Possedere ad un tempo avvenenza, ricchezza e gioventù, dovrebb'essere
quel tanto di paradiso terrestre che può la sorte concedere ai
mortali. La contessa Ardemia della Rovere aveva ricevuto dalla mano
di Dio questi tre bei doni della fortuna, e inoltre un cuore capace
di affetto, uno spirito abbastanza svegliato, una cospicua nobiltà
di natali; con tuttociò ell'era tutt'altro che felice. Per obbedire
ai parenti e per altre convenienze di famiglia, ella aveva contratto
assai giovane un matrimonio contro genio, a' pesi del quale non aveva
poi saputo rassegnarsi. — Ella non era di quelle donne, che purchè
godano d'una brillante posizione in società, sanno inghiottire le
pillole più amare. Una collana preziosa, un cascemire delle Indie,
un qualunque presente per ricco ed elegante che fosse, non valevano
a rabbonirla quand'era stata offesa nel suo amor proprio, o credeva
mancato ai riguardi che le si dovevano. Aggiungi ch'ella era d'un
carattere assai vivo, e un po' altera e capricciosetta, cosicchè in
capo a pochi anni si trovò nella necessità di dividersi dal marito.
Una donna giovane e bella che viva isolata in mezzo ad una città, è
presto scopo alla maldicenza, e ben anche alla calunnia. Ella aveva
compreso tutta la difficoltà della sua posizione, e per sottrarsene
viveva la maggior parte dell'anno in una sua villetta, contentandosi
di fare qualche allegra giterella, or in una or in altra delle città
circonvicine, e di sbizzarrire in oggetti di lusso e di moda, in
ricchezza di equipaggi, in bellissimi cavalli ed altre leggiadrie, che
unite alla sua rara bellezza le valevano l'ammirazione e l'applauso
della folla, dappertutto dove le piaceva mostrarsi. Più tardi s'accorse
che questi frivoli piaceri erano troppo scarso compenso all'amarezza
del suo povero cuore ferito, e che chi ha la disgrazia d'aver perduto
la famiglia che il Signore le aveva destinata, se può trovare qualche
conforto nelle cose di quaggiù, gli è solo nel procurare d'essere utile
agli altri. D'altronde, col genere di vita allegra e quasi spensierata
a cui nei primi momenti della sua crisi si aveva appigliata, il suo
sacrificio non era abbastanza completo per imporre silenzio al mondo.
Avrebbe bisognato che a vent'anni avesse menato la vita d'una donna di
cinquanta, che si fosse contentata di seppellirsi nella sua solitudine,
od almeno di non comparire nella società con quegli ornamenti che
davano tanto risalto alla sua bella persona, e che movevano l'invidia
delle sue rivali. Se l'avessero veduta priva di tutti i piaceri, con
un vestito fuori di moda, trasandata, vecchia prima dell'ora, le
avrebbero perdonato la sua avvenenza, la sua ricchezza; avrebbero
fors'anco compatito il suo passato, e si sarebbero compiaciuti di
riguardarla come una vittima infelice e tradita. Ma se v'era chi per
lei nutriva simili sentimenti, la maggior parte invece facevano sul
suo conto ben altri commenti. Per cotesti ell'era una donna bizzarra
e capricciosa, e che non voleva rassegnarsi agli obblighi del suo
stato — era una bisbetica, che non aveva saputo perdonare al marito
le colpe ch'ella stessa, second'essi, colla sua mala condotta aveva
occasionate — una civettina, che trovava il suo conto a viver fuori
di ogni soggezione; e non mancavano di scrutare tutti i suoi passi, ed
anche di lacerare la sua riputazione colle più maligne interpretazioni.
Queste chiacchere, unite ai rimproveri che di quando in quando riceveva
dalla madre, che, lei bamboletta ancora, era passata a seconde nozze,
e le aveva regalato una sorella e due fratelli uterini, invidiosi
del suo assai più ricco patrimonio, spargevano d'assenzio molti
de' suoi giorni. Fortunatamente che il suo cervello era un terreno
fertile di fiori che ad ogni strappata di dolore ne produceva tosto
di altri e più ridenti e più vivamente coloriti. Ora le veniva il
capriccio di cavalcare, e vestita all'amazzone e accompagnata dagli
amici scorazzava su d'un brioso ginnetto per tutti i contorni della
sua villeggiatura, finchè una predichina della madre o di qualcuno
dei parenti non l'obbligava a smettere. Le saltava allora di provare
il valore delle sue gambe; e fattasi amica la moglie dello speziale,
o la nipote del curato, esciva ogni giorno in abito succinto e con
un largo cappello di paglia a far delle lunghe passeggiate, fumando
qualche sigaro, e compromettendo il decoro della nobilissima sua
stirpe, e di quella del marito, col degnarsi di entrare in qualche
povera osteria dei villaggi che percorreva. Alzavano allora il naso
i parenti offesi da queste sue pedestri scampagnate, e a forza di
rimbrotti giugnevano a persuadergliene l'inconvenienza. Ma il peggio
si era l'autunno, quando recavansi a villeggiare nei paesi circonvicini
le sue amiche di un tempo, una sua zia gran Dama della croce stellata,
e il marchese del Verde marito della madre, che aveva la sua casa di
campagna a poche miglia di distanza da lei. Venivano a farle visita,
e sempre restavano malcontenti di qualche novità che trovavano, o
nel palazzino, o nelle persone che la frequentavano, o nella sua
maniera di vivere. Un anno, fra gli altri, fu un gran chiasso, e poco
mancò non finisse di disgustarsi per sempre con tutta la sua nobile
parentela. Si pensò di farsi piantare in una vasta prateria, a piedi
delle colline, un capannuccio di frasche, e provvistasi della sua brava
licenza, ogni mattina innanzi che albeggiasse usciva ad uccellare.
Prima ad accorgersi dello scandalo fu la zia gran Dama della croce
stellata. Era essa venuta a farle visita, e non trovatala in casa, ne
chiese alla cameriera, un po' per premura di sapere della nipote, e un
po' per curiosità de' suoi fatti. Questa le raccontò il nuovo gusto
della padroncina; e madama indignata di simili bassezze, propose di
ricattarsi della visita fatta invano, coll'accusarla ai parenti; il che
fece la sera istessa alla conversazione del marchese del Verde, dove
convenivano a far la partita la maggior parte dei signori dei contorni.
