IL PANE DEI MORTI.

L'autunno declinava: le cime dei monti già innevate, il verde della

campagna ogni giorno più languido e giallastro.

Oramai la maggior parte delle famiglie signorili dei contorni s'erano

ritirate alla città, e quei casini deserti, colle finestre chiuse,

rientrati nel silenzio e nell'abbandono, accrescevano la malinconia

della moribonda natura. Solo la contessa Ardemia della Rovere

continuava ad abitare nella sua tranquilla villetta, e dal nessuno

apparecchio, dal nessuno movimento nella sua casa pareva ch'ella avesse

deciso di passare in campagna anche l'inverno. Aveva ricevuto le visite

di congedo dei parenti, degli amici, e alle loro sollecitazioni di

seguirli in città, aveva risposto sempre con indeterminate e vaghe

promesse; ma in suo cuore, lungi dal temere quella solitudine ch'essi

le dipingevano a negri colori come argomento a determinarla alla

partenza, si consolava anzi di potersela a suo agio godere, affrancata

dalle continue visite e dal cicaleccio di tanti importuni.

Un po' per vaghezza di novità, un po' per capriccio giovanile, ella

aveva in quell'anno intrapreso un lungo viaggio, e dimorato alcuni

mesi in seno alla società d'una delle più cospicue capitali. Vedere

co' propri occhi quei centri di civiltà e di eleganza, che aveva tante

volte sentito a magnificare dagli altri, partecipare ai tanti piaceri

e divertimenti che ivi si offrono all'avvenenza e alla ricchezza,

gettarsi nel bel mondo per ammirare da vicino tanti nuovi oggetti che

la fantasia le indorava in mille modi lusinghieri, ed anche un tantino

nel secreto del suo cuore per farsi ammirare, quest'era stato spesso

il sogno accarezzato de' suoi giovani anni, ed ora che le circostanze

della sua vita l'avevano resa libera, ella aveva voluto effettuarlo.

Ma, o che un bene lungamente agognato, nell'atto del possesso riesca

sempre minore della realtà, o che quei frivoli piaceri non avessero

radici abbastanza tenaci per germogliarle nel cuore, ella si trovò

presto stanca di quella vita dissipata e senza scopo; e in mezzo alle

conversazioni, ai teatri, ai balli, dove il suo spirito ed i suoi

molti doni naturali e di fortuna l'avevano resa cara più di quanto

ella stessa avesse osato ripromettersi, le sorgeva nell'animo il

desiderio dei campi paterni, delle sue collinette, de' suoi buoni

contadini, della tranquilla e semplice vita, a cui si aveva da qualche

tempo assuefatta. Aveva fatto quel viaggio ad oggetto di divertirsi, e

invece grandemente s'annoiava, e ogni sera si riduceva nella sua camera

da letto malinconica e infastidita di tutto, come chi ha sprecato

malamente il suo giorno. Si rammaricava seco stessa di non saper godere

come gli altri, le pareva d'esser di cattivo gusto, e prefiggevasi

per l'indomani nuove gite di piacere e nuovi sollazzi. Ma indarno

ella passeggiava per quegl'immensi giardini, dove la mano dell'uomo ha

saputo domare una natura ritrosa e forzar la terra quasi suo malgrado

qui ad elevarsi in molli colline, là ad aprirsi in vaghi laghetti

popolati di cigni e cinti di piante esotiche; più lungi a distendersi

in pratelli, in viali il cui verde comperato a forza di fatiche

contrastava evidentemente colla sterile campagna dei dintorni, col

clima umido, col cielo freddo e nebuloso. Con un senso d'insuperabile

amarezza, che le metteva sul labbro il sorriso dell'ironia, ammirava

nelle serre costose agglomerati quei tanti fiori provenienti dalle

più diverse contrade, e la magnolia e la palma gigantesca imprigionate

sotto una vòlta di vetri, e sentiva per esse il desiderio della lontana

lor patria. Lodava l'arte che con gentile magistero aveva saputo

vestire le sterili zolle dei più ridenti colori, e disporli a disegno

in modo che acquistassero vaghezza dal contrasto, e per servire a' suoi

fini costrignere innumerabili calici a sbocciare tutti in un colpo;

ma in suo cuore sentiva di preferire l'umile pervinca nata spontanea

tra le macerie d'un muricciuolo o sulle sponde d'un capriccioso

rivoletto, e i balsami delle tante rose silvestri che inghirlandavano

le collinette del suo paese. Così del pari in quelle sale, dove il

lusso più raffinato adunava tutte l'eleganze della moda, e dove lo

spirito e la bellezza venivano a far pompa tra la luce dei doppieri e

le ricche suppellettili, ella si trovava come in disagio, e procurava

indarno di far tacere una specie di voce secreta, che fin lì tra quelle

magnificenze ardiva richiamarle alla memoria i semplici ma cordiali

saluti della povera Menica, o le vivaci risposte d'Ermagora, quando

senza tanti rispetti palesava alcuna parte del suo energico sentire.

