LA RESURREZIONE DI MARCO CRAGLIEVICH.

È caduta la spada dal fodero, ha nitrito il cavallo di Marco. — Il

cavallo di Marco Craglievich l'han sentito nitrire sul monte d'Urbina,

in Prilipa dalle bianche case, nelle foreste e nelle valli della

Serbia, lungo le sponde del nero fiume, l'han sentito a Samodresa, e

nella pianura di Còssovo; fin tra le nude rocce della Gernagora l'eco

ha ripetuto il suo nitrito. Craglievich Marco si sveglia. Sul fianco

del monte d'Urbina sono ancora due vecchi abeti, e in mezzo a loro un

pozzo. Essi vincono ancora in altezza la cima del monte, ma le loro

braccia percosse dal vento e squarciate dal fulmine han perduto la

verdura; negro, solcato dal tempo, si specchia nel fonte l'immane loro

tronco. — Han veduto nell'acqua bruna come lume di luna lucente, ma

non era lume di luna lucente, era l'ultima lettera di Marco caduta nel

pozzo dai rami degli abeti a cui egli l'aveva appesa prima di morire,

era il calamaio d'oro ch'egli aveva gettato nel pozzo, che or torna a

risplendere e manda raggi sulla faccia dell'acqua. Craglievich Marco si

sveglia. La terra ha tremato, dalla bocca del pozzo fin giù nell'acqua

profonda si è udito un sordo fragore come di vento sotterraneo, che

ha rivelato i misteri della fontana. Dalle radici del monte d'Urbina

ei s'è propagato fino a quelle dell'Atos, là dove il fiume sbocca

improvviso dal masso, e poi torna ad inabissarsi in un'umida argillosa

caverna. Il santo abate di Vasa col suo discepolo Isaia in quelle

caverne portarono d'Urbina il cadavere di Marco e lo seppellirono

nel mistero vicino all'acqua bruna. Gli alberi pendenti dall'alto gli

gocciarono per anni ed anni sul capo le loro lacrime. Or s'alza dalla

voragine un groppo di nubi: vanno le nubi lentamente volteggiando per

tutto il paese. Or alte, or basse, or percosse dal sole, ed ora dal

vento, cangiano di forme, cangiano di colore. Talvolta si distendono

come un ampio velo di nebbia e salgono i greppi della montagna, poi

nella valle si condensano e mandano lampi. Tra i lampi si vede il

dosso d'un cavallo pezzato, si vedono le punte dorate d'un immenso

busdorano. Talvolta fanno groppo e sopra ad esse giganteggia il capo

d'un guerriero. Il berrettone di zibellino calcato sulla fronte si

confonde colle nere sopracciglia; i neri mustacchi, fini mustacchi gli

cadon sugli omeri. Poi la nube lo copre, e n'esce invece la pelliccia

di lupo arrovesciata, e il pomo della spada damaschina, e l'auree nappe

che dánno in terra; poi la testa del cavallo pezzato sanguigna fino

agli orecchi; dall'unghia gli scintillano vive faville, dalle narici

gli balena azzurra fiamma. Il freno è una serpe, una serpe lo sprone.

Stridono le serpi, nitrisce il cavallo, e la maestosa visione percorre

la terra.

Donne vestite a lutto, madri piangenti, vedove e fanciulle desolate

escono dalle loro case per tutto dove passa e guardano; guardano e

sentono che è venuto il giorno fatale. — Ma dove sono i prodi destinati

ad affrancare la patria? forse accampati sulle rive del nero fiume

pronti a varcarlo per la libertà? forse nelle foreste della Serbia a

giurare un patto colla stirpe del generoso Milosio? forse inginocchiati

d'intorno alla tomba di Dositeo pregano l'aiuto di Dio, e ricevono

dalle mani del serbico patriarca e de' suoi dodici prelati la santa

comunione? o ai piedi della Kraina disposti in ordine di battaglia

aspettano il segnale per gettarsi come tanti leoni sulle falangi dei

Turchi a rivendicare i loro sacrosanti diritti?

Il nero fiume scorre in silenzio fra le rive abbandonate; nelle

foreste della Serbia non si giura nessun patto, solo pascono in pace

le numerose mandrie degli animali della libertà; è deserta la tomba di

Dositeo, e al passaggio di Marco si commovono solo le ossa del padre

della patria, e dánno un gemito sotto la pietra sepolcrale. Il vento

freme fra le nude rocce della Kraina, ma non vi sono nè cavalli, nè

guerrieri. — Essi saranno accampati nella pianura di Còssovo — grida

Marco, e arrabbiato cavalca alla pianura di Còssovo. — Come stoppie

disseccate dal sole e dal tempo, stridono sotto le unghie del cavallo

le ossa dei morti per la libertà; le ossa di Lazzaro Conte, dei nove

Giugovich e del loro esercito; ma in tutta la pianura non vede Marco

anima viva. Con voce tremenda grida Marco ai quattro venti: — È venuto

il giorno della Redenzione! or dove sono i nostri prodi? — Volarono

due negri corvi; uno veniva dal settentrione, l'altro dall'occidente,

i rostri avevano insanguinati fino agli occhi, gli artigli fino al

ginocchio, e calati nella pianura amara, si posarono entrambi in faccia

a Marco sulle ossa dei morti, e gridavano. — O corbi fratelli in Dio!

