La contessa Giulia era una delle più compite ed eleganti signore della
città di C.... Maritata giovanissima al conte Rodolfo Marini, in grazia
della ricca dote ch'ella aveva portato in famiglia, in grazia delle
sue amabili qualità personali e della cospicua nobiltà del casato di
cui era l'unica ereditiera, ella godeva nella società d'una delle più
brillanti _posizioni_. Quando fu stretto questo parentado, i Marini,
che ne vedevano gli avvantaggi e che lo calcolavano come un colpo di
buona fortuna, procurarono con tutti i loro sforzi di rendere gradito
alla sposa il nuovo suo stato. Il più bell'appartamento della casa fu
tosto ridipinto e riammobigliato; le antiche gioie di famiglia vennero
date in mano ad uno de' più esperti gioiellieri del paese perchè le
legasse alla moderna in un magnifico diadema, in una collana e in due
superbi braccialetti, che dovevano far parere ancora più graziosi i
contorni del bel braccio ed il candore del collo giovanile e della
fronte serena destinati ad ornarsene. La carrozza e i cavalli, di cui
fino allora s'era servita la contessa Eleonora sua suocera, furono
cangiati in un ricco equipaggio fatto venire appositamente da Milano e
che poteva passare per uno dei migliori del paese; i servi rivestiti di
livree nuove e in parte mutati; l'antica cameriera di casa ceduta alla
contessa Eleonora, fu rimpiazzata da una giovane che meglio sapesse i
misteri della toelette, e che esclusivamente doveva servire alla sposa.
Anche nella loro villeggiatura di San Leonardo furono fatti di molti
abbellimenti; oltre le mobiglie rinnovellate, fu ridotta in giardino
una parte dell'orto che dal lato di mezzogiorno s'apriva dinanzi alla
casa, e in fondo si costruì un elegante calidario che riempirono di
piante esotiche, le quali, dopo aver adornato nella buona stagione il
passeggio della padroncina, dovevano lì raccolte produrre negli ultimi
giorni dell'anno i fiori destinati a profumare e a rallegrare le stanze
di lei. Si mise alla loro cura un giardiniere che servì ad aumentare la
turba dei domestici che in tale occasione venne a popolare quel casino
di campagna, fino allora contento al rustico servigio dell'ortolano e
di sua moglie. Tutta la famiglia Marini insomma sentì l'avvenimento di
questo matrimonio e ne riportò come una specie di lustro.
La contessa Giulia era una bella giovane, bionda, delicatamente
educata, che toccava con molta grazia il clavicembalo, dipingeva
dal naturale con tinte languide e molto sfumate dei fiori e delle
farfallette, instrutta in ogni sorte di ricami, e che in conversazione
sapeva brillare adoperando con rara perizia l'accento e le frasi di
non so quante lingue straniere. Aveva una scrittura piccioletta e
fina fina, che dava grazioso risalto ai gentili periodetti che la sua
mano bianca e leggera gettava su d'un foglio profumato della più bella
carta di Veinen. Amava la danza, il teatro, i convegni eleganti, forse
perchè un intimo sentimento l'avvisava che la maggior parte degli
sguardi s'affisavano in lei; ma sapeva velare questo suo trionfo di
tanta modestia, che le altre donne l'amavano ad onta di esso e gli
uomini trovavano maggior attrattiva nel farle la corte. Simile in ciò
alla violetta, la cui fragranza riesce tanto più cara quanto più tra
le foglie si nasconde. Dolce di modi, anche in casa ella si faceva
amare dallo sposo e da tutti quelli che la circondavano. Il conte
Rodolfo aveva ordinato in modo la famiglia, che a lei poco pesavano le
cure domestiche. Bastava che pensasse ad abbigliarsi, a divertirsi,
a godere la vita. Un suo cenno era tosto obbedito, si spiavano tutti
i suoi desiderj, e questa gentile creatura pareva sortita dal destino
a passare per questa valle di lagrime, odorando soltanto gli effluvi
della rosa, senza mai toccarne le spine. In pochi anni ell'era divenuta
madre di due graziosi bamboletti; una fanciullina che appena tocco
il quart'anno avevano affidato alle cure d'una Bonne, fatta venire
appositamente dalla Svizzera, perchè così senza fatica le insegnasse
la lingua francese e la tedesca e ne sorvegliasse l'educazione, che
pensava di completare più tardi coi maestri di disegno, di ballo, di
musica e di belle lettere. In quanto al maschio, per la sua tenera
età viveva ancora sotto la tutela della nutrice. Le visite ch'ella
continuamente riceveva e ch'era obbligata a rendere, le cure che
doveva alla propria salute; avendo sortito da natura una complessione
dilicata, resa ancora più fragile dalla molle educazione ricevuta,
complessione che al minimo soffio si squilibrava; la lunga faccenda del
lisciarsi, profumarsi, pensare sempre a nuove fogge di abbellimenti
e di vestiti, onde comparire in una splendida aureola agli occhi del
pubblico, che per l'onore e per il piacere del suo sposo doveva spesso
affrontare; assorbivano in tal maniera il suo tempo che assai pochi
minuti gliene restavano per godere l'amore dei figli e le dolcezze
della famiglia. Ad ore determinate glieli conducevano elegantemente
abbigliati, e ciò spesso succedeva durante qualche visita, ond'ella
avesse campo di far brillare anche agli occhi altrui quei piccioli
miracoletti d'uno spirito e d'una intelligenza precoce, che tanto
inorgogliscono il cieco amore dei genitori. Questa giovane dama
attraversava così la vita a somiglianza di chi passeggia per un
giardino e spicca da ogni aiuola un fiore, intrecciando una lunga
ghirlanda che appassirà forse in breve, ma che intanto lo rallegra
co' suoi svariati colori e co' profumi, nè gli lascia pensare alla
inesorabile stagione che agghiaccerà ben presto sulla terra i semi
delle piante, stendendo su tutto il giardino il suo triste mantello
di neve. Pure, con tutte le cure che si erano dati per affrancarla
dai pesi che nella distribuzione della famiglia toccano alla donna,
e con tutte le attenzioni che usava il marito per renderle facile e
lieta la vita, c'era un dovere dal quale non poteva dispensarsi, e,
benchè lieve, bastava talvolta a spargere il disgusto e la tristezza
in qualcuno de' suoi giorni. Nella parte più rimota del palazzo
dei conti Marini, in un terzo piano occupava due camere la vecchia
contessa Eleonora. Questa donna, che in altra epoca era stata capo
della famiglia e che, quantunque non uscita da ricco casato, rimasta
vedova in tempi disastrosi, aveva saputo colla sua attività e colla sua
saggia economia puntellarne la fortuna; al momento del matrimonio del
figliuolo trovò conveniente di cedere ogni padronanza e di ritirarsi in
quelle due camerette. Ella aveva compreso, che per una bella e ricca
ereditiera, com'era la contessa Giulia, uno degli ostacoli più forti
ad accettare la mano di suo figlio doveva essere l'idea di trovar in
casa una suocera. Per appianare questa difficoltà aveva spontaneamente
migrato dal suo appartamento, ceduto ogni diritto, e, contenta di un
tenue assegnamento mensile, viveva in casa, come se non ci fosse. Ma
le convenienze volevano che la nuora salisse ogni qual tratto a farle
visita, a condurle i nipotini, ad invitarla a discendere nella sala da
pranzo nei giorni solenni e qualche altra rara volta in fra l'anno.
E queste visite per la giovane erano una gran noia. Quantunque la
suocera si mostrasse con lei sempre affabile e dolce, nè si prendesse
mai l'arbitrio d'entrare in dettagli sulle faccende domestiche, pure
la sola idea della dipendenza era per essa una catena. Questa vecchia
vestita continuamente di bruno, alta della persona e punto incurvata
dagli anni, quasi sempre silenziosa, i cui occhi meditabondi facevano
contrasto col sereno sorriso delle labbra, questa vecchia che portava
con disinvoltura adorne le pallide guance de' suoi lunghi capelli
canuti, diligentemente pettinati, aveva nel suo portamento un non so
che di così nobile e di così dignitoso che imponeva rispetto, e nella
sua presenza la contessa Giulia si trovava suo malgrado umiliata. Nei
pochi giorni in ch'ella discendeva nella sala da pranzo, a lei dinanzi
tutti i convitati si sentivano compresi da riverenza, si dimenticavano
di far la corte alla giovane, e, ad onta della poca importanza ch'ella
si dava e del suo contegno, ell'era incontrastabilmente la prima e la
più rispettabile figura della famiglia. Anche in villeggiatura teneva
lo stesso metodo di vita; se non che la maggiore ristrettezza del
locale aveva ridotto ivi il suo appartamento ad una sola cameruccia.
Sulle prime, soleva la vecchia uscire a far delle lunghe passeggiate
per la campagna o a qualche casale delle vicinanze, accompagnata dalla
sua cameriera e talora anche sola; ma un poco alla volta era andata
diradandole, poi le aveva smesse affatto, e, tranne qualche visita alla
chiesa, viveva quasi sempre chiusa nella sua camera. Con questo tenore
di vita mancarono in breve le visite che riceveva, e si trovò ridotta
così in campagna come in città ad una compiuta solitudine. Tanto più
ch'ella schivava di far nuove conoscenze, e le antiche andavano di
giorno in giorno mancando, o per morte, o perchè a persone attempate
riusciva troppo incomodo il salire le tante scale che conducevano alla
sua dimora. Cosicchè spesso, quando in casa Marini, nell'appartamento
di gala si sentiva il suono del piano, e una lieta comitiva d'amici
faceva corona alla bella contessa Giulia, nelle due camere di sopra
era solitudine e silenzio, e dinanzi ad una modesta lucerna vegliava
su qualche libro, o col lavoro tra le mani, o scrivendo, la sola
tranquilla figura di quest'abbandonata madre di famiglia.
Tra i molti che frequentavano la famiglia Marini c'era un giovane
avvocato, una delle più antiche e nello stesso tempo delle più recenti
conoscenze della contessa Giulia. A spiegare un tal paradosso basterà
narrare come fu stretta cotesta relazione. Ell'era ancora nella casa
paterna, quando il suo maestro di disegno, venuto a darle la solita
lezione, posò un giorno sul tavolo alcuni acquerelli che portava
a casa per ritoccarli e dar loro l'ultima mano. La giovanetta si
mise a curiosamente scartabellarli, e gettò gli occhi sur un gruppo
di gelsomini dipinti su carta a fondo rosato. Erano tre fiori nati
contemporaneamente dello stesso occhio, ma l'uno non alzava più che
il calice deserto dalla corolla che, capovolta, era caduta a' piedi
del ramo, e i due superstiti collo stelo inchinato e le dilicate
foglie quasi conserte in un candido amplesso pareano guardare e
piangere insieme quel loro perduto fratello. Ella stette un pezzo
assorta a contemplarli. Aveva di fresco perduta una sorellina. Ciò le
rendeva immagine del suo dolore; e, quando alzò la bionda testa per
chiedere al maestro di chi fossero, una lagrima le cadde dall'occhio.