— In patria ella sfuggiva le conversazioni e i convegni, perchè dopo

le sue vicende le pareva di leggere in ogni volto un'amara ironia, e

il rimprovero del suo passato; qui, dove non era conosciuta, credette

di poter di nuovo godere della società, ma s'accorse ben presto che

cotesta appunto era la ragione che glielo impediva. Ell'era straniera:

nessun legame d'affetto colle persone che la circondavano; nè a lei

altro interesse veniva donato, che quello della curiosità. Quando

aveva fatto mostra di quel poco di spirito che l'educazione le aveva

fornito e ricevuto l'omaggio di quello degli altri, ogni attrattiva era

esaurita. Nulla arrivava fino al suo cuore, ed esso le si chiudeva per

abbandonarsi alla noia. Quelle frasi melate, quei complimenti smaccati,

a cui era costretta opporre, o in un modo o nell'altro, le stesse

convenzionali risposte, le parevano un insipido gioco, un vero luogo

comune. Sentiva di non essere amata, e non vedeva l'ora di ritornarsene

laddove poteva essere utile agli altri, e far ancora palpitar qualche

cuore. Sicchè partì disingannata di molte illusioni, e guarita in

gran parte da quella smania femminile di far comparsa ed attirarsi

gli occhi e l'applauso della frivola moltitudine. Soprattutto era

rimasta tanto disgustata dallo strepito e dalle vanità cittadine, che

risolse di fermar per sempre la sua dimora in campagna, e di cercar un

compenso alla mancanza della famiglia e al vuoto che la circondava col

dedicarsi tutta a far fiorire, per quanto in lei stava, l'agricoltura,

e procurare, come una madre affettuosa, il benessere e la felicità

de' suoi buoni dipendenti. In tale disposizione ella vide passare in

quell'anno l'autunno. Partiti i signori, e liberata dalle tante lor

visite, le pareva di respirare, e s'occupava alacremente col signor

Giovanni de' suoi progetti, e dei lavori e delle migliorie ch'egli le

andava suggerendo.

Era alla fine d'ottobre. In molti luoghi del Friuli esiste un'antica

pratica, per cui ogni famiglia nel dì d'Ognissanti dispensa al

popolo una quantità di pane a seconda della propria agiatezza. Non

è già questa un'elemosina. Vengono a riceverlo tutti gli abitanti

del villaggio, e prima d'assaggiarlo, pregano per i defunti del

donatore. Contadini benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai,

che in tutt'altra occasione si vergognerebbero d'accettare la più

piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla

tua porta, e senza rossore ti domandano il pane dei morti. Poi alla

lor volta dispensano anch'essi la propria fornata. Anzi, dove non

ci sono signori, ogni contadino, fa tanti grossi pani di sorgoturco

quante sono le famiglie del villaggio, e vanno in giro a riceverlo,

e a vicenda lo dispensano agli altri; sicchè in quel giorno ognuno

assaggia il pane dei fratelli, e prega per i loro defunti, mettendo

così, almeno una volta all'anno, in comunione il cibo, l'affetto e la

preghiera. — La contessa Ardemia, che si ricordava d'aver veduto come

in quel giorno il suo avo paterno, assiso nel suo ampio seggiolone

a bracciuoli, dinanzi ad una tavola nel salotto a pian terreno

dispensava colle proprie mani il pane dei morti ai contadini, che in

turba venivano lì a riceverlo, e a salutare il loro vecchio ed amato

padrone, trovava questa pratica pietosa troppo secondo il suo cuore,

perchè non pensasse a ripristinarla. La mattina d'Ognissanti, dopo

la messa parrocchiale, ell'era difatti seduta con tutta gravità nel

posto, dove la memoria, con uno dei quadri indelebili dell'infanzia,

le rappresentava la faccia serena e i bianchi capegli del buon'avo,

e teneva ai lati diversi grandi panieri colmi fin sotto al manico di

picce sgranellate e allora allora cavate dal forno. Il cortile era

già pieno d'una moltitudine di gente, che faceva pressa alle porte

della cucina, dove i servi appostati li lasciavano entrar con ordine,

onde non facessero confusione dinanzi alla Contessa nel salotto, e

poi uscissero quietamente dall'altra porta che dava sul giardinetto.

Entravano a due, a tre, a quattro; or una madre coi figliuoletti, or

un'altra col suo bimbo fra le braccia, or un vecchio venerando, or una

turba di garzoncelli e di giovanetti; e tutti, salutata con affetto

la signora, si baciavano in segno di riverenza il dorso della mano,

prima di distenderla al panetto, ed uscivano fra lieti e commossi.

Alcuni, i più noti e famigliari a lei, si fermavano a dirle qualche

parola d'amicizia, o qualche complimento al modo loro, ma venuto dal

cuore; le madri particolarmente mettevano una specie d'ambizione nel

presentarle i lor bamboletti, gli ultimi nati, quelli ch'ella non aveva

ancora veduti, e che lì imparavano per la prima volta a sorridere alla

buona signora. Fra i tanti che in quel giorno le passarono dinanzi,

una donna le rimase profondamente impressa. Teneva per la mano un

fanciulletto assai sparuto e meschino, che si asciugava col grembiule

della madre gli occhi lagrimosi; un altro veniva dietro, attaccato al

lembo della gonna; e in braccio, un piccino accoccolato sul suo seno e

avvolto quasi tutto nel bruno fazzoletto ch'ella portava in testa....

Era pallida; e al primo vederla, la Contessa non seppe raffigurarla,

quantunque quella fisonomia non le paresse affatto nuova. Ma quando,

invece di seguire l'esempio della maggior parte degli altri e prendere

d'in sulla tavola il pane che le veniva offerto e andarsene, ella

si tirò all'un dei lati, e fattasi vicina alla Contessa insegnava al

più grandicello dei fanciulletti a baciarle la mano, ed ella stessa,

presi i panetti per sè e per i due piccioli, gliela strinse con grande

affetto e gliela baciò lasciandovi cader sopra una lacrima, l'Ardemia

si risovvenne: e — Rosa! le disse, con quella sua voce affabile e

manierosa. Sei tu, mia buona Rosa? È tanto tempo che non ti vedo, ch'io

quasi non sapeva neanche più ravvisarti! — Esse erano a un dipresso

della stessa età; e prima che l'Ardemia fosse messa in convento,

avevano più d'una volta giocato insieme da fanciullette e corso pei

prati a caccia di farfalle e di fiori. Ma l'una si conservava ancora

in tutta la freschezza della gioventù, mentre la povera Rosa, oppressa

forse dagli stenti, e da qualche secreta malattia, era dimagrita, aveva

perduto il colore, e ad onta de' suoi graziosi lineamenti appena poteva

dirsi l'ombra di sè stessa. Era proprio la rosa dell'ultimo dicembre,

bella tuttavia nel suo malinconico pallore, ma appassita e languente

prima ancora d'aver finito di sbocciare. Quella cera macilente,

que' fanciulli sparuti, quella stretta di mano, e quella lacrima, le

duravano fisse nella memoria. Fantasticava quali potevano essere i

suoi casi, quale il dolore che così anzi tempo l'andava consumando.