Parve la cosa tanto strana, che non le fu prestata piena fede: che
una contessa della Rovere, discendente da antichissima famiglia,
imparentata colla prima nobiltà del paese, andasse ad uccellare alle
mattoline, non combinavasi nè colle loro idee, nè col carattere
orgoglioso ed altero che credevano d'averle sempre conosciuto. È
vero che dopo _il passo falso_, così essi chiamavano quello del
divorzio, l'Ardemia n'aveva commessa più d'una delle storditaggini; ma
questa pareva troppo grossa, e si limitarono a crederlo uno scherzo
malizioso della signora zia. Due giorni più tardi dovettero peraltro
persuadersi che non era stata aggiunta sillaba al fatto. Il marchese
del Verde con alcuni amici e col curato, verso mezzogiorno trovavasi
per caso nella spezieria, quando la vide che ritornava a casa, seguíta
dall'uccellatore che portava sulle spalle a cavalcioni d'una lunga
asta le gabbie dei richiami, i zimbelli, le paniuzze e gli altri
attrezzi dell'uccellanda. Ella era in borsacchini di cuoio, in un
vestitino verde, svelto e succinto che le stava a meraviglia. Aveva
appiattati i ricci in un grazioso turbante di velluto dello stesso
colore, sotto il quale quel suo bel visino fresco sorridente, e allora
un po' arrossato per il sole e per la lunga camminata, pareva una
fragola rugiadosa mezzo nascosta tra le foglie. Portava ella stessa
la preda consistente in un bel mazzo di mattoline e di cutrettole,
e sul petto a guisa di decorazione le usciva da un occhiello un
cordoncino a cui erano appesi diversi zirli e fischierelli d'argento.
Questo era più di quanto occorreva per suscitarle contro la guerra.
Il marchese particolarmente non poteva perdonarle l'idea di passar
per il villaggio in quell'arnese, mentre per andarsene a casa aveva
altra via ed anco più breve. Ciò a' suoi occhi era un voler proprio
attirarsi l'indignazione del pubblico, e prostituire il decoro della
famiglia. La sera alla conversazione non si fece altro che parlare
dello scandalo; e fu risolto che nel domani la marchesa, aiutata dalla
zia, avrebbe fatte le sue rimostranze in lettera, non volendo più
nessuno esporsi ad un contatto che avrebbe potuto riuscire burrascoso,
e perchè il mal umore era tanto grande da rendere difficile, per non
dire impossibile, il mantenersi a sangue freddo. Nel domani, mentre le
dame davano forma al sermone, i due fratelli, in compagnia d'un altro
giovinotto lor compagno di scuola e ospite in casa, pensarono di fare
una scappata all'uccellanda. Faceva una di quelle bellissime giornate
d'autunno, che sogliono fiorire in fondo alla buona stagione, come
s'ella volesse prima di cedere il campo all'inverno darci ancora un
ultimo addio. I tre giovinotti s'erano messi per un viottolo tortuoso
che riesciva ad un'acquicella, e attraverso le siepi ancora verdi la
vedevano passare luccicando, e ne udivano il lieve susurro che faceva
armonia con un lontano coro di voci che parevano discendere da uno
dei colli vicini. Era gente che terminava di raccogliere le uve, e
così vendemmiando cantavano le loro villotte. Un'allegria infinita
si spandeva per tutto il creato coi raggi del sole, che spogliati
del loro calore, ma splendidi e limpidi come nel più forte della
state, piovevano in grembo al verde dei campi e quasi accarezzavano
le membra. L'atmosfera placida e senza nubi era commossa da un solo
filo d'aria, ma così tenue, che non giugneva a scuoter le frondi,
tranne quelle della tremerella e del pioppo, che sulle più alte cime
apparivano or bianche ed or verdi a seconda che le inargentava la luce.
A qualche passo di distanza scoprivano di quando in quando alcuni fili
di tenuissima seta attraversare lievemente ondulanti la via. Vollero
discoprire l'insetto che ardiva lanciarli così pel vano, e fermatisi,
dove un punto lucido del filo aveva fermata la loro attenzione, viddero
il ragno navigatore dell'aria che, adagiatosi tra le vele dell'elegante
barchetto ch'egli s'ha filato, si abbandona al venticello e passa quasi
volando da un albero all'altro, svogliendo come da gomitolo la seta che
la natura gli ha posta nel seno. — Così chiacchierando ed osservando
giunsero al rivoletto. Lo guadarono coll'aiuto d'alcuni sassi gettati
attraverso la corrente, e furono sulla vasta prateria che si stende
a piè delle colline di Buttrio a Rosazzo. Camminavano veloci per
l'erba, cercando discoprire coll'occhio dove fosse il capannucolo della
sorella. In fondo, quasi sotto alle colline vedevano un punto nero,
e si diressero a quella volta. Quando le erano distanti non più d'un
tiro di fucile, la viddero che era sulla porta del capannuccio nascosta
tra le frasche, e guardava in alto ed aveva il fischietto alle labbra.
Si soffermarono in silenzio. Cinque o sei mattoline giù dai colli
dalla parte di levante venivano a piccioli spruzzi volando per l'aria;
giunte a portata dei pali, e veduto giuocare nell'erba il zimbello, si
lasciarono cadere ad ali abbandonate sulle paniuzze. Presto la contessa
e l'uccellatore uscirono a raccoglierle, ed anch'essi come per un moto
involontario corsero ad aiutarli. Alcune, piegato col loro peso la
debole verghetta, penzolavano insieme con essa dalle corna del palo;
una o due erano cadute sull'erba e svolazzando cercavano di spaniarsi.
