LA FESTA DEI PASTORI.

Ballavano sui prati di Solleschiano. Avevano piantato il tavolato

sulla sponda sinistra del torrente all'ombra dei pioppi che fanno

argine alle acque. Quella vasta prateria, che a guisa di ventaglio

si stende tra il Nadisone e la Torre, era tutta seminata di gente,

che in ogni direzione solcandola convenivano al luogo della festa.

Or capitava una carretta tirata da muli, da cui smontavano un paio di

leggiadre mugnaie che aggiustandosi la gonna, il grembialino di seta,

i tremoli delle trecce, a forza di gombiti si facevano largo tra la

calca. Or vedevi venir su pel prato una compagnia di ragazzette che

si davano braccio: correvano, e il bianco de' loro ampi fazzoletti

da testa, e i vivi colori di quelli da collo te le facevano scorgere

una buona pezza lontane. Da un'altra parte raccolti in brigatelle

venivano i giovinotti coi cappelli guarniti di un fiore o di una

penna di pavone, colle calze azzurre slacciate e un po' arrotolate

intorno al collo del piede mostravano la gamba robusta velata di

pelo, e pronta a slanciarsi dietro la facile armonia del Valzer.

Taluni cantarellavano, e allungando il collo al disopra della folla

guardavano se ancora fosse venuta la loro amorosa. Il sole tramontava

placido, e attraverso quelle mille fogliuzze di pioppo allora allora

sbucciate e continuamente tremolanti, mandava gli ultimi suoi raggi ad

illuminare la festa e dare una tinta fantastica a quei giovani volti

un po' abbronzati e fatti rossi e vivaci dalla gioia della danza.

Intanto alcuni, scelto coll'occhio un siterello in disparte, aprivano

un cesto od un carnierino ed apparecchiavano sull'erba una merenduccia

da godersi in compagnia. Cotesto ballare che qui si fa, si chiama la

Festa dei Pastori, perchè i primi ad aprirla sono i giovanetti dei

due villaggi, che nei mesi antecedenti al maggio menano in comune il

bestiame al pascolo per la prateria. Essi hanno il diritto di ballare

_gratis_, e lor si dà come per mancia qualche soldo e delle uova per

la merenda. L'usanza s'è allargata in modo, che quasi tutti i padri

di famiglia dividono tra i loro dipendenti alcune monete a tal uopo,

cosicchè di queste merenduccie qui e colà, nell'ombra dei pioppi,

dietro la riva che fiancheggia la strada di Palma, per tutto il prato

se ne vedeva moltissime. Qualcuno s'era ingegnato d'avvivare un piccolo

focherello, e d'intorno, mentre si riscaldavano le vivande o friggevano

le uova, tenendosi per le mani, danzavano improvvisando allegre

villotte. Nel mezzo del prato su d'un carro stava una botte di vino,

ed era un continuo andirivieni a questa spezie di mobile osteria. Fra

la calca che formava cerchio a quelli che ballavano, avresti notato un

gruppo che si distingueva pel bruno signorile dei vestiti, per l'alto

o trincato chiacchierare e per le boccate di fumo che tratto tratto

saliva in ruote azzurrognole al di sopra dei loro fini cappelli di

felpa. Erano alcuni giovinotti di fresco laureati, amici del medico

condotto, venuti a passar con lui quella bella giornata di primavera, e

dopo il pranzo, egli li aveva menati a vedere la festa campestre, che

ogni anno usano fare su questi prati nella prima domenica di maggio,

giorno in cui si vieta il vago pascolo. Se la godevano, or a notare

l'aria d'importanza con cui que' ben tarchiati campagnuoli andavano a

parlare co' sonatori, poi a prendere le loro belle e a lanciarle in un

valzer alla contadina, dove il pestare dei piedi per la capriola finale

erano un ritornello inevitabile; ora adocchiavano le danzatrici, e,

— Guarda, diceva uno di essi, bella ragazzina quella dalla pezzuola

colore scarlatto, che s'è lasciata cadere dalla testa il fazzoletto,

onde mostrare i tanti tremoli che ha nelle trecce.

— È la figlia d'un ricco affittuaiolo che abita in quella casuccia

bianca che vedi là nella terza delle colline che ci stanno dirimpetto;

rispondeva il dottore.

— Bellina in verità! notava un altro. No, non sa ballare. Vedi modo

sgraziato di portare la persona! e poi come butta le gambe!

