Quando Clarina se ne avvide, cominciò coll'esserne maravigliata, poi
gliene dispiacque, e finalmente, a forza di pensarvi, giudicò che la
cosa era naturalissima, che doveva farsi, e doveva farsi anzi col mezzo
suo.
— Se ne avvide? E di che? E che modo di raccontare è questo? —
Il lettore ha ragione. Mi pento, e comincio secondo le regole.
. . . . . . .
Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è
ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio
in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore.
Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della
fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il
signor Emilio, bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni,
sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega
un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che
simpatica, intelligente e leale. Tiene in bocca il sigaro, in mano una
gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... _il rêve_, come dicono i Francesi, o
_el fila caligo_, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto
a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta
la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure gli ha, con occhi
pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti
apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folli capelli
di color castagno; colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi
nell'_Ora della mia giovinezza_) non si vuol celebrare, ma che
incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto,
ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir
tisica, e se la fu malata, oggi sta perfettamente. Infine mi onoro di
presentarvi l'Angelica, zittellona che ha compìto ormai i nove lustri,
che tiene il _quid medium_ tra la cameriera e la dama di compagnia,
che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è
trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto
sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità:
un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima per
un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse (nome
impostogli dalla padroncina in un momento di fervore per la storia di
Persia) e un'abitudine inveterata di dormire tutte le sere d'inverno
dalle sette alle otto col sullodato animale sulle ginocchia nella
stanza ove stanno Clarina e suo padre, a cui l'Angelica dice di voler
tenere compagnia. Altro che compagnia! Ella dorme come un serpente
boa dopo che si è ben pasciuto. In questo momento però ella è tuttora
svegliata, quantunque il capo cominci a divenirle grave, e il silenzio,
in lei inusato, accenni all'approssimarsi di Morfeo. Artaserse con
occhi semichiusi le sonnecchia in grembo, e solo di quando in quando
mette fuori la lingua a leccarsi i baffi, umidi ancora di qualche
ghiotto manicaretto. Le corse precipitose e un miagolìo erotico di
altri gatti sul tetto delle case vicine rompono la quiete della stanza.
L'Angelica dà un balzo sulla sedia con notabile incomodo del tranquillo
Artaserse, il quale si sente minacciato nella sua posizione. Nondimeno
la bestia, se oso chiamar così un quadrupede tanto stimato, ritrova
presto il suo centro di gravità, e l'Angelica, cacciandogli la mano
entro il morbido pelo e carezzandogli il muso con quell'espansione
che non volle usare con nessun uomo al mondo, esclama: — Beato te,
Artaserse, che non hai di queste seccature! — Il ben pasciuto animale
non si dà pensiero dell'allusione offensiva, ma torna a socchiudere
gli occhi e a russare. Il signor Emilio sorride fuggevolmente, e la
fanciulla dà una scrollatina di spalle.
Suonano le sette all'orologio dell'andito. È l'ora che l'Angelica e il
suo micio sogliono addormentarsi davvero, è l'ora delle confidenze tra
padre e figliuola.
Ma stasera le labbra di entrambi sono suggellate. _Tic tac, tic tac_;
battono i secondi, passano i minuti, le ultime bragie scoppiettano nel
camminetto, i due dormienti empiono la stanza del loro grave respiro,
ma la Clarina ed il signor Emilio non dicono una parola.
Finalmente Clarina si alza dal suo posto, comincia col dare
un'occhiatina al termometro appeso alla parete vicino alla credenza,
poi fa un rapido cambiamento di fronte, e sfiorando appena il tappeto
co' suoi piedini leggieri, va a sedersi accanto al signor Emilio, gli
mette un braccio intorno al collo, gli leva di bocca il sigaro e di
mano il giornale e bisbiglia: — Babbo. —
Egli alza su lei il viso atteggiato a infinita dolcezza, le ravvia con
la mano i bruni capelli sulla fronte, e dice: — Clarina mia, ti senti
proprio bene stasera?
— Come un pesce. O perchè sono un po' pallida mi crederesti ancora
malata?
— Dunque non c'è proprio più nulla, nulla?
— Ma nulla affatto. Vuoi vedermi ballare?
— Eppure, via, non me lo nascondere, non sei del tuo umore consueto.
— Oh bella! A vederti così serio gli è naturale. Me ne sono accorta,
sai....
— Di che? — interruppe il signor Emilio, arrossendo subitamente.
— Del tuo cangiamento d'umore, — rispose Clarina, facendosi rossa
anch'ella.
— Ah!... — sclamò egli, come se fosse sollevato d'un peso. — T'inganni,
Clarina.
— No, babbo, è così.... Oh! ma io non sono indiscreta; so che non ami
di essere interrogato su questo proposito, e mi taccio.... È un tuo
difetto, ma ci vuol pazienza. Del resto, è vero, non son ilare nemmeno
Io.... Penso....
— A che cosa?...
— Non saprei spiegarlo, è una folla di pensieri che mi si accumulano in
mente.... Ma, prima di tutto, penso ad _una_ che non ho conosciuta....
— A tua madre, povera Clarina?
— Si, babbo, e quando rifletto che sei rimasto così solo....
— Solo, bimba mia? Non ci fosti sempre tu?
