Il mio racconto è ormai così lungo, che mi conviene stringerne le fila
e non discendere a troppo minuti particolari. Non vi dirò adunque dello
scompiglio della mia casa in quel giorno, finito tanto diversamente
da ogni ragionevole previsione; non vi dirò delle chiose petulanti
dei servi, delle indiscrete ambasciate dei maligni, delle visite
inesorabilmente rispinte, dei regali rinviati ai donatori, delle tavole
levate prima d'imbandirle, dei pretesti con cui tentammo coprire
il vero e far credere che si trattasse soltanto di una brevissima
proroga, non vi dirò nulla di tutto ciò; chè la vostra imaginazione può
formarsene un'idea e indurre quello che dovesse passarmi nell'animo.
Nondimeno, come accade assai spesso, i miei pronostici della vigilia
non s'erano avverati. O sommamente felice, o misera sommamente, era
stato il mio presagio. Ebbene, la fortuna, pur volgendomi avversa, non
mi aveva tolto ogni raggio di speranza; tant'è vero che il cuore umano
assai di rado ha disseccate le fonti del conforto, e, come il naufrago
all'alghe, s'aggrappa ai più deboli appoggi per non sommergere affatto.
Io ho osservato che la logica rigida ed inflessibile ci abbandona nella
pratica della vita, ed è gran ventura, perchè essa ci condurrebbe agli
estremi nei nostri atti e nei nostri sentimenti. La contraddizione
qualche volta ci salva da noi medesimi: essa è l'ultimo nostro rifugio,
quando il dolore ci uccide, o la fatalità ci trascina alla colpa.
Disprezzare, odiare il mio sposo, s'egli esitava a farmi sua per
la mutata fortuna, ecco ciò ch'io avevo creduto agevole e naturale.
Stolta! Non si disprezza e non si odia così presto, quando si è amato
davvero. Il cuore si ribella contro questo proposito della volontà, e
lungamente e tenacemente resiste, e co' suoi mille artifizî scompiglia
gli argomenti della ragione. Pensando a Gustavo, e potete immaginarvi
ch'io vi pensavo sempre, io non ne rammentavo la perplessità, le
indecisioni colpevoli, non ne rammentavo la timidezza codarda al
cospetto della brutale arroganza paterna; ma ne ricomponevo con la
fantasia le ultime parole e le carezze prima di lasciarmi, quando, in
fine, nessuno lo costringeva a promettermi ciò che non avesse in animo
di mantenere. Io sentivo che non era abbastanza, sentivo che Gustavo
non era più l'uomo che avanzava per me tutti gli altri, e nondimeno io
volevo riacquistar la mia fede, volevo sperare. Una lettera di Gustavo
ricevuta il giorno dopo la catastrofe era discesa come un balsamo sulle
mie piaghe: un mese addietro avrei desiderato molto di più, un mese
addietro quella lettera mi sarebbe parsa troppo concisa, troppo fredda,
ma il dolore è tanto meno esigente quanto è più grande.
Sennonchè io avevo ben altre cagioni d'affanno. Lo stato di mio
padre m'angustiava fuor di misura. Egli non sapeva perdonarmi di
averlo salvato a spese della mia felicità, ed era poi inesorabile
verso il notaio Anastasi. Quello ch'io feci per riconciliarlo con
l'uomo, il quale aveva mostrato tanta abnegazione, tanto affetto per
noi, è incredibile. Eppure andò molto prima che le mie sollecitudini
riuscissero a buon fine, e spesso mi accadde di dover ricevere io
sola il notaio, perchè mio padre rifiutava di vederlo. Il povero
Anastasi, avvezzo a riguardare la casa nostra come casa sua, avvezzo
ad esservi accolto a braccia aperte, non sapeva darsi pace di così
ingiusto trattamento, e se ne doleva meco e mi rimproverava quasi di
avergli usato violenza. Nondimeno egli occupavasi alacremente della
liquidazione de' nostri affari.
E qui era per me una sorgente di umiliazioni giornaliere, continue.
V'è qualche cosa assai più doloroso che l'esser poveri: è il divenir
tali, è il dover rinunciare ad uno ad uno a tutti quegli agî della
vita, che la lunga consuetudine ci fa credere altrettante necessità.
La sostanza di mio padre bastava a supplire ad ogni suo debito, ma
ad un patto soltanto, quello cioè di dare a tal uopo tutto il nostro
avere, di vendere ciò che avevamo più caro. La nostra bella casa di
Milano, le nostre carrozze, i nostri cavalli, il nostro villino sul
lago, pieno per me di ricordanze soavi a un tempo ed amare, erano tanti
amici, da cui faceva mestieri staccarsi. Mi ricordo sempre le lagrime
che ho versato, quando il notaio mi annunziò la vendita della villa,
dicendomi che se aveva qualche oggetto che mi stesse più a cuore,
potevo andarmene a prenderlo. Egli mi accompagnò nella mestissima
gita, e invero io avevo bisogno di qualcheduno che mi desse coraggio,
tanto ero divenuta negli ultimi tempi impressionabile e sensitiva.
Era sullo scorcio d'aprile. I tepidi fiati di primavera avevano già
desta la natura sopìta, e le pendici ammantate di verde, e i giardini
odorosi di fiori facevano bella mostra di sè sul morbido specchio
del lago incantevole. Ella era lì la bianca casetta testimonio de'
miei giuochi, confidente del mio amore; ella era lì sul suo piccolo
promontorio vestito di muschi, e pareva protendersi per veder meglio
la barca che le riconduceva ancora una volta l'ospite antica. Le
imposte erano tutte spalancate, e alcuni uomini andavano disponendo
sopra il terrazzo i vasi di limoni che avevano passato l'inverno
nello stanzone degli agrumi. Quando toccai la riva, visitatrice
inattesa, fu un grido di meraviglia: — La signorina, la signorina! —
Tonio, il vecchio giardiniere, mi corse incontro, e mi baciò la mano,
tentando dirmi chi sa quante cose, ma non riuscendo ad aprir bocca
per la commozione. L'ispido cane di guardia si mise a scuotere con
tale violenza la sua catena, e a mettere un guaìto così lamentevole,
che convenne scioglierlo e lasciarlo venire a farmi festa. Grande e
grosso com'era, mi seguiva sommesso come un pulcino, alzando di tratto
in tratto i suoi occhioni verso di me, quasi volesse interrogarmi.
