BOSIO, 653, E: «_Curtogoli piloto e conduttore dell'armata._»

[246] BOSIO cit., 652, E: «_Ascese la detta armata a quattrocento vele

intorno.... Al campo uomini dugentomila...._»

DE HAMMER GIUSEPPE, _Storia dell'imperio osmano_, volgarizzata dal

tedesco, e approvata dall'autore, in-12. Venezia 1828 e segg. IX, 33:

«_Flotta di trecento vele, diecimila soldati e guastatori, e centomila

per terra._»

Le noble chevalier frère JACQUES bastard DE BOURBON, _La grande et

merveilleuse et très-cruelle oppugnation de la noble cité de Rhodes_,

imprimè l'an. 1526: esso conta così:

Galere sottili 103

Galere grosse 35

Maone 15

Trafurelle 20

Schirazzi 72

———

250

Più altri navigli venuti dalla Sorìa, e conclude: «_durant le siège

furent la plus part du temps au nombre de quatre cens voiles ou

environ._»

TIEPOLO, _Relazione di Costantinopoli_ tra i Mss. del SANUTO, t. XXXIII:

«_Partì da Costantinopoli li 18 giugno 99 galìe sutil, 70 grosse, 40

palandarie, 50 fuste, brigantini et altri navigli fin in numero di 300

vele._»

[247] FONTANUS cit., 466: «_Sexto calendas julias, mane diei, nunciatum

e specula.... classem venire._»

BOSIO cit., 651, C: «_Nella mattina delli ventisei del detto mese di

giugno l'armata alla volta di Rodi fu scoperta dalla sentinella._»

[248] GRAVES cit.: «_Koum Bournou, but generally called by the Pilots

Molino Point._» (BOSIO, II, 652, D. — FONTANO, 466, 43. — E tutti i

nostri, dicono cala _di Parambolino_, e capo _di Bove_.)

[249] FONTANUS cit., 466: «_Audivi propositam esse a Hieronymo

Bartolutio florentino, in rebus bellicis non inexercitato, rationem

exurendæ classis._»

[250] FONTANUS cit., 453: «_Recensa hominum qui arma ferre possent

quinque millia.... Æquites sexcenti, Cretenses sagittarii quingenti....

rustici fodiendo ferendoque terram._»

[251] FONTANUS cit., 468: «_Ad portam qua itur ad montem Filermum,

Franci.... Ad portam S. Georgii, robur Germanorum.... Arverni finitimi

Hispanis, ambo quod ibi fossatum minori profunditate.... Phalanx

Brittannica.... Postea Galli narbonenses.... ultima statione, sed prima

virtute, legio italica, urbem adversus Pyrri vim fraudesque

defendebat._»

BOSIO cit., 644. Nomi e cognomi di tutti i cavalieri, venturieri,

capitani e marinari che si trovarono all'assedio.

[252] FONTANUS, 453, 25: «_Cæteri qui pugnæ diligenter fideliterque

vacarunt, fuere nautæ, remiges, classarii, quorum virtutem juverunt

duces ipsi maritimique excursores.... Joannes Antonius Bonaldius

venetus.... Dominicus Fornarius ligur.... et Siculus quidam._» 497, 26.

«_Flos nautarum nostrorum in bello periit._»

[253] BOSIO, 652, E: «_Nel campo turchesco erano da sessantamila,

espressamente condotti per far mine._»

FONTANUS, 469, 13: «_Quinquaginta millibus agrestium hominum.... excisæ

sunt rupes durissimi silicis, campi montibus æquati, et complanata

montium juga._»

[22 luglio 1522.]

XVII. — Il celebre ingegnere militare Gabriele dei Tadini, nobile

bergamasco, nato nel castello di Martinengo, donde prese il soprannome,

era in Candia provvisionato dei Veneziani sopra le fortificazioni e le

artiglierie del regno[254]. Desideroso di trovarsi presente in un

assedio che tutti prevedevano celeberrimo, e stretto dalle chiamate

onorevoli dei Cavalieri per una guerra così grossa e vicina, quantunque

senza licenza del governatore di Candia, secretamente partissi con

alcuni compagni; e guidato dal cavaliere Antonio Bosio, vincendo ogni

ostacolo, e passando per mezzo all'armata nemica, entrò la notte del

ventidue di luglio nel porto di Rodi. Presero terra con lui diversi

amici tutti valentuomini nella fortificazione e nell'artiglieria, come

Giorgio di Conversano ricevuto tra i cavalieri, di cui avremo a parlare

anche altrove, Benedetto Scaramuccia romano, Giovanni Zambara scozzese,

Niccolò di Costo vercellese, Francesco Latese côrso, e Antonio di

Montenegro vicentino, il quale doveva saper di Basilio e seguire col

Martinengo la scuola mista[255].