— Effetto, mio caro, dell'essere avvezza a saltare pei colli.

— E l'altra, che balla con quel mascalzone che fa pompa del moccichino

ricamato che s'è cinto attraverso la vita....?

— Una mugnaia.

— Io vorrei che ballassero quelle due là che si bisbigliano alle

orecchie; quelle due care pettegole dai ricciolini minuti minuti e

dalla vita mingherlina, che stanno lì dappresso a quella grassoccia che

ha scritto sul viso la pretesa d'esser bella, ma che non lo è niente

affatto.

— Quella, vedi, diceva il dottore, ha nome di bellissima, mentre le

altre due non sono contate un'acca. I contadini destinati alla fatica

calcolano la bellezza in relazione ai loro bisogni. Buoni gombiti e

buone spalle sono per essi la migliore attrattiva, e si prenderebbero,

io credo, una donna a peso.

— Infatti, osservava un altro, quelle che qui ballano non sono per

nessun conto le migliori. Io vedo là nella calca spuntare dei visetti

da angelo che allungano il collo per desiderio di far quattro salti,

e cotesti villanzoni passano loro dappresso senza neanche guardarle,

mentre le regine della festa sono due, tre, madame pataffie ben grasse

e ben rubiconde, tutte ansanti e grondanti di sudore.

E motteggiavano notando le smorfie, le occhiatine dolci e gli sguaiati

attucci di quelle giovinotte che nella pretesa d'esser belle facevano

vie meglio risaltare i difetti della loro goffa figura.

— Guarda colei che si fa fresco col lembo del grembiule. Misericordia!

che vezzi e che ridicole smancerie!

— Eppure, osservava un altro, cotesti villani le fanno la corte, ed è

incontestabilmente una delle leonesse della festa.

— O dottore, dottore, cantarellava un mingherlino accarezzandosi le

basette, anche questa sua vantata semplicità dei campi ha il suo lato

ridicolo. Insomma, qui bisogna venire per conoscere quanto sia di bello

reale nella poesia arcadica che or si vorrebbe tornare in moda. Se le

contadine e le pastorelle fossero come ce le dipingono nei libri....

— Ma tu, interrompeva il dottore, per una che sia un po' sguaiata gridi

contro tutte?

— Almeno, tornava a dir l'altro, se non si può asserire che sieno tutte

brutte, concederai che questi ragazzi son di un gusto ben perverso.

— Oh! per cotesto poi nè più nè meno di voi altri ganimedi di città,

che innamorati _dell'amabile pallore_ fate tante dive di tutte le

clorotiche e le tisicucce tra le vostre madamine. Almeno qui se non si

sa conoscere la vera venustà ed eleganza delle forme, si apprezza la

forza e la salute che pure sono doni del cielo.

— M'immagino che la tua decantata _Miutte_ sarà anch'essa un pezzo

maiuscolo sul fare di coteste passate schiattone.

— La mia Miutte, diceva il dottore, in qualunque condizione è

vestita, sarebbe sempre bella, poichè i suoi lineamenti sono perfetti;

capite? Bisogna vedere che profilo precisamente greco, che bellissima

capigliatura, che occhi, che disinvoltura e che eleganza nel portare

della persona!

— Ih! ih! tu ce la dipingi una Venere!

— Sissignori, una Venere, con questo di più, che bella com'è, ella non

sa di esserlo.

— Davvero che è proprio nel paese dove non sanno di esser belle; se se

lo credono fin quelle che sono orride!

— Appunto mo per cotesto, vedi, la sua bellezza ha un'attrattiva

indescrivibile. La poverina è piuttosto graciletta, scarmolina, di

colori delicati, e coll'idee del bello che qui regnano, ella non fu mai

giustamente apprezzata; anzi crede in buona coscienza che la natura sia

stata avara con lei di questi pregi esteriori, ed è per compensarne il

difetto che è dolce ne' modi, aggraziata e modesta. Ella ti parla in un

tuono così umile, veste semplicissima, lontana da ogni ostentazione....

Insomma pare che sia sempre in atto di chiederti scusa, se la sua vista

non ti produce un senso abbastanza aggradevole; e ciò, a veder mio,

aggiunge un gran pregio alla sua reale bellezza.

— Ma sai tu, dottore, che con coteste poetiche descrizioni ci hai

grandemente invogliati di vederla?

— Or via additaci questa tua Miutte.