Il maestro le narrò sorridendo ch'eran fattura d'uno studente di
legge, il quale, avendo fatta da poco una grossa eredità da una zia
che appena conosceva, s'era messo nei mesi di vacanza a studiare il
disegno e si piaceva ad attribuire così passioni ed affetti ai fiori;
le descrisse una farragine di altri disegnetti dove questo bizzarro
giovinotto aveva dipinto or una rosa che si drizza inorgoglita a
ricevere il primo raggio del sole, or un'altra che languida piange
l'appressarsi dell'inverno le cui brine le han già incurvato lo
stelo ed accartocciata la verdura, or due dalie brillanti che si
stringono in un bacio confondendo insieme con bell'effetto i petali
diversamente colorati. La fanciulla ottenne di trattener qualche giorno
l'acquerello, ne trasse una copia in ricamo di cui adornò i cartoncini
d'un suo grazioso taccuino, e così lavorando s'inchiodò nella mente
il nome del pittore. Le sarebbe stato caro il conoscerlo di persona,
ma, pochi giorni dopo, seppe ch'egli era partito per gli esami di
laurea e che a un bel pezzo non sarebbe ritornato in paese, perchè si
proponeva di cominciar a godere la sua inopinata fortuna con un lungo
viaggio. Onde si contentò d'immaginarlo, e per lungo tempo la vaga
forma, ch'ella gli prestava in pensiero, venne a ricreare le sue ore di
solitudine, finchè, a poco a poco illanguidita, si confuse cogli altri
fantastici sogni di quella poetica età.
Ell'era già sposa e madre, quando, parecchi anni dappoi, lo vide per la
prima volta ad una soirée. Certo che se non avesse sentito proferirne
il nome, il ritratto della sua fantasia non sarebbe stato sufficiente
a farle ravvisare in lui il pittore dei gelsomini. Ella ne aveva forse
indovinato la facile disinvoltura, i modi peregrini e leggiadri, ma
la sua immagine era troppo indeterminata ed aerea per avvicinarsi ad
alcun che di reale. Ciò che s'accorse di non avere sbagliato si fu il
senso di dolce commozione che provò in sua presenza, particolarmente
quando s'avvide che gli occhi del giovane spesso ritornavano su lei,
e parevano averla distinta fra tutte le belle che adornavano la sala.
Quando in quella stessa sera ei venne a sederle vicino e si parlarono,
ella sentì suo malgrado corrersi al viso una leggera fiammolina, che
le fece temere d'aver arrossito; e rispondeva impacciata e confusa
alle consuete frasi di complimento, con cui in società si comincia
la relazione di una nuova persona. Parlarono d'una prossima festa da
ballo a cui erano entrambi invitati, della stagione stravagante che
correva, dei diversi paesi ch'egli aveva visitato ne' suoi viaggi; e
per quanto procurasse di tener ferma l'attenzione ai discorsi del suo
interlocutore, ella invece pensava: È molto tempo ch'io m'immagino
i lineamenti del suo volto, il tono della sua voce, i suoi modi,
la sua persona.... Ecco, finalmente ei mi sta dinanzi. Precisamente
non è questo il ritratto della mia mente. Io non aveva indovinato nè
questi capelli così neri, nè questa faccia così pallida ed estenuata.
La fiamma che arde in que' suoi lenti e malinconici sguardi è assai
più dolce.... più affettuosa.... La sua voce ha un non so che di così
buono, di così caro.... io non ne avevo sbagliato il colore, ma l'idea
del suo molto sapere e dell'esperienza ch'egli deve avere acquistata
ne' suoi viaggi mi facevano supporre un tono più severo e temprato a
modo di chi insegna, non di chi pieghevole par che chieda un consiglio
all'amicizia.... — Ed era tanto distratta, che dopo si rimproverava
d'aver mostrato poco spirito e temeva d'avergli lasciato un'assai
cattiva impressione di sè. Sperò peraltro d'essersi ingannata, quando,
di lì a pochi giorni, ei venne a farle visita in compagnia di suo
marito di cui s'era fatto in breve l'amico. Il conte Rodolfo, immerso
com'era ne' suoi progetti di migliorare l'asse paterno e di mettere
a frutto la ricca dote ottenuta, onde un giorno avesse ad accrescere
il patrimonio della sua casa, accolse con piacere la relazione del
giovane avvocato dai cui lumi traeva insegnamenti e larga materia di
discorso. Più tardi, quando le visite di lui presso la contessa s'erano
fatte assidue, ei le guardava di buon occhio, perchè lo sollevavano
dall'obbligo di distrarla e gli lasciavano maggior tempo d'attendere
a' suoi affari e di far più spesse gite in campagna o fuori di paese.
Positivo per carattere e filosofo alla sua maniera, la sua giovanezza
era scorsa abbastanza tranquilla, perch'ei credesse alla realtà di
quelle passioni, che generatesi nel cuore dell'uomo a guisa di verme
nel tronco di un albero possono tutta consumarne la vita. Le teneva
per sogni da poeti, per esagerazioni di anime inferme, o tutt'al più
per capricci di un momento dai quali si può a nostra voglia guarire.
Il suo matrimonio era stato un affare di calcolo, dove il cuore
certamente aveva avuto assai poca parte. Contento di sua moglie per
gratitudine e per vanagloria, ne' suoi giorni di meditazione ell'era
la nobile radice da cui doveva rigermogliare più splendido e più
rigoglioso il suo albero gentilizio; e ne' suoi giorni di poesia
l'odalisca graziosa destinata a rinfrescargli e ad abbellirgli la
vita. Del resto ei s'inquietava sì poco del cuore di lei, che non si
era nemmanco mai curato di sapere se per caso battesse. Egli l'aveva
veduta fin dai primi momenti della loro unione brillare nel mondo
attorniata da tutti i giovani galanti del paese. Era avvezzo al suono
delle lodi che le venivano tributate, e le riguardava come un gergo
convenzionale, di cui la società circonda sempre una bella donna,
e, ben lungi dall'adombrarsene, queste lodi e questa galanteria le
accrescevano pregio, e ne invaniva come il possessore di un bel quadro
che gode dell'entusiasmo che suscita il suo capo d'opera. Questa turba
di giovanotti che la vagheggiavano erano farfalle che facevano omaggio
al suo bel fiore e che una lunga esperienza gli aveva dimostrato
innocenti, nè punto curava ch'ora n'avesse una di più, tanto più
che, continuando il paragone, il giovine avvocato con quella sua cera
macilente ed estenuata mal poteva passare per pericoloso.
D'altra parte la contessa Giulia pareva porre tutto l'impegno d'una
donna nello strignere sempre più i nodi di questa nuova relazione.
Oltre la simpatia ci andava anche del suo amor proprio. Nelle visite
che faceva alle amiche, nei convegni della sera, dappertutto e da tutti
sentiva lodare lo spirito, la disinvoltura, i bei modi del giovane,
e la sua vanità era dolcemente lusingata dalla preferenza ch'ei le
mostrava. Gradito nelle prime famiglie del paese, ricercato nelle
compagnie, additato quasi a modello per il suo buon gusto e per la
sua eleganza, la donna, a cui egli rendeva il primo omaggio, doveva
tenersene, tanto più che avendo molto viaggiato e vissuto per alcun
tempo nelle più rinomate capitali, tra' suoi compatriotti il suo voto
era oramai diventato inappellabile. Se ella compariva sempre agli occhi
del pubblico fra le signore che meglio sapevano vestirsi ed ornarsi,
in quel carnovale la sua toelette parve un tipo di leggiadria, che
le altre, sperando indarno di soverchiare, si davano almeno il vanto
di imitare. Non vi fu festa a cui non intervenisse, e ai balli pareva
instancabile, come inesauribile la sua fantasia nell'inventar sempre
nuova e più graziosa foggia di adornamenti. Allegra e spiritosa,
come chi sente in cuore la vittoria, ella fu così in quell'inverno
l'anima di tutti i divertimenti. Il suo piede volava alle danze,
il suo cocchio per le vie. Se ai pubblici passeggi incontravi un
drappello di leggiadre donne e di giovinotti a cavallo, nell'amazzone
gentile che prima lanciavasi al galoppo abbandonando al vento i lembi
dell'ampio vestito e le chiome e i veli del bizzarro cappellino di
felpa, ravvisavi la contessa Giulia. In quella giovane personcina così
delicata e gracile era entrato un bisogno di moto, una sete di vita;
pareva ritornata agli anni spensierati della fanciullezza, quando il
nostro corpo gettato nello spazio a forza di attività tende a crescere
e a svilupparsi. Il suo cuore desto da un lungo letargo, o per dir
meglio lanciato in una nuova esistenza, batteva rapido e allegro,
le sue ore si succedevano sempre piene e felici, ed ella passava
d'una in altra emozione con tanta velocità che non le restava tempo a
riflettere. Trascorse così l'inverno e parte della primavera; e, prima
che s'accorgesse, si trovò all'epoca in cui ogni anno soleva recarsi
in campagna per attendere dall'aria balsamica ed aperta dei campi un
refrigerio alla propria salute e a quella dei figli. Partì come di
consueto; ma, invece di godere dell'aspetto della terra ringiovanita,
che di qua e di là del cocchio fuggente le si apriva come in tanti
ventagli di lieta verdura, ella si sentiva chiuso il cuore, e, a misura
che si allontanava dalla città, le parole e lo spirito le mancavano.
Non avvertì la fresca brezza della collina che le scherzava dolcemente
tra i capegli e lungo le gote, non curò i profumi delle violette
primaticce e del bianco spino, che ogni qual tratto le venivano alle
nari; passò il torrente senza guardare nè alle sue rive rinverdite,
nè ai salici che colle loro chiome rinnovellate baciavano l'onda;
giunse a San Leonardo, e quell'allegro casinetto di campagna circondato
di fiori le parve deserto, e a tal segno deserto, che suo primo
desiderio fu di coricarsi a dormire, come se si sentisse ammalata. Non
sapeva rendersi ragione di questo vuoto, di questa tristezza sempre
crescente che suo malgrado l'opprimeva; ma chi l'avesse per qualche
giorno indagata si sarebbe facilmente accorto ch'ell'era divenuta
pensierosa, che i suoi occhi e la sua fisonomia non si rianimavano che
al proferire di un nome, e che questo nome suonava in quasi tutti i
suoi discorsi; anzi pareva che non prendesse parte alla conversazione
che per il piacere d'introdurvelo. Ella, un tempo così vaga della lieta
compagnia e delle partite di piacere, preferiva ora la solitudine,
e spesso la sera stava ore ed ore seduta su d'una pietra in fondo
al giardino cogli occhi fitti nell'ampio stellato. Talvolta faceva
di lunghe passeggiate per luoghi non frequentati e spesso in riva al
torrente. Una mattina uscì di casa con questa intenzione. Il cielo era
annuvolato e pareva prometter vicina una di quelle piogge benefiche
della primavera, che già da parecchi giorni i contadini sospiravano.
L'aria crassa e pesante le aveva inumiditi i capegli di maniera che
le ciocche inanellate che le adornavano le gote s'erano fatte lunghe
e le scendevano in disordine sulle spalle e sul petto; spesso le
rondini le passavano dinanzi tanto basse che parevano coll'ali rader
la terra. Giù sul torrente una quantità di uccelli acquatici volavano
a fior d'acqua a caccia d'insetti e di pesciolini; la pioggia era
imminente, ed ella non se ne accorse, se non quando alcune rare e
grosse gocce le caddero sulla testa e sulle spalle, e cominciavano
a far pallottole nella polvere della via. Non era più in tempo di
ritornare addietro, allargò il parasole e corse a salvamento sotto i
folti rami di un tiglio che proteggeva un tabernacolino campestre ivi
eretto forse da qualche viaggiatore scampato dalla furia del torrente.
Non s'era appena seduta sulla pietra che serviva d'inginocchiatoio,
che le gocce fatte più spesse e più rapide sollevarono una specie di
dolce mormorio che s'andava sempre più dilatando e crescendo. Pareva
che ogni foglia movesse una lingua, ogni radice aprisse la bocca a
ringraziare il Creatore dell'umore benefico che mandava a rinfrescarle.
