In quel giorno la Menica s'era alzata più del solito mattutina,
e postasi nel mastello, aveva con tanto gusto dimenate le braccia
robuste, che prima delle undici tutte le sue pezze già stavano fuori
del bucato, ed ella senza aspettare il pranzo della famiglia, mangiato
così alla svelta un boccone, e caricatasi le spalle, era corsa fuori
della villa a risciacquarle nel vicino torrente. Era di dicembre;
l'aria fredda dei monti aveva già fatto morire il verde della campagna;
per le siepi un solo fiore ancor s'arrampicava ad appendere le sue
ghirlande: la vitalba, che inaridita lo stelo e nudato di foglie,
pareva essersi tramutata in fili di candida seta, o in mazzetti di
piume di cigno; e il soffio che ve li faceva tremolare penetrava
già così acuto nella carne, come se l'avesse morsicata con sottili
spille di ghiaccio. Ma la Menica giovane e gagliarda e riscaldata
dal continuo lavoro non lo curava, anzi con le maniche rimboccate
fin sopra al gomito e puntata la gonna con uno spillone dietro alle
reni, mentre con le gambe nude s'era inoltrata nella corrente, pareva
che ve lo sfidasse, tanto quelle sue membra fresche e colore di rosa
apparivano vivaci ed animate dal sangue della giovinezza. Solo ogni
tratto guardava sospettosa al sole che indorava i cucuzzoli delle
montagne e delle colline, che al di là delle ghiaie del torrente
incoronavano il paese, ed affrettava l'opera per terminarla prima che
imbrunisse, onde le pezze non le si agghiadassero e non le riuscisse
poi malagevole l'accomodarle sui becchi dell'arconcello. Sbatti, sbatti
e risciacqua, in poco d'ora ell'ebbe finito. Colle mani ancora bagnate
si lisciò e si rifece i ricci che le si erano scompigliati lungo le
gote, poi gittatosi in capo il suo fazzoletto a croce, ed allacciatone
i lembi al sommo della testa, in modo che la frangia di scarlatto
passandole per di sotto al mento e contornando quel suo grazioso
visetto, le faceva come una specie di bizzarra aureola, si caricò
l'arconcello sulle spalle, e via spedita, cantando se ne ritornava
tutta contenta al villaggio. — Ehi Menica! Sai che domani per la nostra
villa passeranno i soldati? — E tanti, tanti!... colla musica, colle
bandiere.... — Soldati che vengono da un paese lontano. — Figúrati!
dicono che saranno almeno tre mesi che sono in marcia.... Così con
voce concitata, una a dispetto dell'altra, narravano alla Menica due
ragazzette, che vedutala venire le erano corse incontro sulla strada
in capo al villaggio. — E chi vi ha raccontato tutte codeste novità?
chiese la giovinetta appoggiando la mano sulle sue pezze e facendo
girare all'altra spalla l'arconcello, che col suo peso l'aveva fatta
per un momento desiderosa di sosta. — È capitato or saranno due ore un
picchetto, e insieme col cursore e coll'agente comunale, sono andati
intorno ad apparecchiare gli alloggi. — Gli alloggi! Vuoi tu che si
fermino nel nostro villaggio? — Ma sì, ti dico; anzi da qui innanzi
ne passeranno, non so quante migliaia.... — Uno _sterminio_ infinito!
L'ha detto in questo momento il signor Lionardo, ch'è venuto dalla
città dov'è stato a comperare la cera per la chiesa. — E che confusione
nella villa! Madonna Barbara è corsa a nascondere le galline....
dicono di sotterrare le masserizie, la biancheria.... — Quel villaggio
era fuori di mano, e dall'epoca dei Francesi per di lì, non c'erano
passati soldati, sicchè codesta pareva una grande novità, e la gente
s'era messa in paura, e fantasticavano per trovare la ragione di ciò
che forse non era che una semplice esperienza onde accorciare la via.
Correva il 1847; la lunga pace avea fatto dimenticare il passaggio
delle truppe francesi e tedesche degli anni delle guerre; ma ora questa
novità faceva ricordare i danni di que' tempi infausti, e le vecchie
comari tiravano fuori mille istorie di prepotenze, di spaventi, di
saccheggi, di modo che la Menica e le sue compagne a forza di sentirne
parlare avevano concepito una sinistra idea di cotesti soldati, e nel
dimani avevano pensato di non lasciarsi trovare nel villaggio. La sera,
com'era d'aspettarsi, nella stalla di compare Martino, dove di consueto
s'adunavano, cotesto fu il tèma di quasi tutti i discorsi.
Hai tu mai veduto uno di questi notturni convegni che i contadini
chiamano _File_ e che, se mal non mi appongo, potrebbero servire
di rustico _pendant_ alle profumate _soirées_ dei vostri eleganti
_salons_? Così nella capitale come nel remoto villaggio sono questi
i centri dove si spande il seme della parola e germina nelle anime i
suoi frutti di bene e spesso anche quelli del male. I ricchi e i poveri
figliuoli d'Adamo vi convengono per motivi quasi eguali. Trovarsi
in buona compagnia, fuggire il freddo e la noia delle lunghe notti
invernali, libare qualche sorso di gentile o di rustico amore.... Solo
qui, invece delle stufe, delle costose mobiglie, dei serici tappeti,
dello sfarzo degli abiti e dello splendore dei doppieri, non ti si
presenta che una povera stalla riscaldata dall'alito degli animali, e
una turba di gente rozzamente vestita, rozzamente adagiata su fasci di
stoppie in mezzo al fieno, rischiarata dalla luce rossastra di qualche
fanale appeso alle travi; e v'è anche la differenza, che per cianciare
qui non tengono le mani inerti nei guanti olezzanti, o ne' manicotti
d'armellino, ma le donne le adoprano a trar la chioma alle loro
conocchie, e gli uomini lavorano qualche paio di zoccoli, o impagliano
una sedia, o col coltellino cuoprono d'intagli e di ghirigori qualche
utensile destinato ad amata persona. Gruppi fantastici, mosse svariate
ed armoniche; graziosi effetti di lume ti fanno balzare all'occhio
più di una forma squisita ed improntata di quella ingenua bellezza
che potrebbe tentare il pennello dell'artista forse più delle adorne
e lisciate celebrità delle vostre sale, dove il costume straniato
dalle tiranniche leggi della moda, e l'artificioso e il convenzionale
sono spesso morte sicura del bello. Oh se l'istruzione, deposto il
cinico suo manto e le burbanze dogmatiche, si degnasse di penetrare
inosservata tra questa povera gente! Gli è un terreno vergine ed
assetato del bene che darebbe il cento per uno. Ma chi ci pensa?
Invece i discorsi fatti a caso e il bisogno di pascere di un qualche
cibo dilettevole le anime curiose e giovanette, spesso getta la
malizia delle generazioni passate a germogliare con danno funesto
nell'avvenire.
