[359] SEBASTIANO PAOLI, _Codice diplomatico dell'Ordine Gerosolimitano_,
in-fol. Lucca, 1737, II, p. 194. — Diploma esteso, per Malta, Gozo e
Tripoli di Barberia.
BOSIO cit.. III, 80, C: «_Tenore del privilegio della donazione di
Malta, del Gozo e di Tripoli, donati alla Religione da Carlo V, tradotto
dal latino nel volgar nostro idioma eccetera. Dato da Castelfranco
presso Bologna addì 24 Marzo MDXXX, indizione terza, duodecimo
dell'imperio._»
DE VERTOT cit., III, 509: «_Le traité concernant les Chevaliers fut
signé le 24 de Mars à Castelfranco, petite ville du Bolonois. L'Empereur
y déclaroit.... qu'il avoit cedé et donne à perpetuité.... à la dite
religion de St Jean, comme fief noble, libre, et franc les châteaux,
places, et isles de Tripoli, Malthe, et Goze._»
[360] FRANCESCO SANSOVINO, _Annali turcheschi_ e _Vite dei principi
Ottomani_, in-4. Venezia, 1573, p. 242: «_Solimano andò avanti alla
volta di Buda._»
[361] LUIGI GONZAGA (detto Rodomonte), _Stanze a M. Lodovico Ariosto_,
stampate in appendice al _Furioso_, di questi successi nel 1531 parla
così:
«_Poichè la fiera spada d'Oriente_
_È quasi giunta a le Tedesche porte;_
_E volto il tergo al già vinto Occidente_
_Il mio signor post'ha suo petto forte_
_Per farne scudo: e chiama all'alta impresa_
_Italia, Francia, e la romana Chiesa._»
[362] TEODORO SPANDUGINO CANTACUZENO, _Commentari dell'origine e costumi
dei Turchi_, in-8. Firenze, 1551, p. 58, 59.
[363] RAYNALDUS, _Ann._, 1532, n. 20: «_Præter hæc vero subsidia, etiam
duodecim triremes classi conjunxit._»
PAOLO GIOVIO, _Historie del suo tempo_, tradotte da Lodovico Domenichi,
in-4. Venezia, 1608, p. 271: «_Le galèe del Papa col signor Antonio
Doria, loro generale._»
[364] ANTONIO DORIA, _Compendio delle cose di sua notizia et memoria
occorse al mondo nel tempo dell'imperator Carlo Quinto_. Genova, fol.
parv., coi tipi di Antonio Bellone, 1571, p. 48: «_L'anno 1532 ordinò
l'Imperatore che Andrea Doria andasse contro l'armata di Solimano....
con la sua, e dieci galere del Papa, delle quali Antonio Doria era
generale, e quattro della Religione di Rodi sotto il capitano Salviati
prior di Roma, che tutte insieme erano trentotto, con altre trenta
navi._» (Libro rarissimo: esemplare procuratomi dai miei amici di
Genova.)
[365] ANTONIO DORIA, _Discorso delle cose turchesche per via di mare_.
Mss. Casanatense, segnato XX, IX, 8. Inedito.
Carta e caratteri del secolo decimosesto, senza data, ma certamente
composto prima del 1548, perchè vi si parla di Barbarossa vivente. Sono
quattordici pagine di scrittura piena, e comincia: «_Havendo il Turco,
come è manifesto a ciascuno, grandissime forze di danari, di gente, e di
galere...._ (finisce) _Sborsi molta quantità di danari._»
IX. — La scrittura altresì del nostro Capitano parla qui avanti dei
rematori di Bonavoglia, e sorge spontanea la domanda del lettore, che
cerca chi fossero costoro, i quali sotto il grazioso titolo coprivano la
più disperata condizione della vita; e similmente qual colpa o sventura
li menasse al tristo mestiero, e qual legge o costumanza della società
ne reggesse la sorte. Alcuni tra i moderni vorrebbero far le viste di
intenderla questa materia; ma la toccano appena, nè valgono per ogni
caso le loro spiegazioni. E perchè non si può lasciar correre senza
chiarirla una costumanza marinaresca, che ritorna nei classici, negli
storici e nei documenti, ne dirò narrando fatti, e così meglio si
intenderanno le risposte in materia di fatto.
