FREHERUS, S. R. G., III, 356.

GIUSTINIANI, _Ann. Gen._, 274.

FOLIETTA, ap. BURM., I, i, 722.

[179] BIZARUS cit., 450; «_Statutum est ut eodem tempore, repentino

impetu, et exulum insidiis, Genua et Mediolanum oppugnarentur....

Cæsaris triremes quæ tunc Neapoli stationem habebant, et pontificiæ quæ

duce Paulo Victorio Centumcellis erant.... una cum Hieronymo Adurnio....

repente se in urbis portu ostenderent.... Cum nullam seditionem in Urbe

oriri perciperent.... classe subducta enavigarunt versus Spediam....

Clavarum nullo præsidio firmatum occuparunt._»

[180] RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1521, n. 108: «_Ex victoriæ nuncio Leonem

pontificem ingenti diffusum lætitia referunt, in qua.... decessit

inopina morte._»

[181] PARIS DE GRASSIS cit.: «_Die vigesima quarta novembris MDXXI, hora

quasi prima noctis, audivimus bombardas in signum lætitiæ ex castro s.

Angeli ob Mediolanum captum a nostris militibus.... Tantum lætabatur

Leo, ut numquam plus lætatus fuerit intrinsecus vel extrinsecus, ita et

taliter ut ex Manliana, ubi erat profectus solatii causa, per plures et

plures nuncios festivitatis signa fieri mandaret: quæ signa per triduum

continuum perdurarunt diebus et noctibus.... Die dominica, quæ fuit

prima mensis decembris, mortuus est papa Leo decimus ex catharro

superfluo, concepto in villa Manliana._»

[9 gennajo 1522.]

XII. — Dunque grandi novità in Roma: e prima d'ogni altra ai nove di

gennajo l'elezione di un papa fiammingo, che non aveva mai veduto nè

Roma, nè l'Italia. I Cardinali acclamarono il nome, da niuno aspettato,

di Adriano vescovo di Tortosa, uomo di piccola nazione nato in Utrecht

presso al mare di Fiandra, pe' suoi meriti e per la sua virtù onorato da

tutti, e specialmente dall'imperatore Carlo V, che lo aveva avuto a

maestro[182]. Il nuovo eletto trovavasi allora in Biscaglia, governatore

e visitatore dei regni di Spagna a nome del detto Carlo; dove avendo

ricevuto per mezzo del secretario del cardinal Carvajal notizia certa

della sua elezione, e deliberato di accettarla per togliere la Chiesa

dai pericoli della rinuncia, conservò l'istesso suo nome, e si fece

chiamare Adriano VI.

[Aprile 1522.]