Quasi nel mezzo del quadro ch'io t'ho additato, dove un fanale appeso
alle travi pioveva dall'alto in quattro mobili zone la luce vaporosa
che rischiarava la scena, avresti subito, tra un gruppo di donne ivi
sedute all'ingiro, ravvisato tre volti conosciuti: la Menica e le sue
compagne. La Menica filava in silenzio, le altre due andavano di tratto
in tratto punzecchiando colle loro domande una donna attempata, intenta
a sfilare alcune fimbrie che poi raggruppate avvolgeva in gomitoli.
Ogni volta che in aiuto al suo lavoro ella alzava le mani dove batteva
più viva la luce del fanale e v'intendeva lo sguardo, tu avresti veduto
lampeggiare in quei suoi piccoli occhietti un tal sorriso di giovanile
malizia, che ti appariva in pieno contrasto colle rughe della faccia
e col pallore del cranio, che i pochi e indarno lisciati capelli non
bastavano a interamente coprire. Pareva che il pensiero le rimenasse
dinanzi momenti di gioia da gran tempo passati, ch'ella certo non
avrebbe ardito palesemente rammemorare, ma che avevano ancora tanta
forza sulla sua anima, da farle dimenticare il presente. Quest'è la
buccia di Madonna Sabata. Vuoi conoscerne l'interno? Ascoltiamo qualche
brano de' suoi discorsi. — Ma in tanta malora, temete che i soldati vi
mangino, che andate tenendo questa razza di propositi? — Io ho paura
dei soldati. — E io anche, e non voglio vederli! — La Menica continuava
a tacere.
— E poi non siamo mica noi sole che abbiamo paura; dimandatene alla
Barbara, alla Betta, a comare Lucia, che pure è una donna che sa, e
che a' suoi tempi ne ha vedute di tutti i colori. — Bisogna sentire
che cosa han fatto in quella volta delle guerre, quando capitarono nel
mulino di messer Giacomo e volevano accopparlo perchè credevano che
avesse nascoste le anitre. — E a madonna Lucia avevano bendati gli
occhi e le facevano tener su le mani, e sacramentavano colla spada
sguainata. — Poh! rispose la Sabata facendo scintillare in que' suoi
maligni occhietti un sorriso d'ironia. Non c'era in tutto il villaggio
una strega più brutta e più indemoniata di colei. Ma io so, vedete, che
a me non han fatto per certo nessuna malagrazia. — Voi sarete stata la
figlia dell'oca bianca.... — A sentirvi, in coscienza che pare che i
soldati sieno tanti orsi, tanti diavoli.... scioccherelle! Essi erano
dei bei ragazzi, vedete! assai garbati, vestiti come tanti _monsù_,
allegri e briosi che sapevano dire le gran belle paroline.... Eh per
bacco, che quando li avrete veduti non farete più tanto le selvatiche!
— In quanto a me, disse Menica, m'importerebbe assai poco delle loro
galanterie. — Oh tu poverina, che non hai altro in testa che il tuo
Toni, sei compatibile! — Dunque voi dite che non occorre fuggire —
replicava una di quelle forosette. — Ci va del modo di pensare. Io per
me certo non mi muovo. Misericordia, far tanto chiasso pei soldati! Si
vede proprio che non sapete nè anche di esser vive. Ce ne sono passati
tanti nel mio villaggio prima ch'io mi maritassi.... Ogni giorno
si può dire ne passavano; e poi un reggimento si fermò d'alloggio
quasi tutta la state. — Eh mio Dio! e voi altre ragazze stavate lì
in mezzo a' soldati? — E dove volevate che fossimo andate? Sentite,
a proposito di fuggire, vi vo' raccontare quello che avvenne a B***.
E tiratasi più innanzi, guardava nel lume i capi delle filacce che
raggruppava, ed aggiustatone uno co' denti, fece rapidamente alquanti
nodi, poi si mise a raccontare. — A B*** doveva capitare d'alloggio
una compagnia ch'erano i più indisciplinati di tutto l'esercito di
Napoleone. Giovinotti senza prudenza, birichini e buontemponi che
per tutto dov'erano stati avevano fatto arrabbiare i mariti e gli
amorosi (soggiuns'ella con voce rimessa), a forza di tante scede che
facevano alle belle piccoline, così essi solevano chiamare noialtre
ragazze. Aggiugni che proprio in que' giorni, alcuni villani del paese
avevano fatto baruffa per un baciozzo, un pizzicotto, che so io, che
un ufficiale avea dato in pubblico alla fidanzata d'un tale che era
il primo _bulo_ del villaggio; cosicchè i nostri uomini imbizzarriti
cominciarono a parlottare contro di essi, e tante ne dissero, che ci
persuasero ad andar tutte a nasconderci su d'un fenile in casa d'una
vecchia, a cui avevano raccomandato di custodirci e di tenerci celate
ad ogni occhio. Arrivano i soldati, e in paese grosso come B*** neppure
una ragazza per le case, ma solo vecchie sibille sdentate e brutte
come l'orco. Potete credere s'e' si misero ad annasare per ogni angolo
onde trovar dove avessero potuto rintanarsi le care piccoline! Sulla
sera quattro di loro entrarono nella stalla della nostra vecchia.
Noi ch'eravamo lì sopra sul fenile li sentiamo, e ci viene curiosità
di anche vederli. Si fa un po' di confusione, e poi pian pianino si
solleva una di quelle vecchie tavole tutte tarlate e ci mettiamo ad
adocchiarli. Forse che uno sprazzo di polvere cadde sui loro vestiti,
o che la luce del nostro fanale avesse lampeggiato fin laggiù, o che
qualcuna s'avesse fatto sentire a bisbigliare, essi alzano gli occhi
e tra le ragnatele vedono i nostri visetti che danno solenne mentita
a tutte le bugie che andava loro infinocchiando la vecchia. Si dicono
fra loro quattro parole in francese, uno resta, gli altri via come
indemoniati. Da lì a pochi minuti tutti erano nella stalla e intorno
alla casa colla spada sguainata. Otto di loro ordinano alla padrona
di condurli di sopra. Spaurita, obbedisce. Noi l'una su l'altra, come
gli uccelli quando vedono il nibbio, eravamo corse tutte in un gruppo
in fondo al fenile. Ci dicono con buona maniera di non aver paura e ci
fanno venire avanti. Poi volevano sapere perchè eravamo lì nascoste.