Lieti le portarono nel capannuccio, e non avevano ancora terminato di
salutarsi, che l'uccellatore avvisò che ne passavano di altre. Tosto
fu dato mano ai fischietti e zimbelli, ma queste, immaliziate, quando
furono a fior de' pali rialzarono il volo e andarono a posarsi più
lungi sul prato. Allora alcuni fanciulli ch'erano al pascolo dalla
parte di ponente andarono a prender loro la volta e procuravano farle
rivolare alla pania; le vedevano saltellare per l'erba, e con esse
erano alcune cuttrettole che discernevansi al tremolare della bianca
e lunga lor coda. Finalmente ripigliarono il volo, e la maggior parte
come le prime si buttarono sulle paniuzze. I giovani cominciavano a
prender gusto al divertimento; e più ancora lo trovarono perdonabile,
quando l'Ardemia, mostrando in una lunga filza la preda abbondante
di quella mattina, lor propose una colazione sul prato. Accettarono
allegri, e si misero ad ammannire gli uccelletti. Ella mandò a
raccoglier le legna alcuni di que' pastori e ad uno di essi ordinò che
andasse alla sua colonia, che era quella che si vedeva alla radice
del più vicino dei colli, e dicesse alla Betta di venir subito giù
e di portare con sè un buon fiasco di _rebola_, l'occorrente per gli
uccelli e per la polenta. Intanto l'uccellatore d'una lunga bacchetta
s'ingegnava di costruire una specie di spiedo, e poi, conficcati due
pali in terra, dava loro forma di alari, e traversalmente a forza
di vimini assicurava un terzo che facesse da catena da fuoco. Erano
ancora in questi preparativi, quando di mezzo al verde viddero spuntare
una vispa contadinella che portava in mano un paiuolo e sulle spalle
appesi all'arconcello due cesti coperti da due polite tovagliuole. Le
corsero incontro, e deposti i cesti sull'erba cominciarono a cavarne
fuori la farina, il sale, l'olio, i ciccioli, la salvia; la Betta
s'era ricordata di tutto, e inoltre aveva aggiunto un bel piatto d'uva
fresca e delle frutta, che col loro vago colore, e col profumo che
spandevano, solleticavano dolcemente l'appetito. Accesero il fuoco, la
Betta s'accinse a far la polenta, e in un momento il frugale banchetto
fu pronto. Allora s'assisero in cerchio sull'erba che lor serviva di
mensa, di tappeto e di sedia, e allegri cominciarono ad assaporare la
preda. La contessa diede d'occhio alla Betta che un po' indietro, tutta
rossa pel sole e per la fatica della polenta, s'asciugava il volto coi
lembi del suo fazzoletto da testa, e la invitò a sedersi con essi e a
prender parte alla colazione; ma la buona fanciulla ricusava, parendole
inconveniente mettersi con quei signori.
— Via, da brava, le disse Ardemia, qui siamo tutti eguali; e sarebbe
bella che dopo averci aiutati sin adesso, ora volessi andartene a
bocca asciutta! — Le forme avvenenti e le aggraziate risposte della
forosetta fecero trovar giusta l'osservazione ai ragazzi, che anch'essi
si unirono a persuaderla, e tanto fecero finchè l'obbligarono a
prender parte al banchetto. Ma quando videro che l'Ardemia non si
limitava alla sola giovinetta, e che volle far sedere in compagnia
anche l'uccellatore, l'avvisarono che ciò era un lasciarsi andare un
po' troppo, e pensavano, quasi arrossendo, ai commenti che ne avrebbe
tirati la zia Gran Croce stellata. Oramai non si poteva più ritirarsi,
e si accomodarono alla meglio a cotesto capriccetto della sorella,
tanto più che l'ultima _rebola_ e gli uccelletti saporitissimi e
cotti al vero punto quietarono loro nelle vene il sangue nobile che
incominciava a intorbidarsi, e il misero all'unisono dell'allegra
compagnia che li circondava. Un poco alla volta il chiacchierare si
faceva sempre più disinvolto, e sulla fine, senza più distinzioni
di nascita, parlavano come se fossero stati eguali. Gran parte
dei discorsi caddero sull'uccellata, sulle mattoline, sul modo di
conservare i richiami. La contessa voleva sapere da dove venissero, e
perchè su quella stagione passassero così metodicamente. L'uccellatore
pretendeva saperlo ed essere anche stato nel loro paese.
— Nel paese delle mattoline! ripigliò uno dei giovani, e che paese è
cotesto?
— Gli è una montagna posta a confine del Friuli, due buone giornate
sopra Cividale. Ecco là — quel cucuzzolo che spunta sul ronco del
signor ***.
— Quel bianco più alto di tutti? —
— No, disse l'uccellatore. Quella è una delle vette del Monte Canino.
Siamo troppo sotto alle colline; ma se guardano più giù verso Manzano,
vedranno quel becco che pare la punta di un campanile. E lì è Monte
Maggiore.
— E là stanno di casa le mattoline? —
— Gnor sì, e i fringuelli, e le beccacce, e le starne, e le coturnici,
e una quantità di selvaggiume che è proprio una gloria. Là vanno in
primavera a fare i loro nidi, perchè quel monte, signori miei, è ricco
di boscaglie immense, c'è una prateria dove pascolano bellissimi
puledri; vi sono grotte da cui sgorgano sorgenti d'acqua, che
mantengono per l'estate una freschezza deliziosa e un verde sempre
morbido e perenne. Gli è dietro di quelle giogaie che nasce da una
parte il Nadisone e vien giù fra' grebbani a Cividale, e dall'altra più
in dentro l'Isonzo, che corre a Gorizia segnando come un gran ferro di
cavallo tra montagne che toccano il cielo colla cima....
— E che cosa sei stato a fare tu in quei paesi?
— A provvedere uccelli di richiamo, rispose l'uccellatore. Ci andai
con alcuni compagni, e di quella strada ci siamo spassati un poco
a cacciare. Che siti di delizia! le beccacce ci davano ne' piedi ad
ogni minuto. E tra que' pometi a piè di quei poggi, in quei praterelli
irrigati da tante acquerelle, ci si levavano intorno storme di oche e
di anitre selvaggie.
— Ma se là fanno il nido....
— Ed è da di là che ci vengono quelle belle bionde Marinze dagli occhi
piccoli e vivi, bianche e rosse come un bel pomo di Carnia, a cui la
natura ha fatto appositamente la testa piatta affinchè possano portarvi
sopra con facilità quelle immani ceste....
— Eh di' piuttosto che un tal costume è la cagione per cui sono così
conformate! ma già fa lo stesso. Tira, tira innanzi.
— Signor no! diss'egli, la è proprio una particolarità del paese che
loro vale un mondo per i trasporti delle derrate tra quei dirupi dove
non ci sono strade. Eh! anch'io guardando le giovinotte che passano
qui la state colle frutta, pensava che fosse il peso che a forza di
comprimere il cranio avesse lor ridotta la fronte a sole due dita di
dimensione, e fatti riuscire in fuori gli zigomi delle guance. Ma non
è vero. Sono stato lassù, e ho dovuto convincermi che proprio nascono
così, e che è stata la mano di Dio che ha loro dato una così fatta
schiacciatina. — E alla carlona continua a dar loro lezioni di storia
naturale, Dio lo sa quanto esatte, ma che condite col racconto del
suo viaggio e dell'impressione che gli aveva lasciata nell'anima la
vista di quel lembo del nostro Friuli che confina colle genti slave,
li divertivano, e lor facevano trovare amena la conversazione di
quell'uomo che consideravano non più di un rozzo bifolco.
Finita la colezione, i giovinotti si accommiatarono, e tornavano a
casa meno avversi alla sorella, i cui capricci in buona coscienza non
trovavano poi tanto di cattivo genere. In tale disposizione d'animo,
durante il pranzo, a cui in quel giorno assisteva anche la zia, al
solito riaccamparsi delle accuse e dei lamenti contro l'Ardemia,
osarono avventurare qualche parola in di lei favore, ma fu un versar
olio nel fuoco. Avevano mal calcolato la forza del partito contrario.
