II.

Era già levato il sole — continuò la signora Adelaide — allorchè,

per non insospettire la cameriera che sarebbe entrata di lì a poco,

mi misi a letto. Quand'ella venne, le ordinai di far approntare la

mia carrozza. Io esercitavo in casa una così assoluta padronanza, che

quella gita ad ora strana non poteva dar ombra a nessuno. Non era la

prima volta ch'io uscivo di buon mattino per qualche spesuccia.

Abbigliatami in fretta, salii nella carrozza, dicendo al cocchiere che

mi conducesse sul Corso. Mentre io comperavo non so qual bagattella

in un negozio, una mia antica conoscente, ch'erasi da alcuni anni

stabilita in provincia, mi si gettò al collo baciandomi con effusione,

e dicendo: — Ho inteso che sei prossima a nozze. Accetta di volo le

mie congratulazioni. — Poi con un fare tra il serio e il gioviale

soggiunse: — Sono diventata _madama_ anch'io, sai? Eccoti mio marito.

— E mi presentò un bel giovane, alto della persona, che s'era tenuto

modestamente in disparte. Ribaciai la mia amica, rivolsi un complimento

dozzinale al suo compagno, e risalita in carrozza gridai: — Dal

banchiere Miragli, — nominando la via da me conosciutissima ove questi

abitava. La mia amica e il suo sposo parevano ammirar la bellezza

del mio equipaggio, e nel saluto ch'essi mi fecero, allorchè i miei

cavalli si misero al trotto, credetti scorgere quella deferenza quasi

involontaria, con cui la gente di mediocre fortuna guarda coloro

che sono, o ch'ella stima opulenti. Temei d'essere stata un po'

aristocratica, un po' fredda, e spinsi la testa fuori della portiera

per far un nuovo cenno del capo alla giovane coppia, ma essi non mi

abbadavano più. — Camminavano a braccio l'uno dell'altro, discorrendo e

sorridendosi amorosamente. I loro occhi non s'incontrarono coi miei, il

mio movimento passò inosservato. Essi erano felici! Ed io?...

Quando la carrozza si arrestò dinanzi alla dimora del Miragli, io

sentii un gran tremito per tutta la persona. Io non avevo nè ponderato,

nè discusso meco medesima la condotta da tenere; una sola cosa mi stava

chiara e distinta nel cervello, ed era la mèta, a cui dovevo arrivare.

Mi feci precedere dal mio biglietto di visita, su cui avevo scritto

che si trattava di cosa urgentissima. Un servo gallonato venne a farmi

discendere assai cerimoniosamente dalla carrozza, mi accompagnò lungo

un andito senza finestre che riceveva luce da una parete a cristalli

appannati e m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, ove mi disse

che il signor _Cavaliere_ non mi avrebbe fatto attendere che pochi

secondi. Oggi il banchiere Miragli è cavaliere de' Ss. Maurizio e

Lazzaro, allora era cavaliere di Francesco Giuseppe, e se ne teneva.

Non era la prima volta ch'io vedevo questo signore. Egli veniva qualche

sera a trovar mio padre nel suo palchetto alla Scala, e le nostre

carrozze s'incrociavano ogni giorno sul Corso. Sua moglie e le sue

figliuole mi erano antipatiche al sommo, e la nostra conoscenza non

era arrivata più in là di un compassato cenno del capo. Figuratevi

poi che cosa io pensassi in quel momento del signor Miragli. Egli

era per me un mostro d'infamia, un rifiuto dell'umanità, un essere

così sozzo e perverso che il peggiore non avrebbe potuto immaginarsi.

Indi, procedendo cogli anni e con la triste esperienza della vita,

si attutirono in me gli entusiasmi e gli sdegni, ed anche del signor

Miragli feci più equo giudizio. Egli era soltanto un uomo inteso a

tutelare gelosamente il proprio interesse. E, invero, perchè avrebbe

dovuto sacrificarsi alla felicità mia, alla felicità di mio padre?

Quali obblighi aveva egli verso di noi?