Percorsi in silenzio tutto il giardino, sospingendo col piede i
ciottoli degli ombrosi sentieri, ove avevo tante volte passeggiato
con _lui_, riposandomi sui rustici sedili di legno, ove sì spesso ci
eravamo soffermati insieme in soavi colloquî, contemplando la superba
_magnolia_, i cui fiori giganteschi, agitati dal vento d'autunno,
avevano versate sul nostro capo sì deliziose fragranze; mi trattenni
un quarto d'ora, indovinate davanti a che? davanti a una lunga fila
di formiche che, traversando diagonalmente un piccolo viale, andavano
e venivano frettolose da due punti ignoti del pari per me. Dacchè io
villeggiavo sul lago, avevo veduta quella singolare processione, che
m'era stata sempre oggetto di curiosità e di maraviglia. Un giorno,
passando di là con Gustavo, egli mi aveva descritto assai per disteso
i costumi di quei mirabili insetti, e adesso io richiamavo al pensiero
l'istruzione ricevuta. Mossami alfine, salii nella casa, e rividi
la mia nitida stanza di vergine e la contigua cameretta da studio,
intorno alla cui finestra s'arrampicava una pianta d'oleandri fioriti,
e il salottino co' suoi vetri a colori che davano al giardino sì
vaghi e fantastici aspetti, col suo pianoforte, sul quale stavano i
quaderni di musica ammonticchiati l'uno sull'altro, con le sue belle
litografie appese alle pareti; indi ridiscesi, e visitai la cucina
e il pollaio. Il giardiniere mi pregò che entrassi un istante nella
sua abitazione, ove sua moglie malaticcia avrebbe voluto vedermi, e
avendo io acconsentito all'inchiesta, non vi so dire che dimostrazioni
d'affetto mi facesse la povera donna. L'assisteva la più giovane delle
sue figliuole, una ragazza che contava due o tre anni meno di me, e a
cui io aveva insegnato a leggere e a scrivere. Lasciò per un minuto
la madre, e corse a prendere i suoi scartafacci per mostrarmi che,
anche me assente, si manteneva in qualche esercizio. — O signorina, —
soggiunse congiungendo le mani, — quanto, quanto le debbo! E adesso chi
ripasserà le mie lezioni? — Abbi pazienza, — risposi, — anche i nuovi
padroni piglieranno a volerti bene. — Fece una smorfia col labbro e
crollò le spalle in segno d'incredulità; poi, passandosi la mano sugli
occhi, riprese: — Oh! chi l'avrebbe potuto prevedere? — La malata le
fece segno che tacesse, ed io uscii di là dopo aver voluto a ogni costo
lasciare un piccolo ricordo a lei e alla figliuola.
La nostra villa era stata venduta con tutte le sue suppellettili; ma
il notaio Anastasi, nello stipulare il contratto, mi aveva riservato il
diritto di ritirarne qualche oggetto, che, senza avere un valore reale
pei nuovi proprietarî, avesse per me un valore morale grandissimo.
Presi cose di poco pregio, come reliquie di un passato irrevocabile....
Oh! io avrei voluto portar meco le piante, i sassi, le aiuole di
quel mio paradiso! Tonio un po' imbarazzato, un po' confuso e tenendo
il cappello per la falda e facendolo andare attorno fra le due mani
come una girandola, mentre io mi disponevo alla partenza, mi disse: —
Signorina, forse sono troppo ardito, ma ho pensato.... ho creduto che
non le spiacerebbe portar seco un altro ricordo del giardino. Un bel
vaso di geranî, di quelli, sa? che abbiamo piantato l'anno scorso....
l'ho messo da parte per lei.... sicchè.... se crede.... lo collochiamo
in barca. — E vedendo ne' miei occhi il più ampio consenso alla sua
gentile richiesta, si allontanò un paio di minuti, e fu tosto da me col
magnifico vaso di fiori.... — Che bel colore, non è vero? — soggiunse,
esaminando la pianta con compiacenza d'artista. — Io credo che a
cinquanta miglia d'intorno non vi siano geranî simili a questi. — Indi
col passo d'un giovane di venticinqu'anni scese alla riva, e gettatosi
in barca vi accomodò il suo tesoro, raccomandando ai remiganti che
lo tenessero d'occhio e non lo urtassero col piede. Ci allontanammo
rapidamente. Udii ancora per qualche minuto il vecchio cane abbaiare
sulla scalinata, ravvisai il giardiniere e la sua figliuola che
sporgevano con la persona dal parapetto del terrazzo per accompagnarmi
più lontano con lo sguardo; poi la sponda si ripiegò su sè stessa,
e la barca, che andava via via costeggiando, perdette di vista la
villa. — Addio, mio bel lago, — potevo esclamare anch'io come Renzo e
Lucia, quando solcavano le acque di Lecco, — addio, pendici ridenti,
addio, montagne incoronate di nubi, addio, isolette confortate dal
profumo degli aranci e dei cedri; forse vi vedrò ancora, ma l'anima
infantilmente serena che s'inebbriò al vostro aspetto, ma l'anima
innamorata che vi confidò i suoi battiti più segreti, ma l'antica
Adelaide è morta e nessuno potrà farla risorgere... —
Il mio viaggio era compiuto; io avevo, mesta pellegrina, risalutato il
mio tempio, ed ora mi attendevano nuovi fastidî e nuove amarezze.
— Siete più forte di quello che crediate voi stessa, — mi disse il
notaio Anastasi, allorchè, il giorno seguente, mi ricondusse alla mia
casa in Milano. — Abbiate coraggio; chi la dura la vince. —
Intanto, anche in Milano convenne ridursi in un'abitazione più conforme
al nuovo stato. Non più i soffitti dipinti, non più le pareti a
stucco, non più le porte con fregî dorati, non più i morbidi tappeti.
Or tutto era decente, ma modesto e dimesso, e le poche mobiglie di
lusso, che rammentavano lo sfarzo di un tempo, nuocevano alla simmetria
dell'insieme.
Nella nuova casa come nell'antica, nel nuovo come nell'antico stato,
la mia volontà faceva legge, e mio padre, che anche quando aveva piena
la sua energia e il suo vigore non attentava al mio scettro domestico,
ora poi si lasciava dirigere in ogni cosa da me. Io ripagavo l'autorità
che m'era concessa con un assiduo tributo di cure, di sollecitudini, di
previdenze. A ventiquattr'anni si può cangiare abitudini e sfidare le
strettezze e i disagî; ma una esistenza non si ricomincia a sessanta,
non si avvezza l'animo alle privazioni nell'età che si fanno più
sentire i bisogni.
Quando, mercè l'opera infaticabile del notaio Anastasi, fu condotta
a termine la liquidazione dei nostri affari, e i creditori di mio
padre ebbero incassato fino all'ultimo centesimo, ci rimase del gran
naufragio una sostanza di cinquantamila lire. Era più assai ch'io non
avessi sperato; era un'esistenza, se non comoda, almeno tranquilla,
assicurata a mio padre. Ma qui io aveva contato soverchiamente sul mio
potere.
Mio padre aveva un'idea fissa; rifarmi la dote. Approfittando del
poco capitale che gli era rimasto, delle sue estese relazioni e del
credito che non poteva mancargli dopo sì evidenti prove d'integrità,
egli voleva slanciarsi novellamente negli affari e ritentar la
fortuna. Questa sua deliberazione mi faceva terrore. Allorchè si può
contrapporre alle cresciute difficoltà la baldanza della giovinezza,
è lecito ripromettersi il buon successo; ma come sperarlo quando si va
alla battaglia con lo spirito e con le membra affralite? L'esperienza
non basta. Ella insegna talvolta ad evitare gli scogli, ben di rado
ci guida nel porto, ella ci toglie le illusioni, ma non ci assicura
il trionfo. Che non feci e non dissi per rimuovere mio padre dal
suo proposito? In altri tempi l'alleanza del notaio mi sarebbe
stata preziosa, ma l'Anastasi non godeva più in casa mia dell'antico
credito: si diffidava di lui, perchè egli aveva cooperato a salvarci
dal disonore e dalla rovina. Certo questa del babbo era una grande
ingiustizia, nè io potevo non riconoscerlo, sebbene mi fosse facile
intendere ch'ella dipendeva da uno sviscerato amore per me e dalla
pietà del mio destino compromesso così da quanto era accaduto.