Oltre le due dame, che collo scrivere la lettera della mattina, e col
rammemorare a tal uopo e ponderare insieme tutte le avventataggini
della giovine avevano finito col sempre più disgustarsi, c'era il
marchese anch'egli all'ultimo segno malcontento, e per fino la sorella,
ad onta del bene che le voleva, in quel dì si univa a darle biasimo.
Da un pezzo ella soffriva a malincuore quelle tante chiacchiere; le
pareva che in qualche maniera si riversassero sopra di lei, e che
unite al passo clamoroso del divorzio e alla cattiva fama che si aveva
acquistata nella società accrescessero sempre più per lei le difficoltà
di un buon collocamento. Cosicchè la narrazione che i giovani fecero
del piacere goduto, non fu che un nuovo capo d'accusa. Simili sollazzi,
oltrechè inusitati per una donna, non avevano secondo essi per niente
il merito di mostrare un cuore umano e ben fatto. Poi si trovò affatto
volgare e plebeo il mettersi in compagnia d'un uccellatore che non
era altro che un rozzo contadino, il sedersi a far merenda su di un
prato, il mescolarsi con persone tanto al di sotto e per nascita e per
educazione; e qui indignati tutti d'accordo si scatenarono contro a
cotesto nuovo delitto di lesa nobiltà. La zia Gran Dama della croce
stellata mostravasi particolarmente offesa, e nell'impeto della sua
eloquenza arrivò perfino a conchiudere, che questi cattivi gusti, e
la propensione che si vedeva nei giovani a dimenticare così facilmente
il proprio grado, doveva nascere dalla pratica oramai così fatalmente
diffusa del vaccino, per cui le stirpi le più nobili e più gentili
si trovavano al terribile contatto di vedersi inoculare il sangue
d'un marcio bifolco. Quantunque quest'acuta osservazione avesse avuto
il vantaggio di far sorridere un cotal pochino le labbra sottili ed
ironiche del marchese, pure si risolvette di punire l'Ardemia col
troncare con essa per intanto ogni relazione d'amicizia, e ai giovani
si giunse fino a dar ordine di ricordarsi bene di non metter più piede
in casa di lei.
A prima vista la giovane contessa, quando lesse la lettera della madre,
rimase dolente d'avere involontariamente recato un così grave disgusto,
ed era quasi per andar subito da lei a promettere di rinunciare
all'uccellata; ma poi, riflettendo, che se faceva questo passo per
mantenere la buona armonia, le sarebbe stato d'uopo sacrificare
anche un altro piacere ch'ella aveva proposto, e che certo non era
di loro approvazione, pensò di tirar innanzi. Ormai l'autunno era per
terminare, si trattava solo di pochi giorni, e in suo pensiero, giacchè
si erano corrucciati per le mattoline, tanto valeva che durassero
in quel corruccio e le lasciassero così più libertà all'adempimento
del suo progetto, dopo il quale si sarebbe accomodata a tutti i loro
desidèri, e un solo perdono e una sola pace avrebbero fatte le spese
del necessario rappattumarsi.
In molti luoghi del Friuli esiste un'antica costumanza, per cui,
sul finire dell'autunno, dopo terminata la raccolta e fatto i conti
ai coloni, il padrone invita a pranzo ogni capo di famiglia a lui
soggetta, e questo banchetto si chiama il _Licof_. Ora l'Ardemia aveva
pensato di dare in quell'anno questo _Licof_ con tutta la solennità
possibile; e poichè ella era una donna aveva invitato non solamente
tutti i capi di famiglia tra i suoi affittaiuoli, ma anche tutte le
padrone di casa. Nella sua bizzarra testolina aveva divisato di dare
con ciò un esempio, per cui tra i contadini sparisse quel brutto
costume che vuole escluse le donne dalla mensa de' loro mariti, e le
condanna a mangiare in disparte o in un cantuccio del focolare, perfino
nei giorni solenni di nozze o di battesimo. Aveva fatto apparecchiare
dei regalucci che intendeva dispensare sul fine del pranzo a tutti gli
invitati, e particolarmente a quelli e a quelle che avevano meglio
acquistata la sua approvazione, distinguendosi o in qualche utile
industria agricola, o nell'economia domestica, o nell'allevare il
bestiame, o infine con una esemplare condotta o con qualche bell'azione
di cui ella si faceva render conto dal suo fattore, uomo integerrimo e
grandemente amato in paese.
E a questo banchetto, che per solito s'imbandisce nelle cucine dei
signori, e che ella aveva divisato di trasportare in un salotto a
pian terreno che dava sul suo giardinetto, e che aveva a tal fine
appositamente fatto allestire, si proponeva di sedere anch'essa
attorniata da' suoi buoni affittaiuoli, e di prenderne parte, che
che ne dovessero poi dire i suoi illustri parenti. Per lo passato, in
mezzo ai capricci e alle bizzarrie con cui spesso aveva dato motivo
di disgusto alla famiglia, s'era peraltro sempre mostrata affettuosa
e per lo più docile ai loro rimarchi; sicchè, ora vedendola non far
caso dei ricevuti rimproveri e continuare l'uccellata, parve questo
suo procedere una muta protesta con cui avesse in animo di sfidarli, e
s'accrebbe il mal umore, che poi giunse al suo colmo quando riseppero
del divisato banchetto. Tanto più, che, come in tutte le occasioni,
non mancarono neanche in questa le ciance esagerate e i soliti mali
uffici indiretti, che dipinsero la cosa come un baccano per ogni lato
disdicevole alla sua condizione e alla sua nascita. Fu narrato come
erano già accaparrati i sonatori per la musica durante il pranzo; ciò
che faceva temere non si terminasse con una festa da ballo, a cui
essa si sarebbe forse anche degnata di prender parte. Erano stati
visti portare alla sua casa diversi cofani di provviste, e ognuno
voleva dire la sua su ciò che potevano contenere. Si era saputo d'una
visita fatta al Parroco ad oggetto di ottenere il permesso per una
messa solenne, a cui dicevasi ch'ella voleva intervenire la mattina
in gran treno accompagnata dal fattore e seguíta da tutti i suoi
dipendenti. La malignità poi non si risparmiava di vociferare sulla
bizzarria dell'abito ch'ella avrebbe in quel giorno indossato, e che si
diceva già ordinato alla sarta. Questo dava gran materia di discorso,
particolarmente alle signore dei contorni sue conoscenti ed amiche,
che al toccarsi di una tal corda non mancavano di rammemorare tutte
le volte che s'era mostrata in un abbigliamento alquanto capriccioso;
e tanto più si scatenavano contro la sua mania d'inventar nuove fogge
e farsi originale, quanto gli uomini per difenderla che anche in onta
a tutte le regole della moda e del buon gusto, ella sapeva benissimo
scegliere quei vestiti che meglio le tornavano alla persona e facevano
più spiccare la sua incontrastabile bellezza. Allora il vespaio
era stuzzicato: si mettevano in campo tutti i suoi casi passati,
si recriminavano tutte le sue azioni, le si leggeva la vita, si
sentenziava, si condannava; e invece di placare, soffiavano nel fuoco;
e sempre più s'ingigantiva il malcontento dei parenti già di troppo
esacerbati. Or egli avvenne, che proprio la vigilia di questo pranzo
che faceva tanto chiasso, capitò in casa del marchese il cavalier di
F***, allora nominato governatore a N***. All'università di Bologna
egli aveva conosciuto il padre dell'Ardemia, e s'erano legati in una
di quelle intime amicizie, che la giovanile vigoria degli affetti
persuade dover durare eternamente; ma che poi troppo spesso dileguano
al variare della vita. In fatti, i due giovani dopo quell'epoca
disgiunti e sobbalzati in assai diversa carriera, non avevano mantenuto
che una rara corrispondenza ed anche questa col tempo venne meno. Nel
cuore del cavaliere.... era rimasta però una viva e gratissima memoria
dell'amico; ed ora nel suo viaggio da Vienna a N*** passava per le
terre di lui, e sentiva ad ogni passo declinare il nome de' villaggi
ch'egli mille volte li aveva ripetuti, volle rivederne la vedovella e
conoscerne la figlia, de' cui casi aveva udito qualche cosa nella città
di R*** dove ne aveva chiesto, e dove s'era fermato alcuni giorni ad
oggetto di esaminare un istituto ivi eretto di recente.
