Pareva a Giacomo d'essersi tolta dal cuore una montagna di piombo,
tanto il colloquio tenuto colla Rosa lo avea consolato. Lasciatala a
Cedarzis, ei mosse verso casa con passo più celere. Trovò sua madre
intenta al desinare; suo fratello e sua cognata non erano ancora
ritornati da messa. Fu contento di trovar lei sola, e tosto le narrò
ogni cosa. La buona donna, che si avrebbe cavato il sangue dalle
vene per veder felici i suoi figli, cominciò a dargli coraggio, e
a dolcemente rimproverarlo per non aver prima chiarito la faccenda;
poichè, diceva essa, a quest'ora si sarebbe già ripiegato, e tu saresti
fuori di pena. Intanto vennero anche gli altri, e insieme concertarono
di ricorrere a compare Giovanni, il quale, nella speranza di far
suo l'armento, avrebbe volentieri prestato il denaro. Giacomo poi
si sarebbe affrettato di ritornare al mestiere, dove col suo assiduo
lavoro poteva in breve coprir questo debito, indi ripatriare e sposarsi
la Rosa. Così stabilito, desinarono lieti, e poscia il giovane cominciò
subito a darsi le mani attorno. Fra la scelta e la compera del legname,
l'approntare la zattera e due o tre corse fino a Paluzza per causa
di compare Giovanni, che in quest'affare voleva camminare coi piè di
piombo, il povero giovinotto consumò tutta la settimana, senza che gli
restasse tempo di andar a vedere la Rosa. Questa lo aspettava ogni sera
coll'impazienza propria degl'innamorati, e non vedendolo mai, cominciò
ad immalinconire. Riandava tutte le parole del lor ultimo abboccamento,
e ogni giorno più parevale intravedere il pensiero d'abbandonarla.
A principio scacciava tale idea come una tentazione, si rimproverava
d'ingratitudine. Quel povero giovane aveva tanto fatto per lei, che
il sospettarlo così le pareva ingiustizia; ma un po' alla volta il
mal umore offuscò tutte queste ragioni, ed ella trovavasi misera,
afflitta, e assai più malata di quando giaceva. Sul tramonto, quando
aveva spacciate le sue faccende, mettevasi a filare sulla porta della
casetta. Guardava ansiosa verso Arta, una lieve speranza la rincorava;
ma a misura che mancava la luce, ogni speranza svaniva. Traeva sempre
più lenta le agugliate; le mani le cadevano, sentivasi serrare il cuore
e finiva col ritrarsi a piangere nel suo povero letticciuolo. Venne
finalmente il sabbato sera, e Giacomo, benchè fosse stanco per molte
corse che aveva dovuto fare, capitò a Cedarzis a vedere di lei. La
fanciulla lo accolse malinconica, per altro non si lagnò. Era venuto:
ciò valeva per essa più di qualunque scusa, e quando ei le prese la
mano e fisandola con affettuosa premura pareva ricercare il perchè di
quella sua malinconia, ella gli aveva già ampiamente perdonato, e il
racconto che fece degli impicci che lo avevano impedito di venire,
non servì che ad accrescerle il rammarico d'averlo ingiustamente
sospettato, sicchè procurava di compensarlo con più di affetto.
Parlarono a lungo, il tempo volava per essi graditamente, e l'idea di
doversi presto separare veniva addolcita dal proponimento di patire, e
di affaticarsi l'uno per amore dell'altro. Disse Giacomo del come aveva
aggiustate le sue faccende; disse ancora come a forza di reiterate
corse e preghiere aveva ottenuto, che tra le molte zattere in quella
settimana approntate fosse prima a partire la sua, e che perciò gli
conveniva darle in quella sera l'ultimo addio, mentre nel dimani per
tempo avrebbe dovuto trovarsi alla sega a lanciare il legname e a
seguirlo....
— Dimani?... chiese Rosa, e restò come perturbata. Era domenica, e
pareva a lei trista cosa profanare colla fatica il dì consecrato al
Signore.
— Altrimenti avrei dovuto aspettare ancora molti giorni.... Gli è per
grazia che vengono dimani al mulino....
— Ma non sarebbe stato possibile lunedì?
— Lunedì, martedì e tutta questa settimana saranno lanciate quelle che
furono messe in pronto prima della mia, e niuno certamente vorrebbe
cedermi la sua volta.
— Avete fatto gran fallo, diss'ella dopo alcuni minuti di silenzio, a
non pensarvi prima. Questo vostro partire in giorno di festa io l'ho
per cattivo augurio — e si mise di nuovo in malinconia.
— Ma non si lavora mica dimani. La zattera è già bella e apparecchiata,
non v'è che a lanciarla, e prima potete credere bene che anderemo
a messa. — Qui Rosa lasciò cadere una lacrima. Il povero giovane
era mortificato, avrebbe voluto persuaderla, togliere quest'ubbia,
rasserenarla: ma le parole non gli venivano. Una voce segreta nel
profondo del cuore gli ripeteva invece ch'ella aveva pur troppo
ragione. Intanto si faceva tardi, la luna era comparsa sull'alto
della montagna di Cedarzis; si avvicinava il momento di separarsi, ed
entrambi consumavano in silenzio i pochi minuti che loro restavano:
eppure avevano ancora mille cose da dirsi. Ella stava appoggiata
all'uno degli stipiti della porta col capo chino e quasi nascosto
in seno, e colle mani teneva la cordella del grembiule e così
soprappensiero l'andava facendo a piccole pieghine. Pareva la fiammella
della candela di cera, quando sul primo accendersi arde così languida e
debolina, che non sai se voglia mancare, o rompere il dubbioso silenzio
e dar su rinvigorita e potente.
— Dunque?... diss'egli, ed allungò una mano come per prendere quella di
Rosa. Gliela strinse la fanciulla e poi se la posò sul cuore, e
— Or via, rispondeva riscossa e rinfrancata, or via, non ci lasciamo
così! — E qui tutti due esilarati tornarono a parlare del loro amore,
finchè finalmente si venne all'addio.
— Mi vorrete dunque sempre bene? chies'ella per ultimo.
— Che domanda! borbottò Giacomo, e mosse per andarsene, ed ella lenta
lo accompagnava alcuni passi. Si salutarono e poi ancora camminavano
insieme un altro poco. La luna impicciolita ed alta splendeva a
perpendicolo sul loro capo. Si strinsero per l'estrema volta la mano, e
poi Rosa a tutta corsa ritornava: si sedette sul limine della porta, e
accucciolata e tutta in sè ristretta posò la fronte nelle mani e stette
un istante; il core le batteva che parea volesse schiantarsi, surse e
andò sul suo povero letticciuolo a pascersi di lacrime e di dolore.