Un giovane robusto e sano, stretto dal bisogno, o dai debiti, o dal
giuoco, o da qualunque (anche onesta) ragione, pognamo di soccorrere i
genitori o di dotare una sorella; in somma chiunque voleva danaro per
quei tempi, purchè fosse robusto e giovane, egli poteva trovare banco
aperto di sicura e pronta riscossione in qualunque città marittima, ove
stanziavano galèe. Andare al provveditore, chiedere, per esempio, cento
monete, era tutt'uno che toccarle; dato che il postulante scrivesse
subito di sua mano coi testimoni l'obbligo di scontarle di buona voglia
col remo in galèa. Dopo di ciò il candidato, messo ai ruoli, vestito
della assisa comune dei rematori, e rasato di ogni pelo, meno i
mustacchi, era condotto a bordo, e messo in catena al suo posto, perchè
la persona sua stesse a mallevaria delle monete[367].
Colà egli aveva il vitto al pari dei marinari: pan fresco o biscotto due
libbre ogni dì, una pinta di vino, tre once di minestra, una libbra di
carne fresca, o mezza di salata; e nei giorni di astinenza sei once di
cacio o di pesce; che tutt'insieme per quei tempi si valutava due scudi
per mese, o scudi ventiquattro per anno, che venivangli pagati a titolo
di razione[368]. Or sopra questi ventiquattro il novello bonavoglia non
poteva fare assegnamento niuno per iscontare il debito dei cento,
bisognandogli consumarli alla giornata per vivere. Quindi non gli
restava che il misero soldo di altri due scudi per mese, cioè di
ventiquattro scudi per anno, coi quali doveva livellare il danaro
ricevuto. Nondimeno bisogna aggiugnergli dispendio coll'obbligo di
vestirsi del suo, e di rinnovare nella primavera d'ogni anno il proprio
corredo, mettendoci all'incirca sei scudi; e precisamente scudi sei,
soldi trentotto, e cinquantotto centesimi di soldo, secondo la valuta
del danaro e dei drappi in quel tempo[369]. Ondechè per saldare col
residuo delle mercedi il debito di cento monete egli era in obbligo di
remigare per cinque anni, sei mesi, e quattro giorni. Supponiamo sempre
regolare il rilascio del soldo: chè se in quella vece ne toccava parte,
o vero se richiedeva ulteriori prestanze (posto che al provveditore
fosse parso continuargliene), allora proporzionalmente, come sopra,
avevano a crescere gli anni dello sconto, e la durata del servigio.
Nello Stato romano era legge il mettere in ogni galèa da venticinque a
trenta di bonavoglia, cioè dire almeno uno per banco. La ragione è
chiara ugualmente dal fatto: chè non essendo costoro nè infedeli come i
turchi, nè disperati come i galeotti a vita, non potevano avere comune
con esso loro l'animo e l'interesse di ribellarsi e di fuggire: ma in
quella vece, stando sempre di mezzo agli altri, dovevano più di chi che
fosse avvertire se alcun trattato di sollevamento si ordisse; e dovevano
dar mano a sventarlo. Certamente avrebbe voluto il turco impadronirsi
della galèa e menarsela coi cristiani legati in Barberia; di che giorno
e notte ciascun di loro farneticava: probabilmente il forzato a vita si
sarebbe, e talvolta si è, unito co' turchi nella speranza di miglior
fortuna. Non mai si è visto che vi consentisse un bonavoglia, essendo
moralmente impossibile che questi entrasse nel rischio della rivolta,
dove aveva tutto a perdere e nulla a guadagnare. Da ciò possiamo
intendere altresì come la interna sicurezza della galèa in gran parte si
posava sulla fede dei bonavoglia. Essi in quella mescolanza di pirati,
di malfattori e d'infedeli, essi erano a frenare gli schiavi, essi a
contenere i forzati, a regolare la voga, a riveder le catene, a guardare
le spalle dei marinari, a scoprire i complotti; ed essi, in caso di
combattimento dubbioso, erano pronti a pigliar l'armi, come più volte è
successo, ed a far traboccare la bilancia in nostro favore. In tal caso
ogni conto saldato subito al ritorno nel porto.