— Oh! l'è un'altra cosa, — mormorò la fanciulla, chinando gli occhi a
terra, e mettendosi un dito sul labbro. — Chi sa ch'io non sia invece
un inciampo?...
— Clarina, — proruppe con accento severo il signor Emilio, — t'ho io
mai dato il diritto di parlarmi così? Vaneggi forse stasera?
— Babbo, babbo, non prendere in mala parte le mie parole; — disse
supplichevole la vezzosa giovinetta, chiudendogli la bocca con un bel
bacio. — Credimi, ho tanti peccati verso di te.... Voglio dire.... ma
mi lasci proprio cominciar da principio?
— Su, parla, la singolare fanciulla che sei.
— Son quindic'anni e più, non è vero? da _quella sera_. La povera mamma
così bella e buona e giovane domandava di me. — _La Clarina dorme_,
— le dissero. Ella sorrise con mestizia, susurrò a fior di labbra: —
_Or ora dormirò anch'io_; — si volse dolcemente sul fianco, portò la
mano sotto il capo, e si _addormentò_.... per sempre.... Nella stanza
contigua, pargoletta di due anni e mezzo, dormivo io pure, ma d'un
sonno diverso.... Ero io pure piegata da un lato, avevo io pure la mano
sotto la testa, precisamente come _lei_.... Me lo disse tante volte
l'Angelica.... Tu, poichè tentasti invano di rianimar co' baci quella
tua cara, ti trascinasti fino alla mia cameretta, e là, abbandonata
la persona sopra una sedia vicino al mio letticciuolo, posasti il
capo stanco sulla mia coltrice, cercando nelle linee del mio viso le
sembianze della povera estinta, e sentendo nel mio respiro un alito
della sua vita. L'Angelica, occupata in più tristi cure, non venne mai
nella stanza, tanto solitaria, tanto fievolmente rischiarata, quanto la
stanza vicina era piena di moto e di luce sinistra. L'alba, penetrando
attraverso le persiane, trovò me dormente e te vigile accanto, e
quand'io mi svegliai, fu per te il mio primo sorriso che, subito dopo,
per quel che mi assicurano, si mutò in pianto dirotto. Vedendo poscia
altri bimbi in condizioni simili, mi parve capire che in quell'età la
sventura non s'intende, ma s'indovina.... non si sa perchè si pianga,
ma si sente bisogno di piangere.... Tutti questi particolari io li ebbi
in parte da te, in parte dall'Angelica; se non son veri, dimmelo....
— Sono verissimi; ma non so perchè tu mi faccia questo discorso....
Sono ricordi penosi....
— Devi permettermi di parlare: ho il cuore che mi trabocca.... Quando
siamo rimasti così, tu ed io, tu avevi venticinque o ventisei anni:
t'eri ammogliato giovanissimo. Eri bello, gagliardo, intelligente,
operoso; potevi avere il mondo per te, potevi ricominciare la vita
come si ripiglia una strada un momento interrotta.... ma c'ero io, così
piccina, così gracile, eppure così insuperabile intoppo....
— Oh! Clarina....
— Sì, intoppo. Perchè nessuno si frapponesse tra noi due, tu hai
voluto rimanere solo; perchè io non dovessi subire le vicende di una
esistenza avventurosa, tu ti sei negato il soddisfacimento di ogni
onesta ambizione: potendo essere, pur che tu lo volessi, felice e
celebre, hai scelto di essere derelitto ed oscuro.... Oh! lo so, lo
so quello che tu vuoi dire: che il mio amore ti compensava di tante
altre cose.... E fino a un certo punto lo credo anche.... ma non
è tutto.... io ero cresciuta amandoti di un amore appassionato, ma
sospettoso, egoista. Non solo credevo di poter bastare a quanto v'era
d'affetto nell'anima tua, ma mi pareva anzi che tu non avessi diritto a
domandare di più; che tu dovessi appagarti de' miei sorrisi, divertirti
de' miei giuochi, andar pazzo pe' miei capriccî. Ero superba, ma ero
anche gelosa di te. I giorni che tu venivi a prendermi a scuola erano
per me giorni di festa. Quando tu t'inchinavi a baciarmi in presenza
delle mie compagne, io mi guardavo intorno pavoneggiandomi tutta, come
se volessi dire alle altre: — Quale è di voi che abbia un così bel
babbo? — Vedi; tu hai conservato la tua elegante persona, sei ancora un
bell'uomo, non c'è che dire (non ridere!), ma c'è qualche impertinente
filo bianco nella tua chioma, c'è qualche leggiero principio di rughe
sulla tua fronte.... Allora, dieci o dodici anni fa, eri nel tuo pieno
splendore....
— Oh che bimba! — disse il signor Emilio, carezzandole i capelli!
— Ma — continuò imperturbata la Clarina — ma se tu poi pigliavi sulle
ginocchia un'altra fanciulla, e aneli' ella per quel tuo fascino arcano
ti sorrideva festosa, non ti so dire quanta stizza io provassi. Già
te ne sarai accorto, perchè io non facevo complimenti.... Un giorno
solenne per la mia vita fu quello, in cui, divenuta oramai grandicella
(avevo, credo, dieci anni), potei uscire di casa attaccata al tuo
braccio. Mi conveniva stare un po' in punta di piedi, ma avrei fatto
altro che quello! Io credo che mi sarei fatta volentieri precedere per
le vie da un tubatore che annunziasse ai popoli la grande novella.
