LA MALATA.

Avevo una giornata cattiva. Mi ero alzata col sole; ma il sole era

malinconico; pioveva i suoi raggi sul verde dei campi, così offuscati,

così languidi come se fosse stata l'ultima carezza di un malato o il

sorriso di una speranza che fugge. Il baluardo delle Alpi che accerchia

da tre lati la pianura del mio paese, mostravasi vicino, e tutte le

fonti dei torrenti che la corrono, fumavano sollevando gruppi di nubi

in forma di piramide dalla Piave fino all'illirico Isonzo. Anche dalla

parte della marina cominciava ad ottenebrarsi, e quei vapori in breve

congiunti davano segno evidente di pioggia.

Io sento l'influenza d'una giornata serena, così come d'una tempestosa,

e spesso i miei pensieri prendono colore dall'aspetto esterno della

natura che mi sta d'intorno. Forse era questo il motivo della mia

malinconia; e, come le nubi nell'atmosfera, mi venivano sopra le tristi

memorie del passato e coi loro fantasmi mi turbavano il cuore. Io

pensavo a molti crudeli disinganni, al sorriso bugiardo di tanti idoli

che avevano allegrato la mia povera vita, e adesso disfiorati di ogni

poesia mi stavano dinanzi nella loro nuda realtà: pensava ad un ultimo

sogno le cui amabili visioni, simili ad innamorati serafini che vengono

dai padiglioni dell'Eterno, mi avevano aliato d'intorno riempiendomi

l'anima di gioie celesti, e al tocco della sciagura disparivano come

il sole di quel giorno già ottenebrato dalle nubi. Sì: la sciagura era

stata la pietra di paragone che aveva infranto il castello dorato di

una santa speranza.... ed io provavo tutto l'amaro della delusione,

come l'infelice ch'ha in serbo un tesoro pel dì del bisogno, e gli è

stato involato, e non gli resta tra le mani che il meschino ed inutile

involucro in cui lo aveva riposto.

Piovigginava; e la mia anima si faceva sempre più tetra e scoraggiata e

dolente delle contradizioni e delle umane fralezze; e' mi pareva quasi

di aver perduto la fede nel bene.

Una donna mi parlò a lungo della povera Miutte, e seppi con certezza,

ch'ella mi avrebbe veduta volentieri, che anzi da molto tempo mi

desiderava, e che la mia visita non sarebbe nè male interpretata, nè

avrebbe recato confusione o disturbo di sorta. Sono nove anni ch'ella

patisce inchiodata in un letto dal quale pur troppo non uscirà che

per entrare nel sepolcro. Vi parrà strano, che in tutti questi nove

anni io non le abbia mai fatto una visita. Ci sono dei dolori che

incrudeliscono alla vista di chi ci conobbe felici, e per disgrazia

l'ultima volta ch'io vidi la Miutte fu in un giorno di nozze. Ell'era

in allora una assai bella giovanetta, bella al pari della sposa e

lieta forse più di lei. Sedeva al banchetto, al fianco del suo giovane

fidanzato, e tra pochi giorni anche a lei era riserbata la gioia di

veder consacrato il suo amore dinanzi all'altare, ma senza che perciò

fosse obbligata all'abbandono de' suoi; ch'ell'era unica figlia, e

avevano stabilito di maritarla in casa, e le lagrime della sua cugina

nel congedarsi dai parenti ella non le avrebbe versate. Aggiugni, che a

non voler entrare la casa del povero sotto quell'aspetto di autorità,

o di prepotente beneficenza che romperebbe con esso per sempre ogni

legame del cuore, ci vogliono pratiche assai più delicate e più fini

riguardi che non a varcare le soglie dei ricchi: e poi la sventura ha

anch'essa il suo pudore, non è più concesso tergerne le lacrime alla

mano incauta che una volta l'offese.

Già da alcuni anni era mancato il padre della povera Miutte; la sua

bambina aveva imparato a conoscermi, e tutte le volte che la incontravo

correva spontanea a darmi un bacio: ciò un poco alla volta mi aveva

fatto amici il marito e la madre di lei; ed ora ella stessa, la malata,

mi chiamava al suo letto.