Intanto i Cardinali, compiuto il rito dell'elezione, si erano diviso tra

loro il reggimento dello Stato, infino a che l'eletto non venisse in

persona a pigliarne le redini: ed in questo mezzo avevano confermato

Paolo Vettori nel carico delle galèe, dando a lui medesimo la

commissione di navigare in Spagna, e di servire papa Adriano nel viaggio

che certamente avrebbe fatto dalla parte del mare, non parendo

conveniente di metterlo a traverso ai paesi sconvolti dalle guerre delle

due nazioni. Quindi Paolo, fornitosi a dovere, sciolse le vele da

Civitavecchia, con quattro galèe e un brigantino, menando seco il

cardinale Cesarino e il Colonnese, ambasciatori ambedue deputati dal

sacro Collegio e dal Popolo romano a presentare solennemente il decreto

dell'elezione nelle proprie mani del novello Pontefice, ed a confortarlo

alla venuta. Così il naviglio da papa Leone per altro fine apparecchiato

tornò utilissimo, quando men si pensava, per condurre a Roma il

successore. Tanto meglio che molti opinavano, e taluno ancora

apertamente diceva, ogni indugio doversi stimare pericoloso, come

principio di sentire la residenza della romana Curia un'altra volta in

lontane regioni trasferita[183]. Perciò Paolo navigò di lungo a

Barcellona, dove ebbe avviso che Adriano, partitosi di Vittoria, a

piccole giornate era venuto in Saragozza coll'intenzione di scendere a

Tortosa sull'Ebro, e di là imbarcarsi per l'Italia. La navigazione,

descritta giorno per giorno dal canonico don Biagio Ortisio, seguace e

familiare del nuovo Pontefice, ci somministra per buona ventura alcune

notizie attenenti alle cose del mare: e perchè segna sempre i punti di

partenza e di arrivo e di passaggio coi particolari del luogo e del

tempo, ci apre la via a talune considerazioni storiche, filologiche e

nautiche, le quali non potrebbero altrove appoggiarsi se non sul

fondamento dei fatti certi, e sulla stabilità delle cause, degli

effetti, e delle circostanze, secondo ragione di storia tecnica[184].

[8 luglio 1522.]

Martedì otto di luglio sull'ora di vespro sorgevano a ruota sur

un'áncora di leva nel golfo dell'Ampolla presso Tortosa le quattro galèe

e il brigantino papale agli ordini del Vettori, più quattro galèe di

Spagna comandate dal capitano Giovanni di Velasco; ai quali bastimenti

si unirono nel proseguimento del viaggio altri ed altri, che a gara

desideravano fare servigio e rendere onore al Pontefice. Venuto Adriano

sul lido, tuonavano le artiglierie della squadra, battevano al vento le

bandiere, salivano a riva i marinari, e davano la voce del plauso,

secondo gli antichi costumi[185]. In quella il Pontefice montava sulla

capitana del Vettori, e in un tratto saliva l'áncora, e sguizzava il

legno sotto la sferza del palamento: tutti gli altri per simile manovra

appresso, e tutti a remo infino a Tarragona essendo il vento debole e

contrario. Or tu nel tragitto sui rivaggi di Catalogna, senza

sbigottimento di tempesta nel mese di luglio a ciel sereno, guarda sul

mare. Ampia distesa di azzurro pieno e vivo; e dalla parte del sole vedi

larga distesa di luce tremolante sull'acqua, come fiume d'oro liquido; e

appresso ai legni nove striscie bianchissime, visibili a lunga distanza,

dovunque pel movimento progressivo abbiano essi aperto il varco al loro

passaggio. Per questa ragione i marinari con voce nostrana, (non

celtica) chiamano Rotta il loro cammino; e intendono rompimento, ciò è

dire la via che fa il naviglio rompendo l'acqua del mare. Via diversa da

ogni altra; e però da esser distintamente espressa con nome speciale:

via che non ha nè spazzo nè lastrico, via che non si fa altrimenti se

non rompendo e spostando l'acqua colla carena; come non si fa viaggio

d'inverno tra le montagne se non rompendo e spostando la neve colla

pala; di che pur nelle alpi di Toscana ed altrove si dice far la Rotta.

Per questo non peritaronsi il Manuzzi ed il Fanfani di confermare ai

marinari, almeno indirettamente, l'uso legittimo di questa voce,

registrandone il composto Dirotta e il verbo Dirottare[186]. Ma vuolsi

esser cauti nel coglierne il proprio senso, perchè il Dirotto ha sempre

nel suo concetto qualcosa di strabocchevole e disordinato; e non si

userebbe bene nè Dirotta nè Dirottare (secondo l'esempio medesimo del

Sassetti[187]) se non per viaggio di navigli fuori della rotta

assegnata, perdendo le conserve, contro l'intento e l'istruzione del

comandante superiore della squadra o del convoglio. Quindi la

navigazione ben ordinata sarà sulla rotta, non alla dirotta: e così

usano adesso ragionevolmente i marinari.[188]