Nessuna ardiva fiatare, chi si vergognava, le più indietro ghignavano
e coi gomiti spingevano le altre, chi nascondeva la faccia dietro le
spalle delle compagne. Finalmente una, preso coraggio, disse filo per
filo come stava la cosa. — Ah paura di noi! paura di noi! replicavano
i soldati. Poi dato in mano un fanale alla vecchia che tremava,
e chiamati quattro di quelli ch'erano a basso, le ordinarono di
accompagnare subito, scortata da essi, alla sua casa quella che aveva
parlato. E così di mano in mano una alla volta ci fecero condurre alle
nostre famiglie, senza toccarci neppure un dito; solamente, chiamati
i genitori, facevano una predichina dicendo che i soldati erano
galantuomini, che non occorreva fuggire, e che spettava ai padri ed ai
mariti, non ad altri, custodire le loro donne.
Dopo di quella scena non c'è mai più passato neanche per la mente
d'aver paura dei soldati. Venivano a lavorare con noi nei campi;
mangiavano con noi la polenta; la festa c'invitavano alla lor
tavola, spesso ci pagavano da colazione. Si sa che non erano sempre
così ritenuti e galantuomini come in quella sera; ma si rideva,
si chiacchierava e si passavano le gran belle ore in compagnia di
quei matti birichini. Le ragazze avevano preso gusto a farsi vedere
pulitine, attillatuccie, e che che ne mormorassero i nostri uomini,
si parlucchiava volontieri con quei spiritosi ed eleganti _monsù_, e
c'ingegnavamo anche noi di dire il nostro _oui_, e vi so dir io che
quando sono partiti, più d'una ha bagnato di lagrime il fazzoletto. —
Questi ed altri discorsi della Sabata che ringalluzzata sciorinava alla
Menica e alle sue compagne la parte allegra delle sue antiche memorie,
tranquillizzarono un poco le innocenti, sicchè nel dimani, invece di
fuggire come avevano pensato, erano curiose di veder finalmente coi
loro occhi questi soldati di cui avevano tanto sentito parlare. S'erano
appostate insieme con altre donne e fanciulli dietro i cancelli di
ferro del giardino del conte, di là li avrebbero veduti sfilare lungo
la via; e chi avesse lor posto mente si sarebbe facilmente accorto,
che, se non altro, certo non si erano dimenticate di pettinarsi e
d'indossare in quel giorno i loro meglio vestiti. A sinistra dei
cancelli sorgeva un calidario, le cui invetriate illuminate allora dai
raggi meridiani trasmettevano un po' d'allegria alle povere piante
straniere ivi imprigionate, e tra il verde degli aranci e i festoni
delle rampicanti, vedevasi qualche purpureo bocciuolo di camelia
già voglioso di spiegare la sua pompa, e l'azzurro e il violetto dei
delicati achimenes, che ingannati dalla dolcezza dell'ora parevano
sorridere al sole dimentichi del loro clima nativo. Attratte dai fiori,
come le api, alcune di quelle ragazzette s'erano appressate alla serra,
e li adocchiavano amorose attraverso a' vetri, trovando così un altro
gradito pascolo alla loro curiosità, che il ritardare dei soldati
teneva da qualche ora in impaziente aspettativa.
Là entro tra il profumo e la letizia dei fiori passeggiava uno dei
felici di questo mondo. Avviluppato in un'elegante vestaglia a svariati
colori, andava lentamente assaporando gli effluvi d'un prelibato
cigarro d'avana, il cui fumo a vortici leggeri pareva accarezzare la
bionda sua testa e circondarla talvolta come d'un'aureola azzurrognola,
che ne faceva più graziosi i contorni. Era il giovane conte, che in
quella mattina aveva pensato d'ingannare alcune delle sue lunghe ore
di ozio contemplando i tesori del suo costoso calidario. La luce del
sole, improvvisamente intercetta, lo fece accorto delle giovanette,
e se esse spiavano curiose i suoi fiori, anch'egli diede un'avida
occhiata a' loro graziosi visetti. Pensò che venivano opportune ad
alleviargli un poco la noia, e giacchè per la solitudine del villaggio
non c'era pericolo che altri lo appuntasse di trivialità, corse ad
aprire la portiera, e le invitò a venir entro. Le forosette non se lo
fecero dire due volte. Sia che ve le attirasse desiderio dei fiori,
o che l'esser lì disoccupate le facesse vaghe di scambiare qualche
parolina con quell'elegante signorotto, o che i discorsi della sera
innanzi le avessero rese meno salvatiche, esse accettarono ardite, e
chiacchierine e vispe allungavano le mani ai vasi dovunque le invitava
la fragranza o i vivaci colori di qualche bocciuolo, senza farsi
troppo scrupolo se anche si avesse trattato di un fiore esotico che
costava Dio sa quante cure. — Ehi, ragazze, adagio! disse il conte.
Non mi devastate, perdinci, la serra! perchè voi altre fate presto a
gettarmi tutto alla malora.... — Ma non faremo dunque un mazzolino
da figurare domenica alla messa grande? — Ve' quella rosa lassù!
Io voglio quella rosa scarlattina! — gridava la Menica accennando
a una bella camelia che aveva già sparsi i delicati suoi petali di
velluto. — Dirò al giardiniere che faccia a ognuna il suo mazzolino,
ma adesso pazienza! guardate, ma non toccate!... Tu poi sei un vero
diavoletto! — diss'egli alla Menica, afferrandola per la cintura,
mentre s'arrampicava a dispiccare la camelia. Quand'ella si volse, e
il giovane l'ebbe guardata un istante negli occhi assai fiso, — Vuoi
proprio quel fiore? — le chiese con voce melliflua, ed egli stesso lo
recise e voleva adattarglielo sulle trecce di ebano in quel giorno
lucenti come specchio; ma la fanciulla si schermiva, poi facendosi
innanzi ratta glielo prese di mano e se lo recò avidamente alle nari.
— Oh! disse, una così bella rosa e senza un odore immaginabile!...
vada per le povere nostre roselline selvatiche, che crescono al sole
aperto, senza nessuna cura e nondimeno le hanno un profumo che le san
proprio di paradiso! — Ma adesso delle tue roselline non c'è che la
spina.... Io per altro voglio esser buono con te, perchè mi hai un
visino da furbacchiotta!... Dimmi i fiori che desideri e ti farò io
stesso il mazzetto. E mentre il giardiniere contentava le altre, egli
colla Menica passava in rivista tutti i vasi susurrandole ogni tanto
qualche dolce parolina e lanciandole certe occhiate, che in altra
occasione l'avrebbero fatta arrossire.... ma pareva che in quel giorno
ella non badasse che alla gola dei fiori. E ne aveva chiesti tanti, e
il giovane li legava così alla rinfusa, che il mazzetto era riuscito un
vero fascio. Si assise in un angolo della serra, li slegò sul grembiale
e si mise a riordinarli, scegliendo i più belli per sè, gli altri
dividendo in più mazzolini, pensava regalarli. Era tanto intenta a quel
suo lavoro che il conte non trovava più via da farle alzare i begli
occhi. Egli allora si mise a sfogliare dei fiori e poi all'improvviso
gliene gittava in faccia una manata. A forza di scuotere la testa, le
si staccò dagli orecchini una gocciolina d'oro. Ella e le sue compagne
e il conte la cercarono indarno; era caduta lì per terra e gli occhi
non la potevano rinvenire! A Menica traspariva dalla faccia il gran
dolore che provava per averla perduta. Il giovane, a consolarla e a
riparare il danno cagionato da quello scherzo, le chiese gli orecchini
e che egli l'avrebbe fatta rimettere. Intanto la musica avvisava che
passavano i soldati. Le ragazze corsero preste a vederli. A passo
militare, con a capo d'ogni compagnia i loro ufficiali sfilavano
tutti coperti di polvere e stanchi e rifiniti dal lungo viaggio.