[28 agosto 1522.]

A parte le feste e le carezze dei Rodiani intorno a questi prodi,

specialmente al Martinengo, cui subitamente offrirono la gran croce, e

l'aspettativa alla prima dignità vacante nella lingua d'Italia: dirò

quel che ora più monta. A lui il carico delle fortificazioni e dei

ripari con ampia facoltà di ordinare e disporre ogni cosa, secondo il

parere e giudizio proprio, e di governare a suo talento le artiglierie,

essendo egli di ciò sommamente intendente e pratico; ed oltracciò uomo

laborioso, molto vigilante e della persona valente ed ardito. Egli mutò

in pochi giorni le condizioni dell'assedio, e fece pentire i Turchi di

essersi messi a difficile prova. Imperciocchè distinguendo in un batter

d'occhio per suo giudizio i punti principali dagli accessorî, e volgendo

le artiglierie della piazza alla testa delle trincere e alla discesa

delle mine, batteva fiero e duro dovunque il nemico era sul principiare,

e però mal riparato: faceva effetti stupendi, sovvertiva le opere, e

tanta strage menava tra la gente, che niuno più ardiva accostarsi al

lavoro. Indi la rivolta dei guastatori, il dispregio dei capitani, e

l'ammutinamento dei soldati. Tutto l'esercito musulmano in scompiglio

era sul punto di sbandarsi, e molti colle armi alla mano chiedevano di

essere rimbarcati e di tornarsene, quando addì ventotto di agosto al

tocco dopo il mezzodì, ecco improvvisamente e di gran pressa arrivare al

campo l'imperatore Solimano col rinforzo di quindici mila archibugeri

per togliere lo spavento, e per rimettere l'attacco a suo modo[256]. La

venuta di costui deve riputarsi come il

BOSIO, 660: E: «_Solimano arrivò in Rodi a' ventotto di luglio...._»

(Deve dire agosto, pel Fontano presente, e pel suo proprio contesto.)

più grande elogio del Martinengo e dei difensori nel primo periodo della

guerra.

[Settembre-dicembre 1522.]

Non è mio compito trattare di proposito l'assedio; sì bene seguire lo

svolgimento dell'arte nuova in un fatto del primitivo tempo, di grande

importanza, e dove per le relazioni minute dei testimoni di vista ci è

concesso studiare partitamente le opere d'ingegno degli oppugnatori e

degli assediati.

Dalla parte della difesa sembrami degna di ricordo l'arte del Martinengo

in quattro punti capitali; ciò è dire nelle contrabbatterie, nei fuochi

artificiali, nelle ritirate, e nelle contrammine. Fin dal principio egli

prese a contrabbattere di ficco i punti cardinali dell'attacco, come ho

detto: i suoi fuochi convergenti dominarono quelli del nemico, li

ridussero al silenzio, impedirono i lavori, e avrebbero finalmente vinta

la prova, se non fosse venuto Solimano in persona con grandi rinforzi a

rilevare i suoi dall'abbattimento, e a rimenarli più che mai numerosi e

pertinaci agli approcci[257]. Ondechè venuti costoro più e più alle

strette, e fattasi ai nostri di giorno in giorno maggiore la necessità

di contrabbattere anche per fianco, l'ingegno di Gabriele supplì ai

difetti di Basilio. Perchè non avendo questi, o per sistema o per

necessità, provveduto al compiuto affilamento della radente, come si è

veduto, il Martinengo pose come meglio potè batterie posticce di pezzi

minuti per traverso, tanto da trovare la radente davanti alle cortine ed

ai fossi, incrociando i fuochi dai punti opposti sulla linea della

muraglia minacciata[258]. Perciò quando i nemici cominciarono a tentare

gli assalti, dove il Martinengo aspettavali, le batterie posticce e le

permanenti da due parti scopavano tra mezzo, menando strage, e imponendo

ai sopravviventi la ritirata[259]. Così potè mantenersi alla lunga sulle

difese.