Ell'era assorta in quella fragorosa armonia e guardava ai fiori che col
loro capo tremolante parevano accogliere consolati le stille che ne
facevano più vivace il colore, mentre esalavano più soave il profumo
misto a quello della terra bagnata. In quell'ora di solitudine pensò
un poco a sè stessa, e, richiamando il passato, le parve d'accorgersi
che un qualche grande cambiamento stava per succedere nella sua anima.
Cercò di rendersi ragione della malinconia che l'opprimeva, esaminò
il suo cuore: non osava confessarlo a sè stessa; ma c'era una persona
che da qualche tempo lo faceva suo malgrado palpitare. Le sue gioie,
i suoi dolori, i suoi pensieri oramai s'aggiravano intorno ad un
solo oggetto. Non era di suo marito, non de' suoi figli, ch'ella più
s'occupava: un altro era venuto a cacciarsi tra essi; anzi davanti ad
essi, e la memoria di lui assorbiva tutta la sua vita. Trovò che amava
la solitudine perchè in essa il pensiero le rifaceva i momenti che
aveva passati in sua compagnia, ch'ell'era continuamente occupata a
rimeditare tutte le parole ch'egli le aveva dette e a dar loro qualche
senso forse più arcano di quel che valevano; perfino ne' suoi sogni era
sempre la stessa immagine che le compariva dinanzi. Le parve d'essere
sull'orlo d'un precipizio, e tremò di non aver forza bastante a
cansarlo. Allora sentì rimorso di contraccambiare così alle affettuose
premure di che la circondava lo sposo, e le parve che sarebbe stato
dovere l'aprirgli candidamente il proprio cuore e confessarsi a lui. Ma
s'ei l'avesse derisa? Se avesse trattato di fanciullaggini questi suoi
scrupoli? Già aveva provato, che certi discorsi ei non li comprendeva,
o gli parevano inezie, ed ella arrossiva innanzi tratto d'una
confessione la cui delicatezza ei non avrebbe certo saputo apprezzare.
Oh se almeno le fosse stato concesso confidarsi ad un'amica! Versare
questi suoi pensieri in un'altr'anima capace di compatirla e di
aiutarla a salvarsi! Se avesse avuto almeno una madre fra le cui
braccia gettarsi a piangere ed a chieder consiglio! Ma la sua da molti
anni dormiva nel sepolcro; e nella società frivola e in maschera,
dalla quale era stata sempre attorniata, ella non aveva ancora
saputo incontrare un cuore. Intanto pioveva a dirotta. I rami che la
proteggevano, carichi d'acqua, cominciavano a lasciarla sgocciolare.
Dovette montar sulla pietra e tenersi ritta sotto la scarsa tettoia che
copriva l'immagine, e nondimeno l'acqua che precipitava dalla gronda e
a' suoi piedi s'alzava in sonagli, le inzaccherava i lembi del vestito.
Era in tale attitudine quando dall'altra parte del torrente le parve
di vedere attraverso il nembo staccarsi la barca per tragittare una
carrozza. Si ricordò che suo marito doveva in quel giorno venire in
campagna, e pensò fosse lui. Solo le parve un gran miracolo ch'egli,
che non soleva mai intraprender nulla senza prima molto riflettere, si
fosse in quella mattina posto in viaggio ad onta del cielo turbato.
— Ch'ei si sia messo così a risico di bagnarsi, diceva intra sè, per
sola premura di venirmi a trovare? È impossibile. Ci sarà forse sotto
qualche altro più forte motivo; — e colla mano facendosi visiera allo
sguardo, lo aguzzava alla barca procurando di discernere il colore dei
cavalli e dell'equipaggio che stava sul ponte. Più s'avvicinava e più
capiva d'essersi ingannata. Giunta finalmente vide i barcaiuoli gittar
i tavolini sulla ghiaia, sbarcar i cavalli e la carrozza, e con sua
grande sorpresa nel giovinotto che la seguiva, quantunque mezzo coperto
dall'ombrella, ravvisò l'avvocato. Un tremito l'assalse le ginocchia,
impallidiva, arrossiva, non voleva credere ai propri occhi. Lo vide
montar in carrozza, e dovette assicurarsi che non aveva sbagliato. Il
giovane stava per passar oltre, quando, gettato a caso lo sguardo a
quella volta, la riconobbe. Fece fermare, e in due salti corse a lei.
— Voi qui, madama? — le diss'egli maravigliato.
— Questa mattina sono uscita a passeggiare e, senza che me ne
accorgessi, la pioggia mi ci ha cólta....
— In verità, interruppe il giovane, ch'io ringrazio quest'accidente che
mi offre l'opportunità di ricondurvi a casa. Ma come mai così sola...?
I loro occhi s'incontrarono e si dissero la gioia reciproca che
provavano nel rivedersi. Ella si appoggiò al suo braccio. Il giovane
per ripararla teneva l'ombrello in modo di bagnarsi tutta l'altra
spalla. Se ne accorse la contessa e gli si fece più dappresso.
Intirizzita dal lungo star lì in quell'aria umida e fredda tremava, le
sue mani erano ghiacciate. Ei sentì quel tremito, la fissava pauroso
che si trovasse male, e non ponevano mente nè l'uno nè l'altra al
fango e all'acqua che correva per la via. Si assisero nella carrozza.
Il disordine de' suoi capegli bagnati, la confusione di quell'incontro
spargevano sul suo volto dilicato una non so quale timida grazia che ne
accresceva la bellezza. Tacevano entrambi, e solo tardi ei le presentò
un biglietto del marito. Il conte Rodolfo, chiamato da una lite,
invece di venire in campagna aveva dovuto partire per Venezia ed aveva
affidato all'amico l'incarico di farne partecipe la moglie. Incarico
ch'egli accettò di buon grado, mentre, dovendo andare a Gorizia,
passava di necessità a poca distanza del villaggio ch'ella abitava.
Per solito la contessa Giulia soffriva mal volentieri la lontananza
del marito. La circondava di tante attenzioni, preveniva tutti i suoi
desiderj, sapeva così bene disporre ogni cosa che la vita senza di
lui le riusciva più disagiata. Ma questa volta, quand'ebbe letta la
lettera, il primo moto del suo cuore fu, suo malgrado, di gioia. È ben
vero che si pentì subito, e, chinata la testa, propose seco stessa di
frenare ad ogni costo i battiti delle arterie commosse, di farsi di
ghiaccio, di trapassare impassibile sull'orlo del pericolo ch'ella
non aveva cercato. Era ancora in questi pensieri quando le parve di
sentirsi leggermente accarezzare i capegli. Si fece di porpora e non
ardì alzare la fronte per paura di trovarsi troppo dappresso alla
faccia del giovane, ma andava ruminando qualche parola innocente con
cui rompere quel silenzio. Anch'egli cercava d'appiccare discorso.
Erano impacciati, confusi ambidue; finalmente si misero in dialogo,
ma nè l'uno nè l'altro badava alle frasi indifferenti che andavano
dicendo; le loro anime si parlavano invece un altro linguaggio assai
più eloquente e che non aveva d'uopo del suono della voce. Furono in
un momento alla villetta. La pioggia continuava, e trovarono i servi
ch'erano stati in traccia di lei per portarle l'ombrello, ma non
avevano saputo indovinare per dove si fosse avviata. La compagnia della
governante e dei fanciulli servì a rimettere nel suo stato naturale
la contessa che non permise al suo ospite di continuare il viaggio
con quel mal tempo. Durante il pranzo ella fu abbastanza disinvolta,
poi si occuparono di disegni, di poesia, fecero insieme della musica
e terminarono così deliziosamente la giornata. Via per la notte il
cielo rasserenò. Le bizzarre creste dei monti, che a guisa d'anfiteatro
chiudono quasi da tre lati la fertile vallata del Friuli, presso
all'alba spiccavano nette ed azzurre dall'arancio dell'orizzonte;
comparve il sole, e il verde della campagna rinfrescato dalla pioggia
mostravasi più gaio e riempiva de' suoi mille profumi l'atmosfera fatta
limpida e dolcemente commossa dalla brezza mattutina.
La contessa contro il suo solito s'era alzata per tempo ed aspettava
il suo ospite a far colazione in un elegante stanzino, le cui finestre
adorne di ricchi cortinaggi cilestri davano su d'un giardinetto. In
una caraffa d'acqua alcune rose di maggio circondate da violette, da
gelsomini e da fiori di reseda imbalsamavano l'ambiente. Ella aveva
fatto chiamare la governante perchè le conducesse la figliuoletta,
e intanto stava guardando dalla finestra il bel tempo ritornato e i
fiori che colle loro vaghe testoline gocciolanti di rugiada parevano
goderne e sorridere incontro al sole e consolarsi di quell'aere così
puro: ad ogni tratto le passava dinanzi qualche uccelletto rapido
come freccia, e udiva non lungi pispillare dal nido i piccini a cui
egli aveva portato l'esca; o il lieto cinguettio delle passere che
volavano sul tetto, e poscia aggruppate piombavano tra il verde degli
alberi. Ma l'allegria diffusa per tutto il creato non penetrava sino
al suo cuore. Era pensierosa, e forse a quell'aere purissimo, a quella
tepente e lieta giornata di primavera avrebbe preferito la pioggia
del dì precedente. Dietro a lei, ritto in piedi, cogli occhi fitti
nella stessa prospettiva, un altro partecipava agli stessi sentimenti.
Era il giovane dottore che con quel bel tempo vedevasi tolto ogni
pretesto di più oltre indugiar la partenza. Pensava a una parola di
congedo; e quand'ella si volse e si lessero negli occhi il dispiacere
scambievole che provavano e si trovò nelle mani quella di lei, che
aveva baciato per darle addio, venne ad entrambi l'idea di fare insieme
codesta gita. In un attimo le due carrozze furono attaccate, e la
contessa salì in quella del suo ospite, mentre nell'altra la seguiva
la governante coi fanciulli. Durante il viaggio, l'ameno paese che
percorrevano, l'aspetto delle ridenti colline, della fertile pianura,
delle violette qua e là sparse tra il verde dei campi e lungo le rive
dell'Isonzo aprirono loro il cuore ad un colloquio confidenziale, nel
quale si rivelavano con gioia i propri pensieri e gran parte della
vita trascorsa. Giunsero alla città quasi senza avvedersene; e, dopo
il pranzo ei le propose di visitare insieme il sepolcro dell'ultimo
dei Borboni di Francia. Salirono la collina tenendosi a braccetto, ed
ogni tratto si fermavano ad ammirare il sottoposto paese. Il cielo era
tornato ad annuvolarsi, e la nebbia leggera che a guisa di fantastico
velo ora avviluppava la città, ora attraversando il fiume saliva come
globi di fumo su pel verde delle circostanti montagne, accresceva
la vaghezza di quelle magiche vedute. Trovarono la chiesa aperta e
solitaria, lessero la pomposa epigrafe posta sul modesto sepolcro
dell'esule. Quando uscivano piovigginava, e ripararono un momento sotto
le frondi di una magnifica acacia ad ombrella. Alcune note che venivano
dall'organo fermarono la loro attenzione. In chiesa non era anima viva;
solo la contessa aveva notato sull'organo dietro i leggii del parapetto
una ruvida cocolla che faceva cornice a una faccia pallida, i cui occhi
malinconici, ma scintillanti e pieni di espressione, percorrevano un
libro di musica. Doveva essere uno dei frati abitanti quel romitorio,
forse l'organista. Era un'armonia placida e mesta, di cui non sapevano
ravvisare l'autore. Alcune note somigliavano di Meyerbeer, ma poi si
fondevano in un'aria di maestosa semplicità a cui seguivano delle
libere fantasie che non si ricordavano d'aver mai più udite e che
probabilmente venivano improvvisate al momento. Muti e commossi
ascoltavano quel suono che ogni tanto s'interrompeva per lasciar morire
nell'aria alcune vibrazioni meste come un gemito, poi ricominciava e
si faceva sempre più affettuoso e più soave. Pareva l'effusione di
un'anima divisa dal mondo e forse infelice, che rammemorava nella
solitudine i suoi giorni d'amore. Egli non s'immaginava che altri
l'ascoltasse: avvolto nel mistero, lanciato chi sa da quali sventure
in seno alla vita austera del cenobio, e bisognoso come tutte le
anime appassionate di espandersi, quasichè avesse goduto con un amico
un'ora d'intima confidenza, apriva i più riposti secreti del suo cuore
coll'unico mezzo che forse gli era concesso. Così, senza saperlo,
serviva d'interprete ai due che l'udivano. Per essi quella mano ignota
disuggellava una pagina recondita dei loro cuori, che non avevano per
anco letta. Quando discesero dalla collina e si rimisero in carrozza
per ritornare a casa, le loro anime s'erano talmente intese, che,
cessata ogni titubanza, si lasciavano andare a una dolce famigliarità,
come se da lungo tempo avessero vissuto, pensato e sentito allo
stesso modo. Parevano due sorelle, a cui l'origine comune e una lunga
consuetudine di affetto fa riguardare cogli stessi occhi ogni bene
e ogni male della vita. Mai più s'erano trovati tanto all'unisono.