Ci andai subito benchè piovesse. Una misera casuccia da sottani, la

scala oscura e in cattivo stato, la cameretta sotto a' coppi, colle

travi e colle pareti annerite dal fumo della sottoposta cucina; non

altri arredi che un trespolo, una vecchia cassa, due bigonce che

servivano da sgombratoi e una Madonna di carta, attaccata coll'ostia

al muro, sulla quale pendevano incrociati il ramo dell'ulivo pasquale

e la candela benedetta; ella nel suo letto nuziale, coperta da un

nitido lenzuolo, la cui bianchezza faceva contrasto colla tinta oscura

e affumicata di tutto ciò che le stava d'intorno. Dalle finestrelle

spalancate vedevasi il verde dei campi, come un ampio tappeto a cui

metteva confine la ridente catena di colli che vanno da Butrio a

Manzano, e sul davanzale d'una di queste finestrelle una cassetta con

tre balsamine in fiore, la cui bellezza inodorosa rallegrava gli occhi

della malata senza offenderne i nervi dilicati e convulsi.

M'assisi vicino al suo capezzale, e guardava commossa a quella povera

creatura, ch'io mi ricordavo d'aver veduto in tutto lo splendore della

giovinezza. Anch'ella si ricordò di quel giorno di nozze, e ne riandava

i più minuti particolari, e faceva il confronto d'allora col suo stato

presente, ma con pace rassegnata; ma con un sorriso sulle labbra che

pareva quello d'una santa. Mi raccontò l'origine della sua malattia.

Ell'era divenuta madre quasi contemporaneamente alla giovane sposa al

cui banchetto nuziale avevamo insieme assistito. Correva un inverno

perverso: spiravano continuamente venti burrascosi, e per le strade

la neve montava sino al ginocchio. La sua cugina, esile della persona

e di tempra assai delicata, non aveva latte che bastasse a nutrire il

bambinello.

In casa di contadini che per la loro condizione son usi a considerare

la forza e la salute siccome merito, questa era una disgrazia che

copriva di rossore la poveretta, che non aveva loro apportato in dote

qualità così necessarie e cotanto apprezzate. Ogni notte in secreto

veniva la Miutte ad allattare l'affamata creaturina ed a supplire

per l'amica ai doveri di madre. Fidata nella sua gioventù e nella sua

fiorente robustezza, benchè fresca di parto, attraversava la neve e con

ispensierata generosità si esponeva ad ogni intemperie.

Il ripetuto strapazzo portò i suoi frutti. Troppo poveri per ricorrere

di proposito alla medicina, usarono da principio dei suggerimenti di

ignoranti femminette, e solo quando aveva ella già affatto perduto

l'uso degli arti inferiori chiamarono il dottore. Fu tarda e inutile

ogni sua prova.

— Il buon dottore, diceva la Miutte con quel suo angelico sorriso, il

buon dottore ha fatto di tutto per guarirmi, e benchè oramai non ci sia

più speranza di sorta, viene lo stesso a visitarmi, ed anche l'altro

giorno è stato. Oh quanto bene mi fa a vederlo! Vorrei essere una ricca

signora per potergli dimostrare la mia gratitudine. Ma tutti i giorni

io prego per lui e fo pregare questa mia innocente bambina. Non è vero,

Annetta? — soggiungeva volgendo l'affettuosa parola alla fanciulla,

che, inginocchiata sul trespolo vicino al suo capezzale, con grazia

infantile le stava lisciando i capelli. — Adesso son io diventata la

bambina della mia Annetta. Ella mi pettina, mi acconcia le lenzuola,

mi porge da bere, mi dà la pappa.... perchè io non posso più muovere le

mani. —

Era troppo vero. Quel misero corpo rattratto, e tutto in un gruppo

come un gomitolo, era impotente a qualunque movimento. Appariva come

un'erma dolorosa a cui siano state tronche tutte le membra. Il lenzuolo

rialzato da due bastoni per impedire che la toccasse, lasciava scorgere

le costole storpie e sollevate fin sotto al mento, e su quell'informe

tessuto di ossa e di muscoli le braccia contorte si posavano immobili,

e le sole dita della mano destra potevano ancora afferrare una sottile

verghetta rimonda dalle foglie eccetto che nella punta, dove facevano

mazzo, colla quale ella s'andava leggermente cacciando le mosche.

Non aveva che la testa. Pur quella testa era bella ancora. Anzi, a'

miei occhi, più bella di quando la vidi l'ultima volta. Pulitamente

pettinata, aveva conservato tutto il ricco tesoro de' suoi bruni

e rilucenti capelli; e sulla sua fronte serena pareva che si fosse

risvegliato un raggio di fina e nobile intelligenza che prima non era.

Illanguidite le rose delle guance, temprato lo splendore delle nere

pupille, fatta più affettuosa, più gentile l'espressione delle labbra

non per anco appassite, benchè più pallide, tutta la sua fisonomia

aveva come acquistato un non so che di etereo, di spirituale.