Il cavaliere di F*** aveva sortito dalla natura un'assai bella
mente e un cuore caldo per tutto ciò che stimava tornar utile alla
società. Possedeva la rara prerogativa di far adottare agli altri
quasi all'insaputa le proprie opinioni e tendenze. Il suo guardo
acuto e scrutatore discerneva, a primo slancio, anche di mezzo alle
debolezze ed alle follie, quella scintilla di bene che la provida
natura ha collocato in ogni cervello umano, e che spesso quanto è più
ingombra e nascosta nella cenere, posta in attività, altrettanto è più
efficace. Per lui non era uomo, per rotto e malvagio che fosse, che
non possedesse qualche secreta virtù, capace di redimerlo, e sapeva
valutarla, e trarne profitto fin in coloro che gli erano nemici ed
oppositori. In somma, era uno di quei rari uomini, che in qualunque
posizione sanno farsi centro di movimento e di vita; ma che se la
sorte fa salire al potere e pone a capo delle cose, sono benedizione al
paese che li possiede, e segnano un'epoca certa di progresso e di ben
essere universale. Salito rapidamente in carriera, ed in grazia del suo
merito e dei servigi prestati onorato di un impiego importante, egli
tornava nella provincia affidata al suo governo; dove la sua attività,
cresciuta in proporzione del suo grado, poteva paragonarsi al perno
che fa girare la ruota, o alla possente locomotiva che trascina il
convoglio d'una strada ferrata. Il marchese fu sensibile all'onore che
gli recava questa visita inaspettata, e in sua casa fu posta in opera
ogni possibile diligenza, perchè ei ne trovasse splendida l'ospitalità.
Alla conversazione della sera comparvero invitate tutte le più gentili
signore dei contorni, nè mancarono a rallegrare la brigata i dolci
accordi del piano e dell'arpa, quest'ultima particolarmente toccata
con molta grazia dalla giovane marchesina. Il cavaliere, ch'era seduto
presso la madre, nel fargliene complimento domandò dell'altra sorella,
della figlia del suo amico. Alla succinta risposta che ne ricevette
e al pronto cangiar d'argomento, s'avvide ch'egli aveva toccato una
corda ingrata. Richiamando allora quanto pochi giorni prima nella città
di R*** aveva udito vagamente narrarsi intorno al suo mal avventurato
matrimonio, sospettò che fosse infelice e fors'anco colpevole, e si
sentì stringere il cuore per la memoria dell'antica amicizia. Nel
dimani poi, quando furono soli, volle esserne meglio chiarito. Alle
risposte evasive con cui la contessa procurava di schermirsi, egli
oppose il desiderio di far una visita innanzi di partire a questa
figlia del suo amico, che aveva veduto una sola volta quand'era ancora
bambina prima della morte del padre. Allora mortificati gli dissero
della sua condotta, delle sue stravaganze, gli narrarono assai dolenti
i dispiaceri che avevano di fresco ricevuti; nè gli tacquero del plebeo
convito che proprio in quel giorno doveva consumarsi. Il cavaliere
ascoltò in silenzio tutte queste lagnanze, fece alcune inchieste
relative alla sua vita passata e al carattere del marito che le avevano
dato, poi conchiuse pregando il marchese a volerlo accompagnare dopo
pranzo alla villetta dov'ella dimorava. Non era possibile più oltre
rifiutarsi, e appena pranzato, attaccati i cavalli, partirono.
Nell'attraversare il giardinetto che dava ingresso alla casa, furono
percossi l'udito da un lieto cicaleccio che si univa al tramestio di
molte persone, all'armeggiare dei piatti, al tintinnire delle tazze,
delle posate, al suono dei violini; e tutti questi rumori all'aprirsi
della porta, insieme colla luce dei doppieri, uscirono come l'ondata
d'un fiume raddoppiati e fusi in un solo, atto ad intronare la testa
ad un sordo. Il primo oggetto che si presentò ai loro sguardi fu la
giovane contessa, che, assisa in capo alla mensa, e proprio dirimpetto
all'uscio, aveva ai fianchi in due lunghe file i suoi numerosi
convitati. Il suo abito nero molto accollato, sul quale arrovesciavasi
una piccola cornicetta liscia annodata ad un nastro a mo' di cravatta,
i suoi capegli divisi sulla fronte e lasciati cader giù semplicemente
alla nazzarena, le davano un tal quale aspetto maschile, che, congiunto
alla sua grande rassomiglianza col padre, fece colpo al cavaliere e
lo commosse quasi alle lacrime. E li parve di vedere redivivo l'amico
suo, gli parve di essere ancora a quegli anni giovanili così pieni di
energico affetto, quando tante speranze sorridevano ad entrambi; ed il
suo cuore già correva a quella bella creatura, che gli mosse incontro
un po' confusa, un po' arrossita, ma che, sentendolo un amico di suo
padre, rincuorata, se lo fece sedere dappresso e con infantile fiducia
lo mise a parte dell'innocente piacere che godeva. Intanto diversi di
que' contadini, messi in confusione per quella visita, s'erano alzati e
tirandosi indietro lasciavano spazio al marchese, il quale, non sapendo
come orizzontarsi, cambiava alcune parole col vecchio fattore. E gli
diede d'occhio la contessa, e fattagli accostare una sedia lo pregò
d'accomodarsi; poi rivolta ai contadini:
— Via, da bravi, disse, riprendete senza soggezione il vostro posto,
che questi signori ci permettono di continuare la nostra allegria. Non
è vero, soggiunse ella volgendosi al cavaliere, che non ve lo avrete a
male, se, invece di condurvi subito in camera da ricevervi trattengo
qui con questa buona gente; perchè.... abbiamo ancora una piccola
solennità da compire?...