La sapeva maritata di suo genio con un giovane sartore del paese, che

campava onoratamente lavorando del suo mestiere nelle famiglie dei

contadini. Era padrona sola in casa e pareva che non avesse motivo di

lagnarsi nè dell'amore del marito nè di malattie o di disgrazie che si

sapessero. Del resto, non apparteneva ai coloni della Contessa, e de'

suoi fatti ella non se n'era interessata più che tanto. Ma ora sentiva

bisogno di penetrare in quel cuore.

Nel dopo pranzo d'Ognissanti la gente concorre tutta alla chiesa, e

pregano per i defunti. I sacerdoti, dopo aver cantato in tuono funebre

l'esequie e asperso d'acqua benedetta il catafalco eretto nel mezzo

della chiesa a ricordare il dì dei morti, e gli antichi sepolcri

dell'interno, passano processionalmente nel cimitero e si fermano sui

tumuli a recitare le preci raccomandate dalla pietà dei superstiti.

Alcuni li seguono, la maggior parte si ferma inginocchiata sui banchi,

e accompagnano sommessamente quelle voci monotone e devote, che si

sentono farsi or più dappresso or più lontane a seconda del luogo dove

riposano le ossa dei trapassati. La funzione dura a lungo, sicchè la

gente viene e va per dar luogo agli altri ed assistervi tutti alla lor

volta. L'Ardemia era venuta anch'essa, e cercando cogli occhi per la

chiesa vi rinvenne la Rosa, che inginocchiata in un angolo vicino alla

parete pregava con gran devozione, e ogni tanto sollevava all'altare

gli occhi bagnati di lagrime, poi di nuovo tirandosi sulla faccia il

fazzoletto si nascondeva con esso e colle mani congiunte su cui si

teneva abbassata. Le stava dappresso uno dei figliuoletti, e stanco di

pregare l'andava ogni qual tratto punzecchiando. Parve che la donna

si lasciasse finalmente persuadere da quella muta eloquenza, perchè,

difatti, di lì a pochi istanti sorse, e giunta alla pila dell'acqua

benedetta, colla mano con cui si aveva segnata toccò le dita al

bambino, gli fece fare la croce e devotamente inchinatasi partì con

esso. Venne allora in mente all'Ardemia di approfittare del momento in

cui tutti erano alla chiesa per recarsi non veduta da lei a vedere se

pur poteva in qualche maniera asciugare quelle lacrime. Uscì con questa

intenzione, e lenta lenta s'avviò verso la dimora della Rosa. Giunta

alla casuccia, ristette in forse sull'uscio semichiuso, mal sapendo

se dovesse spalancarlo ed entrarvi, mentre udiva i due fanciulli che

tra loro altercavano, e la madre pareva che fosse salita disopra ad

acquietare il piccino.

— Capiscila una volta, Menichetto! Lascia stare quella sedia. Vuoi

romperti il collo? Lo dico alla mamma veh! Mamma! (strillava con

voce più acuta.) Ve' Menichetto che ha messo una sedia sulla tavola e

s'arrampica a dispiccare l'ultimo manipolo dell'uva che ci ha portato

pappà!

— Ho fame io! gridava l'altro piangente. Tu se' stato a casa, e avrai

mangiata intanto mezza la pappa di Vigi, e poi mi hai tolto il pane dei

morti....

— Il pane dei morti non si può mangiare se prima non si prega.

— Ma io sono stato in chiesa, ho pregato e voglio mangiare. È diventata

una cosa curiosa in questa casa. Adesso non si fa più polenta, non

minestra.... Tu e la mamma non fate che continuamente piagnucolare. Ha

ragione il pappà che diceva l'altra sera ch'è stufo di voi altri....

— Vien qui, ti dico! Non vedi la sedia che tentenna? Via, da bravo,

aspettiamo la mamma e mangeremo insieme il pane dei morti.

In quello si sentiva la donna che discendea la scala. Mise un grido,

vedendo dove s'era arrampicato quel diavoletto, lo prese in braccio,

gli tolse l'uva che aveva già dispiccata, e fattili inginocchiare tutti

e due, recitò adagio un _Pater_ ed un'_Ave_, che essi accompagnavano

con quelle loro vocine infantili. Poi diviso il manipolo dell'uva,

lasciò che se la mangiassero insieme col pane. — E tu mamma, non mangi

uva? chiese il più grandicello.

— No, figliuoli miei; sapete pure ch'io non ci penso.

— Ma, e questa mattina per dare a noi la polenta che ti aveva regalato

la Maddalena non hai neanche fatto colazione....

— E adesso, ripigliava Menichetto, e adesso pane solo! Mangia, mamma,

un po' di uva! Ti prego, almeno questo picciolo grappoletto! Guarda

com'è bello, neppur un acino ammezzito!...

— Via, da bravi bambini, state quieti. Anzi per non spargere i granelli

e insudiciarmi la tavola, prendete là quella panierina e andate giù

nell'orto sotto la pergola; ch'io mi fermo qui per sentire se piange

Vigi.