I cavalli correvano e le nubi in senso inverso l'una a cavalcioni
dell'altra, quasi un esercito in fuga, si ritiravano verso i monti
della Carintia, lasciando serenato il cielo dalla parte di mezzogiorno.
Un leggero venticello gettava a ogni tanto nella faccia del giovane
il velo che svolazzava sul cappello della contessa. Colla persona
abbandonata al moto del legno essi contemplavano ora il sole che fra
una comitiva di nuvolette leggere e trasparenti come la madreperla, o
come liste d'argento a riflessi dorati toccava già quasi il verde del
monticello, alle cui falde biancheggia il palazzo dei conti d'Attems;
ora i gioghi cinerei del Carso, che si disegnavano su d'un orizzonte
azzurro e tanto limpido che pareva dinanzi allo sguardo dilatarsi senza
confine; ed ora, vòlti all'indietro, il castello di Gorizia che colla
sua faccia severa s'inalzava sulle ridenti colline che lo circondano
e sulla città gentilmente sparsa nel verde; e notavano un piede
dell'arco baleno, che quasi per ischerno irradiava de' suoi brillanti
colori quella fabbrica sinistra destinata a punire la sventura e il
delitto. Mille riflessioni diverse, mille fantastiche idee passavano
loro per la mente, e nel comunicarsele le rivestivano di tutta quella
poesia che in tal istante abbelliva a' lor occhi il creato. Pareva che
gli oggetti esterni si presentassero ad essi attraverso di un prisma
che amabilmente li colorava; e spesso veniva sulle labbra dell'uno
la parola che l'altro aveva già concepita nell'anima, come se una
scintilla elettrica riunisse i loro nervi e facesse di due una sola
persona. In quella stessa sera, quando la contessa fu sola nella sua
camera, e, dopo aver licenziato la cameriera, invece di coricarsi
si sedette nel suo ampio seggiolone, tornarono a passarle dinanzi
agli occhi le pittoresche vedute, le ridenti scene, che le si erano
offerte nella giornata; e la sua mente rifaceva tutti i discorsi e le
riflessioni a cui l'avevano sollevata la poetica fantasia e le ardenti
parole del suo giovane compagno di viaggio. Come una palla che spinta
su per l'erta da una mano vigorosa torna in virtù del proprio peso
a rifare il cammino percorso, così ella in quell'ora di solitudine
tornava a rammemorare tutte le diverse emozioni provate. Insieme
coll'aria e coi profumi dei campi, coll'aspetto dell'ameno paese, coi
suoni e colle voci udite, coll'alito e colle calde parole del giovane
aveva aspirato una specie di sottile veleno che l'era penetrato nelle
ossa e dal quale oramai affascinata si lasciava trasportare quasi
fragile pianta che a lungo abbia lottato coll'impeto delle acque, e
che finalmente sradicata e travolta senza più riparo corre insieme col
torrente a sprofondarsi nel mare.
Ella aveva veduto l'amore; per la prima volta in sua vita l'aveva
veduto negli occhi del giovane, ardente, immenso, quale non se l'era
mai immaginato. Le era caduta la benda; la cortina che fino allora le
aveva tenuto nascosto il creato le si era improvvisamente squarciata,
ed ella si vedeva dinanzi ne' suoi più fantastici colori una felicità
infinita, a conseguire la quale l'avevano resa impotente. Unir la
sua sorte a quella d'un uomo amato e che ti ami, consecrarsi alla
sua famiglia, divenir la madre de' suoi figli, passar tutta la vita
ad adorarlo, a dividerne i dolori; questa le pareva la suprema delle
gioie umane, e gliel'avevano per sempre rapita! e troppo tardi ella
finalmente se ne accorgeva! Fino a quel punto le parve di non aver
vissuto, ma vegetato. Educata nella ristrettezza di quattro pareti,
senza conoscere nè il mondo, nè sè stessa, si erano prevalsi della
sua inesperienza per venderla ad un uomo, per cui il suo cuore non
aveva giammai palpitato. — Posò la testa fra le mani, le tornarono in
mente i suoi anni giovanili; la spensieratezza con cui s'era lasciata
condurre ad un passo, che il solo amore può santificare, e più che
mai le parve d'essere stata venduta. Con un singulto impossibile a
descriversi, ella ripetè per due o tre volte questa trista parola,
e i suoi occhi versarono un torrente di lacrime. Quando ripensava ai
motivi che l'avevano così facilmente indotta a legarsi per sempre ad
un uomo, che non solamente non amava, ma il cui carattere e il cui
cuore le erano affatto sconosciuti, non poteva darsi pace della propria
leggerezza e appena prestava fede a sè stessa. L'idea di liberarsi da
quella condizione di fanciulla, che a guisa dell'attillato corsetto dei
dì d'etichetta le teneva inceppata la vita, la vanità di vedersi così
giovane già fatta sposa, il desiderio di far brillare in un cerchio
più vasto quei frivoli talenti di che con tanta cura nell'educarla
l'avevano adornata, ecco le ragioni che la resero contenta di un
contratto da' suoi parenti già quasi conchiuso prima ch'ella avesse,
si può dire, neanche veduto lo sposo. E si ricordava arrossendo che la
gioia più grande di questo amore di convenzione gliel'avevano recata
i ricchi e veramente magnifici presenti nuziali ch'egli le fece; che
i giorni più lieti erano stati quelli in cui elegantemente abbigliata
e seduta in carrozza in compagnia di lui aveva percorso quasi in
trionfo la città facendo le visite di partecipazione, ricevendo mille
lusinghiere congratulazioni ed obbligando ad ammirarla tutte le sue
amiche e conoscenti; che tutti i suoi pensieri di quell'epoca erano
stati rivolti, non già ai doveri dello stato che abbracciava, ma
agli splendidi avvantaggi di cui avrebbe in breve goduto. Era stata
allettata non dallo sposo, ma dalla brillante posizione ch'egli le
offeriva; non dal suo amore, ma dalla sua condiscendenza; la quale
condiscendenza le veniva solidamente assicurata dalla ricca sua dote.
Unica difficoltà che per un momento le aveva inspirato un po' di
ritrosia fu la suocera che trovava in casa, e ricordossi come le fosse
stato caro che avesse abbandonato ogni ingerenza in famiglia, e che, a
riguardo del matrimonio, cedesse il suo appartamento, ritirandosi al
terzo piano. Oh! se quella fosse stata la madre di un uomo amato, di
quante affettuose cure non l'avrebb'ella circondata! Con che amore non
si sarebbe compiaciuta di obbedirla, di riverirla, di confortarne gli
anni cadenti, di rallegrarla col metterle in grembo i figli del suo
figlio! Oh! i genitori dell'uomo amato son cosa sacra al pari e più
forse dei propri! — Invece, in cinque anni vissuti sotto al medesimo
tetto, esse si trattavano ancora come straniere; e, benchè la vita
ritirata della povera vecchia le avesse cansato ogni disturbo, ella
si sentiva per lei una freddezza e una antipatia invincibili, nè aveva
mai saputo riguardarla altrimenti che come la sua croce domestica. Che
differenza tra la vita frivola ed inutile ch'ella menava e quella d'una
donna fortunata nel suo amore, che trova la felicità nell'adempimento
dei propri doveri, e che in quell'istante ella si vedeva dinanzi
dipinta nei più amabili colori! Che mai le valevano tutti gli agi del
suo stato signorile, tutte le mollezze e le vanità che la circondavano,
in confronto di questo amore tranquillo e virtuoso, ch'ella aveva
irreparabilmente perduto e che può solo formar un Eden della terra
e render dignitosa ed importante alla società la condizione della
donna? Oh s'ella avesse potuto ritornare a' suoi giovani anni! rifare
la via così crudelmente smarrita, non sarebbe stato tesoro di quaggiù
ch'ella non avesse volentieri sacrificato per ricomprarsi una sì dolce
prospettiva! E perchè mai, quando l'educavano, farle consumare tante
ore all'acquisto di cognizioni che dovevano poi servire solamente di
ornamento, e non piuttosto insegnarle un po' meglio i doveri dello
stato, a cui era destinata? Perchè farne un miserabile trastullo,
un fiore vago sì ed odoroso, ma che non deve dar frutto, invece di
allevarla alle soavi e sante affezioni di famiglia, alla dignità di
sposa e di madre? — Ed era alla luce sinistra della passione che per
la prima volta in sua vita le balenavano dinanzi agli occhi queste
terribili verità! — Gettò con impeto il ciondolo della veste da camera
che teneva fra le mani, ed affacciatasi alla finestra, l'aprì, come
se la calma della notte avesse potuto quietarle i polsi e l'anima
agitata. La notte era mesta, la faccia della terra appariva uniforme
e negra, come se fosse stata coperta da un ampio panno funereo. La
luna vicina al tramonto già toccava in occidente le ultime alpi; il
suo disco aggrandito dai vapori si vedeva per intero, benchè per la
maggior parte cieco di luce come nei noviluni e nella sua ultima fase;
e quel globo muto e di colore sanguigno pareva il teschio di un immane
serpente che, sollevatosi sulle creste dei monti, l'avesse addentata
e si sforzasse ad inghiottirla. Forse la videro così coloro che ne'
suoi eclissi immaginarono le lotte del drago. Sola in cospetto del
creato ella sentivasi come abbandonata creatura in mezzo ad un gran
tempio adobbato a gramaglie, dove la divinità inesorabile più non
ascoltava le sue preghiere. Un avvilimento, un rimorso senza speranza
di perdono s'erano impossessati della sua anima; riguardavasi come
contaminata e incapace per sempre di virtù. Prima ancora di conoscere
i tesori del proprio cuore ella li aveva miseramente sprecati.