— Anzi ve ne ringraziamo, rispose il cavaliere. L'esser venuti qui,
ad onta che vi sapevamo occupata, è stata un'indiscretezza.... chè
non voleva partire senza vedervi, e voi mi perdonerete per l'amicizia
che mi legava al padre vostro.... E fissò lo sguardo intenerito negli
occhi di lei, che all'udire di nuovo il nome di suo padre, fatta
più confidente, come all'aspetto d'una persona già da lungo tempo
conosciuta ed amata, gli porse la mano, e senza altri complimenti così
si mise a discorrere con lui.
— Questo pranzo autunnale è un'antica costumanza che mio padre non
preteriva in disgrazia, e io ho voluto quest'anno ripristinarla. Ci
ho poi fatto le mie aggiunte un po' di mio capo, che si sa, e un po'
secondo i consigli del mio fattore, che è un ottimo galantuomo, e che
qualche volta si pensa di approfittare, figuratevi, per fino de' miei
capricci. Signor Giovanni! gridò ella, si parla di voi, capite?
— Comandi, contessina! rispose il vecchio che a quell'appellazione si
alzò tosto da sedere, e venne ad ascoltare i suoi ordini.
— State, state! Io non voleva che accusarvi qui a questo signore; ma
poichè vi vedo in piedi, aggiunse abbassando la voce, fate pure portare
i cofani ed apparecchiatevi a compiere la cerimonia. Abbiamo, continuò
ella verso il cavaliere, provveduto alcuni regalucci da dispensare
a questa buona gente sul finire del pranzo, così in attestato della
mia gratitudine per la loro attività nel coltivare i miei campi,
per la loro buona condotta.... Il signor Giovanni poi, pretende con
questo mezzo d'incoraggiare l'agricoltura, l'industria — che so io?
Lasceremo che si tragga d'impiccio a suo modo, e che metta in orologio,
o in cappello nuovo, o in stivali chi meglio crede. Io per me mi son
riserbata di regalare due soli fra gli uomini: Pappà Gregorio, che è
quel vecchio all'antica in giubba di lana bianca, _bianchella_, dicon
essi, panciotto scarlatto.... e il giovinetto che vedete quarto laggiù
in fondo da quella stessa banda.
— Quel biondo, quasi imberbe, coi capelli troncati quasi a metà della
guancia e tutti da un lato?
— Sì, diss'ella, è un po' birichino, e ha mancato poco ch'io
la trovassi col signor Giovanni perchè non lo voleva nel numero
degl'invitati. Oh, ma il signor Giovanni! se sapeste! voleva limitarmi
ai soli capi di famiglia, ai soli miei coloni; le donne poi, la
non gli poteva entrare! Gli pareva una novità formidabile, quasi un
sacrilegio; e mi ha tirato fuori una farraggine di ragioni, secondo
lui, convincentissime. Ma dite la verità, caro signore, non fa piacere
a vederle qui frammischiate ai loro mariti, ai loro figli? E dove
sarebbe stata l'allegria, se in questa casa, in cui la padrona è una
donna, fossero state escluse tutte quelle buone comari? Guardate la
Menica come è contenta! come le brillano gli occhietti! È quella bruna
colla pezzuola color di rosa colaggiù a sinistra. Povera Menica! Oh se
sapeste che ottima creatura! se non temessi di annoiarvi, vorrei dirvi
un bel tratto di lei.
— Io vi ascolto anzi con gran piacere, disse il cavaliere; ma giacchè
vi mostrate così compiacente, vorrei prima che mi diceste, perchè,
ad onta dell'opinione del signor Giovanni, avete voluto tra i vostri
invitati il giovinetto che mi avete accennato!
— Perchè, diss'ella, in mezzo alle sue bizzarrie, io gli ho scoperto un
bel cuore; e ora che mi son fatta del tutto campagnuola, lo voglio tra'
miei amici, certa che farà giudizio e diverrà un giovine perbene. Il
signor Giovanni, col suo occhio di lince e colla sua pretesa di saperle
tutte, non faceva altro che dirmene continuamente _plagas_; ch'egli era
il primo nei chiassi alle sagre, che la domenica si faceva vedere sulla
piazza colla pipa in bocca, in collarino, che frequentava l'osteria,
ch'era un po' baruffante, un po' manesco.... Ma io ho anche io la mia
polizia; e qualche volta è una commedia, soggiunse ella sorridendo, a
vedere come il signor Giovanni resta di sasso al trovarmi istrutta al
pari di lui ed anche meglio; e il buon uomo non sa capire come diacine
io faccia a sapere tanti pettegolezzi.
— Ci scommetto, le sussurrò il cavaliere, che il vostro capriccio di
quest'anno dell'uccellata non era senza il suo perchè....
— Il fatto sta, conchiuse la contessa ridendo, che il mio fattore
non ha tanta malizia.... e che io senza di lui ho saputo scoprire un
tratto gentile di Ermagora che gli tengo a conto, e che a' miei occhi
lo redime di molte delle sue piccole bricconate. Nell'inverno dell'anno
scorso, egli ed altri nove giovinotti qui del villaggio ottennero
dal fattore di far sopra di sè, ad ore perdute, un fosso in un mio
podere, che era circondato da una siepe di rovi, e ch'egli ha voluto
cambiare in tanti gelsi a basso fusto, e ogni sera, dopo terminati i
lavori della giornata, invece di starsene al fuoco, andavano laggiù
a scaldarsi lavorando tre e quattro ore a lume di luna. Intendevano
con quei soldi di godersela nel carnevale, facendo una mascherata, e
andando attorno coi sonatori prima per il paese, poi per i molini,
e terminando, già si sa, con una bella cena. Ermagora n'era il
capo: avevano già apparecchiato i vestiti, e Dio lo sa in che gloria
aspettavano quel giorno! Ora suo padre nel salire una scala a mano per
trar giù dal fenile non so che masserizie, cadde e si slogò un piede.