Nè punto minori vantaggi si procacciarono i Cavalieri coi fuochi

artificiati di guerra serviti largamente nella difesa, massime

all'ultimo tempo, quando i combattimenti si furono ridotti sulle brecce

da presso, corpo a corpo. Lingue e trombe di fuoco, pignatte e carcasse

ardenti, olio incendiario, e misture fumanti e fetide di solfo e di

bitume, scendevano incessantemente tra la folta dei nemici: e guai chi

ne toccava[260]. Che se non fosse stata la grande disparità numerica tra

i combattenti, e se gli avversari non avessero potuto sempre ripienare

il vuoto delle loro file, certamente l'esito della tenzone sarebbe stato

conforme all'ingegno ed alla eroica costanza dei difensori. Trovavano

essi ripiego per tutto, ed eseguivano i trovati con prestezza e

regolarità meravigliosa. Per esempio, cominciando a sentir penuria di

polvere, si volsero ai molini, posero alle macine i cavalli del

Grammaestro, ebbero caldaje, distillatoj, pestelli, fornaci: chi a

raccogliere o a purificare il nitro, chi a triturare i solfi, chi a

mescere il carbon dolce, chi a governare la pasta, e a disseccarla, e a

granirla: uomini liberi, fedeli, ed esperti, difesi da buone guardie;

esclusi sempre i servi e gli schiavi da luogo tanto geloso[261]. Così

ebbero infino al termine abbondanza di polvere, e n'avanzarono tanta da

fornire largamente il naviglio nella ritirata, e da lasciarne un

deposito nascosto, pel caso del ritorno, che dopo tre secoli divampò,

come ho detto altrove, nel terremoto del sessanta.

Quanto ai lavori di terra fin dal principio eransi raccolti i contadini

rodiotti nella città assediata pei cavamenti e pei trasporti: le quali

opere salirono dieci doppi tanto, quando le batterie e le mine dei

Turchi cominciarono a rovinare il perimetro primario della piazza[262].

Allora altresì crebbe al Martinengo il carico di provvedere ai ripari, e

di fare eseguire nuovi lavori. Qua traverse da opporre all'infilata, là

tagli per arrestare il progresso dei giannizzari, e ritirate

all'indentro delle rovine per sostegno dei difensori: alcune preparate

insin dai primi giorni, altre costruite sotto al fuoco dei nemici[263].

Nei quali lavori egli si adoperava non solo colle seste e collo squadro,

ma colla spada e col pugnale, sovente a corpo a corpo contro gli

avversarî[264], e sempre sostenuto dai suoi ajutanti, specialmente dal

Conversano e dallo Scaramuccia. Fra l'altre cose fece una ritirata co'

suoi ripari in quadro, così forte e sicura, che dai Turchi era chiamata

la Mandra, perché i combattenti vi stavano tanto raccolti a fidanza come

il gregge nell'ovile[265]. Per le ragioni dell'arte, e pel valore dei

combattenti, massime dei marinari, furono ributtati tanti assalti, e

uccisi tanti nemici, e mantenuta la piazza per tutto l'anno, finché durò

la speranza del soccorso.

Ultimo, ma di maggiore importanza per la storia della milizia, viene il

lavoro delle contrammine, governate colla polvere di guerra, in

opposizione alle mine dei Turchi. Si usavano pure negli antichi tempi e

nel medio èvo cave e contraccave, cioè militari cunicoli sotterranei per

offesa o per difesa delle piazze: cunicoli chiamati colle voci delle

miniere metalliche, alla cui similitudine si conducevano. Ma dopo il

salto della pignatta (vera o imaginaria) sul fornello dell'alchimista;

