IV.

Il dì seguente, era domenica; quantunque si fosse innanzi colla

stagione, faceva bellissimo tempo, e il dottore con alcuni amici pensò

di fare dopopranzo una passeggiata sino alle fonti, e così visitare

tutti ad un tratto i suoi ammalati; almeno quelli a cui era permesso

di venir soli ad attignere le acque salutari. Quando furono sul

ponticello dirimpetto ad Avvosacco, scorsero il bacino circondato di

gente; v'erano delle signore sedute sulla panca, e qui e colà tra le

ghiaie del torrente apparivano delle brune macchiette di chi andava,

di chi veniva, o di chi gironzava, sicchè compresero che non avevano

sbagliato, e che tutti com'essi avevano saputo approfittare della lieta

giornata. Anche la Massimina era venuta, e la sua toletta, benchè

semplice, era alquanto più ricercata del solito. Aveva un vestitino

alla religiosa, liscio, di forme svelte, e minutamente quadrigliato

bianco e verde, con sul capo a mo' di cuffia una pezzuola di raso nero

adorna di trine: una bella dalia fresca color scarlatto, posata con

leggiadro capriccio dall'un dei lati, accresceva il pallore di quel

volto, ed i suoi occhi quasi sempre abbattuti, or pel contrasto di quel

fiore vivacissimo parevano ancora più smorti, e più languidi. Quando

vide il dottore fu prima a salutarlo, e la madre in tuono di gentile

rimprovero:

— Bravo! gli disse. E che fu ieri sera di voi? Noi vi abbiamo aspettato

sin tardi....

— Signora, rispos'egli, ho dovuto trattenermi a Cedarzis per una malata

— e narrò di Rosa.

— Ieri sera, disse un'altra signora, abbiamo progettato una piccola

gita, e speriamo che voi pure sarete della brigata.

— Si! sì! anch'egli, replicarono due vispe ragazzine, che alla sola

idea di già tripudiavano; ed egli deve persuadere a venirci la signora

Massimina che fa la ritrosa....

— Ma di che si tratta? chiese il dottore.

— Qui la signora N***, disse un giovinotto, ha proposto di far dimani

una passeggiata sino a San Pietro....

— Partiremo tutti _in corpore_, continuava un altro, e dopo ammirata

e visitata in ogni angolo l'antica cattedrale, ci ritireremo sul

praticello dietro la chiesa donde si vede il tramonto, e là, seduti

in faccia a quella superba prospettiva, vogliamo goderci una lieta

merenduccia.

— Il progetto non può essere più bello, rispose il dottore; ma temo

di non poterne approfittare, perchè ho molti ammalati; — e guardava

Massimina e coll'occhio pareva che la scongiurasse a guardarsi da un

simile strapazzo. La povera giovinetta aveva ben compreso che il salire

quel monte e l'esporsi all'intemperie d'una cena all'aperto non era

piacere per lei, e vi si era rifiutata; ma nella gentilezza della sua

anima avrebbe voluto che ne godessero almeno gli altri, sua madre, il

dottore, e che nell'andarsene non fossero amareggiati dall'idea ch'ella

restava. Perciò mostravasi lieta, e coi più cortesi modi cercava di far

sì che il progetto venisse consolidato e che tutti ne approfittassero.

Intanto il sole si raccoglieva nel verde degli abeti che incoronano

la cima del monte di Fiellis. Era un di quei solenni momenti della

natura che si fanno sentire nell'anima. La luce infranta dal folto

degli alberi si spandeva più dolce, e i pratelli e i boschi che vestono

il dorso delle ridenti montagne dirimpetto a Fiellis, per la fusione

delle tinte e per la quietezza del lume apparivano come più freschi.

Al di là della via che va a Paluzza, il tratto di fertile campagna

che lieve s'inchina da Piano ad Arta era ancora illuminato, e quelle

fiorenti biade parevano un tappeto di soffice verzura su cui tranquillo

si riposava lo sguardo. A sinistra sulla più elevata pendice l'antica

cattedrale col suo coperto di piastre, colle invetriate rutilanti di

luce, e coll'ardito campanile che si slancia al cielo come un sublime

pensiero, Zuglio più basso tra le rovine, e lungi, dove finiva la

vista, Terzo quasi avvolto nella nebbia; a destra Arta candida nel

grembo di tre verdi montagne, e Piano ed altre villette sparse qua e là

nei punti più fertili della vallata, componevano un quadro, che veduto

in quell'ora era veramente magnifico. Aggiugni il torrente le cui

acque fragorose spandevano freschezza ed armonia, aggiugni il delicato

effluvio dei ciclami misto al profumo di mille piante resinose che ti

veniva alle nari con quell'aria sì pura e sì viva, onde senza saperlo

tutti sentivano l'influsso della bella natura che li circondava, e

la contemplavano assorti in religioso silenzio. Venne a trarneli una

_carniela_ che fu udita intonare sulla cima del monte vicino. Non

arrivavano a discernere le parole: lor giugneva soltanto la cadenza,

e quelle voci giovanili e quelle note semplici e prolungate scendenti

dall'alto, e all'aperto, erano una musica ch'entrava nel cuore. Da lì

a poco scoprirono due donne che venivano giù per que' grebbani leste e

quasi saltando; s'assisero e di nuovo cantavano. Questa volta udivasi

chiaro

Olin gioldi l'alegrie

Come zovins che no sin;

Sunerà l'avemarie

Dopo muartis che sarin.