Indovinate mò'! Ermagora andò subito dai compagni a dispensarsi della
mascherata; e per quanto essi procurassero d'impegnarlo ad intervenire,
facendogli osservare che il male non era di conseguenza, ch'essi
stessi gli avrebbero ottenuto dalla famiglia il permesso, non ci fu
caso. Il buon giovinotto a tutte le loro sollecitazioni rispondeva,
che sapendo suo padre addolorato in letto, il cuore non gli dava di
divertirsi a ballare; e poichè essi non vollero tenere la sua parte di
guadagno, Ermagora la impiegò a provvedere l'occorrente per il malato.
— Il Cavaliere guardò per alcuni minuti in silenzio quel giovine, poi
rivolto alla Contessa:
— E la Menica? le chiese, non volevate voi narrarmi anche di lei...?
— Oh la Menica pure è una donna di cuore! sclamò la Contessa cogli
occhi innumiditi. Una donna che ce ne vorrebbe per ogni famiglia
l'eguale! Oltre ch'essa è una brava massaia, economa, avveduta, buona
poi come un angelo, sa compatire agli altri, e nel suo poco ella ha
viscere di misericordia per tutti. Quattr'anni fa, capitò qui nel
paese un vagabondo, ed aveva seco la moglie vicina al parto. Chi lo
mandava all'ospitale, chi si schermiva, mostrando l'impossibilità di
ricoverarlo con una donna in quello stato. La Menica l'accolse, e con
una carità che noi altri signori non conosciamo, cesse alla disgraziata
il proprio letto, e la trattò come se fosse stata una sua sorella.
Ella a questuare per la puerpera, ella a provvedere pannilini pel
bambino. Filava la notte più del solito, e tante ne disse a quell'uomo,
e tante ne fece, che lo persuase a rinunciare al suo brutto mestiere,
e a mettersi una volta a guadagnar il pane coi propri sudori. Quando
la donna fu in istato di faticare, se l'associò nelle domestiche
faccende, e seppe colle sue belle maniere così adoperare col marito e
coi cognati, che accondiscesero a tenerli in casa, finchè potessero
altrimenti provvedersi: il signor Giovanni ha poi loro dato in
affitto alcuni campi e una casuccia, ed ora, in grazia di quella buona
creatura, se la campano anch'essi onoratamente colle loro fatiche.
Povera Menica! Oh se sapeste il bene ch'io le voglio! e anch'ella
mi ama.... Oh sì! ad onta della differenza di condizione, di
quest'ostacolo insormontabile che la sorte ha posto tra il ricco ed il
povero, il suo cuore è uno dei pochi che mi han sempre e sinceramente
amata.
Nei primi momenti della mia disgrazia, continuò la Contessa,
lasciandosi andare ad una di quelle effusioni dell'anima, che al
toccar di certe corde e alla presenza di certe persone sfuggono tanto
spontanee che sono quasi inavvertite, nei primi momenti della mia
disgrazia, quando, non volendo più lottare contro la guerra accanita
che mi aveva rotto un mondo infame, io venni qui a rifugiarmi in
questa solitudine, costretta a vedermi innanzi il volto infinto di
tanti falsi amici che venivano a compassionarmi per trar materia
di accrescere i miei falli.... mal compresa, denigrata, l'amore
disinteressato e sincero di questa povera contadina m'era conforto!
Oh se sapeste le volte le volte, che sotto il pretesto di portarmi dei
fiori, o di vendermi delle uova, ella spiava che fossi sola, e veniva
a guardarmi con quell'occhio pietoso con cui una madre guarda al suo
povero figlioletto malato!... Ella stette un momento in silenzio, poi
ripigliò:
Ho una crocetta d'oro che le voglio regalare; ma non crediate mica
ch'io pretenda di premiare con ciò la bell'azione che vi ho raccontato!
Questa la può compensare solo Iddio e la coscienza di averla fatta!
e poi a rammemorargliela sarebbe un farla soffrire. Voglio solamente
darle un ricordo di amicizia, che, per quanto ella lo possa aggradire,
certo non lo porterà al collo con più affetto di quello ch'io mi poso
sul cuore le prime violette dell'anno e le margheritine dei prati che
la mi va talvolta regalando. — Il libero sfogo che s'era permesso,
l'aveva alquanto commossa, e per ricomporsi rivolse lo sguardo ai
convitati, che, finito il banchetto, stavano chiacchierando divisi
in diversi gruppi: la percosse il suono di replicati — Illustrissimo
sì, illustrissimo no, — di due o tre contadini, in mezzo ai quali
s'era situato il Marchese, che, partito il fattore, procurava del suo
meglio d'equilibrarsi in quella per lui difficile atmosfera, movendo
di quando in quando alcune signorili inchieste a quelli che gli erano
più dappresso. L'Ardemia, per fare un diversivo e rimettere in comune
l'allegria della parola, che s'era fatta oramai troppo parziale: —
Pappà Gregorio! — gridò a quel vecchio venerando ch'ella aveva dapprima
indicato al Cavaliere, e sporgendo verso di lui il suo bicchiere, —
via da bravo, — disse, — facciamo io e voi un brindisi a quel signore,
amico di mio padre, che ha voluto colla sua visita farci più lieta
questa bella giornata; e poi voglio che voi colla vostra solita
schiettezza mi diciate una verità. Come ve la siete passata quest'oggi?
— Corponone! rispose il contadino, serviti e trattati come principi in
compagnia della nostra padrona....
— No, no, diss'ella, io so che la mia idea di far venire al Licof anche
le donne non vi garbava nè punto nè poco....
— Ah briccone di pappà Gregorio! esclamarono alcune comari. Dunque egli
non ci voleva al Licof?
— E che non avete voluto a nessun patto condurre la vostra donna Lucia,
continuò la contessa.
— Ma gli è fatto che le donne devono starsene a casa, mormorò il
vecchio. Per altro le prometto che se un altr'anno saremo vivi, anche
madonna Lucia sarà della partita, e per bacco! che se quest'anno è
stato un sussurro da perdere le orecchie, colla giunta della lingua
di mia moglie.... particolarmente se la è un poco brilla.... Qui fu
interrotto da molti scoppi di risa: chè il facile naturale di donna
Lucia era universalmente conosciuto.
— Senta, Contessa! sclamò il vecchio in modo da superare il baccano.
Come al suo solito, ella ha fatto una novità, alla quale noi altri
al nostro solito eravamo ritrosi, ed è finita come sempre, cioè,
coll'essere più contenti di prima.