dopo il rovinìo del palazzo di Lubecca per fortuita accensione delle

polveri nel 1360, venuto il primo suggerimento del capitano Domenico di

Firenze contro la porta di Pisa nel 1403, e appresso la prova di

Belgrado nel 1439, e le teorie del Taccola e del Santini nel 1449, e il

cimento di Sarzanello nel 1487, tutti preamboli ricordati dal Promis (ai

quali posso aggiungere il suggerimento di Fermo nel 1446, e le prove di

Costantinopoli nel 1453), finalmente Francesco di Giorgio Martini,

fondatore della scuola Urbinate, scriveva di proposito la teoria delle

mine, e ne disegnava le figure, e ne faceva esperimento con pieno

successo l'anno 1495 contro Castelnuovo di Napoli[266]. Dopo di lui la

fortuna ed il proposito concessero al Martinengo la prima comodità in un

grande assedio di svolgere nella pratica tutto l'ingegno delle

contrammine. Tanto più che egli non trovò apparecchi preventivi di

pianta, come i Sangalleschi usavano murare insieme coi baluardi; non

trovò androni a piramide, nè pozzi a campana, nè altri vuoti

sotterranei, donde il fluido elastico delle mine nemiche potesse

liberamente espandersi, fuggire, e perdere la forza. Nondimeno da sè

pensò alle contrammine occasionali e improvvisate: cacciossi

risolutamente sotterra appresso alla zappa, dal muro al fosso e allo

spalto; e cavando gallerie magistrali sul fronte delle opere più gelose,

e guidando cunicoli di scoperta a cercare le mine del nemico, faceva di

troncarne il procedimento, di espellere gli operaj, di distruggere i

lavori, di accecare o inondare le diramazioni; o almeno di lasciarvi

tali squarci, spiragli o sfogatoj, che la furia della polvere accesa non

avesse a scuotere le muraglie, ma a trovare la strada aperta per

andarsene, senza rovina. Fin dai primi giorni di agosto aveva cavato nel

fosso molti pozzi di testa ai lavori seguenti, e di ricetto alle acque

stillanti; di là spingevasi coi cunicoli in diverse direzioni. Indi

all'ascolta: la trivella di ficco, l'orecchio ai picchi, l'occhio ai

lumi, la bacinetta ai sonagli, il tamburo ai sugherelli; e appresso ad

ogni minimo sentore di zappa nemica, tanto che si potesse trovarne la

direzione, e avvilupparla. Più volte, non dieci nè venti, ma oltre a

cinquanta, si incontrò là sotto nel bujo coi Turchi, dove esso stesso di

sua mano contro loro allumava i fuochi lavorati ed i barili di polvere

nei pertugi di scoperta per cacciarli lontano; e poi appresso a

chiudere, e a tenere il passo[267]. Più volte apriva sì fattamente il

terreno al disopra dei fornelli già carichi, che riusciva a sventarne lo

scoppio; o a mandarne la rovina tutt'altrove[268]. Ai quali lavori

continuamente intento, e ognora presente di giorno e di notte,

vigilantissimo, intrepido, e presto a correre là dove vedea il bisogno,

passando continuamente dai sotterranei ai baluardi, dalla polveriera

alle batterie, e specialmente coll'occhio sempre intento a sopravvedere

ogni pericolo; finalmente affacciandosi a un pertugio, proprio

nell'occhio sinistro toccò un'archibugiata, per la quale ebbe quasi a

morire. Vedi se i bersaglieri ottomani uccellavano, o no, di trista

ragione anche ai minuti membruzzi, e sappi che non il solo Martinengo

restò colpito in quel che guardava: lo stesso al cavalier Giovanni di

Homèdés che fu poscia grammaestro, lo stesso successe ai cavalieri

Michele d'Argillemont, a Giovacchino de Cluis, ed a molti altri che vi

lasciarono la vita. Più avventuroso il Martinengo, non restò inchiodato

al muro, come il Cecca, che la palla dall'occhio gli uscì dietro

l'orecchio corrispondente, ed egli superata la gravissima infermità,

portò a lungo tanto che visse l'onorata cicatrice; sempre ai riguardanti

sulla sua fronte mostrando il perpetuo eclisse di nobilissima stella. Or

si noti che questo colpo sinistro, chiamato dal Bosio, più recente

scrittore, un'archibugiata[269]: ci viene espresso nel più antico testo

del Fontano, con termine assai rilevante per la storia dell'artiglieria,

dicendosi colpo di Chirioboarda, cioè di manesca arma da fuoco[270].

Dunque il radicale rimbombo nel _boato_, e la focosa desinenza in

_arda_, dal principio alla fine per tradizione perenne, durano

incorrotti, ed esprimono in ogni tempo la artiglieria da fuoco per

opposito alle armi da corda. Criterio di gran momento per riconoscere

negli antichi scrittori, al di là della comune opinione, la prima

origine della polvere e delle armi sue, come altrove ho detto.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 84 / 177 题