Voltò in fretta due o tre fogli, e gli cadde l'occhio sulla seguente

_«Memoria funebre._

»Povera Lugrezietta! Così all'udire la precoce tua perdita prorompono

coloro che ti conoscevano. Quante delle compagne, che un dì teco

scherzavano entro i recinti del chiostro, avran oggi così esclamato!

Quelli che non ti conoscevano, allo spettacolo della tua bara,

segnata di candida croce, avran chiesto il tuo nome, e all'udire che

appena tocco il quarto lustro ti appassivi come un tardo bottoncino

di rosa colto dalla bruma invernale, ti avran donato una lagrima di

compassione. Povera Lugrezietta!... Volano i giorni, e ratta si dilegua

l'orma leggera che tu stampasti nella vita. Breve tempo basterà a

seppellire nell'oblio la tua memoria. Lo sconosciuto, che tra i monti

del settentrione si commosse ai funerali dell'itala verginetta, forse

ha già dimenticato il tuo nome: le tue compagne per pochi giorni

ancora ridiranno la dolente istoria intrecciando false novelle alla

tua verace sciagura; le antiche vergini, e il venerando nostro padre,

egli che pietoso raccolse dalle tue pupille la prima lagrima del

pentimento, per pochi giorni ancora ti raccomanderanno a Dio nelle loro

preghiere, e quando il dì dei morti verrà a metterti nella lista di

coloro che in quest'anno abbandonarono la vita, il tuo nome inscritto

sulla nera scheda del coro ridesterà alla lor mente la tua sorte come

una dimenticata arietta ci rammenta al riudirla le fuggite idee della

fanciullezza. Da qui a dieci, da qui a vent'anni chi più ti ricorderà?

Quella stessa madre sconsolata che corse a strignerti al seno per

l'ultima volta, e spenta ti depose sul letto funebre, ti avrà allora

già dimenticata.... o almeno i ridenti tuoi anni ch'ella vide svanire

non le sembreranno più che un bel sogno il cui dileguarsi profondamente

rammarica. Povera Lugrezietta! A questa voce di universale compianto

io non mesco la mia. Compagna dei tuoi primi anni, conscia delle più

segrete ambasce del tuo cuore, come potrei piangere quel sonno profondo

che finalmente ti dà pace? Ma di tutte forse le tue amiche io più a

lungo serberò la tua memoria. Piacemi la melanconia, è mio diletto la

solitudine, ed ha per me voluttà il dolore delle tombe. Giovinetta,

tu verrai spesso a farmi compagnia nei silenzi della notte, finchè un

fatto simile al tuo me pure addormenti entro la terra dei sepolcri.»

Più innanzi così voltando le carte lo percossero queste altre parole:

«.... Padova.... Bassano.... Vicenza.... In altri tempi, o con quanto

ardore avrei visitato queste belle città! Oggi il mio cuore chiuso

aborre le loro allegrie, e rifugge dall'ammirarne i preziosi monumenti.

Pochi passi lontana dal villaggio che fu cuna a Canova, io non l'ho

ancora visitato.... Io che tante volte piansi all'aspetto dei capi

d'opera dell'arti belle, dimani vedrò forse fredda ed insensibile

questi marmi che il genio del grand'uomo animò? Non avrò più nel

mio petto neppur una scintilla d'entusiasmo? Oppressa dalla sciagura

l'anima mia è morta, i miei occhi disseccati non hanno più lacrime,

sulle mie labbra non v'è più sorriso....»