Comunque sia, le mie esortazioni non valsero, e mio padre vinse il
suo punto, e tornò ad aprire il suo banco. Ma, Dio buono, quanto le
cose erano diverse da prima, come tutto procedeva lento e stentato,
come gli affari erano tardi a ravviarsi! Io ne discorrevo sovente con
l'Anastasi, che crollava il capo sfiduciato. — È una nobile idea quella
di vostro padre, — egli diceva, — ma ci vorrebbero vent'anni di meno
per condurla ad effetto. Forse non ci sarebbe che un modo; ma io sono
uno scimunito, ed è inutile parlarne. —
E per quanto io insistessi, non potevo cavargli una sillaba di più.
Solo una volta egli soggiunse: — Può darsi che venga un giorno, in cui
ve lo dica. —
Ma bisogna pure ch'io torni a favellarvi del mio amore. Esso si era
trasformato, ma, quale pur fosse, non occupava il mio cuore meno
di prima. Ora c'era dentro un po' d'orgoglio offeso, e quindi un
po' di puntiglio e di amarezza, e la mia pertinacia nello sperar la
vittoria s'accresceva della sfiducia e della disapprovazione degli
altri. Anzi io non so dirvi nemmeno se la mia fede fosse tutta vera
e spontanea; poichè il mio animo era sempre in guardia contro tutti e
contro sè stesso. _Tornerà_: ecco la parola ch'io avevo pronta sulle
labbra ad ogni inchiesta che mi fosse rivolta, ad ogni sguardo che
m'interrogasse.
Le lettere di Gustavo giungevano non sempre puntuali, ma pure
abbastanza frequenti. Talora erano brevi, ma egli si scusava con le
occupazioni che gli crescevano in mano e ch'egli non poteva trascurare,
perchè ne andava di mezzo il nostro avvenire. Io pensavo che, s'egli
era così occupato, non ci sarebbe poi voluto tanto a conquistarsi
questo benedetto stato ed a farmi sua; ma se io gliene scrivevo, egli
trovava sempre una buona ragione per tirare in lungo la faccenda.
Non bisogna farsi una famiglia se non si è in grado di farla vivere
comodamente, egli mi andava ripetendo, ed è meglio aspettare qualche
anno che rovinarsi per troppa fretta. Chi m'avrebbe indotta a credere
alcun tempo addietro che siffatte dichiarazioni così fredde, così
positive, non mi avrebbero impazientita e tolta ogni illusione? Eppure,
sebbene io mi fossi già persuasa che l'amore di Gustavo era di quelli
che vogliono assicurarsi i quattro piatti a tavola, e i dolci, e le
frutta, io mi rassegnavo, io dicevo: — Aspettiamo. — Quanto io ero
mutata da quella d'un giorno!
In questa maniera passò il 1850, e, pare impossibile, anche il 1851.
Io non avevo più riveduto il mio fidanzato. — Non ti capiterò innanzi
agli occhi, — egli mi aveva scritto, — che quando potrò farlo in modo
da scancellare nell'animo di tuo padre la sinistra impressione del
giorno funesto, in cui ci siamo lasciati.... — A me sembrava che tanti
scrupoli non fossero molto a proposito; eppure soffrivo e tacevo.
Nei primi mesi del 1852 fui a un punto di guastarmi col notaio
Anastasi, il quale mi rivelò il suo famoso progetto per rimettere in
piedi le fortune commerciali della mia casa. Era nel banco un giovane
Savoiardo assai probo, assai intelligente d'affari, assai ben veduto
dal padre mio. Egli veniva talvolta a desinare con noi, e mi usava
quelle cortesie dozzinali che ogni uomo usa ad una ragazza che non
sia brutta. Il vedermi sovente gli avea fatto acquistare una tal
quale dimestichezza, e perciò qualche parola che da altri mi sarebbe
sembrata un po' troppo arrischiata, da lui mi sembrava uno scherzo e
nulla più. Non so che castelli in aria si facesse il notaio: so che
un bel giorno, presami da parte con quel fare tra il misterioso e il
solenne ch'egli assumeva in certe occasioni, mi disse: — Se quel vostro
benedetto cuore non volesse essere impegnato per forza, io farei una
gran bella cosa. Voi avreste un marito, vostro padre un socio e....
— Non lo lasciai finire, o almeno egli vide sulla mia fronte qualche
cosa che lo dissuase dal terminare il periodo. — Non se ne parli più,
— ripigliò egli dopo una pausa, e mi stese la mano per far pace.... — A
condizione, — io risposi, — _che non se ne parli proprio più_. —
Quantunque noi siamo il sesso gentile, io credo che non ci troviamo
mai imbarazzate nel commettere un'asinaggine, allorchè ci piaccia
commetterla. Trattai il mio Savoiardo con insolita e immeritata
sgarbatezza, sebbene mi accorgessi che i miei modi spiacevano assai
a mio padre e al notaio. Ma, Dio buono! Io avevo rinunciato a tutto:
dovevo rinunciare anche al mio cuore?
Una mattina il giovane non si fa vedere in banco, e invece mio padre
ne riceve una lettera, ov'egli con molte scuse e molte proteste gli
confessa che ha ceduto alla tentazione di una vita più avventurosa e
che sta per imbarcarsi per Montevideo. Nulla più di così. Ma la posta
del giorno dopo recò un messaggio per me, che conteneva all'incirca
le seguenti parole: — _Signora Adelaide! Non vi avrei domandato cosa
alcuna, ma voi non potevate proibirmi di amarvi. Pure, poichè la mia
presenza turbava la vostra pace, ho deciso di partire per l'America,
ove ho uno zio che da più anni mi desidera seco. Siate felice._
Lacerai la lettera, indispettita, confusa, irritata contro quest'uomo,
contro Gustavo, contro me stessa. Ciò che specialmente io non sapevo
perdonare al Savoiardo era la nobiltà della sua condotta. Dacchè
Gustavo era caduto (e quanto!) dall'ideale ch'io me n'ero fatto, non
volevo che altri al mondo mi paresse migliore di lui. Oh Gustavo,
Gustavo, di che amore t'ho amato!
Questo avvenimento fu una contrarietà gravissima per mio padre.
Non solo egli aveva preso a voler bene al suo commesso, ma ne aveva
bisogno, e non sapeva adattarsi alla sua mancanza. E m'era agevole
intendere ch'egli, pur tacendo e astenendosi da ogni allusione, mi
faceva colpa dell'accaduto. Così, in mezzo a tante amarezze, con tanto
bisogno che io aveva di conforti, mi vedevo negata l'ultima gioia delle
soavi espansioni domestiche, e nella solitudine della mia stanza io
andavo spesso chiedendo a me medesima se il mio sacrificio ad altro non
dovesse riuscire che a togliermi la tenerezza paterna.
Intanto la mia costanza era serbata a una novella e durissima prova.