Ben se ne rammenta l'Angelica, che sa quali esigenze io avessi in
quel dì pel vestito e l'acconciatura. A forza di star dinanzi allo
specchio mi persuasi (vedi vanità) che, se io andava superba del mio
_cavaliere_, tu non potevi essere scontento della tua _dama_. Lungo la
strada s'incontravano signori e signore, a cui tu facevi bellissime
scappellate, mentre io salutavo con un sorriso di degnazione. Mi
ricordo di aver tossito due volte passando dinanzi alla fruttaiuola
che stava sul canto per richiamar la sua attenzione sull'importante
spettacolo. Ma la volgarissima donna, occupata a smerciare un panierino
di fragole, non se ne diede nemmeno per intesa. Dopo quel giorno
io non credo d'averti lasciato tranquillo una settimana. Bisognava
far sempre quella famosa passeggiata, bisognava sempre mostrarsi al
colto pubblico. Già io non sapevo nemmeno concepire che tu potessi
desiderarti un miglior trattenimento di quello del condurmi a
passeggio, o quando tu mi adducevi un'occupazione o un impegno, io mi
annuvolavo subitamente. Era però ben altra cosa, se qualche sera tu
ti proponevi di rimanere in casa a tenermi compagnia. Allora, s'era
d'estate, ci mettevamo sul bel terrazzo che dà in giardino, lì in
mezzo a quelle piante di limoni che spandono una sì grata fragranza;
e, s'era d'inverno, stavamo qui in questo salottino, proprio come
adesso, sennonchè l'Angelica allora non pigliava sonno così facilmente.
Ed io t'interrogavo sul passato, e tu mi parlavi della mamma, e me la
descrivevi con tanta evidenza che mi pareva sempre d'averla dinanzi
agli occhi, bella, elegante, gioconda. E ad ogni uscio che s'apriva e a
ogni fruscìo di veste che mi feriva l'orecchio, mi pareva impossibile
che non dovesse esser _lei_, proprio _lei_ che mi venisse dinanzi e
dicesse: — Son qui, Clarina. M'hai aspettato un pezzo, non è vero?
ma ormai starò sempre sempre con te. — E così del suo soffio e della
sua imagine io avevo popolata la casa, e spesso mi faceva l'effetto
come s'ella fosse davvero con noi.... E allora m'accorsi che le mie
gelosie eran per lei, che io doveva custodire in nome di lei le pareti
domestiche da ogni intromissione profana. Con questo pensiero mi
parve di nobilitare il mio ufficio di guardiana ombrosa ed arcigna.
L'Angelica mi secondava benissimo, e tengo per fermo che due creature
meno ospitali di noi non potessero trovarsi in tutta Italia, a cercarle
col lumicino. Non puoi immaginarti che profonda antipatia io sentissi
per quella signora Agliani, che è poi andata a stabilirsi in Torino.
Con la scusa ch'eravamo condiscepole con la sua bimba, e che, per
cagion nostra, vi eravate incontrati più volte alla scuola, ella
t'invitò a farle visita.... che sfacciataggine!... e poi, sempre per
accompagnare quella sua figliuola lunga e sottile come un giunco, ella
veniva ogni momento nel nostro giardino, e raccontava ch'era vedova,
senz'appoggi, col cuore vuoto, ec. ec. Che cosa me n'importava a me
di questa roba? Basta, babbo, purchè tu non mi sgridi, ti confesserò
che un giorno instigai l'Angelica a metterle farina invece di zucchero
nella tazza di caffè....
— Oh che sgarbata! — disse il signor Emilio tra il serio e il faceto.
— Più tardi l'Angelica mi raccontò che la signora Agliani aveva messo
gli occhi su te per farsi sposare, ma che tu non hai voluto nemmeno
pensarvi per cagion mia.... Eppure, babbo, quando di fanciullina
divenni ragazza, e si svegliarono in me nuove fantasie e nuove idee,
e mi si affacciarono agli occhi i languidi barlumi d'un mondo ancora
inesplorato, e sentii l'irrequietezza dei quattordici a' quindic'anni,
principiai ad accorgermi che per te dovevano esservi altri orizzonti,
altri desiderî, altre speranze. Ma il primo movimento dell'animo mio
non fu generoso: fu un accrescimento di sospetti. Mi pareva sempre che
tu dovessi dirmi da un momento all'altro: — Cara la mia Clarina, io
ti voglio un gran bene, ma tu non mi basti. — E se tu parlavi a bassa
voce con l'Angelica, e se facevi ridipinger le stanze, o ricevevi
un'ambasciata inattesa, io ero lì con tanto d'occhi e d'orecchi con
la paura di una rivelazione sgradevole. Oppure entravo nella mia
cameretta, e pensavo alla mia mamma, e piangevo....
— Sciocchina! — interruppe il signor Emilio. — Perchè immaginarti ciò
che non era? O, in ogni modo, perchè non venir franca da me e dirmi:
— Babbo, _nessun altro_ deve entrare in casa nostra: _Clarina non lo
vuole!_
— Ah! perchè? perchè? Perchè in mezzo a tutto ciò io sentivo una
specie di rimorso del mio egoismo; e avrei voluto esser più buona, più
ragionevole, più generosa,... ma non c'era caso.