Il giovane leggeva rapidissimo, avrebbe voluto nell'intuizione d'un

minuto percorrer tutte quelle linee; tremava, ed era attento al minimo

rumore. Fu più volte per desistere, ma la curiosità lo vinse, e dopo

aver deposto il libretto e stato un attimo in orecchie, lo riprese: lo

scartabellò tutto velocissimo e lesse quest'ultima pagina:

«Oggi appunto compiono quattr'anni. Questo breve spazio di tempo ha

operato per me una grande rivoluzione. Ho cangiato paese, il modo di

vivere, le persone che mi circondano, perfino il pensiero; anzi mi pare

di non ritrovar più me stessa in me.... Avevo penato da principio ad

assuefarmi alla vita del chiostro. Parlavano una lingua a me straniera;

non c'era una creatura che mi amasse! Sognavo ogni notte i baci di

mia madre, le carezze di mio padre, i giuochi e le corse gioite co'

miei fratellini. Quell'aria così fredda, quel cielo sempre fosco, quei

volti tutti sconosciuti mi agghiacciavano il cuore.... Un po' alla

volta mi ci sono avvezza; amai la mia prigione, ed ora il più dolce

de' miei piaceri è il rammemorare gli anni infantili ivi passati.

— Oggi quattr'anni fu un giorno solenne. L'amica dell'anima mia,

Beatrice, dedicavasi a Dio! Ci avevano vestite di bianco. E a molto

tempo che noi aspettavamo con ansietà questo giorno, vi ci eravamo

apparecchiate colla preghiera e col digiuno: vegliai tutta la notte,

piansi e pregai.... Oh se oggi potessi ricordarmi tutti i pensieri

di quella vigilia! — Il mio cuore non è più lo stesso. — Parmi ancora

sentire la fredda brezza dell'alba e vederne il languido crepuscolo.

Le campane sonavano a festa, la chiesa arredata come ne' dì solenni,

tutte già alzate le monache, e noi liete correnti pe' chiostri bramose

di rivedere finalmente la nostra amata Beatrice. Mi ricordo che mi

tolsi all'allegria e prima della funzione mi ritirai sola in coro

e pregai per essa.... Oh se io potessi sentire ancora l'affetto di

quella preghiera! Era innocente l'anima mia, e la mia voce alzavasi

a Dio come la fiamma della lampada perenne che arde dinanzi al suo

altare, e mi pareva che fosse accetta. Venne il momento della funzione,

tersi la faccia lagrimosa e andai ad unirmi alle altre alunne, che mi

aspettavano per accompagnar la novizia. Dacchè aveva cominciato il

suo anno di prova, noi non l'avevamo più riveduta. Ci avevano fatte

inginocchiare in capitolo con un cereo acceso in mano di rimpetto

ai banchi delle monache. I nostri occhi erano volti alla porta: si

apre; credevamo fosse lei, era invece la Badessa coi veli rabbassati e

tutta chiusa nel suo maestoso ammanto; ella venne a sedersi nella sua

cattedra a destra dell'altare. Pochi minuti dopo guidata dalla maestra

delle novizie e seguita da due fanciulline coronate di fiori, l'una

delle quali portava una ghirlanda di spine, l'altra il Crocefisso,

comparve la Bice. Era vestita da un magnifico abito di raso bianco,

coi capelli leggiadramente annodati, sul cui nitido nero spiccavano

molti brillanti e il prezioso diadema a cui era raccomandato il velo

che le ombreggiava le spalle. Era pallida, e in atto modesto teneva

chinate al petto le potenti pupille. S'inginocchiò sul damasco che

avevano apparecchiato per lei, e dopo breve preghiera, si cominciò a

disporre la processione. Portava la croce una giovane monachella che

aveva professato l'anno innanzi; seguivano a due a due, colle mani

incrociate sotto lo scapolare, le altre suore, ultime le più vecchie;

dietro ad esse la Badessa, indi noi accompagnate dalle nostre maestre.

A misura che si svolgeva, la processione passava dinanzi al banco

dove noi inginocchiate aspettavamo la nostra volta. Così Beatrice,

quando mi passò dappresso, potè strignermi una mano, e susurrarmi un

affettuoso: _Prega per me!_ Mi balzava il cuore con una commozione che

non ispero sentire più mai! Quando entrammo in coro, l'organo suonava

devoto e alcune voci come di angeli cantavano il _Veni Sponsa Christi_.