Gustavo mi scrisse che essendogli proposto l'ufficio di segretario
d'ambascerìa a Londra, ufficio estremamente onorifico, perchè mostrava
la fiducia riposta in lui dall'eminente diplomatico che doveva
recarsi colà qual ministro degli Stati Sardi, egli aveva deliberato
di accettarlo, fermo però nel proposito di non rimanere assente che un
anno. Reduce in patria, avrebbe pensato davvero a farmi sua. Ch'io non
mi sgomentassi.... egli mi amava sempre, egli sapeva i suoi obblighi,
ma poichè sventuratamente la nostra unione era stata differita,
tant'era portarla al momento ch'egli sarebbe stato in grado di offrirmi
tutti gli agî della vita. Questo viaggio avrebbe giovato molto alla sua
carriera e alla sua istruzione; ch'io ne accogliessi dunque la notizia
senza troppo rammarico. Era suo desiderio di venire in Milano: ma non
osava. La parte da lui presa in alcuni recenti fatti politici avrebbe
potuto cagionargli impicci serî. Mi mandava un bacio per lettera.
Mi guardai intorno tutta trasognata. Era possibile? Un altro anno
d'attesa! Ma non era meglio licenziarmi addirittura?
Sennonchè mio padre e il notaio strepitarono siffattamente contro
Gustavo, che non potei a meno di prenderne le difese, e tanto mi
vi scaldai, che finii col persuadermi che non solo essi avevano
torto nell'insultare il mio sposo, ma che avevo torto io stessa nel
dubitare di lui. E a quella guisa che intorno al letto di un infermo
si moltiplicano le parole di conforto e di speranza, quanto più si fa
grave e minacciosa la malattia; così io mi mostravo più ostinata nella
mia fede, quanto più sentivo malato il mio povero cuore. Era una fede
sospettosa, irritabile, che non ammetteva le obbiezioni e che quindi mi
rendeva anelante alla solitudine ed al silenzio.
Oh come si appassivano in siffatte angustie la mia gioventù e la
mia bellezza! Oh com'erano divenuti sconfortanti i responsi del mio
specchio, già così lusinghiero e cortese!
Non sono le lagrime abbondanti quelle che solcano il viso; è la stilla
che lentamente s'imperla sul ciglio e cola tarda e furtiva giù per
la gota sin che viene a morire sugli orli d'un labbro infocato: non
è la sventura che giunge, colpisce e passa, quella che affretta il
corso degli anni; è l'ambascia d'ogni giorno, è l'assiduo pensiero del
futuro, è la desolata certezza che dallo spuntar del mattino al cader
della sera non verrà mai una buona novella a consolare lo spirito....
E tutte le cose volgevano in peggio; gli affari, l'umore e perfino la
salute di mio padre. Non credo ch'egli corresse a rovina (chè s'era
astenuto da ogni speculazione arrischiata), ma i lavori scarsi e
meschini non bastavano a coprire lo spese. Altro che rifar la mia dote!
La piccola somma che ci era rimasta dopo la liquidazione, erasi già
notevolmente assottigliata, e in pochi anni se ne sarebbe ito anche
il resto. Eravamo simili a naufraghi che vanno consumando le loro
provvigioni senza che una striscia bruna nell'orizzonte gli affidi
nella speranza di toccare la spiaggia.
E certo deve venire il momento, in cui que' poveri naufraghi, perduti
nell'immensità dell'Oceano, sentano gelarsi il sangue al pensiero
della vita che fugge, e delle care cose che non vedranno mai più.
Allora l'energia del volere non supplisce più alla lena delle braccia
affralite: essi depongono il remo, e ristanno dagli inutili sforzi
e s'abbandonano ai capriccî dell'onda. Così mio padre, impotente a
vincere, era a poco a poco soverchiato dall'idea che tante sue fatiche
non riuscissero a nulla, e rimaneva le lunghe ore taciturno, inoperoso,
perplesso. E quando io mi inchinavo su lui per iscuoterlo e per
dargli coraggio, egli diceva: — Io t'ho rovinata, figliuola mia, ma
v'è qualcheduno più colpevole di me. — Indi ripigliava: — Oh potessi
perdonargli prima di morire! —
Morire! Questa parola sinistra veniva ormai spesso sulle labbra del
babbo; sembrava ch'egli volesse addomesticarsi con l'idea della morte
e prepararvi quelli che l'amavano. E invero egli era invecchiato di
parecchî lustri in due anni. Camminava curvo della persona, era sparuto
e pallidissimo, e la voce gli si era fatta cupa e cavernosa come di chi
soffre per qualche malattia organica. I medici dicevano non esservi
nulla da temere pel momento; ma insistevano sulla necessità di molti
riguardi, giacchè v'era una seria minaccia alla _spina dorsale_.
Quantunque egli mal volesse concederlo, quel suo bisogno di una vita
riposata rese necessario di andar man mano liquidando gli affari, e
potete credere se ciò si facesse senza sacrificî. — A conti chiusi —
mi disse l'Anastasi — io credo che le cinquantamila lire si saranno
ridotte appena a ventimila. — Bella prospettiva per l'avvenire. Ormai
io non ero più sicura nemmeno che non mi toccasse a lavorare per
vivere.
Pur troppo quel tanto che avevamo sarebbe stato più che sufficiente
fin che campasse mio padre. Dico pur troppo, giacchè la salute di
lui peggiorava con molto maggiore rapidità che i medici non avessero
previsto, e se non si riusciva a porre argine al male, la crisi
sarebbesi fatta attendere ben poco. S'ebbe un consulto con quel
costrutto che potete credere. Si crollò molto il capo, si dissero
molte parole lunghe ch'io non intesi, e finalmente ci si prescrisse di
partire senza indugio per uno Stabilimento idropatico assai rinomato
del Piemonte. Il recarmi in quel paese, il passar presso Torino, ove
tre anni addietro (chè in mezzo a queste tristezze eravamo giunti sino
alla primavera del 1853) avrei dovuto andare sposa adorata e felice,
mi destava, ve lo confesso, un senso invincibile di repulsione. Ma io
non potevo nemmeno esitare e feci subito i miei preparativi di viaggio.
Scrissi a Gustavo che mi dirigesse le sue lettere (erano divenute
così rare!) allo Stabilimento di***, concertai col notaio Anastasi
che ad ogni urgenza lo avrei avvisato, affinchè non mi lasciasse sola
nei pericoli e nelle angustie, e poi con volto sereno mi accinsi al
mio ufficio di guida e d'infermiera al povero malato. Nello scrivere
a Gustavo non potei a meno di pingergli la tristezza del mio stato,
e la solitudine dolorosa che l'avvenire mi preparava, e gli ricordai
i suoi giuramenti e la mia costanza e la necessità di troncare sì
lunghi indugî e di farmi sua. Era la prima volta ch'io mi abbassavo a
pregare, ma la sventura aveva spezzato il mio orgoglio, ed io più non
riconoscevo me stessa.
Lo Stabilimento ove ci recammo era in una situazione assai pittoresca
e, più che amena, maestosa. Sorgeva sopra un'altura, in mezzo a una
corona di monti, quali vestiti di abeti e di castagni, quali aridi e
coperti di neve. Da una rupe vicina scendeva a balzi capricciosi una
cascata limpidissima e fredda come il ghiaccio, una parte della quale,
sviata dal suo letto, veniva ad alimentare le docce dello Stabilimento.