Volti stranieri, fisionomie impassibili, od annoiate, su cui le vivaci
note della tromba guerriera e dei timballi cadevano innavvertite od
inefficaci, come la pioggia sul vetro, senza poterlo penetrare, bionda
progenie del settentrione, staccata dalla terra natale, dai campi e
dalle officine a cui Dio l'aveva sortita, essi marciavano forse per mai
più ritornarvi obbedienti ad un pensiero che certo ignoravano, o che
almeno loro non erasi manifestato se non come l'impulso che mette in
moto la macchina. Povere pecore umane che si tosano e si scannano senza
badare a' loro inutili belati! Povera carne da cannone che si adopera
senza essere consultata! Si schierarono sulla piazza; parte continuò la
marcia, parte rimase d'alloggio per quella notte nel villaggio.
Menica nei dopo pranzo s'era tirata nella sua cameretta nell'intenzione
d'occupare il resto di quella giornata, interrotta dall'insolita
avventura a mettere in sesto alcuni capi di biancheria, ma affacciatasi
alla finestrella che dava sull'orto, mentre guardava mesta agli alberi
già nudi di verde, che, come tanti scheletri, lasciavano trasparire
tra' rami la brulla campagna, e alle foglie secche soffiate dal vento
che ruzzolavano sulla terra, vide i due ch'erano d'alloggio nella
sua casa strascinarsi lentamente verso il rivoletto la cui faccia
agghiacciata, che il languido raggio del sole non aveva avuto forza
di sciogliere, appariva nel fondo. Pareva che mal potessero reggere
sulle gambe, e quando furono all'acqua si scalzarono e ponevano a
refrigerare sul ghiaccio i piedi gonfi ed insanguinati. Erano due
giovani affatto imberbi, stanchi e macilenti, e lo spasimo evidente
che provavano sembrava lenito da quella crudele medicatura, che
replicavano con una specie di furore. La fanciulla sentì compassione
e corse a raccontarlo a sua madre. La Lena, ch'era una buona donna,
pensò che que' due disgraziati in un paese lontano lontano, avevano
forse una madre che li piangeva, senza poterli soccorrere, com'ella
avrebbe pianto uno dei propri figli se fosse stato soldato; pensò al
bene che le avrebbe fatto al cuore, se in quel paese lontano lontano,
una donna avesse avuto pietà della sua povera creatura, e senza più
ricordarsi nè perchè venivano nè chi erano, sentì per essi viscere di
madre. Accese un buon fuoco e poi uscì nell'orto a cercare di loro.
Quando li vide così malazzati e rifiniti dalla stanchezza e rotti
i piedi che gettavano sangue, — Oh povere creature! sclamò tutta
commossa, e, additando la porta, dentro, dentro, figliuoli, che vi
faremo la polenta. Da brava, Menica, prendi una salciccia, spilla un
fiasco di vino.... Ma, e' avranno bisogno di un po' di brodo. Quel più
giovane ha gli occhi malati e trema come una foglia.... Oh sì certo,
poveretti, una zuppa vi farà bene! Piglia una gallina, Menica.... E
disperata di non poter parlare nella loro lingua nativa, replicava
l'invito alzando la voce, come chi ha da fare co' sordi. Ma i soldati,
benchè non intendessero verbo del linguaggio di lei, accettarono con
riconoscenza ed entrarono lieti a scaldarsi, chè in quegli atti e in
quella fisionomia piena d'affetto v'era un'eloquenza ch'andava dritto
al cuore senza bisogno di vocaboli per farsi intendere e persuadere.
Intanto capitarono dai campi il marito e i figli della Lena. Oltrechè
dopo la fatica dell'intero giorno un po' di cenetta non deve essere
cattiva improvvisata, erano anche tutti gente di buon cuore, e furono
contentissimi di quell'apparecchio e davano mano anch'essi.
Uno dei ragazzi, còlto il destro, susurrò alcune parole alla sorella.
— Perchè non entra? diss'ella, continuando nelle sue faccende; vedi
bene che questa sera non ho tempo da perdere! Nondimeno di lì a poco
uscì. Povero Toni! Egli che appositamente per vederla era venuto in
quel giorno nei campi che essi tenevano in affitto, e non trovatala,
s'era tolto di tornare a casa pel villaggio di lei allungando così la
sua via per lo meno di due grosse miglia, pure per darle un saluto!...
Non era già ch'ei le fosse disaggradito. L'aveva scelto ella stessa a
preferenza di tutti i giovani del contorno. Egli buono, egli bello ed
affettuoso doveva essere il sostegno del suo avvenire; nè certo aveva
motivo di pentirsi di una fede data spontaneamente e consentita con
gioia da tutti i parenti. Ma gli è che i tesori dell'amore vogliono
essere custoditi con grande gelosia; che se li lasci svaporare presto
inaridiscono, e il suo cuore di donna s'era in quel giorno troppo
facilmente aperto, e insieme col profumo dei fiori aveva, senza
accorgersi, aspirato il sottile veleno della vanità, e la sua giovane
testa, distratta da troppo curiosi pensieri, non poteva in quella sera
riflettere e manco avvisarsi se altri pativa. Toni partì malcontento.
Le parole brevi e la maniera spiccia con cui ella aveva accolto quel
suo saluto d'amore, gli avevano profondamente amareggiata l'anima.
Camminava a passi rapidi attraverso la campagna e se la vedeva sempre
dinanzi agli occhi vestita da festa, più bella del solito, ma fredda
e cattiva per lui; ed era mortificato, come chi pensando cogliere
una rosa, si punge invece la mano. E questo non fu che il preludio
dell'immenso dolore che lo aspettava nella prossima domenica, quando
andato, come soleva, alla messa parrocchiale nel villaggio di lei,
la vide in chiesa con un mazzolino di fiori, ch'egli certamente non
le avea portati, e ch'erano rari per essere dono di qualche povero
contadino. Eppure i fiori potevano venire dalle mani d'un'amica, forse
dalla moglie del giardiniere dei conti; ma che fu di lui, allorchè
guardandola più fiso gli parve che avesse cangiato di orecchini, e che
invece dei consueti ch'egli da più anni le conosceva, ne avesse adesso
un paio assai più ricchi, più eleganti e foggiati ad uso di signora!