Egli non tardò a comparire. Teneva in mano il mio biglietto di visita,

guardandolo sotto gli occhiali con un certo atto sospettoso, come

volesse dire: — Che diavolo viene a fare costei? —

Io ero troppo sollecita della dignità mia, della dignità di mio padre

per ismarrire un solo istante il mio contegno tranquillo e severo.

Il banchiere che, quantunque toccasse la cinquantina, pretendeva ancora

di far l'elegante, mi sciorinò alcuni complimenti; ma io, che non era

in vena di cerimonie, entrai diritta nel cuore dell'argomento.

— Io sono venuta qui — dissi — per sottoporle francamente una domanda e

farle francamente una mia proposta. Posso sperare nel signor cavaliere

Miragli un'uguale franchezza? —

Egli, spintosi innanzi sulla sedia con mezza la persona a guisa di chi

si accinge ad ascoltare attentamente, fece col capo e con la mano un

cenno affermativo, ed io continuai.

— È vero ch'Ella è creditore di mio padre per la somma di 200 mila lire?

— Scusi, — rispose il banchiere, — non intendo come ciò che si

riferisce alle relazioni di due uomini d'affari tra loro, possa formare

oggetto del nostro colloquio.

— Non saprei — interruppi — di che cos'altro dovrebbe occuparsi il

nostro colloquio, se non di ciò che riguarda gli affari di lei con mio

padre. Del resto poco vale lo schermirsi. Io so che la faccenda è così.

— In tal caso, è vero, — riprese il Miragli, giuocherellando coi

gingilli dell'orologio.

— È vero che questo credito è rappresentato da alcune cambiali, le

quali scadono oggi?

— Ma.... Signorina!...

— È inutile il voler nasconderlo, perchè lo so.

— Allora non mi resta che dire: è vero.

— È vero — continuai senza scompormi — ch'Ella rifiuta ogni proroga ed

esige di esser pagato immediatamente e interamente?

— Le confesso, o Signora, ch'io persisto nel credere inutili queste

spiegazioni. È penoso ad un uomo di onore, come io credo di essere,

il dover mettere in discussione proponimenti che ormai non possono più

esser mutati.

— Nè io intendo ch'Ella li muti, — risposi, sollevando il capo

con alterezza. — Io non vengo qui a implorar grazia, ma a trattare

d'affari. —

Il banchiere prese un occhialetto che gli pendeva al collo, e poichè

n'ebbe sovrapposte le lenti a quelle degli occhiali si mise a guardarmi

più attentamente che mai. V'era nella sua fisonomia qualche cosa che

esprimeva o una immensa commiserazione o una immensa maraviglia. Se

taluno fosse in quel momento disceso nel cuore del signor cavaliere

Miragli, scommetto che vi avrebbe trovata la convinzione ch'io presto

o tardi diverrei pazza. Siccome però poteva accadere ch'io parlassi

del miglior senno, non gli conveniva render troppo patente la sua

incredulità. E soltanto, come esponendo un suo dubbio, egli riprese:

— Io temo, Signorina, che la sua ben naturale inesperienza d'affari non

Le permetta di considerare l'importanza della somma che quelle cambiali

rappresentano, nè la difficoltà di trovarla così su due piedi.

— Ebbene, signor Cavaliere, — ripresi, — io non sono certo in grado

di pagare oggi per intero la somma, di cui Ella è creditore; ma sono

venuta a chiederle se Ella accetterebbe la mia firma in sostituzione a

quella di mio padre. —

Il cavaliere Miragli tornò a fissarmi nell'atto di chi sta dinanzi ad

un visionario. E riprendendo a poco a poco il tuono dell'uomo d'affari:

— Scusi, — mi disse, — Ella oggi è minorenne e non può assumere

impegni: domani, s'io non erro, va sposa al signor avvocato, — e

proferì il nome del mio fidanzato, — onde non saprei davvero....