E lo strepito dell'acqua, e il fischiare del vento tra i rami dei faggi
che ombreggiavano la parte superiore del colle, erano i soli romori di
quei luoghi tranquilli e deserti. Il villaggio, che consisteva in un
gruppo di casolari intorno a una chiesa, stava a un quarto di miglio
più basso, ed era nascosto da una svolta della strada, nè dava altro
segno di sè che mediante i rintocchi della campana che batteva le
ore o chiamava i fedeli alla preghiera. E qua e là, o nel fondo della
vallata, o sulla pendice di un monte, altri gruppi di case ed altri
campanili rendevano testimonianza della presenza dell'uomo che, convien
confessarlo, in mezzo a quella natura superba pareva la più piccola
e meschina cosa del mondo. I gioghi a levante erano poco elevati, e
perciò lo sguardo misurava da quella parte un largo spazio di cielo
e l'alba veniva a salutarci assai presto. Una montagna dirupata ed
altissima chiudeva invece la vallata a ponente, affrettandoci almeno
di due ore il tramonto. Ed era uno strano spettacolo il vedere il sole
sfolgoreggiar lungamente sul cocuzzolo di quell'alpe e dardeggiare
i suoi raggi sulle cime prospettanti, passando sopra i nostri capi e
lasciandoci nelle tenebre. Così, mentre una parte della vallata era
involta dal mite e vaporoso chiaror del crepuscolo, la parte opposta
si trovava immersa già nella notte, e qualche lumicino, che si moveva
silenzioso come lucciola errante, empiva l'anima di malinconìa e di
mistero.
Allo Stabilimento non ci si andava senza cagioni piuttosto serie, ed
esso non era quindi uno di quei ritrovi romorosi, nei quali convengono
tutti gli sfaccendati, e le occupazioni della galanterìa pigliano buona
parte della giornata. Ivi si pensava davvero a curarsi, e il sussiego e
il riserbo degli ospiti rispondevano perfettamente al regime claustrale
che ci era imposto. Tanti rintocchi di campanello per la doccia, tanti
per la colazione, pel desinare, per la cena, tanti per la passeggiata.
Dalle una alle due tutti coloro che si reggevano sulle gambe andavano
su e giù lungo il viale d'ipocastani che fiancheggiava l'edifizio,
silenziosi come Certosini e avviluppati nel loro mantello a ogni alito
di vento che spirasse fra gli alberi. Un po' più d'espansione v'era,
come al solito, dopo il desinare. Allora parecchî dei commensali si
raccoglievano nel salotto vicino a leggere i giornali e a chiacchierare
alquanto. Nello stesso salotto faceva mostra di sè anche un pianoforte
vecchio e polveroso, ma guai a toccarlo! c'era sempre qualcheduno dei
presenti soggetto al mal di nervi o al dolore di capo, che minacciava
d'andare in convulsioni se non lasciavate in pace la tastiera. Alle 9 e
mezzo della sera poi si spegnevano tutti i lumi, e di buono o mal grado
ciascuno doveva ridursi nella propria stanza.
Sono pochi i malati, ai quali i primi giorni di una nuova cura non
paiano recar giovamento. Giova soprattutto il mutar cielo e clima
e abitudini. Lo svago dello spirito, la speranza di riafferrare la
vita che fugge, esercitano una influenza benefica sul corpo fievole e
affranto, e gli ridonano un soffio dell'antico vigore.
Anche mio padre, poichè fu riposato dalle fatiche del viaggio, sentì
alquanto scemate le sue sofferenze, e nella settimana che succedette al
nostro arrivo potè uscire più volte appoggiato al mio braccio e venire
a pranzo alla tavola rotonda e mangiare con discreto appetito. Invero
il medico dello Stabilimento avea crollato il capo con piglio serio
e pensoso dopo aver visitato l'infermo, e udito da me la descrizione
della sua malattia; ma chi non sa che il desiderio riesce ad aggiustare
a suo modo i più tristi pronostici?
E poi l'animo mio era improvvisamente disposto a veder tutto color di
rosa. In un giornale di Torino io avevo letto che il plenipotenziario
piemontese a Londra avrebbe lasciato il suo posto entro due mesi, e
ciò significava per me il ritorno di Gustavo e l'adempimento della
sua promessa. Era strano invero che Gustavo non s'affrettasse a darmi
la lieta novella, era strano che, dopo la descrizione da me fattagli
del mio misero stato, egli non mi mandasse una riga; ma forse la
lettera era stata diretta a Milano, o si era smarrita per via, o si
era intercettata alla posta austriaca. In quel tempo siffatti sconci
accadevano spesso. Comunque sia, il bisogno di credere a giorni meno
sconsolati mi aveva racceso in cuore la fede, e m'era persino riuscito
d'infonderla nel padre mio, già così pertinacemente ostile a Gustavo.
— Lo vedrai, babbo, — io dicevo, — egli tornerà, egli mi farà sua, e tu
non avrai più a turbarti pel mio avvenire. —
Povera illusa! Quanto presto il disinganno doveva tener dietro a questi
augurî baldanzosi e felici!
Il dì seguente a quello in cui mi cadde sott'occhio l'annunzio,
cagione per me di tanta allegrezza, mio padre respirava le dolci aure
del tramonto, seduto su una poltrona a ruote ch'io avevo sospinta
nel giardinetto su cui riusciva il salotto da pranzo. Egli era un
po' taciturno, ma sereno; io, ritta dietro a lui e appoggiata coi
gomiti alla spalliera della poltrona, contemplavo in silenzio la
cresta acuminata della montagna che ci sorgeva dinanzi, e volavo col
pensiero oltre a quei gioghi, oltre ai confini d'Italia, affrettando
col desiderio il ritorno del mio sposo. Tre o quattro signori sedevano
a pochi passi di là intorno a un tavolino, sorseggiando il caffè e
discorrendo di politica. Era tra loro il marchese di Villa Gioconda, un
vecchio aristocratico piemontese, fornito di alquanta boria patrizia,
ma, in fondo, vero gentiluomo nell'aspetto e nei modi. Egli aveva presa
più volte cortese parte allo stato di mio padre, ed era fra' pochi
ospiti dello Stabilimento, con cui si fosse ricambiata qualche parola.
Ma quel giorno (era il 15 di maggio, nè dimenticherò mai quella data)
doveva venirmi da lui lo strale che mi ferì senza speranza di salvezza.
— Sapete ciò che mi si scrive da Torino? — diss'egli rivolto al gruppo
che lo circondava. — Che il conte*** nostro ambasciatore a Londra, dopo
essergli andati falliti i matrimonî principeschi che sognava per la
figliuola, stia per concludere una _mésalliance_, dandola in isposa al
suo segretario. — E lo nominò.
Quest'annunzio così improvviso ed inaspettato mi piombò addosso come
un fulmine. Un grido era sul punto d'irrompermi dal petto, ma con uno
sforzo potente seppi frenarlo, e si convertì in un gemito cupo, sordo,
profondo. Non caddi, perchè fui in tempo di afferrare con ambe le mani
la spalliera della poltrona, alla quale io ero appoggiata, e tenermivi
stretta, mentre tutti gli oggetti circostanti mi traballavano intorno
vertiginosamente. Mio padre, pallido come uno spettro, s'era girato
con mezza la persona sulla scranna, e mi guardava con occhi stravolti,
e tentava balbettar qualche parola che il labbro non riusciva ad
articolare.