Ardevano tutte le lampade e numero infinito di ceri. La chiesa di

fuori era piena di gente, ed alcuni curiosi si vedevano affollati alle

grate delle finestre che si aprono ai lati dell'altare, e che in quel

giorno erano senza cortina. Prendemmo il nostro posto, e la novizia

s'inginocchiò nel mezzo del coro sul banco ivi apparecchiato per lei.

Tutte le particolarità di quella funzione mi stanno ancora in mente

come se vi avessi assistito pur ieri. Vedo la folla dei curiosi dar

luogo al Prelato che col suo pastorale e con devote parole chiamava

la giovinetta al suo cospetto; la vedo avanzarsi timida, odo la sua

protesta, l'ho presente quando si toglieva dalle mani gli anelli e

dal collo e dalla testa i brillanti, e calpestava tutti quei muliebri

adornanenti; indi le tagliavano i capelli, le velavano il capo ed il

mento, la cingevano d'una corona di spine, la vestivano di povera lana,

le strignevano i fianchi con una fune; e mentre le monache intonavano

un salmo di gioia, mi par ancora vederla tutta lieta correre a baciarle

una per una. Ella aveva consumato un gran sacrifizio, e la sua fronte

era serena, e da' suoi occhi come da limpido ruscello traspariva la

contentezza della sua anima. Dedicavasi a Dio sul più bel fiore della

giovanezza, voleva consumare tutta la sua vita nel tempio del Signore

come il candido cereo che sull'altare gli arde in olocausto. Tal

pensiero allora mi pareva bello e gentile. Sparirono quegli anni di

preghiera e d'innocenza, altri palpiti commossero il mio povero cuore,

imparai altri affetti.... Ragioni splendenti m'insegnarono a ridere

di quel mio primo devoto desiderio; ma queste ragioni non han potuto

svellermi dalla memoria quei giorni, e spesso, quando la mia anima

geme oppressa dal dolore a cui la sorte mi ha condannata, vedo un coro

di pudiche monachelle che salmeggiano nel crepuscolo mattutino: odo

le monotone lor voci che in quella solitudine posatamente ripetono le

divine parole che a Dio cantavano gl'inspirati profeti, e sento che in

mezzo a loro potrei forse ancora aver pace!...»

Qualcuno saliva le scale.... Ei getta il libro, ed è in un attimo

nell'altra camera seduto sul sofà e, tenendo il respiro, accompagnava

coll'orecchio teso quella pedata, finchè udì crocchiare l'uscio in

fondo al corridoio. Prese allora il cappello e giù in due salti nel

cortile, e poi fuori in istrada. Stava per svoltare l'angolo, quando

vede lungo il muricciuolo, che fa parapetto alla via, una figura di

donna, e ravvisa la cameriera di Massimina.

— Siete voi, Marietta? e la vostra padrona? ei chiese quasi

involontario.

— Zitto! È uscita, e devo aspettarla qui.

— A quest'ora? e dove?...

— In quel casale colaggiù. La poverina non mangia nulla: un po' di

latte di capra è il meglio che appetisce: qui non ne hanno, ed ora che

sono tutti fuori è andata sola a provvederlo in segreto per non far

dispiacere ai padroni di casa.

— Non le dire di avermi incontrato — e tirò innanzi. La porta del

casale era aperta e d'intorno al fuoco si vedevano tre fanciulli

cenciosi, una povera donna e l'alta ed elegante figura di Massimina,

che dritta in piedi tra quella squallida miseria pareva l'angiolo della

consolazione. Il dottore, situato in modo da non essere scoperto, si

fermò a guardare. Apparve un vecchio e con passi tremanti le portava

un fiasco di latte. Ella lo prese, mise in mano a lui alcune monete

ed uscì velocissima. Non vide il dottore che gli avesse dato, ma il

vecchio cadeva inginocchioni piangendo e baciava la terra ch'ella aveva

toccato coi piedi, e la donna e i fanciulli consolati pregavano per

lei.

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