Chi glieli aveva dati? E i più strani pensieri gli passavano per la
mente, e si sentiva il cuore come morso da un serpe, e la mano con moto
involontario cercava nelle saccocce la ronca. Tentò di quietarsi. Pregò
Iddio che non fosse vero!... Inginocchiato vicino alla pila dell'acqua
benedetta, teneva la testa appoggiata alla pietra, e la faccia nascosta
nelle mani come se avesse voluto impedirsi la vista, come se col
comprimere il cranio gli fosse stato riparo al non impazzire.
Finita la messa, uscì di chiesa nell'intenzione di andarsene a casa
senza volerne saper altro. Ma due ragazzette, anch'esse con in seno
un mazzetto, gli passarono dappresso ridendo, e le loro parole, a
guisa di freccia avvelenata, così gli ferirono l'udito: — Ha' tu
veduto il regalo del conte?... Ha' tu veduto com'era superba?... —
e si perdettero nella folla continuando le loro osservazioni. — Il
conte? pensò il giovane. Gli è dunque il conte che le ha regalato
que' magnifici orecchini? Quel signorotto scapestrato e prepotente
che, per nostra maledizione, par che quest'anno voglia restar qui
in eterno a contaminarci l'aria co' suoi vizi e stravizi? Oh che si
stieno nelle loro città cotesti malaugurati signori!... E rotto il
primo proposito s'avviò, come soleva ogni festa, alla casa di lei.
Pallido la faccia, cogli occhi stralunati che ogni tanto piangevano una
lacrima involontaria, col cuore in tempesta, l'aspettava sull'uscio.
Venne la Menica, e prima che fosse entrata passava per la via in un
carrozzino con due briosi cavalli il giovane conte. I loro sguardi
s'incontrarono, egli la salutò e sorrise, ella sorrise ed arrossiva. I
dubbi del povero Toni si cambiarono allora nella più crudele certezza.
In quella rapida occhiata e in quel sorriso, come rischiarate da un
lampo d'irrefragabile verità, egli aveva veduto a nudo le loro anime,
e nulla avrebbe più potuto illuderlo. Quando fu solo colla fanciulla,
il cuore saturato d'amarezza con subita vicenda gli si commosse
e tornò suo malgrado alle passate memorie, ai tempi felici quando
così dolce gli sorrideva l'amore. Contemplava muto in un'espressione
d'ineffabile dolore quella giovanetta che col capo chino, confusa ed
arrossita gli stava dinanzi a guisa di delinquente. Scosse la testa,
terse una lagrima e colla voce rammollita da un ritorno d'invincibile
affetto, — Menica.... diss'egli, ti ricordi della mattina del _Corpus
Domini_?... Qui, dinanzi a questa porta, abbiamo fiorito insieme i
Maj che io ci avevo piantati la vigilia. Tu componevi i mazzolini, io
seminavo la via di foglie d'isopo e di fiori.... Erano poveri fiori
di campo che io avevo colto per te a lume di luna, ma tu allora li
trovavi belli!... Oh! chi mi avrebbe detto che proprio qui dinanzi a
questa porta io doveva ricevere da te il crudele accoglimento che mi
facesti l'altra sera? Poi fisandola con occhi ardenti, che le vedevano
i più reconditi misteri dell'anima, tutto ad un tratto cangiando tuono
di voce le chiese. — Ma che mai speri tu da colui? Forse ch'e' si
dimentichi della nobile sua stirpe a segno di farti contessa, che Iddio
te ne guardi!... Or non sai tu come amano i signori? Finchè dura, ti
coronano di rose, ti mettono sull'altare, ti aprono il paradiso....
Oh! essi sanno i modi gentili e le belle parole. Le imparano sui
libri, dov'è l'amore di tutte le generazioni passate. Ma perchè non
hanno radice nel cuore, così presto come le dicono, sfumano via e non
sanno dimani quel che oggi ti promisero. Sono mazzolini piantati nella
sabbia, sono il giardino dei fanciulli che un'ora di sole inaridisce e
distrugge. Oh! non fare all'amore con codesti giovanotti di città che
sanno di lettere, non profondere i tesori dell'affetto a chi è avvezzo
a trastullarsi dell'affetto!... Che sarà di te, quando annoiato del
gioco, ti lascerà vedere a nudo l'anima sua, e sarai gittata da parte
come un cencio dismesso, insultata e calpestata nel fango come la viola
che oggi teneva fra le labbra? Noi poveri contadini non sappiamo le
belle frasi; ma il bene che vogliamo viene dal cuore, ma la nostra
donna anche vecchia siede rispettata presso il nostro focolare, ma
la nostra donna resta sempre la madre dei nostri figli! Dividere con
te il mio pane, lavorare con te e per te, assisterti nei tuoi giorni
di dolore, queste erano le gioie ch'io mi riprometteva dalla nostra
unione. Oggi affascinata da non so quali sogni tu rinneghi tutto
il bene che ci siamo voluti.... ma verrà un giorno in cui forse ti
ricorderai di me, e tornerai indarno col desiderio alla povera vita
che io ti offeriva! Ella intanto si era addossata allo stipite della
porta, teneva la fronte e gli occhi nascosti col gomito posato alla
pietra, non vedevasi che il basso delle gote ardenti per la vergogna e
qualche lagrima che le gocciolava lungo le mani; pure la sua voce era
ferma. — Gli è un destino! disse. Tutti i vostri rimproveri, io me li
ho già fatti, ed altri ancora ben più amari!.... Nè mia madre, che ne
morrà di dolore, nè la punizione del cielo che certamente mi aspetta,
valgono a impedirmi di sentire quello che mio malgrado io sento. Potrei
dissimulare e tradirvi, Antonio.... amo invece di dirvi la verità.
Come mi sia entrata nel sangue questa febbre, io non lo so, ma tornare
indietro è ormai impossibile: se egli mi abbeverasse di lagrime, mi
calpestasse sotto a' piedi, io non sarei per questo meno sua. Sono
una disgraziata.... indegna di voi! lasciatemi al mio destino. Nè si
rivolse a guardarlo, nè si rimosse di lì per dargli l'ultimo addio.
Ed egli? Oh! perchè si calcava indignato il cappello sulla fronte
e partiva da quella casa per sempre? Era un'anima sull'orlo del
precipizio, cogli occhi chiusi dalla passione, bisognava ritrarnela,
bisognava stenderle le braccia e salvarla, fosse stato per forza. Ma
v'è un onore, una falsa delicatezza che c'impongono d'abbandonare i
nostri cari quando hanno più d'uopo del nostro soccorso e proprio nel
momento fatale del pericolo.