Perciò i governi che solevano tenere armate di galèe davano a destri
uomini il carico di arruolarne in buon dato: e costoro entrando per le
bettole, pei ritrovi degli oziosi, e principalmente per le case di
giuoco, prestavano danari a chi ne voleva, col patto che, non
restituendo a tempo, si avesse a scontare in galera[370]. Laonde allora
tutti i giocatori guadagnavano qualcosa: e chi danari, e chi remi.
Questo metodo si osservava in Napoli, questo in Malta[371], in Messina,
e specialmente in Venezia; dove si armavano talvolta le galèe a
centinaja, per le quali non bastando a quei signori la gente che si
poteva scrivere nella città e nel dominio di terraferma, mandavano
uomini loro a cavarne di Dalmazia, dalle isole Jonie, e sopra tutto
dalle due Sicilie, dove abbondavano i disperati[372]. Colà è ancor vivo
tra la plebe il motto, comunemente anche adesso ripetuto, avvegnachè da
pochissimi ben compreso, col quale sogliono rimbeccare chiunque richieda
dispendio difficoltoso, dicendogli: Vuoi tu dunque che io abbia a
vendermi al Veneziano? Vedete in quali pieghe si nasconde la tradizione
sempre durevole dei fatti strani.
La maggior difficoltà, che sempre incontravasi in Roma, volendo armar
galèe, era la penuria dei rematori. Se squillava la tromba, o se batteva
il tamburo per le strade, facendo la chiamata di soldati, come allora si
costumava, tu vedevi piene in un giorno le compagnie di bella e fiorita
gente; e la gioventù dell'Umbria, del Lazio, della Sabina, delle Marche
e della Romagna seguire a migliaja le bandiere degli Orsini, dei
Colonnesi, dei Savelli, dei Baglioni, dei Pepoli, dei Malvezzi, dei
Farnesi e di altrettali, nelle Fiandre, in Germania, nell'Ungheria, in
Levante: ma sul punto dei remi alla catena, niuno voleva saperne. Tra
poco c'incontreremo col patriarca Grimani alla Prevesa, che per mancanza
di rematori sarà costretto disarmare quattro delle nostre galèe, e colla
gente di quelle rinforzare le altre trenta. Similmente al tempo di Sisto
V, dovendosi armare in Civitavecchia dieci galèe nuove, e non bastando
per far ciurma il vuotare le carceri dello Stato, nè il far venire
centotrenta schiavi da Malta[373], bisognò acconciarsi al metodo della
bisca.
Era allora vivissima e generale la passione pei giuochi d'azzardo: e il
danaro in via dei Banchi per niuna cosa tanto correva, quanto per le
scommesse[374]. Si metteva la posta su tutto: sulla vita e sulla morte
delle persone, sui matrimonî, sulle promozioni, sulle guerre, sulle
paci, sulle cose future, anche illecite. E perchè l'interesse e il
puntiglio volevano vinta la scommessa, non di raro co' tranelli si
faceva di produrre o d'impedire questo o quello, perchè l'esito
rispondesse alla predizione. Basta leggere le istorie particolari di
quel tempo, e più di tutto le leggi, i bandi, e gli editti della potestà
civile e della ecclesiastica nel corso del secolo decimosesto, per
restarne pienamente convinti[375]. Ciò supposto gli arrolatori aprirono
tre giuochi d'azzardo, uno in Trastevere, uno alla Regola, ed uno ai
Monti: con questo però che chiunque perdeva, e non pagava, andar dovesse
a scontare il debito di bonavoglia in galèa. Pensate concorso di
giuocatori! In quelle nottate di primavera una turma di servitori, di
cavalcanti, di stallieri, e di cuochi partivano imbrancati per
Civitavecchia, le galèe ben fornite scioglievano i canapi, e le dame e i
cavalieri e i grandi signori si levavano la mattina senza
domestici[376].