— Questa tua Venere dei campi.

— Questa bella senza pari.

— Questa ninfa rusticana.

— Questo tuo modello arativo-prativo e boschivo: — saltarono su a

gridare tutti in un colpo.

— Doveva venire.... diss'egli morsicandosi le labbra.

— Ma a quel che pare, soggiunse un altro, ti ha canzonato.

Il dottore, che, se non l'aveva precisamente detto, aveva almeno lor

fatto credere d'aver un mezzo appuntamento, sentiva un po' di stizza

d'aver dato in falso e procurava mutar discorso. Intanto s'era fatto

tardi, il tavolato si spopolava, pel prato andavano diradandosi i

gruppi di gente, e udivi di lontano il canto dei già partiti. Gli

amici del dottore si congedavano, e montati in un calessino gli

gridavano, ridendo, buona fortuna, e qualche altra piccante e buffona

parola, ch'egli accolse con un forzato sorriso. Sentivasi suo malgrado

umiliato. Dopo ch'egli nel suo cuore aveva fermamente ritenuto che

quella donna capitasse, e dopo averne dette tante mirabilia ai compagni

e con boria giovanile dato loro ad intendere un po' di amoretto,

questo non essere venuta, gli volgeva in amaro tutta l'allegria di

quel giorno. Compivano all'incirca tre anni ch'egli aveva veduto

per la prima volta la Miutte. Era un mercoldì di carnovale, egli

veniva nel villaggio di S*** a pranzo dal cappellano suo amico, e non

trovatolo in canonica, entrò nella chiesetta dov'era a celebrare ed

a benedire un matrimonio. Col suo bel mazzo di fiori in mano, velata

da un ampio fazzoletto di _tulle_ ricamato e piegato a croce, da

cui trasparivano le folte trecce tempestate di tremoli d'argento e

rilucenti com'ebano lisciato, usciva prima la sposa. L'azzurro vivace

della sua gonna di seta, l'allegra pezzuola del collo, colore di croco

e picchiettata in iscarlatto, il grembialino cangiante tra il verde

ed il rosso pallido, gli parevano addirsi a quella giovine creatura,

che come un'alba d'estate gli compariva dinanzi in tutta la pompa del

più bel giorno della sua vita. Ma quando giunta alla pila dell'acqua

benedetta nel segnarsene la fronte, ella rivolse al suo sposo gli

occhi umidi di pianto, e raccolta l'anima nella faccia dilicata ed

ingenua, fe lampeggiare in un pudico sorriso l'interna sua contentezza

ed affettuosa riconoscenza, quella fisonomia gli parve d'angelo, e

gli s'impresse nel cuore a tratti indelebili. Dipoi la rivide assai

di rado, chè ne' villaggi un po' discosti dalla città ed abitati da

soli agricoltori, la vita delle contadine maritate è tutta di casa

e di lavoro, ned egli aveva nessun decente pretesto per andarla a

trovare. Fu solo due anni più tardi che essendosi ammalato il suocero

di lei, egli ebbe occasione di vederla dappresso e di chiacchierare

con essa qualche momento. Era spessissimo al letto dell'ammalato.

Ella, riconoscente alle cure ch'ei prodigava a quel vecchio, che

oramai veniva da lei riguardato come suo proprio padre, cercava di

mostrare la sua gratitudine con mille attenzioni al giovane; ma non

le passava neanche per la mente ch'ei potesse pensare a lei più del

dovere. Le mogli dei nostri contadini sono di raro civette. Da ragazze

fanno all'amore, cangiano amanti, scelgono; ma una volta maritate,

la lor vita è tutta consecrata ad un solo uomo, nè credono possibile

l'infedeltà. La Miutte ch'era lontanissima dal supporre nessuna mira

nel dottore, trattando con lui, non usava poi neanche nessuno di

quegli artifici di contegnosa virtù sì frequente nelle donne che in

ogni uomo che loro usa un'attenzione veggono un seduttore. Semplice ed

ingenua, ella apriva a lui i tesori della sua anima, e godeva con tutta

innocenza dell'amicizia che gli veniva profferta. Quando fu guarito il

vecchio, cessarono le visite del dottore, nè più si rividero, se non

incontrandosi a caso, o qualche volta in chiesa alle sacre funzioni.

