Il dì seguente, era domenica; quantunque si fosse innanzi colla
stagione, faceva bellissimo tempo, e il dottore con alcuni amici pensò
di fare dopopranzo una passeggiata sino alle fonti, e così visitare
tutti ad un tratto i suoi ammalati; almeno quelli a cui era permesso
di venir soli ad attignere le acque salutari. Quando furono sul
ponticello dirimpetto ad Avvosacco, scorsero il bacino circondato di
gente; v'erano delle signore sedute sulla panca, e qui e colà tra le
ghiaie del torrente apparivano delle brune macchiette di chi andava,
di chi veniva, o di chi gironzava, sicchè compresero che non avevano
sbagliato, e che tutti com'essi avevano saputo approfittare della lieta
giornata. Anche la Massimina era venuta, e la sua toletta, benchè
semplice, era alquanto più ricercata del solito. Aveva un vestitino
alla religiosa, liscio, di forme svelte, e minutamente quadrigliato
bianco e verde, con sul capo a mo' di cuffia una pezzuola di raso nero
adorna di trine: una bella dalia fresca color scarlatto, posata con
leggiadro capriccio dall'un dei lati, accresceva il pallore di quel
volto, ed i suoi occhi quasi sempre abbattuti, or pel contrasto di quel
fiore vivacissimo parevano ancora più smorti, e più languidi. Quando
vide il dottore fu prima a salutarlo, e la madre in tuono di gentile
rimprovero:
— Bravo! gli disse. E che fu ieri sera di voi? Noi vi abbiamo aspettato
sin tardi....
— Signora, rispos'egli, ho dovuto trattenermi a Cedarzis per una malata
— e narrò di Rosa.
— Ieri sera, disse un'altra signora, abbiamo progettato una piccola
gita, e speriamo che voi pure sarete della brigata.
— Si! sì! anch'egli, replicarono due vispe ragazzine, che alla sola
idea di già tripudiavano; ed egli deve persuadere a venirci la signora
Massimina che fa la ritrosa....
— Ma di che si tratta? chiese il dottore.
— Qui la signora N***, disse un giovinotto, ha proposto di far dimani
una passeggiata sino a San Pietro....
— Partiremo tutti _in corpore_, continuava un altro, e dopo ammirata
e visitata in ogni angolo l'antica cattedrale, ci ritireremo sul
praticello dietro la chiesa donde si vede il tramonto, e là, seduti
in faccia a quella superba prospettiva, vogliamo goderci una lieta
merenduccia.
— Il progetto non può essere più bello, rispose il dottore; ma temo
di non poterne approfittare, perchè ho molti ammalati; — e guardava
Massimina e coll'occhio pareva che la scongiurasse a guardarsi da un
simile strapazzo. La povera giovinetta aveva ben compreso che il salire
quel monte e l'esporsi all'intemperie d'una cena all'aperto non era
piacere per lei, e vi si era rifiutata; ma nella gentilezza della sua
anima avrebbe voluto che ne godessero almeno gli altri, sua madre, il
dottore, e che nell'andarsene non fossero amareggiati dall'idea ch'ella
restava. Perciò mostravasi lieta, e coi più cortesi modi cercava di far
sì che il progetto venisse consolidato e che tutti ne approfittassero.
Intanto il sole si raccoglieva nel verde degli abeti che incoronano
la cima del monte di Fiellis. Era un di quei solenni momenti della
natura che si fanno sentire nell'anima. La luce infranta dal folto
degli alberi si spandeva più dolce, e i pratelli e i boschi che vestono
il dorso delle ridenti montagne dirimpetto a Fiellis, per la fusione
delle tinte e per la quietezza del lume apparivano come più freschi.
Al di là della via che va a Paluzza, il tratto di fertile campagna
che lieve s'inchina da Piano ad Arta era ancora illuminato, e quelle
fiorenti biade parevano un tappeto di soffice verzura su cui tranquillo
si riposava lo sguardo. A sinistra sulla più elevata pendice l'antica
cattedrale col suo coperto di piastre, colle invetriate rutilanti di
luce, e coll'ardito campanile che si slancia al cielo come un sublime
pensiero, Zuglio più basso tra le rovine, e lungi, dove finiva la
vista, Terzo quasi avvolto nella nebbia; a destra Arta candida nel
grembo di tre verdi montagne, e Piano ed altre villette sparse qua e là
nei punti più fertili della vallata, componevano un quadro, che veduto
in quell'ora era veramente magnifico. Aggiugni il torrente le cui
acque fragorose spandevano freschezza ed armonia, aggiugni il delicato
effluvio dei ciclami misto al profumo di mille piante resinose che ti
veniva alle nari con quell'aria sì pura e sì viva, onde senza saperlo
tutti sentivano l'influsso della bella natura che li circondava, e
la contemplavano assorti in religioso silenzio. Venne a trarneli una
_carniela_ che fu udita intonare sulla cima del monte vicino. Non
arrivavano a discernere le parole: lor giugneva soltanto la cadenza,
e quelle voci giovanili e quelle note semplici e prolungate scendenti
dall'alto, e all'aperto, erano una musica ch'entrava nel cuore. Da lì
a poco scoprirono due donne che venivano giù per que' grebbani leste e
quasi saltando; s'assisero e di nuovo cantavano. Questa volta udivasi
chiaro
Olin gioldi l'alegrie
Come zovins che no sin;
Sunerà l'avemarie
Dopo muartis che sarin.