— Andiamo, bimba mia, datti pace, io ti voglio bene ugualmente, e se tu
mi hai preso per confessore, io ti assolvo. Ti basta? —
Con queste parole, il signor Emilio diede un gran bacio a Clarina e
fece atto d'alzarsi. Ma ella premendogli la mano sulla spalla gl'impedì
di muoversi, dicendo.... — Che! Che! Siamo ancora al principio....
— Al principio, di che cosa?
— Oh bella! del mio racconto.
— Davvero? Parla allora.
— Ti ricorderai che la mia selvatichezza aveva qualche eccezione. Due
anni fa io andavo ancora al Collegio. Ero una delle alunne più grandi
e quindi più saggie, di quelle che ricevono le confidenze delle maestre
e tentano d'isolarsi dalle loro condiscepole. In quel tempo appunto si
allontanò dalla scuola per prender marito quella bella e sentimentale
signora Adelina che c'insegnava il francese e la musica. Io ero vissuta
con lei in qualche dimestichezza, e anzi ci fu un tempo che ella
esercitava su di me un fascino irresistibile. Non so che cosa nasca
in voi altri uomini quando siete adolescenti; so che in noi giovinette
accade spesso di provare un non so che di romantico, d'ineffabile per
qualche persona del nostro sesso che riempie alcune delle condizioni
del nostro ideale. Ci dispiace quasi di non essere uomini per poter
dirle: — Se siete malinconica, io cercherò di farvi sorridere; se siete
sola, io vi terrò compagnia; se avete bisogno d'affetti, io v'amerò; —
eccola la parola.... l'ho detta.
— Sai, Clarina, che stasera per una ragazza....
— Parlo troppo, non è vero? Me ne accorgo anch'io, ma bisogna che tu
mi lasci parlare.... Oh la signora Adelina! Con quella persona svelta,
con quegli occhi neri, grandi, soavi, con quell'aspetto così gracile,
con quel viso così pallido! Ah! il pallore e la gracilità, non lo nego,
avevano gran parte nella mia simpatia. Ci sarebbe voluto poi di tratto
in tratto qualche leggero colpo di tosse, e non già una malattia di
consunzione (Dio guardi!).... ma una lontana minaccia. Da questo lato
la signora Adelina era alquanto restìa a compiacermi, ella non aveva
mai un dolore di capo, mai un po' di languore, ed era fornita di un
grande appetito. Nondimeno io l'ero sempre ai panni, e m'aspettavo ogni
giorno che dovesse accaderle qualche strepitosa avventura. Perciò,
in mezzo a tutta la mia ammirazione, non volevo condurla troppo
spesso a casa, parendomi che nulla dovesse resistere alla sua virtù
affascinatrice.... Fetonte non ha fatto un maggior capitombolo di
quello che io mi facessi un giorno, in cui la signora Adelina mi chiamò
da parte annunciandomi ch'ella voleva dirmi qualche cosa in segreto.
Mi preparai ad una rivelazione straordinaria, superba fuor di misura
dell'onore, di cui mi si credeva degna. Supponevo che vi sarebbero
lagrime, svenimenti e singhiozzi, o, quanto a me, ero già commossa
in anticipazione. La signora Adelina mi condusse nel salotto, dove la
direttrice soleva ricevere le famiglie delle alunne, e ivi con faccia
più ilare che non avrei voluto mi disse:
— Dunque, la mia bimba, ci lasciamo.
— Oh! — fec'io con voce tremula.
— Sì, cara, io mi marito. Il mio sposo non è nè troppo giovine,
nè troppo bello; ma è benestante, ha fondi proprî, ha uno stato
assicurato, e io non potevo aspettarmi meglio di così.... Che cos'hai,
Clarina?
— Nulla.... il dispiacere della vostra partenza, — balbettai confusa.
— Coraggio, coraggio! — rispos'ella ridendo — verrai a trovarmi a X***
nella nostra farmacia.... —
Di male in peggio. Quest'uomo nè bello, nè giovane, era anche
farmacista! E Adelina consentiva a sposarlo, e Adelina non si strappava
i capelli, e Adelina non isveniva nelle mie braccia!
T'assicuro, babbo, che questo fu uno de' maggiori disinganni della mia
vita.
— Senti, Clarina, — interruppe il signor Emilio, — tu racconti le cose
con bastante buon garbo, ma io non so intendere ove tu voglia riuscire.
— Pazienza, e arriveremo. Quindici giorni dopo la partenza della
signora Adelina giunse nella scuola la istitutrice che doveva
sostituirla. Grande curiosità nelle alunne, soddisfazione poca. Già
era impossibile agguagliare la signora Adelina. La nuova venuta, la
signora Fanny, doveva essere più vicina ai trenta che ai venti, e
dicevano anzi che anche i trenta la gli avesse passati. Il tipo di lei
non era perfettamente italiano, e invero era nata di madre inglese.