Torna ora coll'occhio sul solco visibile appresso alla tua rotta, e il

piloto ti dirà essere l'effetto della carena che nella sua corsa fende

l'acqua del mare, come il vomero tratto da' buoi fende le glebe sul

campo; e ti dirà essere continuamente mantenuto dal ritorno laterale

delle acque istesse, che dopo passato il legno si gettano del continuo

nel cavo aperto da lui per rimettersi a livello, secondo la natura dei

fluidi. Ti dirà che il vertice di quel solco è al tagliamare, i filoni

sul rilievo dell'acqua attorno ai due fianchi, il vortice dietro alla

poppa dove i filoni vanno a riunirsi; e ti mostrerà la traccia che

rimane sull'acqua visibilissima anche in tempesta, alla distanza di

mille metri, più o meno, secondo la velocità del bastimento e lo stato

del mare. Ti dirà che i marinari non dicono solco, ma Scia; perchè non è

fossa uguale in tutto a quella dei campi dove la terra resta come

l'aratro la lascia; ma al contrario nel mare l'acqua ricade dopo il

passaggio del bastimento, cercando sempre come fluido l'equilibrio di

livello. Ti dirà che la voce Scia, derivata dai Pelasghi, comune ai

Greci e ai Latini,[189] dura sempre tra' marinari italiani nel

significato proprio di traccia lasciata sull'acqua dal bastimento in

moto progressivo, e che le molteplici varianti dei dialetti[190]

viemeglio confermano la ortografica lezione di Scia.[191] Onde Sciare

assolutamente, per tornare indietro sulle proprie tracce; Sciare alla

banda, per girarsi sul posto; Scione per groppo o nodo di vento

contrario rabbiosissimo e subitaneo che ti ricaccia indietro sulla scia,

a rischio di fiaccarti l'alberatura e di profondarti nel pelago; e

Scionata per colpo del detto scione.

Che se darai segno di intendere e di gradire questi ragionamenti,

l'istesso piloto colla cortesia e franchezza propria del marinaro ti

scorgerà dall'altra parte alla testa del naviglio, per mostrarti il

principio di questo fenomeno in quella che dicono Prora fluida; cioè in

quel volume d'acqua che si solleva proprio alla prua del bastimento, e

gli si rovescia innanzi quando cammina. Monta sul graticolato, e tra i

balaustri del bàtolo vedi volume d'acqua premuto a un tempo di fronte

dal bastimento corrente, ed alle spalle dalla circostante massa inerte;

volume costretto dalle due forze a sollevarsi nel mezzo davanti al

tagliamare ed al petto del naviglio che lo investe. Vedine la figura di

grande catino rovescio, col convesso all'insù, e la superficie di

regolare emisferio: vedine il colore più e più scuro, ma liscio e

lucente come di acciajo brunito: e laddove i labbri del catino ritrovano

il livello delle acque circostanti, quivi frangersi, arruffarsi,

schiumare, fuggire, e correre pei lati fino a rimescolarsi nel vortice

della scia. Tieni pur sempre l'occhio fisso al tagliamare, e quel catino

rovescio è sempre lì, e quelle schiume dei lati fuggono sempre di là, e

il volume cresce o scema, secondo la velocità del naviglio, tanto che

segue il suo cammino. Ma se una volta il bastimento si arresta, allora

da sè a un tratto catino, labbri, spuma, filoni, e ogni cosa sparisce

alla prua. Osserva i fatti sul gran libro della natura; ed essa ti sarà

guida a ragionare e a calcolare più dei maestri. Procedi col metodo di

Aristotele e di Galileo, così per ordine: prima l'osservazione, poi il

raziocinio, e finalmente il calcolo; non a rovescio, come fanno certi

cotali oggidì. Altrimenti la ragione si appoggia sul vuoto, e dal

calcolo non caverai un punto più di quanto vi hai messo. Questo io

ripeto in genere delle scienze naturali, e specialmente

dell'applicazioni loro all'arte nautica; cui, dopo lungo studio e non

ignobil pratica, soglio dir mia. Siami concesso lasciar correr questi

pensieri filologici e tecnici come gli ho scritti sul mare, ritraendoli

del vero nella sostanza e nei particolari, donde soltanto può essere che

venga un po' di freschezza e di vita al discorso, trattando argomento

difficile, senza menomarne punto di esattezza e di verità. Per certo non

fo maggiore assegnamento sugli artifizî oratorî, che sulle dottrine

positive: però metto fatti nuovi e antichi, ragionamenti, specchi, e

numeri. Lascio ai novellieri tutta la leggerezza della follìa romantica,

e ai rètori la licenza di menare le onde in tempesta giù all'imo

tartaro, e di sollevarle poscia (gonfiando le trombe) insino alle

stelle.