La commozione destata in noi dal suo discorso non era certo sfuggita
al marchese, ed io lo intesi soggiungere in fretta: — Del resto è
un pettegolezzo che probabilmente non avrà nulla di vero. — Indi,
scostatosi da' suoi interlocutori, ci si fece dappresso, e con nobile
delicatezza fingendo ignorar la cagione del nostro turbamento, e
volendo per quanto fosse in lui riparare al male che ci aveva fatto,
mi disse: — Parmi, signorina, che suo padre soffra più del consueto.
S'egli non isdegna il mio appoggio per risalire alle sue stanze,
eccomi agli ordini suoi. — Nello stesso tempo si chinò verso il
malato offrendogli il braccio, e poichè quegli non oppose resistenza,
lo portò, più che non lo accompagnasse, sino all'uscio del nostro
quartiere. — Ora le manderò il medico, — riprese prima di accomiatarsi.
— E dacchè ella è sola e angustiata, povera signorina, io la prego che
voglia disporre in questi giorni del marchese di Villa Gioconda. —
Per quanto io ammirassi siffatto riserbo, non potei a meno di
prorompere: — Marchese, ciò ch'ella diceva a' suoi amici, è proprio
vero? —
— Le giuro sull'onor mio, — egli rispose, — ch'io non ne so nulla di
certo. È forse una chiacchiera di caffè riferita per lettera, e da me
stolidamente ripetuta. Si faccia animo, ottima signora, e non mi serbi
rancore. —
Io non chiesi, egli non disse di più. Scese le scale, e di lì a pochi
minuti fu da noi il dottore dello Stabilimento. Cominciò col domandarmi
se questo peggioramento repentino fosse da ascriversi a cause morali,
e concluse che se non c'era modo di tranquillare l'animo evidentemente
agitato dell'infermo, era pur troppo assai difficile di stornare una
prossima crisi. Questi suoi presagî erano, ben s'intende, annacquati in
molte parole che miravano a temperarne l'effetto: io però non m'illusi
un istante. Poscia il medico mi confessò ch'io pure ero molto stremata
di forze, e avevo il polso febbrile.
Sorrisi amaramente, e risposi: — Non ho tempo io d'esser malata. —
E invero che cosa erano le sofferenze del mio corpo in paragone di
quelle dello spirito? Io ero dunque ingannata, tradita, abbandonata
per sempre! La mia gioventù era ormai sul tramonto, la mia bellezza era
sfiorita, io ero alla vigilia di rimaner orfana e derelitta nel mondo,
e l'uomo ch'io avevo tanto amato ricambiava così la mia fede!
La sera stessa spedii una lettera all'Anastasi, supplicandolo di
accorrere senza indugî. E lì dinanzi alla mia scrivanìa m'accinsi più
volte a vergare un altro foglio, senza che mai mi riuscisse venirne a
capo. Era in me tanto dolore, tanto sdegno e tanto disprezzo, che il
mio stile mi pareva a vicenda troppo appassionato, troppo offensivo e
troppo sarcastico. Anche in questo caso la notte portò consiglio. Che
notte!
Il marchese di Villa Gioconda volle a tutti i costi che un suo fidato
domestico vegliasse al letto di mio padre. Era uno di quei vecchi servi
delle case patrizie che tengono cara la loro livrea come un soldato
tien cara la bandiera del reggimento, e che si getterebbero a dirittura
nel fuoco pei loro padroni. Egli aveva assistito nelle loro malattie
non so quanti dei Villa Gioconda, e aveva imparato quelle previdenze
che non sogliono avere gl'infermieri di professione.
Mio padre fu straordinariamente agitato. Le parole: _infame,
traditore.... povera Adelaide_, gli uscivano continuamente dal labbro,
e quando io m'accostavo al suo capezzale, non voleva saperne di
conforti, e finiva sempre col dirmi: — Sono io la causa di tutto; —
oppure: — Quell'uomo mi fa morir disperato. — Era una pena indicibile
il vederlo così, e il medico anch'esso ne fu dolorosamente colpito. Oh
che non avrei fatto pur di renderlo più quieto e tranquillo, a quali
sacrifizî non mi sarei mostrata disposta! Certo gli avevo anch'io i
miei rimorsi. Perchè ostinarmi in un amore impossibile, perchè non
indovinare i desiderî del mio genitore, perchè non seguire i consigli
dell'Anastasi, porgendo benevolo ascolto al giovane commesso di studio
che mi aveva dimostrato un affetto tanto pieno di riverenza e di
dignità? Ma ormai come espiare le mie colpe? A che mezzi, a che pietosi
inganni appigliarsi, perchè mio padre chiudesse gli occhi con l'anima
meno angosciata? Solo Gustavo avrebbe potuto rasserenarlo, smentendo la
notizia del suo matrimonio; ma come ricorrere a lui, ma come invitarlo
a smentire ciò che pur troppo il cuore mi diceva esser vero?
Eppure, o Lina, appunto a lui io ricorsi. Albeggiava appena quand'io,
profittando di un breve sonno dell'infermo, mi posi al tavolino, e
con mano rapida e convulsa vergai questa lettera: — _Gustavo! Si è
diffusa qui la novella che stiate per prender moglie. Non ti chiedo
per me nè spiegazioni nè scuse. Ma se volete ch'io vi perdoni, se
vi resta qualche dolce memoria dei giorni trascorsi, non mi negate
un'ultima grazia. Mio padre, affetto da malattia insanabile, è agli
estremi di vita, e il pensiero del mio avvenire, che, ve lo prometto,
saprò affrontare da donna coraggiosa ed onesta, raddoppia gli spasimi
della sua agonia. Gustavo, secondatemi. Appena vi giunga questo
foglio scrivetemi una lettera, negando quanto si è affermato di voi,
e promettendo che non mi abbandonerete giammai, e mi farete vostra
fra poco. In quella lettera che, se mi giunga in tempo, io mostrerò
a mio padre, acchiudetene un'altra che contenga la verità pura, senza
reticenze e senza comenti, e vivete certo che, quale ella sia, saprò
sopportarla con animo gagliardo e virile.... Non temete di frodi....
Adelaide vi par nata a siffatte bassezze? E, soprattutto, affrettatevi.
Ogni indugio può tornare funesto e rendere inutile la pietosa bugìa.
Io vi giuro che non vi domanderò nulla più sulla terra e che ricambierò
con augurî di lunga felicità quello che mi avete fatto soffrire. Che se
non consentiste alla mia preghiera, io direi, o Gustavo, che ogni senso
di compassione è spento nell'animo vostro._
Non vi descriverò uno per uno i giorni che seguirono all'invio di
questo messaggio, ond'io non aveva confidato il tenore che al notaio
Anastasi, il quale, fedele alla sua promessa, era accorso al mio
invito. Il prezioso amico vegliò meco al letto paterno, tentando invano
di sollevare lo spirito del povero malato, a cui il pensiero del mio
abbandono non lasciava più tregua.