— Ah! — interruppi con fredda ironia, quantunque l'allusione al mio

matrimonio mi avesse fatta impallidire. — Ella mi tratta come una

fanciulla, e suppone ch'io non fossi preparata alle sue obbiezioni. Le

dirò ch'io nacqui, e veda un po' se sono precisa, appena scoccata la

mezzanotte del 2 marzo 1826. Adunque poche ore mi mancano a compire

i ventiquattr'anni e ad esser padrona di me. Le mie nozze sono

stabilite pel dopopranzo di domani, per cui v'è un breve periodo di

tempo, nel quale io ho la potestà piena delle mie sostanze, e la piena

responsabilità dei miei atti. —

Nel mentre che io parlavo, il banchiere aveva avvicinato la sua sedia,

e il suo volto non esprimeva più la curiosità ironica di chi ascolta

le chiacchiere d'uno sconclusionato, ma l'attenzione vigile e intensa

dell'uomo che sente proporsi un affare serio.

Io continuai: — Approfittando di questo intervallo, nel quale non

dipendo che da me medesima, io Le offro (perchè non m'è dato svincolare

da un momento all'altro ogni mio avere) di sottoscrivere quelle

obbligazioni ch'Ella stimerà necessarie a coprire il suo credito. Il

nome di mio padre deve restare senza macchia.

— Ma, e questa sua sostanza? — bisbigliò perplesso il banchiere.

— Signore, — diss'io alzandomi in piedi, — io non soglio offrire che

quello che possiedo, nè ora scenderò a inutili particolari. Ha Ella

piena fiducia nel notaio Anastasi?

— Pienissima, — egli rispose inchinando il capo.

— Ebbene, egli potrà chiarirle i fatti miei più ch'io non voglia o

non debba. A mezzanotte io sarò nel suo studio. Vi si rechi e porti

con sè le cambiali. Se le parole dell'Anastasi non la convinceranno,

s'Ella non avrà la certezza che un impegno assunto da me sia una piena

guarentigia per Lei, Ella conserverà i suoi diritti, e sarà come se il

nostro colloquio non fosse succeduto. —

Il Miragli promise che non mancherebbe al convegno, e si confuse in

proteste di ammirazione.

Nell'accompagnarmi all'uscio soggiunse a mezza voce, quasi

vergognandosi di sè stesso: — Spero che i documenti.... compresa la sua

fede di nascita.... —

Non lo lasciai finire, ma lo fulminai con uno sguardo così pieno di

disprezzo e di orgoglio, che le parole gli morirono sulle labbra.

Egli mi porse la mano: io ritirai la mia e feci atto d'uscire. Però

mi rivolsi un momento indietro, e dissi con voce ferma: — Silenzio con

tutti, s'intende.

— Si figuri! — rispose; poi mi precesse nell'andito e richiamò il servo

in livrea che m'aveva fatto discendere dalla carrozza. Ci accomiatammo

con un semplice cenno del capo.

Dopo il banchiere, il notaio. In pochi minuti il cocchio mi mise alla

porta dell'Anastasi: in pochi secondi fui nel suo studio.

Quand'io, senza punto farmi annunciare, me gli presentai dinanzi,

egli era tutto assorto nell'esame di alcune carte che stavano sul suo

tavolino. Al fruscìo della mia veste alzò il capo, e sul suo volto si

dipinse una sorpresa che confinava con lo sgomento.

— Voi qui?

— Io stessa, — risposi; — e mettendo il chiavistello all'uscio,

soggiunsi: — Ho bisogno d'un abboccamento da sola a solo con

voi. —

La fisonomia del notaio si scomponeva sempre più: egli si levò gli

occhiali, mi piantò in viso uno sguardo indagatore, e accostando una

scranna alla sua poltrona m'invitò a sedere.

Non vi ripeterò il nostro colloquio ne' suoi particolari. Io, donna

e inesperta, io, la cui sorte pendeva da un filo, ero tranquilla e

serena; egli, uomo d'affari, era invece agitato come se avesse avuto la

febbre. Fu più volte sul punto d'interrompermi; ma io lo trattenni d'un

gesto, e narrai tutto, tutto ciò ch'io avevo inteso la sera precedente,

tutto ciò che avevo detto allora allora al banchiere Miragli, tutti

gl'impegni ch'io aveva presi con l'incrollabile determinazione di

mantenerli ad ogni costo.