— Dunque, buon uomo, interrogò il Cavaliere, la vostra padroncina vi fa
spesso delle novità?
— Ella piccioletta e giovanina, come la vede, le so dir io che ha
rimestato l'intero paese, e la ce ne ha fatte di belle. Una veh! in
particolare la mi ha crucciato per un pezzo! e se non fosse stato
ch'ella è la figlia del mio buon padroncino, che Dio abbia in gloria!
e che la gli somiglia come un pomo partito, ogni poco mi risolveva
ad uscire dai suoi ceppi, e.... e faceva una grossa capponeria! Si
figuri, signore, il primo anno che è venuta a star qui, ella e il
signor Giovanni si sono pensati di ridur tutte le coloníe a soli venti
campi dell'una! Una famiglia come la mia, che si può dire da più secoli
lavora sempre lo stesso terreno, vederselo tolto quasi per metà....!
— E poi? chiese la Contessa ridendo.
— E poi.... e poi, già si sa, adesso siamo contenti! ci pareva di dover
morir dalla fame, ci pareva di non aver più dove seminare le biade....
e invece quei venti campi ci danno adesso più dell'antico terreno,
paghiamo il nostro affitto, e si è meno oppressi dalla fatica. In
somma.... è stato bene! e quella piccola testolina lì, vale per tutte
le nostre. — Intanto il signor Giovanni aveva fatto portare nel salotto
una lunga tavola coperta, e ritiratosi all'uno dei capi, cogli occhiali
sul naso percorreva in gran confusione uno scartafaccio di memorie,
preparandosi a compiere la cerimonia secondo gli ordini ricevuti dalla
Contessa. Ella lo vide, capì l'imbarazzo che gli cagionava la presenza
di quei due signori, e per liberarnelo: Ecco, disse, il fattore che
aspettava i miei ordini per distribuire i regali. Ma come la faccenda
vuol riuscire un po' lunghetta, perchè egli ha le sue predichine e le
sue raccomandazioni da fare, io darò principio, e poi, se vi piace, noi
ci ritireremo nella stanza contigua. —
Il Cavaliere le prese la mano in aria affettuosa: — Io, disse, vorrei
pregarvi d'una grazia. In casa N*** mi aspettano, ed ho fatto anche
troppo tardi. Diman mattina assai per tempo io deggio partire, e
facilmente le mie occupazioni non mi permetteranno più di rivedere
cotesto paese. Mi dorrebbe le ultime ore che mi rimangono di consumarle
lontano da voi.... Facciamo una cosa. Montate in carrozza, e terminiamo
insieme in seno alla vostra famiglia questa bella giornata!... — Ella
rimase un istante indecisa, si morse leggermente il labbro inferiore,
e gettò uno sguardo involontario dalla parte del Marchese.... Il
Cavaliere allora, fatto accorto, si rivolse al Marchese, e con la
disinvoltura che gli era naturale, dando al discorso l'aria d'una frase
di amabile galanteria, lo pregò a voler egli patrocinare la sua causa.
L'altro, che da un pezzo era sulle spine, e che pensava che a casa sua
non si sarebbero trovati meglio, non vedendoli ancora capitare alla
conversazione, ch'ei sapeva in quella sera dover essere numerosa, e già
adunata per far corte al suo ospite, non gli parve vero di potersela
cavare così a buon mercato, ed insistette perchè l'Ardemia senza altre
dilazioni accettasse tosto l'invito. Allora la contessa capì che non
bisognava trascurare questa facile occasione di rappattumarsi co'
suoi; e nel mentre che si attaccavano i cavalli, disse rapidamente
alcune parole al signor Giovanni, perchè egli sostenesse le sue veci, e
incominciò la distribuzione col presentare pappà Gregorio di un comodo
pastrano col suo cappuccio, e colle sue maniche. — A me! disse il
vecchio meravigliato.
— A voi sicuro, rispose la Contessa. Siete il più anziano de' miei
dipendenti, il patriarca del villaggio, un galantuomo, e un bravo
padrone di casa, che mi preme di conservare in salute per molti anni,
onde gli altri imitino il vostro esempio.
E adesso, buon pappà, che i carnovali pesano, bisogna procurare di
star bene riparati dal freddo. Questo pastrano, aggiunse ella battendo
leggermente colla sua piccola mano sulla spalla del vecchio, state
certo che vi terrà più caldo della vostra _bianchetta_, e quantunque nè
vostro nonno nè vostro padre non lo abbiano a loro giorni costumato,
voi farete a mio modo, e lo porterete particolarmente quando si va
ai mercati, o in viaggio, e si sta fuori le notti. — Il vecchio
dopo averlo esaminato per tutti i lati, se lo gittò sulle spalle
pavoneggiandosi, e baciando con espansione di affetto la mano alla
sua padroncina. — Pappà Gregorio in pastrano! esclamò. Affè che la
è una grossa novità, ma alla quale sarei pure il gran babbeo se non
sapessi adattarmi! — Tutti gli fecero evviva, e la Contessa infilato
il suo palettò, e allacciatosi il cappellino, disse un addio cordiale
ai convitati, scusandosi di non poter ella terminar la cerimonia, e in
compagnia dei due ospiti montò in carrozza fra le liete acclamazioni di
tutta quella gente che s'era mossa ad accompagnarla, e continuavano a
benedirla anche dopo partita.
In casa V***, come il Marchese aveva preveduto, era già buona pezza che
aspettavano. Trovarono la maggior parte delle signore del paese, che a
guisa di tanti bei fiori primaverili già adornavano la stanza. Le loro
acconciature più del solito ricercate, gli abiti sfoggiati di alcune
di esse, e i loro abbigliamenti tutti alquanto pretenziosi, davano a
divedere che non si erano dimenticate del forestiero.
Da principio vi fu qualche occhiatina maliziosa alla toelette della
Contessa, che lor pareva, ed era veramente, assai semplice, nè
sarebbe mancato un tantino di critica, se le continue distinzioni e la
preferenza che le accordava il Cavaliere non avesse loro imposto una
spezie di soggezione. Vedendola trattata con tutto quel rispetto da un
cotal uomo, presero invece il partito di farle la corte, e gareggiavano
a chi meglio poteva mostrarsele amica. Anche la madre e la sorella,
dimenticato di tenerle broncio, furono con lei assai affabili, e
perfino la zia Gran Dama della croce stellata si avvisò di rivolgerle
parecchie volte la parola. Cosicchè la serata passò lietissima, e
l'Ardemia, senza bisogno di altri mezzi, si trovò, in grazia del
Cavaliere, almeno per allora, pienamente riconciliata colla sua nobile
famiglia.