Era piuttosto alta della persona, aveva gli occhi azzurri, e i capelli
biondi che le scendevano in lunghe anella sul collo. Questa dei capelli
era forse la sua maggior bellezza, era certo l'unica sua vanità. Il
suo volto era alquanto affilato, e aveva un fondo di malinconìa: sulla
sua fronte era la traccia di molti dolori patiti, mista a un non so che
di risoluto e virile che imponeva il rispetto. Vestiva semplice, quasi
dimessa, e non mi ricordo d'aver visto mai un colore smagliante nel suo
abbigliamento. Poichè ella adempiva egregiamente l'ufficio suo, e, da
questo lato, convien dirlo senza reticenze, era di gran lunga superiore
alla signora Adelina, non tardò a conciliarsi la stima di tutta la
scuola. I suoi modi dolci, benchè un po' riservati, l'assennatezza
de' suoi discorsi, da cui traspariva una cultura fuor del comune, ne
facevano un perfetto contrapposto della signora Adelina così gaia, così
giovanilmente spensierata, così proclive a scherzare con noi.
Avvezza a chiedere la tua opinione in tutto, e a farne un grandissimo
conto, t'interrogai anche riguardo alla signora Fanny, dopo un primo
colloquio che tu avesti seco. Tu mi rispondesti con breviloquenza
telegrafica.
— Ti pare una signora di garbo?... io chiesi.
— Molto, — fu la tua risposta.
— E bella?
— Punto. —
Era quello ch'io desideravo. La signora Fanny, donna di assai garbo,
ma punto bella, poteva essere ammessa in casa nostra. Clarina decideva
così nella sua onnipotenza. E così avvenne. Siccome io lasciavo allora
la scuola, la signora Fanny avrebbe continuato a darmi lezioni di
lingua inglese e di musica. Più io la conoscevo, e più la compagnia
di lei m'era gradita e istruttiva, e perchè tu pure avevi agio di
apprezzarla nel frequenti colloquî, una certa dimestichezza si andò
formando tra voi. Oh! quantunque siano passati ormai tanti mesi, non
dimenticherò mai una sera del penultimo autunno....
— Quale, Clarina?
— La signora Fanny veniva anche allora, come viene adesso spessissimo,
a visitarci verso le otto. Quella sera faceva un tempo magnifico,
spirava un'aria mite, il cielo era d'una limpidezza cristallina.
Sedemmo tutti e tre sul terrazzo. Di discorso in discorso, tu fosti
tratto a raccontare del tuo matrimonio e della tua felicità così
presto svanita. Incuorata dalla tua espansione, la signora Fanny volle
ricambiartene con uguale confidenza e ti narrò d'un suo unico amore
finito miseramente. Ella era stata più infelice di te, perchè non aveva
convissuto nemmeno un giorno con la persona diletta. Una palla a San
Martino le aveva ucciso sul colpo il fidanzato: ella non aveva potuto
nè chiudergli gli occhi, nè deporre un fiore sulla sua tomba. Era una
storia semplice come la tua: nulla di singolare, nulla di fantastico;
ma questi due dolori così schietti e sinceri che per un momento si
mischiavano insieme nello sfogo delle confidenze reciproche, avevano in
sè una potenza ammaliatrice, contro cui io non sapevo resistere. Mentre
voi parlavate, io piangeva in un angolo del terrazzo. Tu ti alzasti
il primo e porgendo la mano alla signora Fanny le dicesti: — Abbiamo
tutti e due delle memorie da custodire, una specie di fuoco sacro da
alimentare: ciò forma fra noi un vincolo fraterno. — Ella non rispose
nulla, ma strinse la mano che tu le offrivi, passandosi il fazzoletto
sugli occhi. Poi si alzò anch'ella dalla sedia, venne presso di me e
mi baciò io fronte. Io le gettai le braccia al collo abbandonandole il
capo sulla spalla, e lasciai sgorgare le mie lagrime liberamente.... Tu
eri rientrato nella stanza.....
Oh come io mi sentivo meglio dopo quel vostro colloquio! S'era formato
tra voi un legame che nulla turbava, che non feriva nessuna delle
mie ricordanze, che non destava nessuno dei miei timori. Il cammino
della mia vita, dal quale tu avevi con tanta sollecitudine sviato gli
ostacoli e le amarezze, mi era reso ancora più facile: io avevo un
altro braccio, a cui appoggiarmi; un altro cuore, in cui versare ciò
che traboccava dal mio.... Egoista! Egoista! Sciocca ed egoista!
— Perchè ti accusi in tal guisa, Clarina? Ciò che ti rese tanto felice
non esiste egli ancora? Non siamo sempre ottimi amici, la signora Fanny
ed io? Non ti vuol ella il bene d'una volta? E che può farti pentire se
tu cerchi in sì caste commozioni la tua felicità?
— La mia felicità? Ma sono io sola sulla terra, ma non ho obblighi che
con me stessa, ma non ho da guardare che a me sola? E tu non ci sei per
nulla nella mia vita?
— O che c'entro io in tutto ciò?
— Senti, babbo, bisogna proprio che tu non mi giudichi male da quel che
ho fatto sinora.... Adesso mi son ravveduta....
— Ma tu parli per indovinelli, Clarina.