Ma in quella prima domenica di maggio verso le undici del mattino il

dottore andando a visitare un'ammalato e volendo accorciare la via

attraversava un campo di frumento. Vide sul margine vicino alla siepe

un fascio d'erba cavata di fresco come accennavano i papaveri e i

fioralisi non ancora appassiti, e guardando lungo i solchi, scoprì la

Miutte che succinta le gonne e curva tra le spiche nettava il frumento.

— Brava! diss'egli, invece d'andare a messa, voi state qui lavorando!

— Ma!... rispose ella ridendo. Gli agnelli mangiano anche in giorno di

festa, e questa sera si balla sui prati....

— Voi non avete tempo di far erba, ho capito. Eh! questo ballare per

voialtre donne è una gran tentazione; ed anche le più sagge mandano

la predica del Piovano sul granaio del Papa, purchè avanzi tempo di

divertirsi, n'è vero? Divenne rossa rossa, e, perchè egli pieno di

fretta camminava a gran passi, lasciò che continuasse la sua strada.

Questa era stata tutta la promessa di venire alla festa, sulla cui

base egli aveva fatto credere ai compagni che una bella contadinotta lo

aspettava a far un valzer; ed ora che la sua vanità era stata punita,

tornava a casa di mal umore un po' stizzito e in cuor suo accusando la

povera Miutte. Quando fu nella villa, vide sulla porta della casa di

lei una sua cognata, fanciulla di circa sedici anni, che appoggiata

all'un degli stipiti stava chiacchierando con un giovinotto, e gli

venne l'idea di dimandare della Miutte.

— Caterinuccia, diss'egli, fammi un piacere, portami un po' di fuoco,

chè accenda il sigaro. Ella corre a prenderlo, e mentre accendeva:

— Perchè non hai voluto ballare sui prati con quel giovinotto ch'era in

mia compagnia?

— Oh! perchè, diss'ella, noi altre poverette balliamo alla buona, e con

loro signori non è da mettersi.

— Ha pur ballato meco tua cognata.

— La Ghita?

— No, la Miutte.

— Non è vero niente, rispose ridendo.

— Non è vero? ed io ti dico di sì. Tu eri allora già partita.

— Ma se la Miutte non è stata pei prati nè punto nè poco!

— Vuoi dirlo a me?

— Sicuro a lei! Ella è dalla Maddalena.

— Chi è questa Maddalena? chiese allora il dottore fumando, e

schiacciando un tantino colle dita la punta del sigaro.

— Quella poveretta che sta laggiù accosto a' cipressi, e che or saran

due anni ch'è inchiodata in letto.