— Eh! disse allora il maggiore colla voce piena di lacrime, tu ci

mandi via!... So bene io perchè! La donna non rispose, ma il fanciullo

gettandosele fra le braccia:

— Ah mamma! continuò, tu vuoi fare come jer l'altro: invece di

mangiare, tu ti metti qui colla testa fra le mani appoggiata sulla

tavola, e piangi tanto tanto! Oh Dio mio! se fai così, tu diventi ogni

giorno più pallida e finirai coll'ammalare....

— Via mattuccio! che pensieri son cotesti? Sapete pure, che quando

voi altri siete buoni, io sono sempre contenta. Ed alzatasi, mise ella

stessa l'uva nella panierina, aprì la porta dell'orto, ve li condusse e

li congedò, accarezzando prima la bionda e ricciuta testolina del vispo

Menichetto, e poi quella di Tita, che quando si sentì sul capo la mano

di sua madre, alzò la faccia e gliela baciò con trasporto affettuoso.

L'Ardemia allora si fece coraggio e si mostrò sull'uscio come in atto

di picchiare.

— La Contessa! sclamò la donna meravigliata.

— Sì, mia buona Rosa, son io, diss'ella, che tornando dalla chiesa ho

voluto venirvi a trovare. E presa la sedia ch'ella le offeriva, vi si

assise con tutta dimestichezza.

— Sai tu, che quando ti ho veduta questa mattina, io mi sono

grandemente rimproverata d'aver lasciato passare tanto tempo senza

vederci? Siediti qui, Rosa, e discorriamola un poco insieme, perchè una

volta noi eravamo grandi amiche....

— Oh! ella mi ha sempre trattata con bontà....

— Di' che ti voleva un gran bene, e che tu pure allora me lo volevi!

Dopo ci hanno divise; mi hanno messo in convento, ho vissuto in città,

mi sono maritata.... Insomma sono passate tante cose!... E se tu

sapessi quanto ho patito! Ma ora non vado più via, sai; mi stabilisco

per sempre qui in campagna, e vogliamo rinnovare la nostra antica

amicizia. E strinse con affetto la mano alla contadina.

— Ti ricordi, Rosa, quanto correre insieme per i prati di Soleschiano,

allorchè si andava a caccia di farfalle? e quei tanti fiori che tu mi

portavi?...

— Erano bei tempi quelli! — disse Rosa commossa, abbassando gli occhi

e chinando la testa sul petto.

— Io mi ricordo sempre di un nido di capinere che tu avevi scoperto

dietro il viale, e che andavamo ogni giorno a visitare godendoci a

guardar quei poveri uccellini implumi che ci pigolavano incontro,

come se loro avessimo portato l'imbeccata. Ma non gli abbiamo mai

toccati! ci faceva compassione la madre, che ci svolazzava dappresso

osservandoci e tremando per i suoi piccini. A proposito, e quanti

figliuoletti hai tu?

— Ne ho tre.... I tre che avevo meco stamane.

— In quella confusione ho avuto appena tempo di guardarli; ma me li

condurrai in casa, non è vero?

— O signora! poichè me lo permette....

— Via, trattiamoci con confidenza, Rosa. Io sono sola al mondo! Ho

la disgrazia di non aver figli.... Oh! se tu sapessi come amerei una

creaturina che fosse mia.... Ma mi fa piacere l'accarezzare almeno

quelli degli altri; quelli degli amici. Compensami un poco, Rosa, e

promettimi di condurmi spesso i tuoi.... Rosa, a questa preghiera che

le rivelava la fraternità della sventura, dimenticò ogni differenza

di condizione, e gettate con impeto le braccia al collo della Contessa

si strinsero entrambe in un amplesso, come quando erano fanciulle e si

amavano ignare ancora delle umane vicende e delle triste disuguaglianze

della sorte.

— Dimmi, e dov'è tuo marito? Chiese la Contessa dopo un momento di

pausa.

— Ah...! egli è fuori. — E la Rosa si lasciò andare a un dirotto di

pianto.

— Non mi nasconder nulla. Io ho già letto nel tuo cuore. Tu sei

infelice! e devi confidarti con me che ti sono amica e sorella. Non

sai tu, che s'io non posso asciugarle, voglio almeno divider le tue

lagrime? Povera la mia Rosa! dunque egli non ti ama più?... E dov'è

andato? Dimmi tutto, che io comprendo il tuo dolore. Ho tanto patito

in questo mondo, che purtroppo so per prova che cosa sia voler bene e

vederci pagati d'ingratitudine. Rosa non poteva parlare, ma scuotendo

il capo accennava che non era già questa la cagione del suo cordoglio.

Quando credette d'essere in grado di superarsi, raccolse tutta

l'energia di cui era capace, e proferì con voce calma:

— No! non è del suo amore ch'io mi lagno. Ei non ha veruna colpa meco,

e ci ama anche troppo. Ma non posso nè devo dirvi di più. Tradirei quel

povero disgraziato, e non farei altro che precipitare me stessa e le

mie creature!

— Precipitarti? precipitar le tue creature? Che dici mai Rosa? Egli

potrebbe dunque cader in mano della giustizia? Egli ha dunque commesso

qualche delitto?

— Ah no, buon Dio, che non lo avrà commesso! La Madonna benedetta, che

ho tanto pregato a questi giorni, gli avrà tenuto la mano sul capo! È

tanto tempo ch'io non inghiotto che lagrime! Possibile, ch'egli voglia

farmi morire? — e si torceva le dita quasi fuori di sè stessa.

— Or via, tranquillizzati, e discorriamo insieme. Chi sa ch'io non

possa giovarti? Intanto dimmi, dov'è? Sai ch'io ti voglio bene, e di me

puoi fidarti come di te stessa. Forse che astretto dal bisogno....