— O come mai, Anastasi, — diceva mio padre, — voi che non avevate fede
in Gustavo, quando ancora si poteva averne, come mai volete ora lottare
contro l'evidenza?... Mia sventurata Adelaide, — egli soggiungeva
poi indirizzandosi a me, — _quell'uomo_ ha saputo annebbiare la tua
intelligenza serena, e tu speri ancora in lui, tu l'ami ancora. Ma non
t'avvedi ch'è inutile?... Senti, Adelaide, non è la morte che mi fa
paura; ma vorrei che il _codardo_ fosse punito.... vorrei, morendo,
poter dire: _mia figlia è vendicata_. —
— No, padre mio, — io rispondevo, — tu non morrai, ma se pur ti piace
fermarti su questa lugubre idea, non alimentare pensieri di vendetta:
non son degni di te che nella tua esistenza non hai fatto che il
bene: credilo ad Adelaide tua, il conforto giunge sovente quand'è meno
atteso, e ho qualche cosa in cuore che mi dice: _il conforto è vicino_.
Una parola sfuggita al marchese di Villa Gioconda, una parola, alla
quale egli stesso non attribuisce importanza veruna, avrà dunque potere
di conturbare siffattamente il tuo spirito? Ho scritto io stessa a
Gustavo, sai? e la sua risposta non tarderà molto a venire.... —
Questi e simili discorsi io andavo facendo dì e notte, con che sforzo,
con che angoscia dell'animo lascio a voi il pensarlo. Quando la
stanchezza mi vinceva, il notaio Anastasi prendeva il mio posto presso
mio padre e si studiava egli pure di ripetergli con altre parole le
assicurazioni ch'io gli aveva date. Pietosa cospirazione intorno al
letto di un moribondo!
Eravamo già al decimo giorno dacchè io avevo spedita la mia lettera
per Londra, nè la malattia aveva fatto progressi rapidissimi.
L'abbattimento morale pareva forse più grande del fisico. Non per
questo il medico rasserenava la fronte, nè mi confortava a sperare.
— È un'esistenza che pende da un filo, — egli mi diceva talora, — può
durare dei mesi, e può spezzarsi quando men si crede. —
Quella mattina noi stavamo, l'Anastasi ed io, ciascuno da una parte del
letto intenti a distrarre l'infermo assorto ne' consueti pensieri.
— Voi mi perdonerete, Anastasi, — diceva mio padre, stendendo al notaio
la mano tremula e scarna; — voi mi perdonerete se non fui sempre giusto
con voi. Ho errato, lo so, e riconosco l'errore. Quand'io non sia più
(non vale ribellarsi a ciò ch'è inevitabile), fate le mio veci presso
la mia figliuola. Ch'ella non sia derelitta nel mondo, abbandonata da
_tutti_. E tu, poveretta, non voler persistere in una fede ch'è cecità.
Prima che tu senta il peso degli anni, apri il cuore agli affetti.... O
chi non amerebbe la mia Adelaide, sol che sperasse di esserne riamato?
_Uno solo_ poteva tradirla, ed ella ha scelto quell'uno!... Codardo....
egli non osa nemmeno confessare il suo fallo.... non osa nemmeno
risponderti! —
Io chinai il capo tacendo. Era vero!
In quella, mi giunse all'orecchio un suono di passi affrettati. Si
bussò alla porta; corsi io stessa ad aprire. Un cameriere mi consegnò
una lettera al mio indirizzo, sopra cui stava scritto _urgentissima_.
Veniva da Londra: era _sua_. Non vi so dire quel ch'io provassi: so che
la lettera ch'io attendevo da tanti giorni era nelle mie mani, e che
io non aveva il coraggio di porvi gli occhi. Nondimeno, fattami forza,
ne infransi il suggello, e ne scivolò un piccolo bigliettino che andò
a cadere a' miei piedi. Lo raccolsi avidamente nascondendolo in seno,
giacchè prima di apprendere la mia sentenza io volevo vedere se Gustavo
mi avesse reso l'ultimo servigio, di cui lo avevo pregato. E invero
Gustavo nella sua lettera aveva pressochè trascritto le mie parole:
cattivo augurio per me. Allora, quasi lacerandolo con le dita tremanti,
apersi il bigliettino: non conteneva che tre righe: — _Avete ragione:
sono indegno di voi. Il destino ha voluto dividerci; ma voi, lo so,
non potete, non dovete perdonarmi. Eccovi la lettera che desiderate:
l'affido alla vostra lealtà._ — Mi sfuggi un grido, onde il notaio mi
fu tosto vicino, e mio padre, che non poteva vedermi a cagione di un
paravento tra il suo letto e l'uscio, chiamò due volte angosciosamente:
— Adelaide! Adelaide! — Ripigliai possesso di me, e fingendo che la mia
commozione derivasse da soverchio di gioia, risposi: — Babbo, c'è una
lettera di Gustavo! — Indi, fattami al suo letto, e abbandonandomivi
quasi con la persona, abbenchè mi si velasse la voce e le pupille mi si
annebbiassero, lessi tutto di seguito: — _Cara Adelaide, ciò che ti si
disse di me è falso. Non isposerò altra donna che te. Io ti ho amata
sempre, io non ho mutato propositi e sarò presto in Italia e ti farò
mia. Che il tuo genitore rassereni lo spirito e non dubiti che tu non
abbia ad esser felice col tuo Gustavo._ —
Mio padre, che in questo frattempo s'era ritto sui guanciali facendosi
puntello di un braccio, mi strappò la lettera di mano esclamando: —
Vuoi tu ingannarmi? — Poscia gridò con voce affannata: — Un po' di
luce, un po' di luce! —
Il notaio, appressatosi alla finestra, ne sollevò alquanto la
tendina, dimodochè un raggio di sole attraversò la stanza, venendo
a morire nella corsìa del letto dalla parte opposta a quella in
cui io mi trovavo. Due volle il malato si soffregò le palpebre col
dosso della mano sinistra, mentre la destra teneva aperto il foglio
avvicinandolo agli occhi. Il sudore che gli stillava dalla fronte
rendeva testimonianza di quanto gli costasse quello sforzo supremo,
quella lotta della volontà contro i sensi ormai riluttanti all'antico
ufficio. Era uno spettacolo angoscioso che teneva sospese in me tulle
le potenze dell'anima, che m'impediva in quell'istante di pensare ad
altro, di veder altro, di rammentare altra cosa nel mondo. Tutto ad
un tratto un sorriso celeste trasfigurò il volto dell'infermo; egli
aveva distinto le parole della lettera: _sarò presto in Italia e ti
farò mia_, e le ripeteva con accento ineffabile. E, come parlando fra
sè, soggiungeva: — Gustavo, mi hai fatto molto soffrire, ma oggi ti
perdono, e muoio felice. — Grazie, — sclamai, cadendo in ginocchio a'
piedi del letto, e nascondendo la faccia tra le coltri, — grazie per
_lui_. — Le mani di mio padre si posarono sul mio capo, e non so perchè
il loro contatto mi facesse rabbrividire. Alzai gli occhi; le pupille
di lui brillavano di una luce che non era terrena, la sua testa era
piegata alquanto dalla mia parte con una immobilità spaventosa. Misi un
urlo di raccapriccio.... Il notaio lasciò cadere il lembo della tendina
ch'egli tenea sollevato: una mezza oscurità verdognola come il colore
dei cortinaggi involse la stanza e il letto del malato, rendendone
più sinistro il pallore.... L'Anastasi mi trascinò nell'anticamera e
adagiatami sopra un sofà, esclamò: Povera Adelaide, _egli_ è morto
_credendovi_ felice! — Felice! Ed io torcevo ancora fra le dita
convulse il bigliettino che segnava irrevocabilmente la mia condanna.