In quella notte ella fece un sogno. Le pareva d'essere col conte in
una vasta prateria a' piedi delle colline. Era domenica: le campane
de' circostanti villaggi suonavano la messa, ma ella coglieva fiori
per lui, e tanti ne pullulavano e di forme così peregrine e vaghi
di sì vivaci colori, che non si ricordava d'averne mai più veduti di
simili. Prima d'andarsene ancora due, poi cotesti tre, e un altro e un
altro, le venivano proprio nelle mani e non poteva saziarsi. Intanto
l'ora si faceva tarda, i campanili l'un dopo l'altro si quietavano: per
quella domenica la messa era ita. Già il sole colle sue grandi ali di
fuoco librato sulla valle, splendeva nel suo pieno meriggio. La terra
dei campi lontani, riscaldata da' suoi raggi vaporava al disopra del
folto delle piante, giù dalle colline scendeva a torrenti il profumo
dell'uva fiorita, il ronzio degl'insetti, il canto degli uccelli, la
musica delle cicale sorgeva d'ogn'intorno nella sua più alta armonia.
Era il momento solenne in cui la vita della natura si spiega in tutta
la sua pompa. In mezzo a quelle tante voci, le parve d'udire quella di
sua madre che la chiamava. Affannata moveva i piedi come per correre
e non poteva; invece insieme con lui sedevasi all'ombra di un'acacia e
componeva in mazzolini i fiori raccolti come nel giorno del passaggio
dei soldati. Le parve allora che l'orizzonte di quella vasta prateria
s'andasse a grado a grado restringendo; più non vedeva le colline,
ma invece era surto un muro; anzi quattro, e sovr'essi negli angoli
s'inalzavano quattro croci mortuarie. L'acacia alla cui ombra s'erano
riparati accorciava i larghi rami, e fattili rientrare nel tronco li
spingeva al cielo in forma di piramide. Pietre funebri e nere croci
spuntavano fra l'erba.... Erano nel cimitero assisi su d'una recente
sepoltura; sulla sepoltura di Toni! Inorridita voleva fuggire, ma gli
occhi del conte che la guardavano intenti, cupidi, in una espressione
d'indefinibile amore, come nel giorno che le regalava la camelia, ve
la tenevano suo malgrado inchiodata. Quegli occhi di fuoco ella se
li sentiva penetrare nelle ossa, e nulla poteva toglierla al fascino
fatale, neppure l'orribile puzzo del cadavere che infracidiva sotto a'
suoi piedi. Alcuni giorni dopo ella abbandonava il villaggio nativo
per recarsi alla città insieme colla famiglia del conte, addetta
al servizio della casa. Con quei modi del potente che per parte del
debole non ammettono replica, egli stesso l'aveva chiesta a suo padre.
Indarno la Lena aveva tentato d'opporsi. I campi che lavoravano li
tenevano in affitto da lui, sicchè l'acconsentire fu riguardato siccome
necessità di supremo interesse. Se la coscrizione ti colpisce il più
caro dei figli, quegli ch'è sostegno e guida della casa, quand'anche
ti si schiantasse il cuore, nondimeno bisogna rassegnarsi a lasciarlo
partire.
Per la Lena il caso era identico, e dovette piegare la testa. Passarono
quasi due anni. Per una via remota che dalla strada postale attraverso
ai campi riesce dietro alla chiesa del villaggio veniva una donna.
Portava sul capo un fardello, le vesti dimesse e coperte di polvere,
l'andare come di persona stanca ed estenuata da lungo viaggio. Era
verso i primi di gennaio, l'occaso velato da una nube vaporosa che
continuava la catena delle Alpi, il cielo limpido di colore azzurrino
traente al verde, una lista di piccole nubi leggermente dorate lo
tagliava da settentrione a ponente, sovr'esse di nuovo netto l'aere,
e poi come un mare di nuvolette ancora più minute e più leggermente
dorate. Il sole maestosamente lento le attraversava. Calato nei
vapori, spogliò in un attimo la rutilante aureola e apparve quasi
globo immenso di fuoco che traforasse la terra. Vicino a sparire si
tinse di sangue. Inghiottito affatto dalle tenebre, parve che in un
momento di rimorso egli spandesse il sangue che aveva raccolto nel suo
coricarsi, poichè le nubi circostanti ne apparvero tutto ad un tratto
imporporate. A grado a grado s'andavano scolorando, e quando la campana
del villaggio suonò l'angelus, esse erano già fredde, monotone e color
di cenere. Forse così la vita quando l'amore avrà per sempre cessato
di accarezzarla....! Intanto quella donna era giunta alla sua casa
paterna. Dacchè ella mancava, tutto ivi s'era cangiato. La sua povera
madre, colpita da uno di quei cocenti dolori che non hanno consolazione
quaggiù, era passata a vita migliore. Il padre affranto anch'egli dalle
disgrazie, strascinavasi a guisa d'automa e pareva ancora l'ombra di
sè stesso, tant'era in breve tempo invecchiato e ridotto impotente. Due
de' suoi fratelli s'erano ammogliati, e in questi mutamenti domestici,
perfino la sua cameretta di un tempo trovavasi adesso occupata. Fu
accolta assai freddamente, come persona che giugne affatto inopportuna.
Ma ella aveva in cuore, coll'umile vita, e coll'affetto operoso e
paziente, di redimere il suo passato, se non agli occhi degli uomini,
almeno dinanzi a Dio; perciò rassegnata e serena si mise ella stessa
in tutto nell'ultimo posto. Assistere con pia sollecitudine gli anni
cadenti e le infermità del vecchio, aiutare le cognate nella cura dei
bimbi, prestarsi indefessa ai bisogni della famiglia, scegliere anzi la
parte più dura e più disaggradevole di ogni fatica, quest'era l'impiego
di tutti i suoi giorni. I mali tratti e gl'indiretti rimproveri, senza
aprir bocca accettava siccome meritati, nè mai altro opponeva che
un'angelica mansuetudine e una bontà a tutta prova. Quando uscivano a
lavorare nei campi, ell'era sempre prima e portava il peso dell'intera
giornata con tale un'alacrità che non ti lasciava indovinare la vita
molle e le delicatezze dei giorni cittadini passati in casa di signori.