— Sì! il vederci senza pane.... quelle creature che piangevano....

— Ma.... e dunque il mestiere non vi dava abbastanza da campare? Io ho

sempre creduto che non vi mancasse il modo di sussistere onoratamente,

perchè.... non era egli che lavorava da sarto in quasi tutte le

famiglie del paese?

— Quand'io l'ho sposato, le cose andavano bene; si mise a narrar la

donna allorchè si fu un poco rimessa in calma. Egli cuciva non solo a

tutti quei del villaggio, ma anche a parecchie famiglie dei vicini. Non

ci mancavano mai lavori. Di più, io avevo da ragazza, quando venivo per

casa vostra, imparato dalle cameriere della mamma a dar qualche punto,

a stirare ed azzimar la biancheria, e m'ingegnavo a guadagnarmi qualche

soldo col lavare i fazzoletti di tulle alle contadine e con altri

piccioli servigetti. Avevamo allora la nostra cucina ben fornita, non

ci mancava niente, e nel nostro stato potevamo dirci ricchi, mentre ci

avanzavano sempre un pajo di talleri. Ma un disgraziato accidente ci ha

rovinati.... A poco a poco egli ha perduto tutti gli avventori....

— Ma come è stata questa faccenda? Via da brava, narrami tutto.

— Oh Dio! disse Rosa, se sapeste, quante umiliazioni ho sofferte!

Sentirci trattar da ladri! Veder il mio Tita scacciato dalla compagnia

degli altri fanciulli come un mariuolo...! E le donne chiacchierare dei

nostri fatti! E quand'io entrava nelle loro case, guardarmi sospettose

per paura che involassi qualche cosa.... Mi sono avvilita, non ho più

ardito dimandar lavoro a nessuno.... Non oso più neanche lasciarmi

vedere...! E tutto per uno sbaglio, per una cosa da nulla, che può

succedere a qualunque galantuomo.

— E perchè non palesar subito il caso e scolparvi col dire la verità?

— Oh sì! che ci avrebbero creduto! E poi, quando noi ci siamo accorti,

il danno era già fatto. Ecco come fu l'istoria. Egli aveva in costume

d'uscir qualche volta con lo schioppo. A me veramente non garbava

gran fatto, perchè a cagione di cotesto ei si trovava di necessità in

compagnia di certi giovinastri poco di buono, o almeno sfaccendati, a

cui se avesse somigliato sarei stata disperata. Sopportavo peraltro.

Era così chiuso e sedentario, che un poco di svago mi pareva necessario

alla sua salute. Una mattina, eravamo sul finire d'ottobre, e da

parecchie settimane si lavorava giorno e notte per allestire due spose,

egli stanco mi getta il sottanino che cuciva e mi dice alzandosi:

Non manca che di fare il sopraggitto alle cuciture e di terminare

la balzana, e per que' pochi punti già basti tu. Non ho proprio più

volontà di lavorare, e a forza di star giù piegato mi duole il collo.

Invece d'andarmene a giornata, esco con lo schioppo. Mi han detto

che sul Nadisone ieri si son visti vari stormi d'anitre selvatiche.

Voglio vedere se posso buscarti da cena. — La sera non era tornato. Mi

coricai inquieta e pensando a mille malanni. Venne assai tardi e mi

accorsi che aveva bevuto. Nel dimani io era ingrognata, egli pentito

procurava di rabbonirmi a forza di carezze. Sai, Rosa, mi disse, ch'io

non son solito a darti di questa sorte di dispiaceri, e ti prometto

che sarà l'ultima volta. E voleva darmi lo schioppo, che lo chiudessi

nell'armadio oppure che lo vendessi, onde non lasciarsi mai più tentare

a far di simili scappate. Poveretto! sarebbe stato crudeltà privarlo

di quel suo unico divertimento. Solo lo pregai a voler per amor mio

sfuggire le compagnie e non gettar malamente i soldi all'osteria e

star fuori, senza avvertirmi, la notte, perchè era questo che mi dava

pena. È stato un puro accidente, egli allora mi disse; un accidente

curioso, che voglio narrarti. Ieri mattina, quando sono uscito alla

caccia, io mi tirai verso le ghiaje del Nadisone dove confluisce colla

Torre, ed era affatto solo. Girava tra i saliceti ed i pioppi laggiù

lungo il renajo in traccia dei maggiorini. Il sole era bellissimo e

dava nelle acque che da lungi luccicavano tra i sassi. Io guardava

la corrente, quando in un sito mi parve di scorgere qualche cosa di

bruno, come una turba di volatili che si sciaquattassero. Pensai che

fosse il selvaggiume, e messomi carpone dietro un cumulo di ghiaie

mi strascinai adagio adagio così nascosto finchè credetti d'essere a

tiro. Alzo un momento la testa, ed era uno stormo infinito che mi fece

balzare il cuore dalla gioja. Allora lascio andare la schioppettata

e salto in piedi per esser pronto coll'altra canna a dar la seconda,

allorchè si fossero aggruppati alzandosi in colonna. Ma qual fu la

mia sorpresa, quando, invece di levarsi a volo, li vidi fuggir tutti

sparnazzati per la corrente. Capii d'averla fatta grossa, e che erano

le anitre del vicino mugnaio. Mortificato mi trassi al torrente e le

uccise venivano giù per l'acqua supine e co' piedi all'aria. Ne pescai

cinque. Non sapeva che farmi. Portarle a casa, temeva che passando per

il villaggio qualcheduno me le vedesse. Andare al molino e confessare

lo sbaglio, no davvero non me ne sentiva il coraggio. La Giustina

avrebbe fatto uno scalpore del diavolo, nessuno al mondo avrebbe potuto

persuaderla della mia innocenza. Tu sai che donna è colei: la sola

idea d'impicciarmi colla sua lingua mi faceva tremare. Sicchè, non

vedendo rimedio, guadata l'acqua, le portai all'osteria di Bolzano.