Con una certa ingenuità quasi infantile ella mi narrava de' suoi

piaceri. In quello stato, in mezzo a tutte quelle sofferenze, con tutte

quelle privazioni mi parlava di piaceri!... Teneva le finestrelle

continuamente aperte, perchè diceva che l'odore dei campi veniva a

rallegrarla ed a ridestarle nella memoria le ore felici de' suoi dì

trascorsi; e benchè da nove anni chiusa in quella tomba, distingueva

ancora la voce dei passanti per la via a lei noti, e mi narrava con

riconoscenza di un giovane suo coetaneo, il quale, ogni volta che

passava per andare nel campo vicino, la salutava, ed ella ne conosceva

da lungi la pedata, ed era lieta di quel saluto come di regalo, e

pregava per lui e per tutti i suoi cari....

Aveva nella stanza un pulcino addomesticato in modo che ad una sua

chiamata le veniva a beccare sul letto.

— Gli è il mio compagno di sventura, diceva. Mia madre quest'anno ne

ha fatto nascere una numerosa covata e vanno a pascolare nel verde;

ma questo me l'ho scelto io, ed è qui prigioniero con me, e mi consola

nelle mie lunghe ore di solitudine. —

Poi subito rasserenata: — Ho anch'io i miei _lussi_, soggiugneva.

Intanto ogni giorno voglio una verghetta nuova per cacciarmi le

mosche, e senza nessun riguardo mando a prenderle nella siepe vicina,

ed i proprietari non fanno opposizione perchè si tratta della Miutte.

Bisogna vedere quando viene il parroco a trovarmi, o quando mi portano

la comunione: allora voglio sul letto i miei be' lenzuoli bianchi, e

mi fo mettere al collo una pezzuola che mi ha comperato a Palma il mio

povero uomo; una pezzuola che potrebbe dire a qualunque signora, tanto

è di buon gusto.... ed io amo le cose belle, e i bei colori!... Se

vedeste come l'Annetta m'infiora la camera in quei giorni! ma di fiori

di prato, di fiori innocenti che non hanno fragranza, perchè gli odori

non li posso patire. Oh!... a proposito della comunione, fatemi una

grazia: venite anche voi domenica ad accompagnarla, ed inginocchiatevi

qui, presso al mio letto, colla vostra candela in mano, e pregheremo

insieme! —

Glielo promisi. Sua madre intanto mi raccontava della sua angelica

bontà, e come soffriva sempre senza lagnarsi, e come era di tutto

contenta, e che nella stagione dei lavori eglino talvolta andavano

nei campi e la lasciavano sola di molte ore, ed anche succedeva che

nel fervor delle faccende si dimenticassero di lei, ed ella patisse

di sete, nè mai per questo un rimprovero; ma sempre al loro ritorno la

trovavano lieta.

Ella s'accorse di queste lodi, e impensierata: — Mia madre è

indulgente, disse, e non si ricorda più, come in principio sono stata

anzi ben cattiva! Oh! io piangevo, piangevo le intere giornate e non

potevo rassegnarmi.... ma il loro affetto mi ha consolata. Il mio

povero uomo lavorava tutto il giorno per mantenerci, e mai che abbia

voluto andar a dormire via di qui, ma talvolta stava su le intere notti

per assistermi.... e poi essi non mi lasciano mancar di niente. Fino il

caffè! Ma sapete che dopo che la Salvina ha fatto l'ultimo vitellino,

io m'ho bevuto del caffè nel latte almen cinque volte! E come mi piace!

Gli è ch'io mi vo facendo ogni giorno più alla signora e prendo gusto a

tutte le vostre dilicature. Una cosa sola mi amareggia: quel non poter

più muover le mani a nessun lavoro. E intanto l'Annetta cresce, e non

v'è chi le insegni nè ad agucchiare, nè a darsi un punto, perchè mia

madre, oltre che non ha tempo, oramai è fatta vecchia e gli occhi non

le servono.

— Senti, Miutte, le dissi, viene l'inverno, e dal tramonto al coricarsi

ci sono parecchie ore di ozio; vorresti che l'Annetta venisse da me, e

io le insegnerei a far le calze a suo padre, a cucire una camicia, e,

se sei contenta, anche un pochino a leggere? —

— A leggere! — gridò la fanciullina, e mi corse in braccio, e nella

ingenuità del suo affetto voleva ch'io la baciassi. La madre non

rispose; ma le tremavano le labbra e lagrimava consolata.