disse allora Marco, venite voi dal settentrione, venite dall'occidente?

vedeste i nostri armati? vedeste i figli della nostra terra? sanno

essi che il giorno è venuto? saranno essi qui in breve per la battaglia

della libertà? — E i due vecchi corvi rispondono: — O Marco figlio di

Vacassino e di Santa Gevrosima, o Marco gloria ed onore di Slavia! noi

vorremmo darti buona novella, ma non possiamo se non qual è. — E l'uno

dei corvi gracchia, e l'altro dice: — Vengo dall'Italia: freme l'Italia

e non vuol più servire a Cesare; manda Cesare a domarla i figli del

tuo paese. Cento migliaia passano i monti, cento migliaia varcano il

mare. Lì fui, lì vidi. Saccheggiarono, distrussero, incendiarono. Hanno

cavato gli occhi ai santi, hanno insozzato gli altari, hanno insultato

le donne, hanno uccisi i fanciulli, hanno bevuto del loro sangue. Lì

fui e lì vidi quando cozzarono le schiere: degl'Italiani non so che

rimane, e de' tuoi quel po' che rimase feriti e in sangue. Hanno per

altro vinto i tuoi, ma l'Italia quietarsi non può. — Quando ciò sente

Marco, egli strilla come stizzita serpe: — Ahi! ahi! mala novella è

codesta, o corvi, ahi! ahi! Non era contro l'Italia ch'essi dovevano

pugnare. Che importa a noi dell'Italia? forse che le sue catene ci

pagano il nostro sangue? forse ci giova l'aver lasciato in Italia le

nostre ossa or ch'è venuto il giorno della Redenzione? or chi dunque

combatterà per noi? — E il corvo gracchia, e l'altro dice: — Restavano

ancora al Bano mille e mille prodi pronti a pugnare per i loro diritti.

Aveva il Bano occhi di falco, cuor di poeta; ma gli hanno chiusi gli

occhi con una benda d'oro, coll'oro avvelenato il cuore. Passarono il

Savo; acqua impetuosa e fredda. Credevano di pugnare per la libertà,

ma non erano che martello in mano all'oppressore. Lì fui, e lì vidi

quando i due eserciti si affrontarono. Quindici mila cadaveri hanno

coperta la terra; ho mangiato della loro carne, ho bevuto del loro

sangue. Quindici mila sono morti, ma non per la patria! sono morti,

e si maledice al loro nome! Il Bano ha varcato allora il nero fiume

e minacciava la bianca città dello imperatore. Lì fui, e lì vidi; han

combattuto, han vinto. Saccheggiarono, distrussero, abbruciarono. Ma

Vienna quietarsi non può, e il loro nome sarà maledetto. — Quando

ciò intese Marco, versa lacrime Marco pel guerriero viso, e tra le

lacrime così crucciato impreca: — Cada il sangue de' traditi sul capo

de' traditori! o Bano che potevi far libera e grande questa terra,

e invece l'hai macchiata d'eterna infamia; possa la fredda Sava

ingoiarti insieme coi nostri nemici! Molte madri hai trafitte, e mogli

alla famiglia rimandate, e dolci sorelle fatte vestire a lutto. Oh!

tanto sangue versato e versato indarno! Era venuto il giorno della

Redenzione, e voi vi siete ricordati del mio male e non del mio bene!

Vi siete ricordati del padre Vucassino e non della santa mia madre

Gevrosima. Io combattevo pel giusto e per l'oppresso. Contro Vucassino

padre e re io aggiudicava l'impero al giovanetto Urosio, e voi avete

pugnato contro la giustizia. Dalla mano del Turco io rivendicavo

la spada damaschina su cui erano incise le tre lettere cristiane, e

voi avete data la vostra agli oppressori. Io liberava dal carcere i

fratelli, dalla schiavitù le fanciulle, percorreva la terra soccorrendo

agl'infelici, e spezzando ogni sorta di catene, sicchè un giorno in

questa istessa pianura di Còssovo e grandi e piccoli gridavano: Viva

Marco che la terra dal malanno francò, che stritolò della terra il

tiranno! E voi invece siete corsi nelle file del tiranno a ribadire le

catene delle nazioni sorelle. Oh vi siete ricordati della maledizione

di mio padre e non del motivo che me la fece incontrare! Vi siete

ricordati di quando io raccoglieva l'oro nella tenda dei vinti,

della mano tagliata a Roscanda, degli occhi cavati, avvolti nella sua

pezzuola e a lei buttati nel seno; del vino che io beveva in Istambùli,

del peccato ch'io confessava a mia madre, e per cui tanti edificai

monumenti; vi siete ricordati della mia lunga servitù nelle case del

Turco, ed ecco che avete perciò tradita la patria e rinunziato al

giorno della sua Redenzione! — E cadde di cavallo, nè più si sveglierà

finchè non sia pentita la terra.

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