Quand'ebbi finito, il buon uomo si portò ambe le mani al capo in atto

di profonda disperazione.

— Adelaide, — egli proruppe, chiamandomi confidenzialmente per nome,

come gliene dava diritto la lunga dimestichezza, — ciò che avete

fatto è una pazzia, sublime forse, ma sempre pazzia, e io non posso

e non debbo esserne complice. Via, calmatevi, — soggiunse, prendendo

nelle sue le mie mani agitate da un tremito nervoso; — state a sentire

anche me, come io stetti a sentir voi. — Egli allora, riacquistata

tutta la lucidezza della sua mente, fredda e ordinata come le carte

del suo archivio, mi svolse una serie di considerazioni, in cui era

innegabilmente un lato di giusto, ma che m'irritavano appunto per

quello di giusto che contenevano. — Io volevo immolarmi per salvare

l'onor di mio padre, — egli diceva; — ma quest'onore non era punto

in questione. Checchè avvenisse, tutti avrebbero saputo che mio padre

soccombeva a un rovescio di fortuna, e il suo passato n'era la miglior

guarentigia. Col mio sacrificio io mettevo a repentaglio la sua

pace, la sua vita forse. Ma io ignoravo adunque che, più ancora della

sventura imminente, lo turbava il pensiero ch'io di questa sventura

potessi esser partecipe prima di aver assicurato il mio avvenire?

Inoltre, era egli in mia potestà il disporre così delle mie sostanze?

Legalmente non v'era dubbio: io non rimanevo padrona assoluta di me che

nelle poche ore, le quali scorrevano tra il momento in cui io compivo

i ventiquattr'anni, e quello in cui andavo a marito, e di quelle poche

ore io potevo dispor da sovrana. Ma, alla fine dei conti, libera al

cospetto del Codice, era io tale moralmente? Non appartenevo io già

all'uomo che doveva viver meco, meco formare una famiglia? Non dovevo

io per lo meno consultarlo prima di prendere una deliberazione di tanto

rilievo? Era in facoltà mia di consumare, lui assente ed ignaro, un

patrimonio destinato a' nostri figliuoli? E poichè prima delle nozze

era per me un debito sacrosanto di dirgli ogni cosa, non avevo io

considerato quanto fosse più delicato, più nobile il far precedere la

confessione al fatto, che farla seguire? —

I suoi argomenti non mi commossero. Io non sapevo che una cosa: che mio

padre era sull'orlo del fallimento, e che io avevo i mezzi di salvarlo.

Ogni irresolutezza era per me, più che una colpa, un delitto. Pure io

non potevo a meno di chiedere a me stessa, perchè mi ripugnasse in modo

così strano e invincibile l'idea di confidare tutto a Gustavo. Io non

ne avevo il tempo per lettera, è verissimo; ma Gustavo sarebbe stato

in Milano il mattino del dì successivo, e poichè il banchiere Miragli

era deciso a non protestar le cambiali sino al lunedì, nella giornata

di sabato, prima dell'ora delle nozze, v'era agio di accomodare ogni

cosa. In tal modo io mi sarei risparmiata la giusta accusa di mancare

di fiducia verso l'uomo ch'io amavo più sulla terra, ed avrei associato

quest'uomo all'adempimento del mio dovere. Tutto ciò era evidente:

nondimeno io mi sentivo incrollabile nel mio proposito. Era forse il

dubbio che Gustavo mi distogliesse dall'adempiere un obbligo sacro? Era

la vanità di serbarmi intera la lode di una nobile azione, e di farmene

una specie di manto, entro cui presentarmi teatralmente atteggiata

innanzi al mio sposo? Non vi maravigli, Lina, il mio dire. Voi siete

una natura schietta ed ingenua, io ero invece un carattere pieno di

bizzarrie e di contraddizioni, uno di quei caratteri che amano la

virtù, ma la vogliono cinta d'un apparato scenico.