— Mi spiegherò, purchè tu mi lasci discorrere tutto d'un fiato, purchè
tu non m'interrompa, e non faccia nè _ih_ nè _oh_ nè esclamazioni di
sorta alcuna.... Tu ti ricordi benissimo il caso stragrande che si fece
da te e dall'Angelica della mia ultima malattiuccia.... Quanto a me,
credo che non ci fosse il menomo pericolo....
— Oh! ce n'era, ce n'era; — uscì a dir vivamente il signor Emilio,
rannuvolandosi in viso, e stringendo a sè la ragazza come per tema di
qualche novella insidia. — Non lo disse forse anche il medico?
— Bella ragione! Ma ciò poco monta. Fatto si è che pareva non dovessero
esservi nè cure nè riguardi sufficienti per me. E io te ne ringrazio,
sai? e ne ringrazio anche l'Angelica, la quale per una figliuola non
avrebbe potuto fare di più. In quei giorni la signora Fanny veniva
spessissimo a informarsi di me, a salutarmi, e vedendo quante brighe
tu e l'Angelica vi davate per amor mio, e come vi negavate il sonno
e il riposo, s'offerse a partecipare in giusta misura con voi le
fatiche e le veglie. O perchè ella cogliesse meglio nel segno, o
perchè fosse di carattere meno apprensivo, fatto si è ch'ella era
molto più tranquilla, e quindi poteva con minor dispendio di forze
prestare opera efficacissima. Ella volle rimanere parecchie notti nella
mia stanza, sempre fedele esecutrice delle prescrizioni del medico,
sempre indovinando ogni mio desiderio. Quand'io la vedevo pender
su me e rassettarmi le coltri, e bagnarmi le tempie infuocate dalla
febbre e guardarmi con que' suoi occhi intelligenti e tranquilli, e
calarsi giù giù sul mio capezzale fino a che qualche riccio de' suoi
capelli biondi veniva a sfiorarmi la fronte, mi pareva come se fosse
la povera mamma che vegliasse presso il mio letto.... Già la malattia
aveva traversato quella che voi chiamate la crisi, e piegava verso
una soluzione felice; nondimeno io mi sentivo immensamente debole: i
miei giorni trascorrevano in lunghi sopori, i miei occhi s'aprivano a
fatica, ond'io scorgevo, come attraverso un velo di nebbia, gli oggetti
che mi passavano innanzi, e, pure avendo la coscienza di quanto mi
avveniva d'intorno, non sapevo uscire della mia condizione d'inerte
spettatrice....
Era una di quelle notti. La signora Fanny aveva a poco a poco lasciato
cader la testa sulla sponda del mio letto: ella dormiva vicino a me:
io sentivo il suo dolce respiro aleggiarmi tepidamente d'intorno, io
sentivo la fragranza della sua morbida chioma diffusa.... La lampada
da notte posta sopra un tavolino in un angolo spargeva una luce
tremula e fioca nella stanza, allungando talora con guizzi improvvisi
l'ombra delle sedie, degli armadî e del letto. L'uscio si aperse.
Eri tu, nè me ne maravigliai: quelle tue visite erano cosa solita.
Ti approssimasti in punta di piedi, mi mettesti la mano sulla fronte;
poscia, inchinandoti lieve lieve su me, mi baciasti a fior di labbra
la bocca. La signora Fanny era sempre assopita. Tu sei rimasto alcuni
secondi immobile a contemplarci; poscia ti vidi abbassarti di nuovo, e
deporre rapidamente un bacio sopra i capelli di lei. — (Qui la Clarina
pose la mano sulla bocca del signor Emilio che voleva parlare). —
Ti rizzasti con un moto subitaneo, sospettoso quasi, e uscisti della
camera.... Quello ch'io provai non so dirtelo.... nel primo istante fu
maraviglia....
— E di che mai, Clarina? — interruppe il signor Emilio, allontanando la
mano, con la quale ella voleva chiudergli le parole in bocca. — Seppur
quello che credi aver visto non è un parto della tua fantasia, che cosa
vi sarebbe da stupire se io mi fossi lasciato vincere dalla commozione
vedendo un'estranea far teco le veci di madre?
— No, babbo.... Il dì appresso, quando il medico ti disse che potevi
lasciare ogni apprensione, ti vidi nella tua contentezza baciar
l'Angelica, quantunque avesse attorno un grande odor di cipolla, e
perfino la zia Lena, quantunque fosse più brutta del consueto;... ma
era un altro modo di baciare....
— Orsù Clarina, tu fai discorsi inutili, e anche un poco sconvenienti
ad una ragazza.
— Ci vuol pazienza. Ho cominciato, e bisogna che dica tutto, e che tu
ascolti tutto. Descrivere lo stato dell'animo mio in quella notte, dopo
che tu uscisti della mia stanza, sarebbe impresa assai ardua. Dissi
che il mio primo sentimento fu di maraviglia. È vero. La dimestichezza
formatasi tra la signora Fanny e te non aveva mai passato quel limite,
oltre al quale comincia la galanterìa. V'era nella vostra amicizia un
non so che di contegnoso che pareva dire: — Fino a questo punto, sì;
più in là, no. — Alla maraviglia (perchè dovrei negarlo?) successe
un granellino di rancore verso la signora Fanny. La donna ch'io amavo
senza sospetto, la donna, alla quale io avevo parlato e contavo parlare
tante volte ancora della mia mamma, s'intrometteva invece fra me e
lei, distruggeva il mio bel sogno, diveniva una rivale di quella che
io non avevo mai conosciuto, ma che avevo imparato da te ad amare con
tutte le potenze dell'anima. Io sentivo sotto le palpebre chiuse gli
occhi gonfiarmisi di lagrime, io sentivo affollarsi nella mia mente
i rimproveri che avrei indirizzato alla signora Fanny, appena che ne
avessi avuta la forza. Ma, in verità, questa forza l'avrei mai avuta?
