da ciò la gravità sempre pericolosa della ferita; da
ciò una tortura quotidiana di specillazioni, di tagli, di esplorazioni,
che il martoriato sapeva sopportare con spartana fortezza, ingannando
quelle lunghe giornate di decubito e di inerzia colla lettura di
pochi libri e la scrittura de’ suoi ricordi; sorridendo e conversando
placidamente sotto il bisturi e lo specillo; tollerando con serena
cortesia il fastidio delle interminabili visite, più tormentose,
sovente, della sua piaga; mostrandosi talora più sensibile a un raggio
di sole che scherzasse per la sua camera, o ad un alitar di brezza
marina che gli carezzasse la fronte, che a tutti gli strazi della mano
chirurgica, ed esclamando un giorno, durante una di quelle dolorose
medicazioni, che facevano impallidire i suoi infermieri: «Che magnifica
bonaccia![245]»
Finalmente però, mercè lo specillo del dottor Nélaton (dotato della
proprietà di tingersi in nero al contatto del metallo), l’ubicazione
della palla potè con sicurezza essere accertata (stava incuneata a
quattro centimetri e mezzo, sotto l’estremità inferiore della tibia),
e la mattina del 22 novembre, senza sforzo, senza lacerazioni, senza
grave dolore dell’infermo, l’esperto dottor Ferdinando Zannetti riuscì
ad estrarla.
Ed era questo, dopo ottantasei giorni di cura incerta e
temporeggiatrice, la prima vittoria certa, condizione indispensabile
della guarigione; ma la guarigione appariva tuttora assai lontana.
Prima che l’opera restauratrice della natura sia compiuta, che la piaga
sia rimarginata, che il malato abbia ricuperate le sue forze, molti
mesi dovranno trascorrere, ed anche quando i medici lo licenzieranno
per il ritorno a Caprera, non potranno tacergli il pronostico che egli
rimarrà zoppo per tutta la vita. S’ingannerebbe però chi, giudicando
dalle sole apparenze, conchiudesse che l’unico frutto raccolto da
Garibaldi sulla vetta di Aspromonte, sia stato un piede di meno e
un disinganno di più! Si torni al finire del 1862, si paragoni, in
quell’anno, Garibaldi che si trascina sulle gruccie pei greppi di
Caprera, al Papato che troneggia e minaccia da Roma, e si dica quale
dei due fosse allora più ferito e più zoppicante! La palla del 29
agosto 1862 abbattè il corpo del temuto Capitano, ma l’idea animatrice
del suo pensiero percorse in quell’ora un cammino che forse la più
splendida sua vittoria non avrebbe potuto. Aspromonte non soccorse
alla soluzione della questione romana che in un modo indiretto, ma pur
decisivo; la liberò dalle ambagi della diplomazia e la ripropose, in
tutta la sua fiera nudità, al tribunale delle nazioni civili. Il _Roma
o morte_ di Garibaldi aveva detto al mondo che la Penisola non avrebbe
posa, nè la rivoluzione tregua, nè l’Europa pace, finchè la mostruosa
lega dei due Reggimenti non fosse spezzata, e Roma rivendicata alla
sua terza gloria di capitale d’Italia; e non vi sarà oramai prepotenza
principesca o astuzia clericale, che possa sfuggire all’implacabile
dilemma.