Indarno la Provvidenza le aveva seminato nell'anima quel sublime fior
dell'amore, che, gelosamente custodito, può tutta abbellire la vita e
profumarla di nobili e santi sentimenti; ella lo aveva tradito, prima
ancor che germogliasse, e per motivi sì vili che al solo ricordarsene
si vergognava; il suo matrimonio le pareva in quel momento un'infame
profanazione, da cui l'era tolto per sempre il redimersi, e sentiva
orrore di sè stessa e dei propri suoi figli.
De' suoi figli, di quei poveri bamboletti innocenti ch'ella amava come
parte di sè; ma v'era un ben altro e più immenso affetto con cui ella
sentiva che avrebbe amato una creaturina nutrita del suo latte e figlia
d'amore! Tornò a piangere, e con un rammarico sempre crescente la sua
anima lanciavasi verso tutto questo bene di cui non l'era più possibile
godere senza delitto. Passò di tal modo la notte. Sul rompere dell'alba
il sottile venticello che spirava dalle cime dei monti le parve che la
consolasse, rinfrescandole la faccia; ma a poco a poco ei si faceva
sempre più piccante, e le dilicate sue membra, affrante da quella
veglia inconsueta, più non valsero a sopportarlo. Chiuse la finestra
e si dispose ad abbigliarsi. Le braccia le cadevano; un languore, una
malinconia invincibile s'erano impadroniti di lei. Rimaneva lungo
tratto immobile, ora appoggiata al letto, ora col capo abbandonato
tra i cuscini della sua _dormeuse_, su cui lasciava cadere ogni tanto
qualche grossa lagrima che involontariamente le usciva dagli occhi
semichiusi; ed ora seduta dinanzi allo specchio che le rinfacciava
una cera abbattuta e come di malata, le labbra scolorate, le guance
impallidite. Quasi a velarsene ella sciolse i capegli che soleva
portare all'inglese; ma la nessuna cura avutane la sera e l'umido
dell'aria notturna non avevano loro permesso d'assumere che pochissimo
riccio: indarno procurava d'incresparli dividendoli in minute anella;
snervati ed appassiti le fuggivano dal pettine; e, invece d'adornarla,
le parve che colla loro lunghezza le accrescessero pallore, sicchè se
li annodò sopra alla nuca lasciandoli cadere per di dietro sul collo
a guisa delle statue di Grecia. Quando discese per la colazione trovò
il giovane che già stava aspettandola. Ei notò l'orma di malinconia
che quella notte aveva lasciato sulla faccia di lei. L'aveva veduta
molte volte più bella, più pomposamente abbigliata, ma giammai così
attraente, e non poteva staccare lo sguardo da quegli occhi azzurri
e pensierosi, a cui l'amore dava una tinta più profonda e ch'ei se
li sentiva così dolcemente guardare nell'anima. Non si parlò più di
partenza nè in quel giorno nè nei susseguenti, finchè venne il conte
Rodolfo, e tornarono di conserva alla città. Qui le era riserbato un
di quei terribili disinganni che schiantano l'anima, e a cui di rado
la donna sa dignitosamente rassegnarsi. Essi si amavano, ma con assai
diversa misura. Ella, fisa ed assorta in lui come satellite nel suo
pianeta, gli si era consecrata con un abbandono e con una devozione
che non potevano venir pienamente contraccambiati. Oramai aveva
concentrato in lui solo tutte le speranze del suo avvenire, gli aveva
donato la sua pace, la sua vita, l'anima sua; gli stessi passi fatti
nella via della colpa erano un sacrifizio ch'ella gli aveva offerto; e
questo amore, benchè infelice e macchiato dal rimorso, era il compenso
ch'ella chiedeva e il solo bene di quaggiù, di cui si sentisse ancora
capace. Cotesta passione, di cui ella s'aveva già miseramente creato un
destino, non poteva di pari modo assorbire tutta l'anima del giovane.
Altrimenti educato, altrimenti conoscitore del mondo e di sè stesso,
gli si apriva dinanzi un'assai più vasta prospettiva che non gli
permetteva come a lei di affisarsi per sempre e senz'altre distrazioni
in un solo oggetto, qualunque ei si fosse. A lui giovane, pieno di
vita, indipendente e padrone assoluto d'una pingue fortuna, tutto il
creato offriva continui tributi di profumo e di armonie, e profondeva
a' suoi piedi i brillanti tesori della sua ricca cornucopia. Dotato di
potente immaginazione e di quell'attitudine a comprendere ogni sorte
di bello ch'è prima base all'anima dell'artista, senza l'inopinata
eredità, che, prima ch'ei si avesse scelta nel mondo una posizione,
venne ad abbagliarlo coi prestigi della ricchezza, ei sarebbe forse
riuscito o pittore o poeta. Ma, poichè la sorte gli aveva offerto di
eleggere, preferì di godere dei frutti delle arti piuttosto che di
affaticarsi a produrli, e sprecò nei piaceri quella feconda scintilla
del genio che la natura gli aveva seminata nel cuore. Della fallita
vocazione null'altro gli era rimasto che la facoltà di supplire colla
fantasia a quanto di manchevole gli presentavano gli oggetti esterni
in cui s'incontrava. Sulla base di alcune aggradevoli qualità, la sua
anima da poeta era pronta a crearsi un ideale che si compiaceva ad
abbellire e ad adornare coi più magnifici colori, e del quale finiva
sempre coll'invaghire, senza accorgersi d'essere allucinato dai propri
suoi sogni. Ma, col considerarlo dappresso, l'idolo perdeva ogni giorno
qualcuno de' suoi prestigi; finchè, ridotto alla nuda realtà, egli
trovavasi ingratamente disingannato e bisognoso d'altrimenti occupare
lo spirito. Allora, dimentico di quel primo oggetto, correva in traccia
d'altri più nuovi, svolazzando leggermente pel giardino della vita a
guisa di ape dorata che bacia ogni fiore, senza rivolgersi a guardare
addietro, se qualcuno avvelenato dal suo tocco piega il calice e
miseramente appassisce. Così fu che a forza di trattare da vicino
colla contessa, egli ebbe ben presto esaurita quella pover'anima che
senza sospetto tutta versavasi nella sua; e, a misura ch'ella andava
discoprendo in lui una superiorità d'intelligenza e una ricchezza di
pensiero che le crescevano passione, egli invece si vedeva sfumar tra
le mani il tesoro che aveva tanto agognato; la realtà e il possesso
glielo rimpicciolivano, e l'amore illanguidì. Le sue visite si facevano
sempre più rade e più brevi. S'accorse che l'anima della sua compagna
era impari per potergli tener dietro a quegli infiammati discorsi,
a quei fantastici voli, a cui sul principio del suo innebriamento si
lasciava andare così volentieri, e cominciò ad annoiarsi d'un affetto
ch'ei trovava troppo uniforme. La donna s'avvide di questo cangiamento
che le metteva la morte nel cuore; ma come un infermo, che quanto più
sentesi vicino al suo fine, con altrettanto più di forza s'aggrappa
alla vita, cercava d'illudersi, chiudeva gli occhi, immaginava
ragioni a scusarlo e pativa in segreto. Più tardi si permise qualche
rimprovero, che altro effetto non ebbe che di sempre più allontanarlo,
perch'egli a fuggire il turbamento di questi lamenti coglieva per le
sue visite, che oramai gli erano divenute una catena pesante, i momenti
in cui in sua casa v'era conversazione, ed era primo a partire, e con
un pretesto o con l'altro guardavasi bene di rimaner solo con essa.
Queste per altro non erano che le prime spine della crudele ghirlanda
ch'ella stessa s'aveva intessuta. Chi può dire l'agonia di quell'anima,
quando lo vide offrire i suoi omaggi ad altra donna più giovane e più
alla moda? Quando, più non valendo a sopportare l'odioso confronto,
cessò di comparire ai pubblici convegni e trovossi dimenticata
nella solitudine della sua casa? A palliare l'immenso dolore che la
divorava s'annunziò ammalata, e lo era assai più di quello ch'ella
stessa sel credesse. Nelle lunghe ore di meditazione, a cui si era
volontariamente condannato il suo pensiero, non faceva altro che
del continuo rammemorare minutamente tutte le fasi della sciagurata
passione a cui si aveva dato in preda, e le pareva impossibile che
tante proteste, tanto amore, avessero dovuto aver per fine cotesto
crudele ed impreveduto abbandono! Perchè strascinarla sulla via della
colpa, se doveva poi, quando non l'era più concesso retrocedere,
lasciarla sola? Era dunque stato per capriccio, per miserabile vanità,
pel trastullo di un momento, ch'ei le aveva avvelenata l'anima, messa
nelle ossa questa febbre immedicabile, suscitato nel sangue questo
tumulto, questo delirio che non potevano oramai quetarsi da null'altro,
se non dall'amore o dalla morte? Ah! dunque per così poco ella aveva
tradito i suoi doveri, perduta la sua pace, rinunziato alla virtù,
alla preghiera, rinunciato perfino al perdono di Dio? Quest'amore,
che per sua disgrazia ella sentiva impresso nell'anima a caratteri
indelebili, non era stato dunque per lui, che come una cifra che
si segna per scherzo sulla sabbia e che al primo soffio di vento si
dissipa senza lasciar traccia di sè? Pensò ch'era un assurdo pretendere
ch'egli avesse il cuore più grande, o più piccolo di quello che lo
aveva fatto. Ma nell'amarezza del suo terribile disinganno le pareva
che le sarebbe stato una specie di conforto un ultimo abboccamento,
in cui, giacchè aveva pure deciso di abbandonarla, le avesse egli
stesso con tutta franchezza annunziata la sua sorte. Sì! vederlo ancora
una volta, sentire dalle sue labbra la propria condanna, gettarsi a'
suoi piedi a piangere, a rammemorargli l'immenso affetto che si erano
portati; quest'era un desiderio, che ad onta di tutte le opposizioni
della sua ragione, continuamente le rinasceva. Capiva ella bene
che, poichè il cuore di lui s'era cangiato, sarebbero tornate vane
tutte le sue lacrime, che l'amore è una catena la quale una volta
spezzata più non si rannoda, che la sola compassione non ha vigore
a risuscitare una fiamma oramai già spenta; che se fosse discesa a
confessargli lo stato miserabile in cui si trovava, egli, lungi dal
risentirne pietà, avrebbe trattato di delirio le sue parole, avrebbe
riso de' suoi gemiti, l'avrebbe forse anche crudelmente ributtata. E
nondimeno nel fondo della sua anima sentiva una forza prepotente che
la spingeva suo malgrado a correre in traccia di lui. Sì! per le vie
anche le più frequenti, in mezzo alla gente, nei teatri e nei crocchi,
dove col sorriso sulle labbra ei dimenticava il pianto a cui l'aveva
condannata, le pareva che avrebbe voluto seguitarlo e rinfacciargli
i giuramenti infranti, le pene senza confine, la sciagura, l'inferno
che le aveva posto nel cuore. Ah! gli uomini l'avrebbero derisa e
trattata da folle.... Ebbene, dovevano a viva forza strapparla da
lui, dividerla per sempre dal marito e dai figlioletti ch'ella aveva
traditi, chiuderla nell'orribile casa, dove la loro pietà raccoglie le
infelici che più non hanno ragione. Avvinta da ceppi, sul giaciglio
dell'ospitale, nelle veglie di quella vita disperata, le sarebbe
almeno concesso raccontar giorno e notte la sua sventura, lagnarsi
di tanta ingratitudine, piangere e nominarlo a suo talento. In uno di
questi momenti in cui la sua mente offuscata da troppa passione quasi
vaneggiava, si risolse a mandargli un'imbasciata pregandolo a venire
da lei nel dopo pranzo, ora in cui poteva parlargli senza testimoni.