Non sarei stata disarmata dalla dolcezza e dalla serena mestizia del
suo volto? Da quella fronte severa che il dolore aveva potuto solcare,
ma che la vergogna non aveva mai fatto arrossire?...
Nel mentre io m'abbandonavo a questa fantasia, ella si era svegliata,
quasi vergognosa che il sonno l'avesse colta, e dopo d'essersi piegata
su di me per veder s'io dormivo (e, tra per la mia debolezza, tra per
gli affetti che si combattevano nell'animo mio, io fingevo davvero
di dormire) guardò l'orologio, tolse la _veilleuse_ dal tavolino e
schiudendo le invetriate la posò sul davanzale e la spense: indi,
aperti alquanto i registri delle persiane, lasciò entrare nella stanza
un po' d'aria e di luce. Appoggiata allo stipite della finestra, stette
colà qualche minuto, immobile, ritta, pensosa, stringendo sul petto
la veste discinta.... I primi chiarori dell'alba facevano risaltare
di più il pallor naturale del suo viso, la brezza mattutina agitava
lievemente i suoi biondi capelli che le scendevano giù pel collo in
vago disordine. Nel fissarla attentamente, con un occhio, a cui le
inattese rivelazioni di quella notte accrescevano la virtù indagatrice,
io m'accorsi che, se la signora Fanny non era bella, le traccie
della bellezza v'erano ancor sul suo viso, ma sepolte, per dir così,
sotto lo strato che vi avevano deposto i lunghi anni di patimenti.
E non so s'io m'ingannassi, ma mi pareva che qualche lampo almeno di
quell'avvenenza dovesse brillar nuovamente, solo che la gioia tornasse
nell'anima alla poveretta. A che pensava ella in quell'istante? Forse
a' bei sogni di fidanzata, quando ella intrecciava la ghirlanda pel suo
giorno di nozze? Forse al campo sanguinoso di San Martino, ove il suo
diletto cadeva per non rialzarsi mai più? O sospirava vedendosi omai
al confine estremo di giovinezza, con le rose del volto sfiorite, con
l'anima deserta d'affetti, e costretta a viver sempre d'una memoria?
O sentiva un arcano bisogno d'amare, d'essere amata prima che il tempo
inesorabile gliene contendesse perfino la speranza?... Povera signora
Fanny! Una lagrima le colava lentamente dal ciglio: ella si passò la
mano sulla guancia per asciugarla, poi si tolse bruscamente alla sua
fantasia, e tornò da me. Io feci le viste di svegliarmi allora, e
pentita d'aver, fosse pure un istante, accolto nel mio cuore sentimenti
ingenerosi verso di lei, feci uno sforzo supremo, e presa la mano
ch'ella mi tendeva, la portai alle labbra coprendola d'ardentissimi
baci.
— Calmati, calmati, Clarina mia, — mi diss'ella; — perchè agitarti così?
— Perchè sento — io risposi — che non potrò mai rendervi la centesima
parte di quello che avete fatto per me.
— E che ho fatto, piccina? Non è mica un merito quello di volerti
bene. E poi, noi altre vecchie zittelle, dobbiamo pure affezionarci a
qualcheduno. E quando vediamo soffrire creature giovani, leggiadre come
tu sei, ci pare, assistendole, di assistere i figli che avremmo potuto
avere. —
Sedette vicino a me, carezzando la mano che io lasciavo cader penzoloni
dal letto, e non aggiunse parola.
Io ero ancora troppo fievole per continuare il colloquio, ma
fissavo con occhi intenti quel suo volto pensoso, e quand'ella si
alzò nuovamente, e dinanzi allo specchio ricompose alquanto il suo
abbigliamento e ravviò sulla fronte i capelli disordinati, io le tenevo
sempre dietro con lo sguardo e, più ancora, con l'anima. E pensavo
agl'incidenti di quella notte, e ad un'altra esistenza isterilita in
gran parte per colpa mia. Sì, v'era un'altra persona che s'avvicinava a
quello stadio della vita, in cui le maggiori dolcezze non sono più che
una memoria ed un desiderio; v'era un'altra persona che per me aveva
logorato i suoi anni più belli, compressi i suoi palpiti più ardenti,
anticipato l'età, in cui ogni passione si spegne naturalmente.... Oh!
babbo: ho bisogno di dirtelo? Quella persona eri tu. Espiare i miei
torti, riparare a due sventure in un tempo, qual nobile impresa non
era la mia? Quanto più io ero stata fino allora sospettosa, egoista,
tanto più sentivo corrermi l'obbligo di essere ormai il buon angelo
della casa, di farmi uno stromento di quella felicità che avevo voluto
impedire. Ebbene, babbo, da quell'istante io non ebbi altro pensiero.