Sia che quel canto armonizzasse colla disposizione degli animi, e colla
gentile malinconia dell'ora, tutti lo trovarono bello, e fuvvi chi
osservò come la Carnia, produttrice di acutissimi ingegni, ricca di
tradizioni popolari, di memorie nazionali, di ruderi consecrati dalla
storia, paese così eminentemente poetico; con un dialetto armonioso,
particolarmente in bocca alle sue donne, pure non aveva un poeta.
Ella vantava in Francesco Janis un bravo giureconsulto, in Ermagora un
riputato antiquario ed elegante latinista, nel conte Camucio vescovo
d'Istria e poi patriarca d'Antiochia un illustre teologo, in Floriano
Morocutti un insigne letterato e famoso diplomatico, in Dalla Stua un
erudito, e non vi era chi con patria canzone avesse celebrato questa
bella natura così ricca e così pomposa! Le due montanine erano intanto
discese, e s'appressavano anch'esse alla fonte. Con quella ingenuità
ch'è loro naturale vennero a ber l'acqua senza soggezione dei signori
che ivi erano. Una di esse attinse una tazza e la presentò all'altra,
che assaggiatala fece una smorfia e ratto la gettò via.
— Diacine! sclamò con quel suo accento provenzale, e questi signori la
bevono?
— Non vi piace?
— Ma sa di ova fracide! e rideva, e maravigliava che si potesse venir
sì da lontano per tracannare quella nequizia. E non sarebbe meglio
una tazza di buon vino? diceva alla compagna, sbirciando cogli occhi
furbetti alcuna di quelle signore, che alla cera sparuta e malaticcia
pareva a lei facesse gran fallo a non ristorarsi piuttosto con un
bicchierino di quelli che si bevono nei dì di sagra dall'oste di
Paluzza.
— Non ne avevate mai più bevuta? chiese il dottore.
— Mainò, mio bel signore, e spero di non beverne neanche altra. Venendo
giù dal monte abbiam veduto qui tanta gente, e c'è venuta la curiosità
di sapere anche noi che delizia vi fosse.
— Eravate dunque voi altre quelle che cantaste quella bella canzoncina?
Esse arrossivano e ridevano.
— Or via, fatecene sentire un'altra! — E tutti le pregavano; ma esse
guardando quella numerosa comitiva non si sentivano di servir loro di
trastullo, e mossero per andarsene.
— Dunque, e questa villotta?
— Al solo suono dell'acqua Pudia,[1] o signori, non è troppo buon
cantare, disse la più maliziosa, e salutando con bel garbo continuarono
la loro strada. Anche gli altri pensavano a ritirarsi; si salutarono,
e chi per una parte, chi per l'altra s'avviavano alle loro dimore. Il
dottore prese la via di Arta, e dava braccio alla madre di Massimina.
Giunti al ponticello, s'accorse che la fanciulla era rimasta ultima,
e senza riflettere, dopo aver dato mano a passare a più di una di
quelle signore, tornò di qua per offrire il suo braccio a lei. Ella
vi si appoggiò languidamente, e ristette un minuto come pensierosa a
riguardar l'acqua che a gran gorgogli e rapida come il fulmine passava
sotto il debole ponticello e faceva traballare le uniche due travi
che lo costituivano. A che pensava? Quelle onde concitate e l'una
all'altra continuamente succedentisi le rendevano forse immagine della
vita? Forse il suo pensiero vagava lungi e ricordavasi di qualche amata
persona, o di qualche gioia fuggita come quel rapido torrente? forse
per una di quelle bizzarrie che pur sono in natura, compiacevasi, ella
così debole e quasi morente, a bilanciarsi sopra il pericolo e da sì
fragile riparo a sfidare quell'impeto?
— Vi fa paura, madamigella? le chiese il dottore.
— Oh no! diss'ella con un quieto sorriso. La mia malattia mi ha da gran
tempo avvezza a non temere.
Non comprese egli allora tutto il senso di tali parole; e poichè per
la prima volta aveva toccato della sua malattia, prese il destro di
parlargliene, e l'andava confortando e persuadendo a voler fidarsi ai
soccorsi dell'arte, e le narrava di guarigioni ch'egli stesso aveva
vedute e di casi assai più disperati del suo. Massimina camminava in
silenzio, e pareva come assorta in altri pensieri. Quando furono ad
Arta, la madre fece invito ai dottore di entrare; ma egli se ne scusò,
e salutati tutti ed affrettando il passo prese la via di Cedarzis.