Tiro fuori dagli Avvisi di Roma queste notizie importanti per la storia
dei costumi e della marineria del secolo decimosesto: ed ora avendone il
destro, e dovendo quinci innanzi qualche volta citarli, metto giù alcune
notizie poco comuni intorno ai detti Avvisi, perchè il lettore sappia
donde traggo talora le testimonianze, e come egli possa ordinare i
riscontri.
La prima gazzetta pubblicata colle stampe in Roma è il Diario per le
guerre dei Turchi in Ungheria, che comincia addì cinque di agosto del
1716, e se ne conserva tutta la serie (rarissima collezione) alla nostra
Casanatense. Prima di quello in Roma non si stampavano gazzette. Ma
essendo gli uomini prima e dopo egualmente desiderosi di sapere ciò che
alla giornata succedeva dentro e fuori della città, e non avendone
allora copia a stampa, supplivano colle gazzette manoscritte, che
chiamavano Avvisi. Per essi correvano notizie pronte a chi pagava, e
lucro stabile a chi scriveva. Raccogliere e accertare i particolari dei
fatti interni, e talvolta anche le dicerie della città; tenere
corrispondenza coi paesi lontani, stendere i racconti, cavarne le copie
e distribuirle, era ufficio di quei giornalisti a penna, come dei
moderni a stampa. Anzi più: che non facendosi la distribuzione se non a
personaggi di alto affare, per intramessa e secondo gli interessi di
taluno tra loro, cascavano talvolta nelle pagine degli Avvisi notizie
arcane e importantissime, che difficilmente adesso si cercherebbero
altrove. Quindi le gelosie fiscali e non di raro i sequestri e le
sospensioni degli Avvisi. Certamente ricordo io stesso di avervi letto
del bargello, delle perquisizioni e della prigionia del giornalista in
Tor di Nona; tutto narrato da lui medesimo per iscolparsi al solito
cogli associati sul ritardo di qualche settimana. Non v'ha biblioteca o
archivio importante di Roma che non conservi qualche parte di cotesti
Avvisi: la Casanatense ne ha dieci volumi, altri la Barberiniana, e via
via. Ma la più ampia collezione è nella biblioteca del Vaticano, dove,
oltre alla serie della associazione pontificia, sono colate le altre di
Urbino e degli Ottoboni; più che ducento volumi dall'anno 1554 in poi,
cioè sovente un volume per anno, e alcuni duplicati. L'Avviso usciva
almeno due volte la settimana in quaderni di dodici, sedici e più
pagine: comprendeva sotto la rubrica di Roma le notizie di tutta
l'Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Levante; e sotto la data di
Anversa le notizie di tutta la Germania, Polonia, Ungheria e
Settentrione. Ricca miniera per chi abbia criterio, e sappia lavorare al
crogiuolo, sfiorata a pena dal Mai, verso la quale da più che trent'anni
ho cominciato io col discorso, e poi colle stampe a condurre gli
studiosi, che in Roma istessa non la conoscevano[377]. Valga l'esempio
del primo giornale istorico di Roma, pubblicato nella stessa città
l'anno 1845, dove sono inseriti alcuni brani di questi Avvisi, cavati
dai codici dell'archivio Gaetani. E non sono mica secrete corrispondenze
e private di Gianfrancesco Peranda secretario col suo padrone cardinal
Enrico, come quivi stesso congetturano i Saggiatori[378]: ma veri
frammenti delle semipubbliche gazzette a penna di quel tempo, come potrà
accertare chicchessia, confrontando le parole, i fogli, lo stile, e le
date dei codici Gaetani colle date, e stile, e fogli Vaticani, e
Urbinati, Ottoboniani, Casanatensi, e simili; perchè troverà essere
tutte copie identiche dello stesso originale. Copie che sono state
conservate presso coloro, i quali non avevano bisogno di distruggerle.
Torniamo all'armata.