Ivi erano parecchi amici stati alla caccia prima di me, che annoiati di

non trovar nulla s'erano messi a bere, e le abbiamo mangiate insieme.

— Ahimè! invece di codesto sarebbe stato ben meglio sopportare tutte

le contumelie della Giustina, e pagargliele magari un occhio del

capo! O che l'oste abbia parlato, o fors'anche qualcuno degli stessi

compagni, il fatto sta, che non andò guari che la cosa si riseppe.

Cioè, si riseppe che mio marito aveva portato a cucinare nell'osteria

di Bolzano le cinque anitre. La mugnaia che le aveva cercate per mare e

per terra, e che ogni sera si fermava ore e ore sull'uscio del molino

e lungo il canale a chiamarle a perdita di voce, andò sulle furie. In

quell'anno, per soprassello di disgrazia, qui e colà per il paese erano

spariti parecchi capi di bestiame. La Giustina non mancò di vociferare

colle comari, come finalmente si sapeva dov'erano andati, e narrava a

suo modo la storia delle anitre. Si cominciò a guardare sinistramente

mio marito, e nelle case dove andava al lavoro lo tenevano d'occhio.

I contadini, che costumano uscir tutti pe' campi alle loro faccende e

lasciar la casa abbandonata, non trovavano più del loro conto servirsi

di persona sospetta. Per trarsi d'impiccio barattarono sartore. Oggi

una famiglia, dimani l'altra, in poco d'ora si perdette tutti gli

avventori. Egli uggioso, tra per le malegrazie che riceveva, tra per

le strettezze domestiche, si mise a frequentar l'osterie, credendo

col vino d'assopir la passione. Ivi fece delle conoscenze.... Certi

disgraziati cominciarono allora a bazzicarci per casa. Capitavano a

straore, domandavano di lui, e c'era sempre qualche mistero, qualche

secreto. Dio! o Dio! come fu tutto in breve cangiato. Egli, che

una volta non faceva pensiero senza tosto comunicarmelo, diventato

taciturno mi sfuggiva, mi trattava come una straniera, pareva che

avesse paura della mia presenza. Vedendomi strillare, e i fanciulli

mal nutriti, piangenti, arrabbiava e teneva certi propositi così poco

cristiani ch'io ne fremeva, e piuttosto che udirli quasi desiderava se

ne stesse fuori. Una volta ci portò dell'uva. Alla mia dimanda: come

avuta? rispose: regalata nelle famiglie dove cuciva; ed era un anno che

non dava un punto! Questi giorni passati pareva che mulinasse qualche

gran cosa. Guardava accorato ai bambini, e a me disse: che se voleva

morire, mio danno.... ma che le sue creature egli voleva ad ogni costo

nutrirle; che il mondo era grande, e che roba ce n'era per tutti!

Poi diede in iscandescenze scagliandosi contro i ricchi e profferendo

bestemmie orribili che mi fanno ancora agghiacciare il sangue. Ieri

l'altro, dopo l'Avemaria, vennero qui a cercare di lui due persone

ch'io non aveva mai più vedute, e verso mezzanotte è partito con essi.

— E ora dov'è? chiese la Contessa con visibile sgomento.

— Di preciso non lo so.... — e Rosa tremava, e colle mani convulse

strignendo quelle di lei, continuò come in atto di preghiera:

— Per amore del cielo! che nessuno al mondo lo sappia....! ma vedendo

quelle facce sinistre.... quando sono andati disopra a confabulare, io

era lì.... — e accennava la scala.

— E hai potuto scoprire....?

— Dio, o Dio! parlavano di sete.... di forzare un magazzino.... di

trovarsi questa sera alle nove sotto le colline di Cormons, insieme con

altri che nominavano, e là complottare....

— Dicesti sotto le colline di Cormons?...

— Sì: udii che specificavano il sito accennando un comunale chiuso a

sinistra da una sterpaglia, a un tiro di schioppo dal quadrivio....

— Di là del Nadisone? Che va a Gorizia, a Cividale....? Ho capito. E

levata in piedi s'avviava concitata per andarsene a casa. Rosa colle

mani giunte la seguiva lagrimando e pregando: non volesse tradirla! non

aprisse bocca! Pietà di lei, dei figli! di quel disgraziato!...

— Fídati al mio cuore! le gridò la Contessa, e sparì via per la strada

che pareva che volasse. Giunta a casa, ordinò che si attaccassero i

cavalli e salì disopra nella sua camera. Ella non aveva preso nessuna

risoluzione determinata; non sapeva ella stessa che cosa avrebbe fatto;

ma con quell'impeto e con quell'ostinazione, che in mezzo alla loro

debolezza sanno talvolta rinvenire le donne quando mettonsi in capo di

riuscire, marciava intanto al luogo indicato, e deliberata di tutto

adoperare, aspettava dal caso e dal proprio cuore i mezzi opportuni.

Verso le otto il signor Giovanni, ch'era stato al suo solito in

canonica dal cappellano, se ne tornava a casa bel bello. Vide dinanzi

alla porta la carrozza, e formulando in una interrogazione il pensiero

che gli passò per la mente:

— Oh! oh! disse, e dove si va mo adesso?