Quando tornai a trovarla, la picciola Annetta mi venne incontro

tutta giuliva con un libro ch'ella stessa aveva cucito, e nella sua

semplicità credeva ch'io m'avessi la magia di animare per lei ad un

tratto quei poveri stracci bianchi e far che le dicessero Dio sa che

bella cosa!

Ne' miei giorni di dolore spesso io visito quella povera casuccia,

e sempre torno col cuore rasserenato. Siamo diventate amiche, ma

non di quella amicizia che i beati del mondo si credono talvolta

comperarsi dal cuore del povero col gettargli qualche moneta del loro

superfluo. Io non sono ricca, ma se anche lo fossi, tengo che l'oro per

quell'anima dilicata sarebbe un peso villano che, invece di strignere,

romperebbe l'affetto.

Sì: di tratto in tratto io le vo portando qualcuna di quelle ch'ella

chiama nostre dilicature. Ridereste a vedere in che consiste questa

curiosa carità. Gli è talvolta una pezzuola di poco costo, ma di vivi

colori, e di vario e più che si può grazioso disegno per la piccola

Annetta. Gli è un frutto, o una ciambella per la malata, o tenue

porzione di qualche vivanda ch'ella non conosce. Un giorno, colla

scusa d'insegnare alla bambina a farle il caffè, le ho portato due

vasellini di vetro colorati, uno collo zucchero, l'altro coll'aroma di

già macinato e la chicchera e gli utensili necessari. Adesso disegno

per lei. Prima una Madonnina a cui ho fatto fare la sua cornice e

l'appenderemo dirimpetto al letto. Poi, a seconda che mi viene, fiori,

farfalle, uccelletti e fogliami che attacchiamo coll'ostia a coprire le

affumicate pareti e ch'ella tanto aggradisce perchè sono lavori delle

mie mani.

Quando mi educavano, era di moda imparare alle giovanette un po' di

disegno. Dicevano per adornare lo spirito; e la bella frase, allora

incompresa, mi dava animo a riempiere i cartoni di linee più o meno

scorrette ed a distemprarvi sopra in forma bizzarra le tinte che più

mi aggradivano; e quantunque il merito principale di quei sgorbi fosse

tutto della mia buona cassetta di colori fini, pure mi lodavano, e io

me ne teneva quasi d'artista. Più tardi, uscita di convento, imparai

la vanità di quegli studi incompleti, e com'erano misera apparenza

al pari di tanti altri di cui s'infarcisce la femminile educazione, e

piuttosto artifizi di _toelette_ che non vere cognizioni od ornamenti

dello spirito, come osavano dire.

Gittai l'inutile pennello, nè più lo ripresi, se non per la Miutte.

Avranno immaginato ch'io dovessi un giorno colorire chi sa quante

pagine eleganti negli _album_ delle nostre più belle signore di moda.

Invece tutte le mie prove stanno in quest'angolo remoto, su questa

annerita e screpolata parete. Pure mi piacciono qui! Poveri disegni,

senza pregio d'arte, fatti sol per affetto, ed accettati dall'affetto,

gli è come se fossero al loro posto.

Ma l'alimento maggiore della nostra amicizia sta nell'effusione

reciproca delle anime nostre. Quand'io le apro i mali della mia povera

vita, ella m'intende, e la sua parola di pace è per me come quella di

un angelo che mi fa buona e rassegnata.

Nove anni di solitudine e di meditazione hanno depurato il suo spirito,

ed a misura che il corpo deperiva, s'è fatta più viva e più nobile la

fiammella della sua intelligenza. Scintilla dell'alito divino, nel

crogiuolo di tanti patimenti, ella splende sempre più serena sulla

cenere di sè stessa, e ogni dì meno impigliata dal peso di questa

misera creta, s'innalza a celesti visioni traendo forza dalla propria

distruzione, come fiore che cresce nella terra dei sepolcri.

Una mattina la trovai sola, e tanto assorta ne' suoi pensieri, che

pareva non si accorgesse del mio venire. Il sole aveva di già superato

il culmine della sua casuccia e dall'angolo superiore della finestrella

le gettava sul letto un ultimo raggio. Ella, colla consueta sua

verghetta di avornio, andava leggermente agitando gli atomi luminosi

vaganti lungo quella zona di luce. Era pallida, e le stava negli occhi

meditabondi così una profusione di malinconico affetto che a guisa di

profumo le si diffondeva per tutta la faccia.