[5 agosto 1522.]

La dimora di Tarragona si prolungò quasi un mese per ispedire gravi e

urgenti affari di Spagna, e per raccogliere alcune fanterie che Adriano

aveva fatto scrivere a rinforzo della squadra e della guardia.

Finalmente la sera del cinque d'agosto, essendo ogni cosa in punto,

riprese la via del mare; e con lui sulla capitana il cardinal Cesarini,

don Lopez Hurtado vicario imperiale, il duca di Sessa, il conte di

Cabras, l'ambasciatore d'Inghilterra, l'orator di Milano, il legato di

Ferrara, il vescovo di Feltre, e buon numero d'altri prelati e baroni,

che a gran diletto navigando approdarono il dì seguente sull'ora di

vespro in Barcellona. Era la bella capitale di Catalogna tutta in festa

per rimeritare l'onore inusitato della visita papale. Oltre al concorso

di tutte le classi dei cittadini sul porto, oltre alle salve dei

castelli ed al rintocco delle campane, avevano ordinato archi trionfali,

e molti edifizî magnifici e belli; ed un nobile ponte alla marina,

coperto di ricche drapperie. Temendo però non forse avesse a rovinare,

carco come era di infinito popolo, non volle Adriano mettervi il piede;

ma in quella vece si fece condurre dal palischermo agli scali del molo

vecchio, sotto al Mongiuì: indi tra la folla mescolatamente e sempre a

piedi si avviò verso la cattedrale di santa Eulalia. Il molo nuovo, che

ora forma la parte migliore del porto, non esisteva in quel tempo,

perchè gittato alla fine del cinquecento, come ricorda il celebre

ingegnere idrografico della marineria papale Bartolommeo Crescentio nel

suo Portolano, con queste parole[192]: «A ridosso sotto Mongonìa vi è

bonissimo riparo da Ponente e Libeccio; ma oggidì sotto al molo nuovo di

Barcellona vi stanno meglio, essendo ben ormeggiate. Le prime galèe che

ivi hanno dato fondo, e detto la prima Messa, sono state le galèe

pontificie».

Dalla chiesa sarebbesi Adriano incontanente rivolto al porto, se una

buriana improvvisa con tuoni, lampi, e gran pioggia non l'avesse

costretto a riparare nel palagio del vicerè, dove fu servita la cena.

Lasciate ai marinari la voce Buriana, che non può essere sostituita da

altre voci, per indicare quelle specie di temporalaccio che in piccolo

spazio e per breve durata con certa accozzaglia di nugoloni si scarica

in pioggia sopra un luogo determinato, quando lì vicino sarà bellissimo

tempo. Succede per lo più di estate, e col vento più sereno del luogo,

per esempio tra noi succede colla Tramontana o Borea, donde gli venne il

nome[193].

Dunque dopo la buriana, fattosi al solito sereno il cielo e tranquillo

il mare, Paolo Vettori sparò il cannone della partenza: segno prescritto

a tutti di doversi incontanente rimbarcare. Adriano levossi tra i primi

con alquanti famigliari più solleciti; e a lume di fiaccole andò

ciascuno al palischermo assegnato per le rispettive galèe. I neghittosi

che durante lo spazio di tolleranza dentro un'ora non furono presti al

convegno, ebbero a battersi l'anca sul molo di Barcellona, a venire per

altra strada, o a tornarsene alle case loro[194]. Intanto il convoglio

papale costeggiando la Catalogna, raccoglievasi ogni sera in alcun porto

di quelle marine: il giovedì sette di agosto a san Paolo, il venerdì

alla Calella, il sabato a san Felice, la domenica alla Rosa, schivando

di proposito il porto delle Palme, perchè infetto dalla peste.

Finalmente il giorno appresso spuntarono il capo delle Croci, ultimo

confine orientale delle coste iberiche[195].

[12 agosto 1522.]