— Una malata? e nessun m'ha chiamato? vado subito a vedere di lei. E

mosse verso la casuccia indicata, contento di questa combinazione che

gli dava agio di rivederla. Mentre con passo affrettato attraversava il

villaggio, il pensiero gli correva alla donna, il cuore gli palpitava

come se si fosse trattato d'un colloquio d'amore. Aveva tanto parlato

di lei in quella giornata, il suo desiderio di vederla nella festa

era stato così vivo, l'allegria, gli amici, la spensierataggine dei

loro discorsi, le spacciate millanterie, e per ultimo l'essere stato

deluso e un po' canzonato gli aveva talmente esaltata l'anima, che

aveva finito col trovarsi riguardo a quella giovane, non nella sua

posizione reale, ma in quella che aveva immaginato e procurato di far

credere agli altri; ed ora a questo abboccamento che il solo caso gli

offeriva, e' vi andava come se di comune intelligenza fosse stato

prima da entrambi concertato. Aveva in animo di farle finalmente

dichiarazione d'amore e d'adoprare ogni possibile artifizio per

trarla a corrispondergli. Se lì non gli veniva fatto di parlare a

quattr'occhi, pensava d'accompagnarla a casa. Era notte: la villa

deserta, perchè vicina l'ora della cena; questa volta l'occasione

gli si presentava propizia. Giunto ai cipressi, vide a man ritta

una casuccia meschina, che guardava su d'un cortiletto chiuso d'una

palafitta di canne, e indovinò che fosse l'indicata, perchè dalle

fessure della finestrella in alto traspariva un po' di lume. Le altre

case, dove non c'erano ammalati, a quell'ora apparivano illuminate

soltanto in cucina. Picchiò, nessuno veniva; s'accorse allora che i

cancelli erano aperti. Attraversò in punta di piedi il cortile. Spinse

leggermente la porta di casa, ch'era del pari socchiusa. Sul focolare

due tizzi semispenti, che ogni qual tratto davano ancora una vampata,

gli rischiararono quel miserabile tugurio dove non c'era anima viva,

ma il lume scendeva dall'apertura della scala e dal soffitto in qua

e in là rosicchiato dai sorci e logoro dal tempo. Le donne erano lì

sopra; ei le udiva chiacchierare e di tratto in tratto i salti d'un

bambino gli spolveravano il cappello e le spalle. Ascese pian piano,

e fermatosi sulla soglia col dorso allo stipite che rimaneva al buio

e cogli occhi nella camera, contemplò per un momento inosservato la

scena che gli si presentava. Una rozza lucerna di ferro appesa alle

travi illuminava parcamente la stanza e disegnava a grandi ombre sè

stessa, or sulle screpolate pareti, ora sul letto, a seconda che la

faceva girandolare l'aria ch'entrava dalla mal riparata finestrella. Un

bel fanciulletto ch'ei tosto ravvisò pel bambino della Miutte, correva

su e giù, e rotolavasi per lo spazzo facendo ogni sorte di capriole.

La Miutte era seduta presso il capezzale ed aveva sulle ginocchia un

altro bambino esile e più piccolo del suo; un bambinello biondo, coi

capelli fini fini non pettinati, che d'intorno alla testina, stando

alti, formavano come una specie d'aureola leggera e trasparente che gli

dava somiglianza di quel fiore fragilissimo che dipingono nelle mani

del Tempo. Ella lo vezzeggiava e ogni tanto chinavasi a raccogliere

or l'uno or l'altro dei due pomi con cui il piccino trastullavasi.

Al colore dei capelli, alla fisonomia, all'amore con cui stava

riguardandolo, ei conobbe nella malata la madre.

— Senti, Maddalena, bisogna proprio che tu ti risolva.... — diceva la

Miutte a questa povera creatura, che lì distesa in letto, atteggiata

il volto di grande malinconia stava ascoltando in silenzio, come chi

vede la necessità di un sacrifizio e nell'istesso tempo ne sente tutta

l'amarezza. All'aspetto di tanta miseria il dottore aveva sentito

mancarsi l'anima e non ardiva inoltrarsi; ora le parole della Miutte

gli destarono curiosità, e stette ad intendere il fine del discorso.

— Ve' Maddalena, si tratta del tuo Giannetto. Come vuoi pretendere

ch'ei cresca e viva chiuso in questa camera? A noi contadini fa d'uopo

del sole, dell'aria, dei campi; noi siamo come gli uccelli, rinserrati

non possiamo campare alla lunga, e il tuo povero piccolo sente già

il danno della vita meschina a cui è condannato. Chi direbbe che

avesse più tempo del mio Pierino? È sparuto, che rassomiglia un gambo

d'insalata in bianco! Ma in coscienza mia ti morirà.... Pensa che ha

due anni e che ancora non cammina, e che se ti ostini a tenertelo qui,

finirà pur troppo col non camminare giammai!

L'ammalata taceva, solo ogni tanto s'asciugava col lenzuolo una lagrima.

— Dunque, Maddalena, me lo porto via questa sera? Se fosse.... per

riguardo ai miei.... T'ho già detto, che mio suocero egli stesso

m'ha ordinato di parlartene. Io.... non avrei ardito far io la

proposta, perchè.... sono buona gente, ma tu lo sai meglio di me che

tirano un po' al selvatico. Ora poi da questo lato non c'è più da

dubitare, e sta' certa che tutti sono contenti. In quanto all'aver

cura del fanciullo, Maddalena mia, tu lo dai a me.... a me che posso

dire d'esser viva in grazia tua. Oh! non mi sono mica dimenticata,

diss'ella, baciandola in fronte con grande affetto, che tu ti sei

acquistata questa malattia per amor mio, per allattare il mio Pierino!

— Or via, non mortificarmi, rispose finalmente l'ammalata, procurando

di sollevarsi un poco sul meschino letticciuolo in modo d'aver libere

le braccia. Poi prese per le mani l'amica, e posatole su d'una spalla

il capo stanco, disse in tuono di dolorosa rassegnazione:

— Tu parli per il mio bene, ed io son grata così a te come a' tuoi;

capisco che avete, non una, ma mille ragioni. L'amor vostro è una

provvidenza per quel povero piccino.... Se sapeste per altro quale

conforto ei mi sia nelle mie lunghe giornate di dolore l'avermelo qui

sul letto! Oh Miutte, tu me lo porterai via.... e io resterò sola a

patire! e la sera quando verrà a casa il mio povero uomo, non troverà

più nessuno se non questa disgraziata che gli raddoppia gli affanni

della vita, e che sarebbe pur bene che il Signore finalmente prendesse

con sè...!