Me le assisi dappresso in silenzio, e quando mi vide, — Oh! se sapeste,

disse, che curiosi pensieri mi passano per la mente! Questa notte

ho sognato che il Signore mi aveva concesso una grazia, e andava

fantasticando tutto il bene che me ne verrebbe, se fosse possibile....

— Ti sei forse sognata, le chiesi, d'esser guarita? —

— No, no, mi rispose con un mesto sorriso. Sono tanto avvezza alla mia

sorte, che questa speranza non mi viene più neanche in sogno. Ma mi

pareva che avevano permesso al mio Luigi di sposare un'altra. —

— Un'altra, Miutte! e n'eri contenta? —

— Sì! contenta!... — Poi ripigliava: — Lo so, non è permesso, nè io

intendo mormorare di una legge santa, che se toglie un bene alla povera

Miutte, impedisce chi sa quanti mali.... Ma non sarà colpa se parlo

con voi di questo sogno soave che a guisa di celeste benedizione,

mi riconciliava colla mia tremenda disgrazia. Io amo Luigi! L'amo

adesso più di quel giorno che voi ci vedeste insieme per la prima

volta, alle nozze di mia cugina. Ma allora, nel fervore de' giovani

anni, inesperta al dolore e piena il cuore di terrene speranze, io

non avrei neanche saputo immaginarmi quel bene che oggi gli voglio.

Senza accorgermi, più che per lui, io l'amavo per me, e non guardavo

che a me.... Adesso comprendo tutto il peso della indissolubile catena

ch'egli strascina. Consumare la vita in incessanti fatiche per nutrire

tre creature impotenti ad aiutarlo!... Mia madre sempre più vecchia;

per la fanciullina verrà un giorno in cui dovrà abbandonarci, perchè

chi mai vorrebbe dividere tanta nostra miseria? E così dinanzi agli

occhi del poveretto non altra prospettiva che una vecchiaia senza

famiglia propria e senza sostegno di sorta. Oh! per lui sarebbe

pure stato meglio ch'io fossi a dormire colaggiù nel cimitero!...

un'altra donna avrebbe fatto da madre alla mia Annetta, avrebbe diviso

i travagli del derelitto, consolata la sua vita: sarebbero venuti

insieme a pregare sulla mia fossa, ed io dal Cielo, oh! come li avrei

benedetti! Qualche volta questo pensiero mi fa meno rassegnata, e nelle

mie ore di malinconia mi viene la tentazione di desiderare e pregare

di andarmene.... Al Signore non piace, e sia fatta la sua volontà!

Invece dell'angusta sepoltura, egli mi ha lasciata nella mia camera;

invece delle tenebre, della solitudine, e della schifosa umidità

della terra, io mi ho qui un buon letto, la vista della mia bambina,

le cure e l'amore dei miei. Oh, se io potessi godere di questi beni

senza che fosse continuo sacrifizio e danno per essi! Bisognerebbe che

tutto camminasse come se da lungo tempo io avessi finito.... Già, in

questo mondo, io più non sono che come una memoria.... un'apparenza

e null'altro! Se io fossi morta e voi avreste potuto dipingere la

mia immagine, così come quella della Madonna che ci sta dirimpetto,

e l'avreste regalata a Luigi, io son certa ch'egli avrebbe pianto di

contentezza e l'avrebbe voluta qui, in questa camera, come un tesoro,

a testimonio della sua vita, e a lei dinanzi gli sarebbe stato dolce

pregare e parlare di me colla mia Annetta e con tutti i suoi cari!

Qui, in questa camera, e invece la mia anima.... Oh! se mi fosse dato

essere spettatrice di un poco di bene, vedere intorno al mio letto una

famigliuola felice, godere del loro affetto, partecipare a tutte le

loro gioie, a tutti i loro dolori!...

E una lagrima le corse rapida lungo la guancia; ma i suoi occhi,

animati da sorriso ineffabile, si fissavano nei miei con una tale

potenza che io me li sentii nel cuore e per un momento la compresi. In

quell'istante di reciproca emozione i pensieri ch'ella mi trasfondeva,

a guisa di rugiada di pace, mi quietavano un'antica ferita che fino

allora io avevo creduto insanabile.

La mia anima volava incontro ad un'altra anima, ed un capo amato che

non sarà più mio posava sovra il mio cuore, e io ne tergevo le lagrime

e ne curavo i mali coll'affetto e coll'amicizia di una madre, senza

ricordarmi di me....

Povera Miutte! nel gran libro dell'amore tu, in quel giorno,

m'insegnavi una nuova pagina, e forse la più bella!

Racconti(#49510) · 第 73 / 90 题