— Ha ordinato la padrona, risposero i servi. In quella sortiva la

Contessa vestita da viaggio, e vedutolo:

— Siete capitato proprio a proposito, esclamò. Su da bravo! montate

in carrozza ed accompagnatemi. Il buon vecchietto, quantunque a

malincuore, pure s'adattava ad obbedire sul momento. Ma ella, datagli

un'occhiata:

— Eh no così, per bacco! disse. Prendete il vostro soprabito, perchè fa

freschetto, e forse che ci tocca star fuori tutta la notte. Allora sì

che il signor Giovanni si sentì proprio mancar le gambe. Ma ella aveva

un'aria così risoluta, che non osò metter in campo obbiezioni, e come

un agnello, fatto quanto gli aveva imposto, le si assise dappresso.

— Per la via di Mangano a Cormons. Ordinò la Contessa. Strada facendo

il signor Giovanni cercò più volte di mettersi in dialogo; ma ella

pareva troppo occupata dei propri pensieri per dargli retta. Rispondeva

qualche monosillabo tanto da troncare il discorso, e mostrava

evidentemente d'aver per la testa qualche progetto ch'egli non arrivava

a discoprire.

Ricacciato così, suo malgrado, alle proprie riflessioni, il signor

Giovanni non poteva a meno di non trovare assai poco a proposito

quella gita in quella giornata e a quell'ora. Ahi! pensava tra sè.

Eccoci di nuovo ad uno dei soliti capriccetti! e io, che fidandomi alla

bonaccia di quest'autunno, osava sperare che finalmente fosse guarita?

Sì poi!... E come all'improvviso l'è saltata la mosca! Sta mattina a

messa, dispensare colle proprie mani il pane dei morti, a' vespri tutta

divota e compunta che pareva una santa.... e adesso presto in carrozza,

e chi sa dove diaccene anderemo! Oh! donne, donne!... concludeva il

buon fattore, e involontariamente gli si affacciava il proverbio: che

chi è matto non guarisce mai.

Passato il Nadisone, la Contessa ordinò che si andasse a passo. La

notte era placida, faceva un bel chiaro di luna, e le colline di

Rosazzo, quelle più lontane del Coglio e la facile catena che termina

col monte di Cormons coronato la fronte del suo vecchio castello,

apparivano nitide e si disegnavano in bruno su d'un fondo cilestrino

tempestato di rade e pallide stelle. Per la via non incontravi anima

viva. I contadini a quell'ora erano tutti ritirati in casa a recitare

il lungo rosario dei morti; e la credenza che le anime come in

quella notte vadano vagolando intorno avvolte nel funereo lenzuolo,

non avrebbe lor certo permesso di lasciarsi trovar fuori. Sicchè la

campagna era affatto deserta, solo sentivi a un buon tratto di distanza

tutti i campanili del circondario sonar a distesa le malinconiche danze

dei morti.[3] Giunti su di un quadrivio, la Contessa fece fermare; e

aguzzando gli occhi guardava di qua e di là con un'attenzione, che al

signor Giovanni mise i brividi. Poi cavò l'orologio e lo fece battere.

Otto e trequarti. Era evidente ch'ella aspettava qualcheduno.

— Si trattasse mai di qualche intrighetto!... pensò con angustia il

signor Giovanni. E io qui testimonio! allora sì! che la vorrei veder

bella co' suoi signori parenti.... — e si passò due dita tra il collo e

la cravatta come per allargarne il nodo, onde poter meglio inghiottire

la scialiva che a questa riflessione gli si era ingrossata. La Contessa

intanto aveva raffigurato la siepe e il comunale indicati dalla Rosa,

e le parve di veder in lontananza qualche ombra, che attraversasse in

quella direzione la campagna.

— Sono là senza dubbio! pensò ella, e, o nell'andata o nel ritorno è

impossibile che su questo quadrivio ei non debba capitare. E avvolta

nel suo ampio fazzoletto, si disponeva imperterrita ad aspettare magari

tutta la notte.

In quella, si sentì un passo affrettato che si faceva sempre più

dappresso. Comparvero due paesani, che, data un'occhiata sinistra a

quella carrozza lì ferma, continuarono la loro strada verso Cormons.

Quando si furono allontanati:

— Ecco due, che non hanno paura nella notte dei morti! disse il signor

Giovanni che aveva osservato con una specie di terrore quelle due facce

proibite.

— No davvero! rispose la Contessa. Ma e' mi pare che siano forestieri;

o almeno io non so d'averli mai più veduti.

— Eh! il diavolo saprà a che razza di gente appartengono, sclamò egli.

Ma, e noi.... s'arrischiò poscia a dimandare, che cosa facciamo noi qui

fermi a quest'ora?

— È una mia idea, che più tardi saprete. Vi spiegherò tutto, mio

caro amico, ma per ora.... per quanto strana vi possa parere la mia

condotta, vi prego, tacete, e lasciatemi fare.

— Buon Dio! mormorò il fattore, purchè non incappiamo nei

malandrini!... Di lì a pochi minuti, per la via di Corno venivano altri

tre. La Contessa li guardava con grande attenzione. Uno portava una

specie di botticella, che dal modo con cui dondolava pareva vuota, e

attraversavano il quadrivio dirigendosi dalla parte di San Giovanni.

— O per bacco! È Nardo il nostro sartore, gridò la Contessa. Ehi!

Nardo! fatti in qua. Guarda che fortuna a incontrarti qui a quest'ora!

Mi faresti un piacere? diss'ella al sartore, che sentendosi chiamare

per nome s'aveva cavato il cappello e s'era messo alla portella. Monta

a cassetta ed accompagnaci fino a Corno.

— Volentieri, diss'egli.... ma devo....

— Capisco che ti preme d'andare a casa; ma ti scuserò io colla Rosa; e

poi noi torniamo indietro subito; e coi cavalli non dubitare che faremo

presto.