Ad ogni modo, gli è certo che tutte queste ragioni cospiravano per

mantenermi irremovibile nel mio proponimento. — O siatemi complice, —

dissi all'Anastasi, — o mi avrete nemica. Che cosa io farò, l'ignoro io

medesima; ma voi mi avrete ferita, provocata per modo da spingermi ad

ogni pazzia. E, invero, se per poche ore io son libera da ogni potestà,

se sono padrona assoluta di me, dovrò forse cadere sotto la sovranità

vostra? Quali sono i vostri titoli? Voi vi rifiutate di assistermi?

Ebbene, io cercherò chi tenga le vostre veci. Mancano forse altri

uomini di legge in Milano? E mi credete così spoglia d'ogni energia da

non saper far valere i miei diritti? io mi ero rivolta a voi come ad un

amico, a cui si confida ciò che si è fatto, non come a un consigliere,

a cui si chiede ciò che deve farsi. Voi mi conoscete, sapete la

tenacità de' miei propositi. Ve lo chiedo per l'ultima volta, volete

assistermi? —

L'Anastasi giunse fino alle lagrime. Egli mi disse, piangendo, che

il secondarmi gli costerebbe l'amicizia di mio padre, mi scongiurò di

attendere almeno sino alla venuta di Gustavo; ma tutto invano. Quando

mi vide così risoluta si alzò, e con una spontaneità di movimento, e

una delicatezza di parola, di cui non l'avrei creduto capace, mi stese

ambe le mani e mi disse:

— Ebbene, poichè lo esigete, sia pure così. Io vi ho veduta nascere, vi

tenni fra le braccia bambina, e non posso lasciarvi in questo istante

della vostra vita. Voi siete una ragazza ammirabile di virtù e di

sacrificio, ma avete giocato sopra una carta il vostro avvenire. Voglia

il cielo che abbiate a vincere la partita. —

Suggellammo la pace, convenendo sul modo d'incontrarci la sera. Era

cosa facilissima. L'Anastasi doveva farmi conoscere il mio stato

economico; bastava quindi fissare il nostro abboccamento per la

mezzanotte.

Giunsi in casa a tempo della colazione e trovai mio padre un po'

maravigliato, ma non inquieto della mia assenza. Io ero in quel

primo momento ancora più ansiosa di veder riuscito il mio disegno

che trepidante per l'avvenire. Intanto i preparativi per le nozze

procedevano con affannosa alacrità. Servi ed operai erano tutti intesi

a dar l'ultima mano al salotto da pranzo e a quello di ricevimento:

per le scale e pegli anditi si disponevano acconciamente vasi di

sempreverdi; nella cucina s'udiva il brulichìo d'un laboratorio

chimico, e il cuoco di casa in berretto e giubba bianca andava su e

giù trafelato, impartendo ordini concisi e assoluti a' suoi quattro

aiutanti. Ad ogni istante un servo in livrea capitava da parte dell'una

o dell'altra delle nostre conoscenze a portare o un biglietto di

visita, o un mazzo di fiori, o un astuccio con qualche regalo per

me. Ed io ero la regina della festa, e dovunque io passavo era un

inchinarsi rispettoso, un sospendere momentaneamente il lavoro per

farmi ossequio. Io ero la gran tormentata, ed ora la crestaia mi

provava l'acconciatura, ora la sarta mi accomodava in dosso il vestito

da nozze, un vestito di seta bianco, accollato, con uno strascico

lungo due braccia. Tutti avevano una parola di congratulazione, una

parola d'augurio per me: io dovevo avere un sorriso per tutti. E

quando la cameriera mi fece passare in rassegna il mio corredo, un

corredo de' più ricchi e assortiti che mai una sposa avesse recato

seco, e quand'ella mi chiese quali oggetti dovesse riporre nella

valigia pel mio viaggio di nozze, mi toccò risponderle con fronte

serena, e dissimulare la tremenda agitazione dell'animo. Oh Lina, vi

sono battaglie che non si vedono, eppur sono più difficili a vincersi

di quelle che decidono le sorti degl'Imperi! Soffocare un gemito

che sta per irrompervi dal petto, frenare una lagrima che sta per

discendervi dal ciglio, supplire con l'energia della volontà alla forza

delle membra che vi abbandona, ecco una serie d'imprese che non danno

gloria, ma costano sudori di sangue. Io quel giorno di martirio senza

confine potete credere, se la petulanza di mio suocero mi producesse

un effetto gradevole. Egli mi era sempre attorno canticchiando e

saltellando, nonostante i suoi settant'anni, e dicendo sempre: — Gran

bella cosa il matrimonio per una ragazza, non è vero? Più bella per

loro che per noi, poveri uomini, che ci lasciamo prendere al laccio.

— E rideva sgangheratamente. Sua moglie poi non sapeva staccarsi

dall'esame del mio corredo e mi faceva di tratto in tratto le sue

critiche. I fazzoletti di _battista_ non erano abbastanza fini, i

collarini non erano tutti di buon gusto. Se avessi veduto il corredo di

lei, trent'anni addietro! Bisogna dir proprio che allora si lavorasse

meglio!...

Ma non ci perdiamo in minuzie. Dopo pranzo, secondo il nostro accordo,

venne il notaio Anastasi. Bisbigliò alcune parole all'orecchio di mio

padre, che parve annoiato, e sclamò a voce alta: — Che ora siete andato

a scegliere! — L'altro insistette con qualche calore, onde mio padre si

rimosse dalle sue obbiezioni. Venne verso di me, mi trasse in disparte

e mi disse: — Lo sai? stasera compi ventiquattr'anni. Ho piacere che

tu riveda da te stessa i tuoi conti. Quell'originale dell'Anastasi

afferma di non esser libero che alle undici e mezzo, onde convien fare

il comodo suo. Per quell'ora ho già ordinato la carrozza. Vuoi essere

accompagnata?... —

Ci sarebbe mancato altro! Risposi subito che sarei andata sola, e il

pericolo fu sventato.

Di lì a qualche minuto l'Anastasi si mosse facendomi un cenno. Io

l'accompagnai all'uscio della scala e seppi che il banchiere Miragli

era stato nello studio di lui, e che ogni difficoltà era rimossa. Non

restava che firmare. Nel lasciarmi, il notaio mi disse con amarezza:

— È la prima volta in vita mia ch'io inganno un uomo; e quest'uomo

è un amico, è vostro padre, e siete voi che mi avete indotto a

ingannarlo.... —

Io esultavo all'idea che tutto era appianato: ogni altra cosa

scompariva pel momento a' miei sguardi. Rientrai nel salotto col passo

più elastico, con la fisonomia più serena, onde mio suocero mi piantò

in viso gli occhi e mi chiese: — Ehi, sposina, che vuol dire quell'aria

di trionfo? —

Mi schermii alla meglio, e andai a sedere proprio dirimpetto

all'orologio a pendolo ch'era collocato sulla mensola. La sfera dei

minuti procedeva abbastanza sollecita, ma come mi pareva tarda quella

delle ore! Alla fine scoccarono le undici. Mi dileguai in silenzio dal

salotto, mi acconciai in fretta uno scialle e un cappello, e scesi nel

cortile, ove la carrozza era pronta ad aspettarmi. Non erano ancora

le undici e mezzo quando io fui nello studio del notaio. I suoi due

commessi sonnecchiavano nell'anticamera; egli era solo dinanzi allo

scrittoio col capo appoggiato ai gomiti e nascosto fra le mani. Una

lampada, la cui campana era rivestita di un paralume di color verde,

concentrava tutta la sua luce sulle carte del tavolino lasciando in

ombra la stanza, che così buia, così silenziosa, aveva qualche cosa

di lugubre che vi stringeva l'animo. Il _tic-tac_ uniforme di un

orologio infisso alla parete contribuiva a quell'insieme di tristezza,

inesplicabile, eppur gagliarda e profonda.

Quand'io entrai, l'Anastasi si scosse, guardò l'orologio e disse:

— Avete anticipato. Però il banchiere non tarderà a giungere.