Non ricevette risposta. Appoggiata alla finestra della sua camera stava
spiando se venisse. La sua casa era situata in una lunga contrada, che
metteva ad una delle piazze più frequentate della città. Ogni giovane
vestito a nero ch'ella vedeva da lungi imboccare quella via, la faceva
palpitare, finchè s'accorgeva d'essersi ingannata. Aveva apparecchiato
un plico di lettere che intendeva restituirgli e andava ruminando
le parole con cui gli avrebbe dato l'ultimo addio, procurando di
disporsi ad una calma e ad una rassegnazione dignitosa che le lagrime
involontarie le quali ad ogni tanto le gocciolavano per le guance, e
il tremito di tutte le membra, suo malgrado smentivano. Era in questa
situazione, quando lo vide passare in carrozza in compagnia della
giovane signora a cui da qualche tempo faceva la corte. Era tanto
intento a vagheggiare la sua nuova conquista che non s'accorse di lei
nè tampoco rivolse la faccia a quella parte. Ella vide sulle sue labbra
mezzo velate dalle brune basette un indefinibile sorriso di gioia, che
palesava l'estasi a cui trovavasi in preda. — Si sentì uno schianto al
cuore, e le ruote veloci, che lo trasportavano via, avevano già finito
di rumoreggiare al suo orecchio, ch'ell'era ancora inchiodata sulla
pietra della finestra, come se fosse stata percossa dal fulmine. Prese
un foglio di carta, una penna e si mise a scrivere questo biglietto:
— Che tu mi neghi un'ultima parola, dopo tanto amore che ci siamo
portati, mi par cosa crudele. — Doveva peraltro immaginarmelo,
riflettendo alle tante amarezze che mi fai da qualche tempo
inghiottire. Pazienza! ti ho perdonato la nuova amica, che ti sei
compiaciuto prepormi.... ti perdono anche questa barbara indifferenza
e freddezza nel lasciarmi per sempre. Oggi un anno.... io non avrei
saputo leggere nel tuo cuore questa pagina. — M'illudeva a segno di
riguardarti come parte di me. — Avrei dovuto invece capire che la colpa
non consacra l'affetto, e che la tua maniera di trattarmi è una giusta
punizione. Di qui a un anno sarà, spero, terminato il mio patire. — Ti
scrivo per rimandarti le tue lettere e per chiederti perdono di tutti
i dispiaceri che posso averti recato nel corso della nostra fatale
relazione. Quando leggerai queste parole mie ultime a te, io sarò,
come al solito, chiusa nella solitudine della mia camera a piangere e
a ripensarti con un affetto che tu non conosci.... —
Prima di terminare s'era già pentita. Colla penna non le pareva
possibile di dire neanche la metà di quello che avrebbe voluto, e tornò
al desiderio di vederlo e parlargli ancora una volta. Aveva lacerato
la carta ed aprì la finestra per gittarne nella via i minutissimi pezzi
che teneva in mano. In quella s'aperse la porta di casa e vide uscirne
la suocera, che, accompagnata dalla sua cameriera, andava al suo
solito a pregare nella Chiesa vicina. Le balenò in mente un pensiero.
S'ella salisse alle stanze di lei e, preso un cappello e una mantiglia
della vecchia, andasse così incognita ad aspettare il giovane alla
sua abitazione?... Il passo era arrischiato, ma oramai la sua mente
esaltata dalla passione non le lasciava campo a rifletterne tutte le
conseguenze, e quest'idea di pur forzarlo ad accordarle un colloquio,
che a tutt'uomo ei sfuggiva, vinse in lei la naturale timidezza: uscì
dalla sua camera, e tremando salì le scale come il malfattore che
s'avvia al delitto. Quando fu nell'appartamento della vecchia, le gambe
rifiutavano di sostenerla, e le fu duopo gettarsi a sedere sul sofà.
Aveva esaurito tutte le sue forze e voleva attraversare buona parte
della città, e credeva di aver abbastanza di coraggio per esporsi ad
una scena che poteva farsi pubblica e precipitarla per sempre! Sul
tavolo che le stava dinanzi giacevano spalancate alcune pagine scritte
di fresco; gettò a caso gli occhi su queste parole:
«... Ancora qualche giorno, e poi finalmente dormiremo per sempre nella
quiete del cimitero. Su questa terra, quando non si è più amati, e che
ci si accorge di essere di peso, la morte è riposo desiderato, è fine
di patimenti e di esilio! ed è già gran tempo, che al di là del fiume
della vita io veggo i miei cari che mi stendono le braccia....»
Il carattere era di pugno della vecchia. Questa donna silenziosa, dal
mite sorriso, dai modi affabili e politi, sempre eguale a sè stessa,
in vista così rassegnata e tranquilla; questa donna, che non aveva
mai aperto la bocca ai lamenti, pativa dunque nel suo segreto? A lei
dappresso, sotto al medesimo tetto, a pochi passi di distanza della
sua camera, v'erano dunque dei dolori ch'ella non aveva mai sospettati?
Si versavano delle lacrime ch'ella non aveva mai pensato ad asciugare?
V'era un'anima profondamente afflitta, che, stanca del mondo, invocava
con sì intenso desiderio la pace dei morti?... Ma quali potevano
essere i motivi che amareggiavano così gli ultimi giorni di questa
povera vecchia? Prese in mano le pagine che le stavano dinanzi. Era un
Album, su cui non appariva altra scrittura che quella di lei; datava
da qualche mese in antecedenza al matrimonio del figlio, e lesse le
seguenti memorie:
«Io Eleonora Andreuzzis, maritata Marini, di sessantadue anni, ai
quindici di marzo 1842 sono venuta ad abitare queste due stanze, avendo
ceduto il mio appartamento in contemplazione del prossimo patrimonio di
mio figlio Rodolfo. — Comincia adesso per me un'altra vita. Lascio il
governo della casa e, si può dire, mi ritiro dal mondo. All'attività,
ai continui pensieri, alle brighe succede ora la calma. Pel corso
di oltre quarant'anni io ho atteso all'economia di questa famiglia,
prima in compagnia di mio marito sotto la direzione di un vecchio
zio che mi amava come se fossi stata sua figlia, e la cui memoria mi
sarà sempre benedetta; poi vedova e sola, poi aiutata da mio figlio.
In questo lungo periodo di tempo molti dolori hanno afflitto il mio
cuore, ma fui anche consolata da gioie non comuni; ed ora nel ritirarmi
ho la compiacenza di aver adempito ai doveri del mio stato e di veder
prosperate le mie fatiche. Dei figli che il Signore mi aveva dati
un solo è restato con me. Nelle guerre fatali che hanno sconvolto il
nostro paese ho perduto il mio primogenito; il secondo è lungi, e non
lo vedo se non di rado; ma so che gode di una brillante posizione. Ho
potuto collocare agiatamente la mia figlia Lauretta; ella è felice,
e ciò mi consola della grande lontananza che ci divide. Mi rimaneva
la minore, quella che più di tutti rassomigliava a suo padre, e per
la quale, mio malgrado, io sentivo una predilezione e una più grande
tenerezza. L'avevo maritata qui nella nostra città e in apparenza con
abbastanza di fortuna. Imprevedute disgrazie la colpirono, dovette
espatriare, ed è morta lasciando due poveri orfanelli, che abbisognano
di pane. Fortunatamente la facoltà, ch'io ora rimetto nelle mani di
mio figlio Rodolfo, è tale da potergli permettere di ricordarsi di
loro. Inoltre il ricco partito, che gli si offre, lo metterà sempre
più in istato d'essere pietoso senza ledere i propri interessi. Tutti
i nostri parenti sono giubbilanti per questo matrimonio. Una ricca e
bella ereditiera, una buona ed amabile giovinetta che ha ricevuto la
più elevata educazione e che esce da cospicua famiglia, è veramente
più di quanto potevano ripromettersi le nostre speranze. Ieri è stato
segnato il contratto nuziale; e, poichè a contemplazione della sposa,
si credono necessarie nella nostra famiglia molte riforme e un altro
piano di economia domestica, piano che le nostre attuali condizioni di
molto migliorate ci concedono di adottare, io ho dato i miei conti ed
ho ceduta l'amministrazione. Non mi rimane più nulla a fare, e posso
godere del riposo che mi si concede. La mia vita quind'innanzi sarà
divisa tra la preghiera, la lettura e la meditazione; ed è per occupare
le tante ore di ozio, che mi avanzeranno, ch'io voglio scrivere in
questo libro i miei pensieri.
«Ai 15 detto, due ore dopo mezzanotte.
»Non posso dormire, ho acceso il lume e torno a scrivere. Questo
cambiamento di camera mi disturba. Forse col tempo mi ci avvezzerò, ma
ora mi pare di essere esiliata. A quelle pareti mi attaccavano tutti i
miei dolori e le mie gioie passate. Le mie memorie erano tutte là! Là
mi accolse quel buon vecchio che per tanti anni mi fece da padre; là
l'amore di mio marito e de' miei figli! Come tante giovani pianticelle,
io li ho veduti crescere a me d'intorno in quelle stanze. Se almeno
si avesse potuto trasportar qui i miei mobili.... ma la ristrettezza
del locale non lo permise. È una fanciullaggine, di cui arrossisco;
eppure, quando li hanno portati via per far luogo al nuovo mobiliare
destinato alla sposa, quando ho veduto il pittore, il tappezziere
pronti a rimodernare e dar tutta un'altra faccia a quei luoghi, mi
pareva un sacrilegio, e mi sono sentito schiantare il cuore. Domani
lavoreranno anche nella mia camera da letto. Tutto sarà spostato,
mutato.... perfino l'immagine della Madonna, a cui dinanzi io pregava
ogni sera. Voleva che me la collocassero qui; ma non era a proposito,
rompeva la simmetria di questa piccola cameretta, e non osai replicare
per paura che s'accorgessero del sacrifizio ch'io faceva ad uscire
dal mio appartamento. Ah! quando mio marito moribondo mi dava l'ultimo
addio e mi raccomandava i nostri figliuoletti, io promisi di assisterli
inginocchiata dinanzi a quell'immagine.... Essi non sanno con che
tenace affetto l'anima dei vecchi s'attacchi a tutti quegli oggetti che
furono testimoni della loro vita passata! Le abitudini di quaranta e
più anni non si possono recidere tutto ad un tratto, senza che il cuore
ne sanguini. Io era assuefatta ogni giorno alla vista di quelle pareti,
di quei mobili, di quelle anticaglie, essi dicono, ma che per me nel
loro muto linguaggio avevano parole di tanto amore.... —
«4 Aprile 1842.
»Mi hanno portato alcuni regali che la sposa mi destina accompagnati
dal suo ritratto. Sono lavoro delle sue mani: un elegante leggío
trapunto a perlette, un manicotto, una _dormeuse_, su cui ella in
mezzo ad una ghirlanda di fiori ha gentilmente intrecciato alle mie le
sue armi gentilizie. La buona giovinetta si è dunque ricordata di me!
Mentre le sue dita industri s'affaticavano colla lana e colla seta a
colorare questo vago disegno, ella dunque pensava alla povera vecchia?
Oh se ella sapesse come io le sono riconoscente, e come commossa
guardo la sua immagine in questo ritratto! Dicono che le rassomiglia
perfettamente, ed ella è bella, d'una bellezza dilicata, insinuante....
