IL VECCHIO OSVALDO.

All'albergo capitò questa mattina una superba carrozza da viaggio

tirata da due cavalli stornelli. Ne smontò un ricco signore che abita

la città di T***, e aveva seco la nuora, bellissima donna, e due

leggiadri bamboletti figli di lei. Andavano a passar qualche giorno

in un loro villaggio situato tra queste montagne. Il suocero mi

salutò, mi presentò alla Signora, che tra superba e graziosa mi fece

un freddo complimento. Era vestita da viaggio, nondimeno elegante.

Quegli occhi così neri e quella fisonomia altera e capricciosa mi

fecero risovvenire d'averla veduta ancora. Ella, che vestita di

finissimo velluto, adorna di trine, scintillante di preziosi monili io

vidi altra volta salutata regina della _soirée_, veniva ora a passare

alcuni giorni in Carnia, tra questi dirupi? Veniva nella patria del

suocero.... Presi l'ombrellino, e sola m'avviai alle acque salutari.

Un vecchio montagnolo pascolava una meschina vaccherella a' piedi

della montagna di San Pietro. Nel venerando suo volto mi parve vedere

alcuni lineamenti a me non ignoti. Se altro fosse stato il suo arnese,

l'avrei creduto padre del ricco mercatante che pochi momenti prima

mi aveva salutata, tanta si era la rassomiglianza. Sorrisi, e sedetti

sulle pietre della fontana che in quell'ora era affatto solitaria. Di

lì a pochi minuti il vecchio venne anch'egli, s'assise a me dappresso e

narrava dei tempi passati. Erano settantacinque anni, ch'ei giovanetto

di dodici aveva, diceva egli, per la prima volta guidato un medico a

quella scaturigine. Venuto a caso nel paese, cenava con due suoi amici,

all'aria aperta, sulle sponde pittoresche della But: sentì l'odore

dello zolfo, chiese da che proveniva e scoprì le famose sorgenti.

Ma allora, continuava il vecchio, esse erano migliori, l'odore che

spandevano si sentiva perfino a Tolmezzo; un bel prato le circondava di

verzura, v'erano delle acacie piantate all'intorno, egli stesso aveva

dipoi veduto trecento forestieri incoronare il bacino. A quei giorni

fortunati, soggiugneva sospirando, era ben altro il paese! I monti più

verdi, le notti della Carnia più limpide, una luna più lucente del sole

che ora ci splende le illuminava, e stelle più scintillanti ricamavano

i cieli. Egli allora era garzone e cantava armonie cento volte più

belle che non si sanno oggigiorno.

Povero vecchio! e il suo occhio commosso piagneva una lagrima. Gli anni

avevano offuscato il suo sguardo, irrigidite le sue membra, quietato

il palpito del suo cuore, ed ei così tramutato deplorava i tempi

cangiati! Stette ivi un pezzo con me, bevette nella mia tazza l'onda

medicinale ch'io stessa attinsi per lui, mi promise le carniele ch'egli

aveva cantato nell'amore della sua prima gioventù. Amava con passione

il suo paese dal quale non era mai uscito, quindi la sua anima era

ancora vergine e piena di poesia come la superba natura che ci stava

d'intorno. Finchè gli anni giovanili gli durarono, egli aveva lavorato

nella _Sega_ che ci stava difaccia sulla riva opposta del torrente,

e ch'egli m'additava con una specie d'affetto. Adesso viveva in una

piccola casuccia ad Avosaco co' suoi risparmi, e col latte dell'armenta

che pascolava. Mi narrò le tradizioni del paese, le costumanze, le

feste. M'apriva l'animo come se stata fossi sua figlia. Chiesi il

suo nome, e seppi ch'era fratello del negoziante, e zio della gentile

signorina da me veduti poche ore innanzi. Coloro che passando sull'alto

della via che va a Paluzza m'avran scòrta sedermi così a lungo presso

quel vecchio cencioso, non avrebbero forse immaginato ch'io preferissi

la sua semplice conversazione a quella de' suoi educati parenti.

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