Le forze umane hanno un limite, e quel limite le mie forze lo avevano
toccato. Orbata del padre, tradita dal fidanzato, e a ventisett'anni
sola nel mondo, oh era questo un cumulo di sventure che avrebbe
prostrato omeri più vigorosi de' miei!
Or che accadesse di me io non so dirvi se non per quello che me ne
dissero gli altri, tanto ho di quel tempo una confusa visione, una
reminiscenza confusa. Come io abbandonassi quella stanza funerea,
come da quelle solitudini alpine ritornassi a Milano, come languissi
colà malata più mesi, ve lo giuro, o Lina, io non sarei in grado
di narrarvelo. A me parve di uscire da un lungo sonno, d'essermi
addormentata ancora giovane e bella per destarmi vecchia e cadente
e grinzosa. L'Adelaide vispa, petulante, leggiadra se n'era ita per
sempre: in vece sua v'era una donna oppressa dal peso delle memorie,
col cuore tanto disingannato da non poter provare un novello amore,
col volto così sfiorito da non ispirarne. A ventott'anni io ne
mostravo poco men di quaranta, a ventott'anni qualche capello bianco
m'inargentava la chioma. Talora io chiedevo a me stessa come l'età
mi avesse sorpresa, e come le gioie di sposa e le dolcezze di madre,
e tutto ciò che dà pregio all'esistenza femminile, fossero cose
ch'io dovevo ignorare per sempre. Nella mia casa, che il mio scarso
peculio aveva resa ancor più modesta, io non vedevo, per così dire,
che il notaio Anastasi. Fedele alla promessa da lui fatta a mio padre
moribondo, egli mi teneva in conto di figlia, e veniva a passar la
sera, addormentandosi sovente, bisogna ch'io lo confessi, mentre io
leggevo un libro o attendevo a un lavoro. La bontà squisita dell'animo
suo e le prove d'amicizia verace ch'io ne avea ricevute, rendevano
quell'uomo sacro per me: ma il suo dialogo non bastava a dissetare il
mio spirito, nè ad alleggerire il tedio che mi pesava sul capo. Egli
aveva ripreso la vecchia abitudine di parlare delle sue faccende e
de' suoi clienti, e per quanto io cercassi di dare un'altra piega al
discorso, egli con mille giravolte artificiose sapeva ritornare al
suo tema prediletto. Procedendo di questo passo sentii ch'io sarei
diventata una mummia; temetti, vi dico la verità, di perdere sino il
desiderio d'una vita meno monotona, meno vuota d'affetti, e sovra
ogni altra sventura mi atterrì il pensiero di questo intorpidirsi
dell'ingegno e del cuore.
Intanto l'Anastasi venne a morire, e mi si fece intorno un vero deserto.
Fu allora che, per un'avventurosa sorte, ebbi agio di conoscere la
vostra famiglia. Vidi i vostri genitori, coppia mirabile per sensi
dilicati e gentili, vidi voi che in quei tempi eravate una bionda e
gracile pargoletta, e mi rammento come si stringesse presto amicizia
fra noi due, e come spesso correste festosa a pigliarmi pel lembo
dell'abito e a nascondere fra le mie ginocchia la vostra testina
ricciuta. E rientrando in casa mia, le stanze mi parevano più fredde,
più squallide, più deserte che mai, e io mi corrucciavo di quel
silenzio, e tornavo a chieder ricetto nella vostra dimora, come torna
al suo nido la rondine.
La vostra mamma, scorgendo la simpatia che legava voi e me, mi disse
una mattina, con quella sua cara schiettezza: — Signora Adelaide,
voi che siete tanto.... (e qui c'era un complimento ch'io non voglio
ripetere) sareste disposta ad assumervi l'educazione della mia
Lina? —
Io risposi di sì, e.... il resto voi lo sapete. Ero rimasta senza
famiglia, ed ebbi la vostra; ero senza uno scopo nell'esistenza, e
il pensiero di svolgere in voi le facoltà dell'animo e dell'ingegno
riempì il vuoto del mio cuore; ero senza ambizioni, ed ebbi quella
della vostra riuscita. Ai molti disinganni della mia giovinezza potei
contrapporre l'affetto vostro costante, la fiducia, non ismentitasi
mai, di chi vi confidò alle mie cure. Ora voi mi lasciate, e m'è tolta
con voi sì larga parte di consolazioni e di compiacenze. Ma ho imparato
frattanto che anche le vecchie zittelle possono trovare un posto
nel mondo, quando invece di chiudersi nel guscio dell'egoismo, sanno
spendere quei tesori d'affetto che si raccolgono in cuore a ogni donna.
Ai miei quarantatrè anni, che a prima vista paion sessanta (state
quieta con quella vostra testina che fa segno di no), io mi sento meno
desolata, men vecchia di quello ch'io non fossi a ventotto ed a trenta,
e poichè di questo mutamento io vo debitrice a voi ed ai vostri, vedete
se potevo far meno, per ricambiarvene, che raccontarvi la mia storia.
— Ma.... e _di lui_, — chiese sommessamente la giovinetta, — avete mai
saputo nuova?
— Oh Lina! Egli è salito assai alto, e salirà ancora di più, perchè non
gli manca nè l'ambizione che aspira ai grandi successi, nè l'ingegno
che sa conseguirli. Io non l'ho riveduto. Però, sono ormai undici anni,
in una delle nostre gite a Milano, essendo con voi fanciulletta ai
Giardini Pubblici, fui colpita dalla leggiadria di due bambini vestiti
con rara eleganza. Uno d'essi correndo venne a urtare contro di me,
onde la governante, una francese, lo ammonì severamente. Io le chiesi
chi fossero quelle vispe creaturine che la tenevano in tante faccende.
Ella ne proferì il nome. Era il nome di _lui_.... Avrebbero potuto
esser miei figli!... Il dì seguente noi partimmo di Milano.... —
La signora Adelaide proferì queste parole con voce tremula e velata,
e si alzò repentinamente dalla sedia per non lasciarsi vincere dalla
commozione.... — O la splendida sera! — soggiunse tosto levando gli
occhi al firmamento. Ed era infatti una splendida sera. La luna nel
pieno suo disco erasi levata nitida e argentea sopra le brune masse del
boschetto di carpini, una brezza soavissima temperava gli ardori estivi
e faceva dondolare voluttuosamente le tuberose sul gracile stelo.
Una sola nuvoletta piccola, candida, sottile come un fiocco di cotone
che un bambino solleva con l'alito, seguiva a poca distanza l'astro
malinconico: sarebbesi detto che la regina delle notti si faceva portar
dietro il suo velo da invisibili ancelle. Tra le fronde del boschetto
gli usignoli gorgheggiavano a piena gola, coprendo coi loro trilli
armoniosi il gracchiar monotono delle cicale sparse per la campagna.
Lina intese il tacito invito della signora Adelaide, e sorta in
piedi, e copertosi il capo con una pezzuola bianca per ripararsi dalla
rugiada, pose il braccio sotto il braccio di lei e si avviò seco lungo
i capricciosi sentieri del giardino.
Noi non seguiremo le due donne nella loro passeggiata notturna; chè, se
alla leggiadra Lina piace di sentirsi ripetere le confidenze della sua
compagna, noi crediamo che ai lettori basterà di aver inteso una volta
_il racconto della signora Adelaide_.
_1869._