— Bene, rispose allora Nardo, un momento, tanto che dica una parola

ai miei compagni. E andato ai due ch'erano rimasti in disparte,

sussurrò loro alquante frasi inintelligibili, e, consegnata ad essi la

botticella, tornò verso la carrozza.

— Guarda che gente coraggiosa! gli disse la Contessa. Tra la notte dei

morti e tra le fantasie che correvano per la mente al signor Giovanni,

io mi era messa in una tale paura, che non ardiva andare nè avanti nè

indietro.

— Ma paura di che? ripigliò il sartore. Sono anni che qui in questi

dintorni non si sentì mai che sia avvenuto il minimo accidente.

— Ecco una parola da uomo! Ora che vieni anche tu in compagnia, mi

sento più tranquilla. Monta dunque vicino al cocchiere, e andiamo,

diss'ella. Poi rivolta al signor Giovanni, gli mormorò sotto voce:

— Ricordatevi che a Corno voi dovete cercarmi un foglio di carta da

bollo, la quale vi guarderete bene dal trovare....

Giunti al villaggio, il fattore eseguì a puntino l'ordine ricevuto.

— O che combinazione!... sclamò la Contessa. E adesso che cosa si fa?

Se non premesse.... Ma gli è che quella benedetta scrittura dev'esser

fatta proprio entr'oggi. Giacchè siamo in ballo, e la notte continua

ad esser bella, l'unica sarebbe di andare fino a Cividale! Che ne

dici Nardo? ti spiacerebbe star fuori ancora un paio d'ore? E corsero

a Cividale, dove la Contessa trovò, ci s'intende, tutto quello che

desiderava; poi, invece della via percorsa, fecero un giro, e per

Grupignano e per Butrio tornarono a casa, ch'era la mezzanotte.

La Contessa volle che il sartore si fermasse a cena con lei. Era

allegrissima, e pareva orgogliosa per quella sua gita notturna: tanto,

diceva, l'avevano divertita il chiaro della luna, l'ora insolita, la

solitudine dei campi e il correre affrettato dei cavalli. — Ma se

non eri tu, disse rivolta al sartore, invece di godermi, mi sarei

inspiritata; perchè il signor Giovanni tirava fuori certi discorsi

di morti, di malandrini.... Ma dopo anch'egli s'è quietato, e

abbiamo tranquillamente ciarlato di certi nostri progetti.... Anzi,

a proposito, bisogna che ti faccia una domanda. In un anno, quanto a

presso a poco puoi calcolar di ricavare col tuo mestiere di sartore?

— Io! rispose Nardo. Cosa vuole? si lavora a contadini....

— Pure?

— Po! a stare assidui, appena tanto da campare.

— E se trovassi chi ti desse una buona paga, avresti difficoltà ad

abbandonare il mestiere?

— Ma, che cosa potrei fare in quella vece? Io non so nè leggere nè

scrivere; il contadino, non ci sono avvezzo....

— E se io ti dicessi: in luogo di star lì tutto il santo giorno a

cucire, prenderai in ispalla un archibugio e guarderai i miei campi;

cioè, guarderai i nuovi lavori ch'io vo facendo, affinchè le bestie o i

male intenzionati non me li guastino.... e ti passerò all'anno duecento

fiorini?

— Sarebbe possibile? duecento fiorini? disse Nardo stupefatto.

— Accetteresti? Già, io credo che non ci sarebbe molto da fare,

perchè in paese, grazie a Dio, abbiamo tutta buona gente. Fo solo per

tranquillizzare il signor Giovanni, che brontola sempre per paura di

veder una volta o l'altra guastati i suoi nuovi lavori.

— Oh Dio buono! disse il sartore. E posso sperare tanta fortuna? E

Rosa, e i miei poveri figliuoli avranno dunque la polenta?

— Via rispondi, se sei sì o no contento.

— Contento?... Ah! se sapeste il bene che voi mi fate.... servirvi,

adorarvi finchè avrò vita!...

— Presto dunque, signor Giovanni, andate dalla Rosa, e se anche è

a letto, fatela subito alzare, e conducetela qui: chè non vogliamo

stabilir nulla senza di lei. — Il signor Giovanni, che fino allora

aveva sempre obbedito senza capir nulla, e che si sentiva metter in

bocca discorsi e progetti che non gli erano mai passati pel capo,

credette proprio di sognare; ma ricordandosi della promessa ch'ella

gli aveva fatto di spiegargli ogni cosa, continuò di buona grazia la

parte passiva che gli era stata intanto assegnata, e preso il cappello,

andò per la donna. Ell'era seduta sul limitare della porta, e quando lo

vide, gli corse incontro e tutta in lagrime:

— Mio marito! gridava. Che cos'è di mio marito?...

— Vostro marito è colla Contessa che cena, ed ella mi ha ordinato di

venirvi a prendere.... Rosa ansante gli prese tutte due le mani, e

senza neanche chiudere la porta di casa, corse via con lui che pareva

fuori di sè stessa. Entrati nel tinello, la povera donna non poteva

credere ai propri occhi, e lì tutta pallida e tremante a traverso certi

goccioloni di lagrime che le cadevano inavvertite, guardava sorridendo

al marito, alla sua benefattrice, senza poter proferire neanche una

parola. La Contessa le raccontò come lo aveva incontrato; la gita che

avevano fatta; poi le espose il progetto, dimandandole se era contenta.

Per tutta risposta Rosa le cadde dinanzi inginocchioni, e piangendo

come una bambina non rifiniva mai di stringerle e baciarle la mano.

Si sedettero a tavola. Tutti erano commossi; e perfino il signor

Giovanni, quantunque per lui fosse ancora ogni cosa nel mistero,

vedendo gli altri, faceva ogni tanto una smorfia e di soppiatto andava

asciugandosi le lacrime.

Racconti(#49510) · 第 32 / 90 题