Ecco dinanzi le riviere della Francia, ed ecco attorno le rivalità della

Spagna. I consiglieri di Carlo V, stretti a' fianchi dell'augusto

viaggiatore, posero e vinsero il partito che niuno del convoglio, nè

legno nè persona, dovesse accostarsi o discendere nelle terre del re

Francesco: perciò volsero le prore ad alto mare, tirando a golfo

lanciato dal capo Creus alle isole di Hyeres, allora disabitate pel

continuo infestamento dei pirati musulmani[196]. Francesco aveva

preveduto il tiro degli avversarî: e non volendo scapitar di

riputazione, nè smentire il nome di gran cavaliere, che tutti gli

davano, impegnò parola reale e diè fede pubblica di libero transito per

terra e per mare a chiunque avesse voluto seguire il Pontefice; e molti

della famiglia ne fecero la prova, passando anche per terra con carri e

bagaglie senza molestia, anzi ricevendo in ogni parte da tutti e

specialmente dai regî ministri cortesie e favori[197].

Intanto il convoglio traversava di lungo il golfo Lione, navigando tra

cielo e mare due giorni e due notti. Secondo il costume militare, la

mattina gli ufficiali riconoscevano la presenza e posizione di tutti i

legni, issavano le bandiere, mutavan la guardia della diana, pigliavano

l'amplitudine del sol nascente, la declinazione della bussola, la rotta

corretta: appresso il servigio di lavanda e di nettezza. Sul mezzodì

segnavano i rilievi del sole in altezza, e con essi la latitudine

precisa e l'ora di bordo. La sera alla preghiera in comune[198]: e dato

il nome di riconoscimento per la notte, i viaggiatori metteansi al

riposo, ed i piloti vigilanti guidavano pel corso degli astri i navigli

al loro destino. In ogni tempo l'altezza del sole e delle stelle,

specialmente delle polari, hanno dato ai naviganti la latitudine: e

sempre la culminazione della luna, le sue distanze dalle fisse, le

effemeridi e gli orologi, han dato più o meno precisa la longitudine; e

quindi il punto di bordo corretto, secondo la stima e secondo

l'osservazione. Prima del sestante usavano la balestrina e l'astrolabio,

prima dei cronometri le ampollette e la clessidra, e prima della bussola

il pinace. Con questi argomenti dettero precetti Tolommeo ed Ipparco;

senza cronometri e senza sestanti Colombo scoprì l'America; e calcolando

sulle stelle Annone, Palinuro, Tifi, e tutti gli antichi navigarono in

altura. A questo proposito non posso tacere di un fatto recentissimo,

che conferma l'altro antichissimo da me già stampato intorno al Pinace,

o bussola pelasga[199]. Un bravo capitano A. Grubissich del Lloyd

austriaco, venendo dalle Indie nel 1872, ed essendoglisi impazzate tutte

le bussole di bordo, costruì tale uno strumento che ne faceva le veci,

tuttochè privo dell'ago calamitato: insomma navigò in altura col Pinace

alla maniera dei Pelasghi. Tanto è vero che gli uomini, messi nella

medesima necessità, ritornano sempre alle stesse cose! L'ingegnoso

ripiego del Grubissich parve così importante alla commissione marittima

di Trieste, che ne volle pubblicata la regola per governo dei capitani

in caso simile; e il Direttore della Gazzetta ufficiale del regno per la

stessa ragione la fece ripetere in Italia[200] Ma che? Forse forse dalle

osservazioni astronomiche e dirette ogni giorno non riconosciamo noi le

variazioni della bussola magnetica, e le anomalie ordinarie, e le

perturbazioni eccezionali, e le irregolarità prodotte dai luoghi, dai

tempi, dai metalli circostanti, e da tante altre influenze non

altrimenti correggibili se non coll'ajuto degli astri? Dunque il Pinace

aggiustato al sole ed alle stelle risponde sempre come bussola

astronomica: e la bussola magnetica (certamente di gran comodità per

tutti, massime pei rozzi timonieri) non è stata nè sarà mai di assoluta

necessità pei grandi marini. Di' lo stesso d'ogni altro strumento

novello, e intenderai meglio l'arte nautica degli antichi maestri[201].

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 72 / 177 题