Ma chi l'avesse attentamente guardata, malgrado di tutta cotesta
energia, si sarebbe accorto che la sua salute e la sua giovinezza
andavano deperendo. Non accusava giammai nessuna sofferenza, il suo
cibo era quello degli altri, sempre pronta ed instancabile; ma tutti
i giorni più pallida, più ammencita e una malinconia negli occhi
che tradiva il forzato sorriso dalle labbra assottigliate. Pareva
che un cruccio segreto e fatalmente immedicabile, a guisa di verme
nascosto nelle midolle della pianta, le rodesse con dente assiduo
ogni principio vitale. Sua unica gioia era ne' dì festivi recarsi
alla chiesa appena l'aprivano. A tal fine invece di riposare delle
fatiche della settimana, come d'ordinario i contadini sogliono, ella le
domeniche alzavasi anzi più mattutina del consueto. S'occupava subito
delle faccenduole più ovvie, tanto che il suo starsi in chiesa non
fosse di disturbo alla famiglia, e al tócco dell'avemmaria, mentre gli
altri ancora dormivano, ell'era già dinanzi al Signore. In quell'ora
di solitudine, nel silenzio del santuario, lasciar libero corso alle
lagrime ed effondere l'anima travagliata nel seno di Colui che punisce
e perdona con ben altra giustizia che quella del mondo, le era come
una specie di consolazione. Sentiva che v'era un occhio il cui divino
acume non avrebbero giammai potuto offuscare nè i pregiudizi nè le
ipocrisie degli uomini; e che quest'occhio di eterna rettitudine
guardava nel suo cuore e vedeva com'ella aveva amato, e come l'avevano
ricambiata! Le sue lagrime allora scorrevano tranquille come rugiada
che refrigera, e ad onta di tutti i suoi errori, fidava nel perdono
di Dio. Chi al fioco lume dell'alba misto allo splendore delle faci
benedette, avesse contemplato quella faccia devota, umida di pianto
e assorta nella preghiera del cuore su cui come in limpido specchio
passavano senza velo tutti i pensieri e tutti gli affetti dell'anima,
si sarebbe subito sovvenuto di quelle divine parole del Salvatore: Ti
sarà molto perdonato perchè molto amasti! Era la Domenica delle palme.
Dispensavano l'ulivo, simbolo della pace, e un uomo che da parecchi
anni non poteva più trovar pace, era venuto a cercarla a' piedi di
quell'altare. Nei tempi passati, quando frequentava il villaggio, egli
soleva accostarsi a' sacramenti in quella chiesa. Un buon prete a cui
egli avea confidato l'anima sua, approvava la rettitudine delle sue
intenzioni e benediva l'affetto che gli era nato nel cuore. Doveva
quel prete, tra pochi giorni, col sacro rito della religione unirlo per
sempre alla giovine compagna che egli si aveva eletta. Invece tutt'era
sparito! distrutto in un momento il sogno della sua felicità, le sue
speranze tradite.... Nell'eccesso del suo dolore, quell'uomo aveva
bestemmiato Iddio e maladetta la sua creatura. Trasse giorni miseri,
avvelenati dall'odio. Sfuggiva i luoghi memori delle sue gioie, nel
cuore non avea più nè lagrime nè affetto, guardava alla vita con fredda
ironia. Un giorno sentì desiderio di piangere e di pregare, e venne a'
piedi del suo antico confessore.
Col ramo dell'ulivo benedetto tra le mani, al rientrare della
processione, egli s'era inginocchiato vicino alla pila dell'acqua
santa. Nubi d'incenso velavano l'altare; gli osanna avevano cessato;
finito il Passio, e il santo Sacrificio procedeva quieto al suo fine,
accompagnato soltanto da una soave e maestosa melodia dell'organo.
Alcune pie donne, che al _postcommunio_ s'erano accostate a ricevere
dalle mani del celebrante il mistico pane scendevano dai gradini della
balustrata. A guisa di visione, una gli passò dinanzi. Bruna le vesti,
bruno il fazzoletto, gli occhi raccolti e la faccia pallida concentrata
in santi pensieri. Si ricordò del giorno in cui, inginocchiato nello
stesso luogo, la vedeva a sè dinanzi tra i ricami del candido velo.
Allora in tutto il sorriso, in tutto l'orgoglio della giovanile
bellezza; ma l'olezzo dei fiori e il luccicare dei ricchi pendenti
gli veniva al cuore siccome veleno. Adesso la lagrima che le rigava
le guance sparute, lo aveva commosso. Tornò col desiderio ai tempi
trascorsi. Un sogno gli passò per la mente e si sentì rivivere in un
moto di generoso perdono. Nel dì solenne di Pasqua, Antonio era tornato
a trovare la Menica. Benchè i lineamenti del suo volto serbassero le
tracce dell'orgasmo di quegli otto giorni combattuti, pure in quel
momento era calmo e ferma la voce, come di chi, dopo molti riflessi
ha finalmente preso una risoluzione irremovibile. — Io ti ho più volte
detto: o questa mano o nessun'altra; diss'egli, mentre nell'effusione
del suo affetto le aveva presa la destra. Oggi vengo a ripeterti la
stessa parola. O Menica, se non abbiamo potuto incominciare insieme la
vita, chiudiamola almeno insieme! Pallida, più pallida del consueto,
senza ardire di guardarlo gli rispose, e le tremavano le labbra: —
Iddio vi benedica per il bene che avete voluto farmi con la vostra
visita e con queste generose parole! Quaggiù sulla terra, io non
isperava di rivedervi più mai, Antonio. E voi siete venuto, e io tengo
ancora una volta fra le mie questa mano che voleva farmi felice. No:
io non posso e non devo accettare; ma se sapeste come il mio cuore vi
ringrazia!.... E le lagrime che le piovevano dagli occhi bagnavano le
loro mani riunite. — Oh ti prego, non mi respingere così! Tu piangi....
e anche domenica in chiesa piangevi, poveretta! Io ho detto subito:
ella ha bisogno di versare le sue lagrime sul cuore di un amico. Ecco,
io t'apro le braccia. Non ti domando che di lenire il tuo dolore, e di
compensare a forza di affetto quel tanto che gli altri ti hanno fatto
patire. Ella scosse mestamente la testa, poi chiamato sulle labbra
scolorate un sorriso tanto amaro che pareva una nuova lagrima, — La
mia vita è già chiusa, disse. Ancora qualche giorno penoso di prova,
ma in breve la fine. Io lo sento: e poi c'è una voce che continuamente
mi chiama, la voce della mia povera madre. Ella è partita da questo
mondo senza benedirmi. Sul suo letto di morte, tra i volti dei suoi
cari ella ha cercato indarno il mio. Io, infelice! ero lungi allora,
e non pensavo al cuore che avevo calpestato e che mi chiamava per
darmi il suo perdono e il suo ultimo addio. Ora è laggiù nel cimitero
ch'ella mi aspetta; e se sapeste come io desidero di rivederla!
Miseri i figliuoli che hanno contristato il cuore della madre! Ma più
miseri, se l'hanno perduta senza una parola di riconciliazione. Tutte
le notti ella mi è dinanzi nelle lagrime ch'io le ho fatto versare, e
mi guarda severa, e talvolta mi pare che alzi la mano per maledirmi.