— Ma che cosa ti figuri di non vederlo altro? Puoi ben credere che

tutte le volte che potrò, verrò qui a condurtelo, anzi questo sarà un

pretesto per venire a trovarti più spesso. Intanto ogni domenica farò

come oggi: coll'alba a messa, poi nei campi a far erba e così la sera

con te.... E quando io ti menerò Giannetto che camminerà da se solo!

quando lo rivedrai ogni volta più rubicondo e più grassoccio!

Il medico picchiò.

— Avanti, dissero le donne. Credevano che fossero i mariti, e restarono

un po' confuse alla vista del dottore.

— Sapete voi, diss'egli, che cosa vengo a far qui questa sera? A

sgridarvi ben bene tutte due. Quanto tempo è che siete ammalata? Chiese

in tuono brusco alla Maddalena.

— Circa due anni, signore.

— Ah, due anni! e in due anni non avete mai trovato l'opportunità

di farmene avvertito? e invece di medicarvi e guarire in un quindici

giorni, avete preferito di marcir lì in un letto, senza un'anima che

vi assista?... E voi, continuò in collera rivolto a Miutte, voi che

le siete amica, che in questi due anni mi avete veduto un milione di

volte, v'era tanto difficile il dirmene una parola?

— Per i poveri, signore, disse Maddalena, il medico è inutile.

— Non sapete, adunque, ch'io sono pagato precisamente per i poveri?

— Ma voi se foste venuto a visitarmi, replicò la donna, avreste

ordinato delle medicine.... e se anche mi fossero state date per

carità, quando si prendono, bisogna pur far un po' di brodo.... e mio

marito è un povero bracciante, che, dopochè mi sono gittata in letto

e non posso più aiutarlo, arriva appena a buscarsi la polenta....

Ah, signore, conchiuse ella in uno scoppio di pianto, se vi avessi

chiamato, l'unica provvidenza per me, sarebbe stata l'ospitale!

— Per carità, gridò allora in atto supplichevole Miutte; vi prego, no,

all'ospitale!

— Ma io vorrei sapere, esclamò il medico, perchè a voialtri contadini

faccia tanto orrore questa parola ospitale? Certo che in nessuna delle

vostre case, neanche presso i meglio benestanti del paese, un ammalato

può essere trattato e servito come lì dentro. Lì sono pronti tutti

i soccorsi dell'arte, si può avere ad ogni ora il medico, non manca

nè biancheria nè alimento.... Io vedete, se mi ammalassi, non avrei

nessunissimo riguardo a farmi portare all'ospitale. La donna per tutta

risposta aveva preso tra le braccia il suo bambino, e stringendolo al

cuore con una specie d'angosciosa tenerezza lo copriva di baci e di

lacrime.