Ciò che tu provassi per la signora Fanny ormai io lo sapevo....
— Ma tu t'inganni, Clarina, ma tu deliri; — proruppe il signor Emilio,
visibilmente commosso.
— No, non m'inganno e non deliro, e nulla potrebbe sradicare questo
convincimento dall'animo mio. Quello ch'io non potevo sapere ancora
con ugual sicurezza era ciò che pensasse la signora Fanny. Da
quell'istante, usando un'arte ond'io non mi credeva capace, spiai
accortamente ogni suo atto, ogni parola, ogni sguardo.... e infine....
— Infine, che cosa? — chiese il signor Emilio, mal potendo nascondere
la sua agitazione.
— Zitto! — gridò Clarina, tendendo l'orecchio.
Il campanello di strada aveva suonato, il gatto Artaserse con un
immenso e incivile sbadiglio si era ritto sulle quattro zampe arcuando
portentosamente la schiena, tanto da parere un dromedario, l'Angelica
s'era scossa ella pure, dicendo con rara ingenuità: — Oh!... hanno
suonato.... Ero lì lì per addormentarmi.... — intanto s'intese aprire
e poi chiudere l'uscio della scala, e un passo di donna si fece sentire
nell'andito.
— È proprio la signora Fanny che viene a farci la sua solita visita, —
disse Clarina, muovendosi in fretta per andarle incontro.
— Bada, Clarina, — interpose serio serio il signor Emilio, — che non
voglio fanciullaggini. E tutta la cicalata di questa sera dev'esser
come non avvenuta.... Già, io uscirò di casa.... E si alzò in piedi,
inquieto, turbato.
— Un momento, un momento, — susurrò la vispa ragazza con accento deciso.
Era appunto la signora Fanny, vestita a bruno, e con una fascia di lana
violetta intorno al capo e alla bocca.
— Come siete rossa in viso, signora Fanny! — sclamò Clarina, aiutandola
a levarsi d'intorno lo scialle e la fascia. — Fa proprio freddo fuori?
— Si gela.
— Ebbene; mettetevi presso al camminetto. Su, Angelica, falle
posto. —
La zittellona si levò un po' brontolando, e tenendo fra le braccia il
preziosissimo micio che dava segni non equivoci di disapprovazione.
Mentre la signora Fanny stava per sedersi, la Clarina disse con
indifferenza e come se si trattasse d'una cosa da nulla:
— A proposito, signora Fanny, la sapete la notizia?
— Quale?
— Che il babbo è sul punto di riprender moglie. —
Queste parole caddero nella stanza come un fulmine, e gli effetti da
esse prodotti ebbero un carattere di _contemporaneità_ che non si può
rendere nella narrazione.
— Misericordia! — gridò l'Angelica esterrefatta, lasciando cadere il
pingue Artaserse, che, sorpreso dell'insolito trattamento, corse a
rifugiarsi sotto la credenza soffiando in un modo affatto ostile.
Il signor Emilio diè un balzo, prorompendo in tuono di rimprovero: —
Clarina! —
Ma intanto la signora Fanny era divenuta bianca come un lenzuolo, e
aveva afferrato convulsamente con una mano la spalliera della seggiola,
mentre si passava e ripassava l'altra mano sugli occhi, come per
diradare la nebbia che vi si andava addensando.
Clarina le fu addosso in un attimo, e gettatele le braccia al collo (la
signora Fanny s'era lasciata cader sulla scranna) le disse con lagrime
dirotte: — Oh! perdona; lo sapevo che tu dovevi essere la mia mamma.
Era il babbo, cattivo! che, pur volendoti bene, non si persuadeva a
niun costo di ciò ch'io avevo indovinato.... —
La signora Fanny mise un grido ineffabile, e questa volta svenne
davvero.
Le furono tutti attorno: l'Angelica che non capiva sillaba
dell'avvenuto, il signor Emilio, ormai inabile a simulare, e di
null'altro sollecito che di confermare le indiscrezioni della
figliuola, e la Clarina finalmente, giuliva, trionfante, come un
generale che ha vinto una battaglia.
Il resto ve lo potete immaginare. Solo vi dirò che, al finire di
quella sera così piena di commozioni, il signor Emilio, abbracciando
teneramente Clarina, le disse: — Sai che il tuo si può chiamare un
_colpo di Stato?_
— Lo so, ma se fossero tutti di questo genere, il mondo non avrebbe a
lagnarsene. —
La nuova famiglia è felicissima. L'Angelica tenne alquanto il broncio
al nuovo ordine di cose, ma infine vi si è _ralliée_, come direbbero
in Francia. Il più riluttante fu il gatto Artaserse, che per parecchi
mesi si rinchiuse in un superbo _Non possumus_ a simiglianza del Santo
Padre, e non si riconciliò che per merito di un piumino assai soffice,
sul quale la signora Fanny gli permise di fare il suo chilo. Quanto
alla Clarina, ella ha adesso diciannove anni e mezzo ed è tuttora
fanciulla. Non so s'io mi illudo, ma mi pare che non dovrebbe essere
antipatica, e qualcheduno dei gentili lettori potrebbe farla sua
moglie. Pel preciso indirizza rivolgersi.... ah! ma questa sarebbe
un'indiscrezione, non voglio commetterla.
_1870._