O Antonio, io ho bisogno di rivederla!.... Stettero entrambi alcuni
istanti in silenzio; ella col grembiale si teneva nascosta la faccia;
poi come scossa da improvvisa visione, ripigliò: — Amare ed essere
riamati, patire l'uno per l'altro, pensare con un'anima sola, mettere
insieme la vita e poi rivivere insieme nei figli, e cotesto dinanzi
agli occhi di Dio senza paura di colpa, anzi benedetti da da lui, oh!
mi pareva il paradiso in terra; la suprema delle gioie umane! Ma io,
infelice, quando mi si rivelarono le profanazioni del mondo, volli
persuadermi che fosse un sogno e che non poteva esistere nessun cuore
capace di volermi bene così! E voi, Antonio, venite a mostrarmi ch'era
vero, e che tutta questa felicità poteva, poteva essere mia!.... —
Dimentichiamo il passato. Non hai tu fede nel perdono di Dio? Or bene,
lascia che anch'io ti perdoni! Uniti nel pianto, uniti nella preghiera,
se è possibile, Menica, io voglio amarti ancora di più.... — Ah! non
è più tempo, diss'ella. Non ho che una speranza, che quest'amore che
ora ci vien tolto, Iddio ce lo renderà lassù. Promettete, Antonio, che
nel giorno dei morti ogni anno voi verrete a trovarmi e farete dire
una messa per l'anima mia e per quella della mia povera madre! Egli si
portò alle labbra la mano di lei e promise col cuore. Indi si divisero.
Era venuto l'autunno; quella stagione in cui la terra friulana, siccome
a festa, fa pompa del più lieto de' suoi prodotti. Dal mare alle alpi,
disposti in innumerevoli filari si dánno la mano i tralci delle sue
viti. Spesso il frutto pende più copioso delle foglie, e chi visita in
quell'epoca le colline della sua regione di mezzo, benedice ai grappoli
d'oro di quelle tante ghirlande. Ma nell'ottobre del 52 la campagna
del povero Friuli era mesta. Tristi anni si erano successi, e per colmo
di sventura in quest'ultimo anche i suoi bei vigneti infracidivano. Il
flagello venuto dal mare s'era propagato fino alla montagna. A guardare
quelle trecce fiorenti di verdura e d'un momento all'altro affummicate,
passe, quelle uve fetenti ed abbrustolite, pareva che l'angelo della
desolazione fosse passato per il paese e l'avesse tocco col tremendo
suo dito. La vendemmia si compieva in silenzio, turbe di contadini
seguivano avviliti i carri che percorrevano le vie, trasportando nei
tini il sucido avanzo del frutto che crepitava come se fosse carbonato.
Aggiungi che ad accrescere malinconia, i giorni si succedevano
continuamente annebbiati o piovosi, e le foglie ingiallite prima del
tempo incominciavano a cadere; sicchè i cittadini venuti in quei due
mesi a godere la campagna avevano un mal divertirsi. Tra le famiglie
signorili, la cui molta agiatezza non lasciava che s'accorgessero di
cotesto lutto universale, una ve n'era presso alla quale, siccome
a centro, soleva concorrere quasi tutta la gioventù d'una tal qual
condizione, dei dintorni. Oltrechè la signora era un'assai compita e
gentile persona, che sapeva piacevolmente intrattenere la compagnia,
si combinava ch'ella teneva ospite in casa una giovine forestiera
molto in voga a quell'epoca. La dicevano oriunda di Parigi. Certo il
suo fare disinvolto, lo spirito del suo conversare e quel non so che
di semplice insieme e peregrino, che appariva costantemente nella
graziosa e svariata sua _mise_, sapevano di capitale, o almeno di
molta esperienza di mondo. I sommovimenti del 48 l'avevano gittata in
Friuli, dove in grazia di alcune aderenze di alto bordo fece in breve
delle relazioni ed era diventata l'eroina del giorno. Nel numero di
quelli che aspiravano a farle la corte, c'era una nostra conoscenza;
il giovane conte. Amico del marito di lei, amico della famiglia nella
quale erano ospiti in quell'autunno, lo si vedeva assai spesso al suo
fianco. Quai che si fossero le occulte loro mire, pareva che entrambi
con grande accorgimento si studiassero di darsi reciprocamente nel
genio. In lui forse vanità, o desiderio di procacciarsi un passatempo
che gli rompesse la triste monotonia della vita disoccupata, o
fors'anco nuovo capriccio; in lei.... — Ma io m'intendo così poco di
cotesti sentimenti di seconda mano che spesso costituiscono tutto il
romanzo delle classi elevate in mezzo alle quali non vivo, che credo
meglio non dirne. Per chi lègge già sarà cosa affatto ovvia, sicchè mi
perdonerà se invece di seguire tutti i fili intricati di cotesta tela
cangiante e fragilissima che chiamano galanteria, io salto al solo
punto che tocca la mia storia. — Un dì che il tempo faceva un po' di
tregua, uscirono a una scampagnata. Giovinotti e signore comodamente
assisi su d'un carro allestito con soffici cuscini di lana spiegavano i
loro variopinti ombrellini. Il conte, come di consueto, aveva trovato
modo di porsi vicino all'elegante parigina. S'erano impegnati in un
assai caldo colloquio, e vi si lasciavano andare colla spensieratezza
di due giovanotti di vent'anni. All'improvviso sentirono il carro
che si arrestava. Veniva una croce nera accompagnata da fanali, poi
sacerdoti in lugubre stola, e un cadavere, dietro una quantità di
lumi e una lunga processione di popolo piangente. Erano usciti dal
villaggio a man ritta, dove tra il folto dei viali scorgevasi il
palazzo del conte. Il tristo incontro turbò l'allegria della brigata, e
le signore, sgomentate, avrebbero voluto ad ogni costo evitarlo. Ma la
strada angusta, in mezzo ai campi e fra due fossi capaci, non lasciava
nemmanco pensarci. Bisognò proprio fermare in disparte, ed aspettare
che passassero. Rasentavano il carro dal lato dov'era seduto il conte
colla sua elegante compagna, e la cassa segnata d'una croce bianca gli
venne tanto dappresso che quasi lo toccava. Chi era l'umana creatura,
che nell'andarsene al luogo dell'eterno riposo, veniva lì a cercarlo,
come se avesse voluto dargli ancora un addio?
Egli nol chiese; ma se anche gli avessero detto il nome della povera
Menica, che gl'importava di lei? Ella non era che una delle tante che
per la via dei sensi avevano potuto entrare, un momento, in quello
ch'ei diceva suo cuore, e che al pari delle altre n'era poi uscita per
sempre. Viva, o morta che fosse, ei non si curava di saperlo. Immerso
ne' suoi progetti, continuò l'allegra sua gita; ella fu deposta nel
cimitero accanto alla sua povera madre in quel posto di eterna pace che
da parecchi anni così ardentemente invocava.
Oh! se nella stalla di compare Martino, invece delle sucide
reminiscenze di quell'orgia straniera che ha contaminato la generazione
che ci precedette, e che Madonna Sabata sciorinava con tanto gusto a
quei poveri cuori di vergini, ci fosse stato un qualcuno che avesse
letto le tue gentili novelline, o Pietro Thouar!