Intanto vostro padre m'incaricò di farvi vedere il conto della sua

amministrazione. —

E mi squadernò dinanzi una pagina irta di cifre. Io la rispinsi senza

nemmeno gittarvi l'occhio. — Ciò che fu fatto da mio padre e da voi —

risposi — non ha bisogno della mia approvazione. Solo permettetemi di

chiedervi ancora una volta: la mia sostanza basta a salvarlo? —

— Basta. Ora ecco la vostra fede di nascita, — soggiunse il notaio.

— Era necessario levarne una copia per dare al cavalier Miragli una

guarentigia della validità de' vostri atti. Le pratiche occorrenti

per liberare il vostro avere, che è depositato presso il Tribunale,

non esigeranno che un mese tutto al più, per cui abbiamo convenuto

col signor cavaliere che voi sottoscriverete delle obbligazioni pel

15 aprile; ma che, ove mi riesca d'aver prima il danaro, io gliene

anticiperò il pagamento. Questa poi — continuò il notaio, mostrandomi

un'altra carta — è una istanza di vostro padre, con cui si dichiara

che siete divenuta maggiore, e si domanda che sia messa a vostra piena

disposizione l'eredità materna.... —

Un rumore di passi annunziò l'arrivo del banchiere Miragli. Era

umile come un agnello e dolce come uno zuccherino; nè rifiniva mai di

scusarsi pel breve ritardo, e di attestarmi la sua ammirazione pel mio

affetto filiale. Contemporaneamente egli scorreva con lo sguardo le

carte che il notaio andava passandogli, leggendone in fretta alcuni

tratti. Udii una frase della fede di nascita, che suonava così.... _Nei

primi istanti del giorno 3 marzo 1826, e precisamente pochi secondi

dopo scoccata la mezzanotte del 2 nell'orologio di Piazza dei Mercanti,

la signora Maria Dossi, moglie del signor Giorgio Nerli, banchiere di

questa città, diede alla luce una creatura di sesso femminile, a cui

venne imposto il nome di Adelaide._ Il cavaliere Miragli trasse di

tasca il suo cilindro, dicendo: — Non sono che le undici e tre quarti,

— e ripose il documento sul tavolo. Indi soggiunse: — Vediamo il

resto. —

Di mano in mano ch'egli aveva esaminato una carta, la riconsegnava al

notaio che alla sua volta me la metteva sotto agli occhi, affinchè

io ne prendessi cognizione. Vidi così le quattro obbligazioni ch'io

dovevo sottoscrivere e che importavano 50 mila lire per ciascheduna,

più gl'interessi, e vidi pure una minuta di procura, con la quale io

abilitavo l'Anastasi a ritirare per conto mio la sostanza depositata

presso il Tribunale.

Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto

naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto

l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci

alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse,

quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città

ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine

di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio

di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto

dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi

oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse

l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: — È

tempo. —

Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi

che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono

alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere

al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni,

ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i

due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero

una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro,

_testimoni validi e idonei_, io avevo firmato le obbligazioni il giorno

3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In

questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune

cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e

inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese

a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli

teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente,

perchè l'Anastasi disse: — Va bene. — Allora il banchiere, tuffata la

penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole

sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che

gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era

fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi,

alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed _idonei_. Dopo

di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la

faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta

stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia

era pallidissima e stravolta.

— Che avete, per amore del cielo? — gli chiesi.

— Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante,

ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa

avverrà?

— Oh amico mio, — risposi, — la notte scorsa a quest'ora voi avete

difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? —

Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani

mi appariva pieno di funesti presagi.

Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino

alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne;

compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la

mano sclamando: — Grazie, di quanto avete fatto per me. —

Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse:

— Addio, addio; a rivederci domani. —

A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi

infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli

mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: — È l'ultima sera che tu

dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora

quanto fosti qui. — La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di

lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti

che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi

nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa.

Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte

del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola

dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante

supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene,

avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo

grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre

ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero

subitamente un altro indirizzo.