Ha diciotto anni, ma gliene daresti appena quindici, tanto quelle forme
sono gracili e appena pronunciate. — Più la contemplo e più mi sento
forzata ad amarla. Quella candida fronte ombreggiata da biondi capegli
è così serena.... così mite ed affettuoso il guardare di quegli occhi
azzurri! così verecondo il sorriso delle labbra.... La sua fisonomia
tra il timido e il malinconico ha un non so che di così soave!...
Poverina! ella ha perduto entrambi i genitori, ella non ha madre
che l'accarezzi, ed ora viene forse tremando in una famiglia che non
conosce. Oh, ma io l'aspetto colle braccia aperte, io l'amerò come se
mi fosse figlia, sì! come la cara che ho perduta, come la mia Matilde,
e quell'anima benedetta, ch'è lassù nel cielo, sarà contenta ch'io
sia la madre dell'orfanella, e che con lei prenda cura dei tapinelli
ch'ella mi ha lasciato. Oh sì! la dolce espressione di questo volto
angelico mi è garante della bontà del suo cuore....» e continuava
con tanta espansione, che la contessa Giulia non ebbe coraggio di
proseguire. Gli occhi le si erano fatti grossi, e attraverso alle
lagrime le sfuggivano le parole. Chiuse per un momento il libro e pensò
con rimorso a tutte queste speranze così miseramente tradite. Ahi!
ch'ella aveva contraccambiato con una ben crudele freddezza a coteste
braccia che con tanto amore le si erano spalancate incontro. Più sotto
lesse quest'altra memoria datata
«Agli 11 aprile dello stesso anno.
»Oggi si son dati a legare per la sposa i gioielli di famiglia. Ne ho
fatta io stessa la consegna e per una grossa ora sono stata presente
alle ordinazioni. Spero che nessuno si sia accorto di ciò ch'io
soffriva. È una debolezza, di cui mi vergogno; ma, mio malgrado, nel
distaccarmi da quelle gioie io sentivo di fare un grande sagrifizio. —
Non è già ch'esse solleticassero la mia femminile vanità. Ne' miei anni
ciò sarebbe ridicolo, ed è gran tempo che senza rammarico ho cessato
di adornarmene. Ma esse erano mie! Ad esse stavano legate tante memorie
della mia vita passata! Guardandole io poteva ricordarmi senza rimorso
dei più bei giorni della mia giovinezza, in cui esse brillavano tra
le mie trecce, mi cingevano il collo e le braccia, pegni d'amore d'una
famiglia e d'uno sposo, a cui l'anima mia è stata sempre intieramente
devota. Oh le danze giulive ed incontaminate, oh i dì fiorenti
per liete amicizie e pei tripudi di una pompa innocente ch'esse mi
richiamavano al pensiero! Sì! la coscienza di avermi sempre serbata
fedele all'affetto di chi allora mi circondava di quelle splendide
inezie, anche adesso ch'io sono invecchiata e già vicina al sepolcro,
mi faceva contemplarle con un senso di soavissima compiacenza. Oh!
quante volte nell'aprire il mio scrignetto io mi vedeva passar dinanzi
nella loro allegria i miei anni giovanili, e le rose di quell'epoca
beata serenavano la fronte alla povera vecchia e le facevano ancora
balzare il cuore! Ora il mio scrignetto è vuoto, e quelle dovizie, che
furono già mie, passeranno ad adornare un'altra testa più giovane, e
un collo e un paio di braccia non corrugate dagli anni! — Oggi, quando
mio figlio le andava lentamente cavando dallo scrigno ch'io gli avevo
aperto, e, mettendole a una a una nelle mani del gioielliere, calcolava
nella sua fredda vanità a quanto potevano ammontare, i nostri occhi
guardavano ben diversamente! Egli, ammirandone la varia grossezza,
l'acqua più o men bella, non vedeva che il loro materiale valore. Io
invece mi ricordava, che quel diadema era stato collocato sul mio
capo nel giorno più bello della mia vita, che quei ricchi pendenti
io li aveva nelle orecchie dinanzi all'altare, dove il sacerdote ha
benedetto il mio primo ed ultimo amore; che la collana mi era stata
messa al collo dalle proprie mani di quell'uomo che ho tanto amato
quaggiù.... che i braccialetti mi furono regalati dal nostro buon zio;
di lui che seppe leggere nei nostri giovani cuori ed acconsentì così
lieto alla nostra unione; e mi pareva di vedere ancora il sorriso di
compiacenza di quella faccia veneranda, con cui applaudiva al proprio
buon gusto e alla mia contentezza.... — Lo spillone era un presente
fattomi la prima volta ch'io divenni madre; gli anelli, i puntali,
quel vezzo di perle, quell'altro paio di orecchini, ognuno di questi
oggetti mi rammemorava dei giorni, solenni, dei giorni di felicità
domestica che hanno rallegrato la mia vita; e nel vedermene spogliare,
il mio cuore gemeva come se a una a una gli avessero divelte tutte le
sue radici. Il mio guardo era freddo, indifferente; ma nel fondo della
mia anima io gridava: Oh! aspettate.... già io non durerò a lungo. Non
vedete? il mio capo è canuto, si piega da sè solo verso la terra del
sepolcro, dove in breve dormirà per sempre. Oh! abbiate compassione,
e, per questi pochi giorni che ancora mi rimangono, lasciatemi vivere
circondata da questi dolci ricordi, da questi sacri pegni d'affetto! —
Cotesto spogliare una vecchia cadente per adornare la fronte baldanzosa
dei giovani; cotesto cacciarla dalle sue stanze, dalle sue abitudini,
da tutto ciò che le fu caro per far luogo alla generazione che sorge, è
bene un barbaro costume! Non basta dunque la mano del tempo che ad una
ad una ci spegne tutte le gioie della vita: quando la scena è cangiata,
quando non viviamo più che nel nostro passato, allora viene l'uomo, ci
strappa da tutti gli oggetti a cui eravamo affezionati, ci toglie tutte
le nostre memorie, e c'intima che l'ora della partenza è suonata, e che
oramai su questa terra noi siamo di troppo! —
«14 detto 1842.
»Ho letto una pagina sublime che ha rianimata la mia vita e sparso come
una specie di balsamo sulle piaghe del mio povero cuore. Ho letto la
storia di Ruth. Questa giovane che abbandona i parenti, la patria, la
religione degli avi per seguire una suocera sfortunata e piangente; il
dignitoso silenzio con cui ella dapprima ascolta Noemi che le comanda
di riedere al padre; poi la sua energica protesta, le sue affettuose
parole, la sua cieca sommissione, la delicatezza con cui si consacra
ad un uomo attempato, perchè riviva la famiglia del suo primo marito e
siano consolati gli ultimi giorni della sua madre adottiva, sono tratti
così pieni di amore che mi hanno profondamente commossa. Io mi vedeva
dinanzi la candida immagine della giovinetta che verrà tra poco ad
abitare questa casa, e mi pareva che ella mi stendesse le braccia e che
in una dolce effusione d'affetto fosse la sua bocca, che mi ripetesse
quelle soavissime parole: La sola morte mi dividerà da te! — Sì: unite
dai legami del sangue, unite da quelli più forti ancora dell'amore, noi
vogliamo insieme a vicenda confortarci la vita! Ella viene a rinnovare
la nostra famiglia, a riempiere il vuoto che mi circonda; oggetto di
tenerezza ad entrambi, ella viene a collocarsi tra mio figlio e me,
a far così più vivo l'affetto che ci portiamo. Vi sono mille dilicate
attenzioni, mille cure prevenienti, mille amabili minuzie che sfuggono
all'uomo; la donna sola sa convenientemente apprezzarle ed infiorarne
la domestica felicità. A lei spetta adempiere questa parte, che la
farà angelo di consolazione ad entrambi. Io la conforterò ai doveri che
il suo nuovo stato le impone, mi farò guida a' suoi giovani passi, le
sarò madre, amica e sorella. Intenderemo insieme ai figliuoletti che il
Signore le darà! Quest'idea mi ringiovanisce e riapre alla gioia il mio
povero cuore. Un suo figliuoletto, figlio del mio figlio, che porti il
nome e fors'anche nel volto infantile i lineamenti di qualcuno dei cari
che mi amarono!... Vedermelo qui sui ginocchi scherzare, sorridere,
rivelarmi ogni dì più un'indole conosciuta.... Un figliuoletto, che,
come quello che Ruth metteva tra le braccia di Noemi, fosse per così
dire l'epilogo di tutte le mie memorie, di tutte le mie affezioni....
Oh buon Dio! e di che immenso affetto non amerei io questa tua
innocente creatura! L'antico tronco può dunque rigermogliare e vedersi
circondato dai fiori dei suoi nuovi virgulti? Oh grazie a te, Dio di
misericordia, che riserbi ancora tanta speranza e tanta consolazione
alla povera vecchia! —
«Oggi, 22 maggio 1842, si sono finalmente celebrate le nozze. Dopo
il tumulto di questa solenne giornata, eccomi di nuovo sola coi miei
pensieri — Nella più lieta stagione dell'anno, quando tutto si riapre
alla speranza e all'amore, quando la terra già rinverdita nell'orgoglio
della sua giovinezza dispiega l'immensa moltitudine dei suoi fiori,
m'apparve dinanzi per la prima volta questa bella giovinetta, che da
sì lungo tempo io desiderava abbracciare, e da cui oramai dipendono
tutte le gioie del mio avvenire. Ell'era vestita di bianco, velata
fin quasi ai piedi da una magnifica sciarpa di merletto, che la faceva
più vaga assai che non nel ritratto.... Ma oserò io dirlo? Nella sua
faccia, ne' suoi occhi, nel suo sorriso io cercava indarno un raggio
d'affetto! Alla mia cordiale accoglienza ella non rispose che con
frasi squisitamente civili e rispettose; all'amore, con cui io le
stesi le braccia, ella contraccambiò con un amplesso tanto freddo
che mi parve forzato. Credetti allora d'accorgermi che questi capelli
grigi e questa fronte corrugata dagli anni a lei così fresca e rosata
inspirassero un senso d'invincibile ribrezzo. Forse io m'ingannava,
ed era la soggezione di tanti occhi a lei rivolti, il frastuono di
questo giorno solenne, i nuovi pensieri che la rendevano riservata e
contegnosa. Quando mi conoscerà un po' meglio, e che trattandoci in
piena confidenza sarà dissipata cotesta timidezza di fanciulla....
forse mi amerà.... Ah! che s'io guardo all'espressione di quei suoi
occhi che così di rado e così agghiacciati mi si rivolgevano, un tristo
presentimento mi dice ch'ella non vedrà mai altro in me se non la
suocera!»
Dopo questa memoria l'Album appariva interrotto da quattro anni di
silenzio, e quella che seguiva, in data del 30 settembre 1846, diceva
così:
«È oramai molto tempo che ho smesso di scrivere. Una lunga successione
di patimenti, il sentirmi ogni giorno più isolata e malinconica, le
mie speranze che a una a una si son tutte dileguate, mi han chiuso il
cuore e mi han tolta la forza di reagire. Dimani si anderà in campagna.
Stamattina me ne hanno dato l'avviso, ed essi sono già partiti, sicchè
questa sera in famiglia io sono sola. Sola come sempre, poichè è un
pezzo ch'io non esco dalla mia camera, e qui è ben raro che nessuno
ascenda! —
»1 ottobre 1846.