— Or via, diss'egli, non si parli più d'ospitale, ma narratemi invece

della vostra malattia. Miutte allora tirò innanzi un deschetto,

affinchè il dottore si sedesse, gli prese il cappello, e dato d'occhio

al suo piccolo che s'era cacciato tra gli arcioni della cuna e la

ninnava a tutto slancio empiendo la stanza di sussurro, corse a lui,

gli disse all'orecchio alcune paroline dolci, poi lo portò a sedere

sul letto dell'ammalata vicino a Giannetto, e baciatili entrambi, ed

accarezzatili un momento, tanto che stessero quieti, tornò a sedersi

al suo posto, e aiutata dall'amica raccontò l'origine del male. Era

un gennaio, freddissimo, la neve al ginocchio e un continuo soffiare

di borea. Miutte, ammalata da parto, non reggeva ad allattare, e non

ardiva palesare il sopravvenutogli malore, perchè in famiglia, gente

di natura forte e tutti sani e robusti di corpo, l'avrebbero creduta

delicata. Già al momento del suo matrimonio s'erano mostrati poco

contenti di lei a motivo della sua complessione piuttosto gracile. Sua

cognata, un bel pezzo di donna, massiccia e d'una tempra di ferro,

durante la gravidanza lavorava senza nessun riguardo, e quando le

cominciavano le doglie, era il suo solito che si metteva a lustrar le

caldaie, i lebeti, i paioli, e dato alla luce il bambolo, ventiquattro

ore dopo era in cucina, e in capo a tre giorni di nuovo al lavoro al

pari d'ogni altro della famiglia. E queste male imprudenze, da quella

gente rozza si decantavano per bravura, e i vecchi di null'altro tanto

menavano vanto come di aver cresciuto prole vigorosa, amante della

fatica e sprezzatrice del disagio. Miutte che temeva le loro derisioni,

soffriva in silenzio; e Maddalena tre volte al giorno veniva a far

da madre al bambino dell'amica, che senza lei sarebbe indubitatamente

morto d'inedia. Nè per cadere di pioggia o di neve, nè per imperversare

della stagione, giammai tralasciò dal pietoso uffizio; se non che

ella pure era fresca di parto; il marito per non perdere giornata

lavorava allora in un mulino fuori del villaggio, ed essa, a forza

di aggiungere alle sue quotidiane fatiche quello strapazzo, ammalò,

tirò innanzi senza curare il male fino alla buona stagione, ma poi

finì col perdere le gambe e trovarsi inchiodata in letto. Impedita

così di lavorare, quando più l'era necessario per supplire ai bisogni

della sua cresciuta famigliuola, trovossi oppressa dalla miseria. Il

marito per non lasciarla morire di fame stava via tutto il giorno a

lavorare; ella sola colla sua creatura a languire fino all'avemmaria;

e il piccolo privo degli aiuti della madre anneghittiva anch'egli, nè i

brevi momenti che suo padre gli dedicava la sera, erano bastati in due

anni neppure a insegnargli a camminare. Solo conforto della poveretta

era l'amicizia e la gratitudine di Miutte. Ma innestata in una famiglia

piuttosto ruvida, dove il lavoro era indefesso, poco ella poteva.

Qualche scappata a trovarla, qualche tenue soccorso, e del resto non

era al caso d'offrirle se non un cuore che sanguinava al suo patire! In

quella domenica ella le aveva portato i pochi soldi che il suocero le

aveva dati per la merenda dei pastori, e invece d'andare sui prati, era

venuta lì a farle compagnia. Erano ancora in questi discorsi, quando

sentirono abbasso in cucina un pispillare di pollastri.

— Sicuro, sono tornati i nostri uomini, disse Miutte, e corse alla

scala. Infatti erano essi ed avevano provveduto di che fare un po'

di brodo all'ammalata. Il dottore la esaminò, poi le fece alcune

ordinazioni, e raccomandò alla Miutte di sorvegliare perchè nulla

mancasse. Dopo quella sera ci fu spessissimo a visitarla. Vicino

al letto di lei trovava spesso Miutte, e avrebbe potuto parlarle

d'amore: ma aveva discoperta troppo bella la sua anima per più osar di

profanarla. In grazia di lui Maddalena riacquistò la salute, e in capo

all'anno alla festa dei prati, ei godeva di una di quelle compiacenze

dell'anima, che valgono più di quanto possono offrirci i sensi, e che

il cielo ha riservato in premio alla virtù. All'ombra dei pioppi, sul

margine del torrente erano sedute sull'erba due donne in compagnia dei

loro mariti e di due graziosi bamboletti, e godevano d'una merenduccia

a cui prendeva parte anche il dottore. La Maddalena era allegra,

sulle sue candide gote rinfrescate dalla salute, il sangue tornava a

rifiorire con tutta la grazia della giovinezza, i suoi occhi rianimati

si posavano con emozione, or sull'amica che tutta lieta le stava

d'accanto, or sul suo bambinello che vedeva correre e far capriole

sull'erba, or su quel giovane signore, alle cui cure affettuose doveva

la felicità di quel momento. Quando le cime dei monti cessavano di

rosseggiare, e che la dolce curva delle collinette che lor si stendono

ai piedi si confuse nel bruno del loro dorso, il dottore tornava alla

sua dimora affatto solitario come l'anno innanzi. La festa era sparita,

spopolato il prato; il silenzio era venuto colla notte a distendersi su

quella pianura un momento prima così piena d'allegria e di rumore. Egli

guardava allo stellato dei cieli, e si sentiva l'anima commossa e piena

d'una gioia che l'anno addietro, in quell'istesso sito, sarebbe stato

ben lontano dal sapersela immaginare.

Racconti(#49510) · 第 36 / 90 题