— Vedi, Adelaide mia, — egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè,

dinanzi a un mio tavolino da lavoro, — io penso adesso a trentanni

fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente

e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e

ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e

qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben

rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da

lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla

da fidanzata.... — Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse

di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. — Questo

ritratto — soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime — mi ricorda

un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci

fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio

amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava

anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una

sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un

tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla;

ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con

impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli

abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che

quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo

posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento,

onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là,

la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase

che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò

scappare un _bravo_ che mi fece diventar rosso come una bragia.

Usciti che fummo, il pittore mi disse: — Lo sai ch'io sono un poco

superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di

lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia

riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno,

ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un

ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. — Allora

ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda

andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo

mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa

miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si

potrebbe desiderare. — In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato

la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la

contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella

visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di

donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi

azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato.

Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella

di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto,

abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale

espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato

le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte

nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano

dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti

solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o

di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli

affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi

lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione

di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli

sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse

la fronte con la mano, e sclamò: — Smemorato ch'io sono: ho in tasca

una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un

forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. —

E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì

frettoloso.

— _Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta

Adelaide_ — così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un

racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un

vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da

lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza,

il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato

andare all'entusiasmo più clamoroso. _Ma non degli applausi ricevuti_,

— egli concludeva, — _ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui

mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere._

Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere,

poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva

abbandonarmi povera e sventurata?

I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per

mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il

giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e

derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua

egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che

dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza

di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore

uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza

ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia

fede nel bene, la mia fede nella virtù!

La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina

cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto

io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio

corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio

lusinghiero mi diceva: — Sei bella. — Oh! io volevo esser bella

davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre

armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi

sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava

il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori

di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o

come un'ironìa?

Avevo appena terminata la mia _toilette_, quando una carrozza

s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si

aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi

ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto,

che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime

quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò

nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia.

Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare

soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il

vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e

ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: — Sto bene, sai?

fu un capogiro. —

Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi

carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in

ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con

l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta

quanta.

Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar

così rapidi?

Io stessa ruppi l'incanto. — Gustavo, debbo parlarti.

— Ah! dunque tu hai qualche segreto, — egli rispose impallidendo — Per

amor del cielo, Adelaide, levami da questa incertezza. —

Egli era sempre inginocchiato dinanzi a me; io gli posi una mano

sull'omero, e con voce più ferma ch'io non avrei creduto, gli rivelai

ogni cosa, soffermandomi anche sulla subitaneità dell'accaduto che

m'aveva impedito di attenderlo a concertarmi seco. Mentre io parlavo,

il suo volto esprimeva un misto d'ammirazione, d'ansietà, di dolore. —

Gustavo, — conclusi, — io non sono più la fidanzata di ieri: sono una

nuova Adelaide povera, derelitta, infelice, che non può costringerti a

farla tua sposa. Ecco, essa ti rende la tua libertà.... —

— La mia libertà? — egli interruppe. — Oggi che mi ti mostri più

grande che mai, oggi che la sventura ti ha colpito, presumi ch'io

t'abbandoni? —

Oh! queste parole erano dolci, soavi, ineffabili; ma la fisonomia

di Gustavo svelava un pensiero affannoso, profondo che ne scemava il

valore.... Infatti egli tosto soggiunse: — Mio padre sa nulla, gli hai

detto nulla? — E si alzò, girando intorno uno sguardo perplesso come

chi vede crescersi in mano le difficoltà....

— A tuo padre? — risposi; — ma se non ho nemmeno parlato al mio? Ma non

dovevo io a te la mia prima confidenza? —

Gustavo camminava su e giù per la stanza. Di tratto in tratto la sua

fisonomia prendeva un'espressione singolare, come di chi si vergogna

di qualche proprio pensiero, e vuol far prevalere in sè stesso più

generosi consigli. Dopo alcuni secondi mi si arrestò dinanzi e mi

disse:

— Adelaide, tu hai salvato tuo padre, posso io tradire il mio? —

Io tremai. Che significava questo preambolo?

Racconti e bozzetti · 第 45 / 60 题