»Un impreveduto accidente ha rotto quest'oggi la trista monotonia
della mia vita. Pioveva, e, poichè mi avevano mandato la carrozza
ad onta del mal tempo, io mi era avviata per andare in campagna.
Giunta al torrente, lo trovai fuor di misura ingrossato. Bisognava
varcarlo sulla barca, ed io non aveva moneta da pagare. Quei buoni
galantuomini, che da molti anni mi conoscono, volevano a tutti i patti
tragittarmi, e, credendo ch'io avessi paura dell'acqua, si disponevano
ad accompagnarmi in gran numero. Veramente in quel momento la mia
povertà mi riesciva pesante oltremodo. Prima di partire non mi sono
avvisata che avrei potuto trovare un tale ostacolo, ed era già un
pezzo ch'io avevo disposto della mia mesata per quei poveri orfanelli
che non hanno più nessuno che si ricordi di loro. I pochi soldi che
mi rimanevano sarebbero stata una troppo meschina mancia per tutta
quella gente, e feci voltare i cavalli; ma la pioggia continuava
forte, e a M*** dovetti fermarmi. Mi ricordai allora che in quel
villaggio doveva esserci un'amica di mia figlia Matilde, e, fattami
condurre alla sua casa, le chiesi ospitalità per alcune ore. Oh la
lieta e cordiale accoglienza ch'ella mi fece! Erano molti anni che
non ci eravamo vedute. Io vivo così segregata dal mondo, che oramai
ho perduto tutte le mie conoscenze, ed ella, maritata in una comoda
famiglia, ma che abita sempre in campagna, si è interamente dedicata
alle cure domestiche, e non esce quasi mai dal villaggio. Suo marito
al sentire ch'io era la madre di un'amica ch'ella ha spesso in memoria
mi trattò subito con una così affettuosa confidenza che mi pareva di
esser tornata agli anni felici in cui anch'io avevo una famiglia. Mi
condussero i loro bamboletti, mi misero a parte delle loro gioie, mi
colmarono di mille gentili attenzioni, di modo che quantunque si fosse
serenato e io avessi potuto ritornarmene a C***, non mi fu possibile
dispensarmi dal restare a pranzo con essi. — Abbiamo lungamente parlato
della mia Matilde. Quella commemorazione ci fece piangere, i sentimenti
del mio cuore erano partecipati, ed io mi trovai come esilarata.
Sedetti a tavola presso al parroco, vecchio venerando, loro amico,
che avevano invitato perchè mi tenesse compagnia. I nostri discorsi
furono lieti. Sbandita ogni etichetta, una reciproca e franca amicizia
teneva luogo delle cerimonie. Il più grandicello dei fanciulletti,
assiso all'un de' capi della mensa vicino al mio posto, mi chiamava col
dolce nome di nonna, e ad ogni momento, disobbedendo ai cenni di sua
madre, voleva ch'io gli mescessi da bere, che gli tagliassi il pane,
che porgessi orecchio alle sue infantili dimande. Dio mio! è tanto
tempo ch'io pranzo sempre sola, o, se discendo nei giorni d'invito,
la numerosa compagnia e i riguardi delle nostre costumanze di città mi
privano del vedermi dappresso i miei nipotini. Anzi, per solito, onde
evitare disturbo, li fanno pranzar prima: — e oggi accolta con tanta
cordialità in seno a questa onesta famiglia di campagnuoli, messa a
parte delle loro consuetudini e dei loro affetti, mi pareva di essere
in paradiso. Il desinare era semplice e alla buona come i loro modi,
e, confesso, l'amicizia di cui era condito mi valeva a cento doppi
tutta la ricercatezza e i _comfort_ dei nostri sontuosi banchetti. —
Non v'erano nè servi gallonati nè pompa di vasellame nè squisitezza da
cuoco, ma schietta e piena libertà, ma cuore aperto. Dopo siamo discesi
in giardino, e ci han servito il caffè in un chiosco di verdura. I
convolvoli dei più vivaci colori attorcigliati intorno ai rami delle
rose del Giappone ne tappezzavano vagamente le pareti e pendevano sulle
nostre teste in una profusione di bizzarre ghirlande. La cara compagnia
ed il lieto ed amichevole conversare mi facevano trascorrere le ore
così graditamente, che solo tardi mi avvisai che bisognava partire. Mi
accomiatai quasi piangendo da quella buona famiglia; al loro augurio di
presto rivederci il mio cuore non poteva rispondere che con un tristo
presentimento. Io sono vecchia, ho rinunziato a tutte le mie relazioni,
e non potrei forse senza recar disturbo ai miei figli, rinnovare per
puro divertimento cotesta gita. D'altronde, io sentiva con una profonda
amarezza, che in mia casa non mi sarebbe stato possibile ricambiare in
pari modo la loro cordiale ed affettuosa ospitalità. —
«Ai 2 dicembre 1846, sono tornata ad abitare questa camera per non
uscirne mai più. — Da qui passerò al cimitero, da qui all'eternità....
Oramai su questa terra a me non resta che apparecchiarmi a morire.
Tutti i legami che mi tenevano alla vita sono spezzati, tutte le mie
gioie, tutte le mie speranze spente per sempre. Ah! l'affetto vive
ancora nel mio cuore, ma chi più l'intende? È lungo tempo ch'essi mi
hanno dimenticata, come se già fossi nella tomba. Il mio capo s'è fatto
bianco, le mie membra si sono inaridite, io m'incurvo e perdo ogni
giorno terreno; la scena del mondo mi si chiude dinanzi, quelli che
mi amarono sono già partiti per un'altra patria, quelli che restano
mi guardano indifferenti e ogni dì più mi si alienano, come se colla
loro freddezza volessero avvisarmi ch'io non ho più nulla a fare con
essi e che appartengo ad una generazione ch'è già passata. Ah mio Dio!
perchè darmi un'anima e affetti e pensiero che sopravvivono così alle
rovine degli anni? Perchè non si è ella appassita insieme col corpo?
Ieri ho dato l'ultimo addio a quella casa di campagna, a quella cara
villetta dove ho vissuti tanti anni felici, dove c'erano per me tante
memorie! I patimenti di questi due mesi di villeggiatura mi hanno
risolta a non ritornarvi mai più. La mia salute mal ferma e la mia età
avanzata non mi permettevano d'uscire a respirare l'aria dei campi;
ho dovuto rinunziare perfino a portarmi alla chiesa perchè troppo
lontana. Esiliata dalla famiglia, chiusa quasi sempre in una camera
tanto ristretta che mi lasciava appena mutare il passo, tribolata
per soprappiù dall'ingrata compagnia d'una fantesca per me estranea
che, sotto il pretesto di assistermi, divideva meco l'alloggio e
mi toglieva fin anche la libertà di pensare; l'unico sollievo che
mi restasse era di starmene lungamente appoggiata alla finestra a
guardare con desiderio infinito le colline, i prati, la campagna, dove
io non tornerò mai più a movere il passo. Ad accrescere l'amarezza
della mia situazione avevo dirimpetto la dimora di un contadino, e
vedevo ogni giorno la vecchia Maddalena seduta sul limitare della
casuccia circondata dai bambini della sua nuora, filare consolata
dalle loro carezze. Nell'ultimo stadio della vita, vicina come me al
sepolcro, ella cantarellava ancora a quei piccioli le canzoni della sua
giovanezza; la sua fronte aggrinzita era lieta: v'erano ancora per lei
dei baci spontanei.... godeva d'un affetto e d'una felicità domestica
che io non conosco. I suoi nipotini le saltellavano intorno, correvano
a raccogliere fiori ed erbette, che poi deponevano sul suo grembiale,
le narravan le loro infantili imprese; il più piccino talvolta le si
addormiva sui ginocchi. — Oh, vivere in comunione coi rampolli del
nostro sangue, aspettare l'ultima ora circondati dalla loro tenerezza,
amare ed essere amati, finchè venga il momento della partenza; questo
dovrebb'essere il destino dell'uomo! Fortunati coloro a cui una vita
rozza e lontana dagli agi e dalle triste costumanze d'una società
più raffinata concede di poterlo godere senza contrasto! La mortale
carriera può esser bella così, ne' suoi principii come nel suo fine,
simile al nascere e al tramontare del sole; ed il compirla non è
morire, ma far come il fiore che depone nella terra i semi già maturi,
e vede con gioia riempito il suo posto dai bocciuoli, che son nati dal
medesimo stelo e che dopo di lui vivranno del suo umore; non è morire,
ma ricongiugnersi ai cari che ti han preceduto, portando loro il saluto
d'amore dei cari che lasci! Oh no! non voglio più vedermi dinanzi agli
occhi lo spettacolo di questa felicità che a me è così crudelmente
vietata. Addio piuttosto per sempre, amena verdura dei campi, aria
balsamica del torrente, luoghi remoti e praticelli ombreggiati dai
salici delle sue sponde! Addio, mie belle collinette, consapevoli di
tante mie gioie! Cipressi che m'insegnavate da lontano il sito della
mia casa, rovere antica che hai veduto senza mutarti passare ai tuoi
piedi tante generazioni, lunga fila di pioppi, dietro le cui cime
tremolanti tramontava così magnifico il sole, addio, io non vi rivedrò
più mai....»
La pagina che susseguiva era l'ultima e cominciava così:
«Il cuore mi si ristringe ogni dì più....» Intenta a quella lettura
la contessa non pose mente a un passo tardo, che saliva le scale e si
faceva sempre più vicino. Prima ch'ella se ne accorgesse la suocera
fu disopra, e, aperta la porta, si presentò sulla soglia della camera.
Vederla, gettare il libro e prostrarsi a' suoi piedi fu un punto per la
giovane. La vecchia rimase un istante sorpresa; ma, veduto ch'ell'era
tutta in lacrime, tentava rialzarla e farla sedere sul sofà.
— Ah madre mia! ella gridava, ah! ch'io sono una disgraziata,
immeritevole del vostro perdono.... — Che dici mai? interruppe tutta
commossa la contessa Eleonora. Tu, figlia mia, tu, mia Giulietta,
ai miei piedi?... Oh! fra queste braccia.... — e se la fece sedere
dappresso, e, tenendola stretta alla persona, accarezzava sul suo petto
quella povera bionda testa percossa dalla sventura, e accompagnava con
tante lacrime il racconto ch'ella le fece dell'amore che la consumava
e la confessione tutta intera de' suoi falli. Quell'anima santa non
aveva per lei altri rimproveri che le carezze, e con una compassione
infinita deplorava le triste consuetudini della società, i pregiudizi
e l'improvvida educazione di cui la donna è troppo spesso la vittima.
Un poco alla volta le richiamò alla mente l'immagine de' suoi poveri
figliuoletti, e le insinuava di vivere per essi! Che sarebbe stato
di quelle due meschine creature, già di troppo abbandonate, se lor
fosse mancata anche la madre? Ah! toglierli dalle mani straniere
che preparavano forse anche ad essi una sorte del pari infelice,
consecrarsi alla loro educazione, aprire a quelle giovani animette i
tesori della virtù e dell'amore, questo doveva essere il nobile scopo
a cui unite dovevano quind'innanzi entrambe mirare. Quando la vita
avvelenata da immenso dolore ha perduto tutte le sue attrattive, v'è
ancora un conforto, quello d'essere utile agli altri!
Le generose parole della vecchia rialzavano quella povera anima
desolata e avvilita dalla colpa. I loro cuori s'erano finalmente
intesi, e, confuse l'una nelle braccia dell'altra, promisero di non
separarsi mai più e di protestare a forza d'affetto contro le triste
ingiustizie che lor pesavano sul capo.