Sia che quel canto armonizzasse colla disposizione degli animi, e colla

gentile malinconia dell'ora, tutti lo trovarono bello, e fuvvi chi

osservò come la Carnia, produttrice di acutissimi ingegni, ricca di

tradizioni popolari, di memorie nazionali, di ruderi consecrati dalla

storia, paese così eminentemente poetico; con un dialetto armonioso,

particolarmente in bocca alle sue donne, pure non aveva un poeta.

Ella vantava in Francesco Janis un bravo giureconsulto, in Ermagora un

riputato antiquario ed elegante latinista, nel conte Camucio vescovo

d'Istria e poi patriarca d'Antiochia un illustre teologo, in Floriano

Morocutti un insigne letterato e famoso diplomatico, in Dalla Stua un

erudito, e non vi era chi con patria canzone avesse celebrato questa

bella natura così ricca e così pomposa! Le due montanine erano intanto

discese, e s'appressavano anch'esse alla fonte. Con quella ingenuità

ch'è loro naturale vennero a ber l'acqua senza soggezione dei signori

che ivi erano. Una di esse attinse una tazza e la presentò all'altra,

che assaggiatala fece una smorfia e ratto la gettò via.

— Diacine! sclamò con quel suo accento provenzale, e questi signori la

bevono?

— Non vi piace?

— Ma sa di ova fracide! e rideva, e maravigliava che si potesse venir

sì da lontano per tracannare quella nequizia. E non sarebbe meglio

una tazza di buon vino? diceva alla compagna, sbirciando cogli occhi

furbetti alcuna di quelle signore, che alla cera sparuta e malaticcia

pareva a lei facesse gran fallo a non ristorarsi piuttosto con un

bicchierino di quelli che si bevono nei dì di sagra dall'oste di

Paluzza.

— Non ne avevate mai più bevuta? chiese il dottore.

— Mainò, mio bel signore, e spero di non beverne neanche altra. Venendo

giù dal monte abbiam veduto qui tanta gente, e c'è venuta la curiosità

di sapere anche noi che delizia vi fosse.

— Eravate dunque voi altre quelle che cantaste quella bella canzoncina?

Esse arrossivano e ridevano.

— Or via, fatecene sentire un'altra! — E tutti le pregavano; ma esse

guardando quella numerosa comitiva non si sentivano di servir loro di

trastullo, e mossero per andarsene.

— Dunque, e questa villotta?

— Al solo suono dell'acqua Pudia,[1] o signori, non è troppo buon

cantare, disse la più maliziosa, e salutando con bel garbo continuarono

la loro strada. Anche gli altri pensavano a ritirarsi; si salutarono,

e chi per una parte, chi per l'altra s'avviavano alle loro dimore. Il

dottore prese la via di Arta, e dava braccio alla madre di Massimina.

Giunti al ponticello, s'accorse che la fanciulla era rimasta ultima,

e senza riflettere, dopo aver dato mano a passare a più di una di

quelle signore, tornò di qua per offrire il suo braccio a lei. Ella

vi si appoggiò languidamente, e ristette un minuto come pensierosa a

riguardar l'acqua che a gran gorgogli e rapida come il fulmine passava

sotto il debole ponticello e faceva traballare le uniche due travi

che lo costituivano. A che pensava? Quelle onde concitate e l'una

all'altra continuamente succedentisi le rendevano forse immagine della

vita? Forse il suo pensiero vagava lungi e ricordavasi di qualche amata

persona, o di qualche gioia fuggita come quel rapido torrente? forse

per una di quelle bizzarrie che pur sono in natura, compiacevasi, ella

così debole e quasi morente, a bilanciarsi sopra il pericolo e da sì

fragile riparo a sfidare quell'impeto?

— Vi fa paura, madamigella? le chiese il dottore.

— Oh no! diss'ella con un quieto sorriso. La mia malattia mi ha da gran

tempo avvezza a non temere.

Non comprese egli allora tutto il senso di tali parole; e poichè per

la prima volta aveva toccato della sua malattia, prese il destro di

parlargliene, e l'andava confortando e persuadendo a voler fidarsi ai

soccorsi dell'arte, e le narrava di guarigioni ch'egli stesso aveva

vedute e di casi assai più disperati del suo. Massimina camminava in

silenzio, e pareva come assorta in altri pensieri. Quando furono ad

Arta, la madre fece invito ai dottore di entrare; ma egli se ne scusò,

e salutati tutti ed affrettando il passo prese la via di Cedarzis.

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