La contessa.
-- È simpatica, non è vero? -- Domanda l'Olivieri all'amico, ancora sulle
scale, appena usciti dal salottino della signora Eugenia.
-- Simpaticissima! E per la retribuzione, per l'onorario, come si fa?...
Vuol dire che ci penserai tu; combinerai tu, a mio nome.
-- Ci sarà poco da pensare e da combinare. La signora Eugenia, con me, ha
già parlato chiaro. «Sono contentissima di poter fare anch'io un po' di
bene, di poter essere un po' di mamma per questa bambina così sola; ma
intendiamoci; nient'altro che questo! Ormai sono milionaria: non fò più
la maestra.»
Il Roero scrolla il capo:
-- Allora... è un impiccio, una seccatura! Quella signora non vuol
accettar regali perchè non può ricambiarli, e pretenderebbe che io quasi
scroccassi da lei il suo tempo e le sue lezioni!
-- Non inquietarti; potremo mettere d'accordo la sua fierezza e la tua.
Io la chiamo, scherzando, la calamita dei vedovi! Ha sempre d'intorno un
paio di vedove o di vedovi di famiglie decadute, disgraziatissimi,
ammalatissimi, con numerosissima prole tutta piccolissima, pieni
d'appetito e di pudibonda timidezza: ebbene, fisserai, le darai una
sommetta mensile per i suoi vedovi. Essa capirà, accetterà lo stesso, e
li spenderà tutti, te lo assicuro!
-- Va bene; farò così. Ma... e Lulù? Se Lulù, contro tutte le nostre
previsioni, non volesse saperne di quella _cignora_?
-- La signora Eugenia ha tanta pratica; ha tanto tatto! Speriamo. E poi,
adesso l'hai vista; puoi giudicare tu stesso.
-- Che bella faccia, attraente!
-- Quelle son le donne!... Le vere donne!... La provvidenza!
-- Quelle, sì; come la signora Eugenia, non come la Fáni! -- Mormora
Francesco tra sè.
Il pensiero della Fáni, che è stato per un momento sotto gli altri, ma
che è sempre vivo e dominante nel suo cuore, è spinto a galla da un
grande sospiro. Egli continua a camminare silenzioso per un lungo tratto
di strada, poi d'improvviso, e toccando nel gomito il compagno, gli dice
a mezza voce:
-- Sai che cosa farò?
-- A proposito della signora Eugenia o di Lulù?
-- No; a proposito della baronessa Stefania.
-- Ah?... -- L'avvocato cambia subito d'espressione, sogghigna, ritorna
ironico.
-- Non voglio più mettere i piedi in casa Arcolei; ma ho l'obbligo di
salvare almeno certe apparenze.
-- Naturalmente!
-- Oggi, sarebbe il suo giorno di ricevimento; ma invece oggi non c'è,
perchè è di turno all'ospedale. È nella Commissione delle dame
visitatrici. Io, per altro, non sono obbligato a saperlo: vado, non la
trovo e lascio il mio biglietto. Un altro giorno, invece dell'ospedale,
ci sarà la visita a qualche asilo, oppure seduta al Consiglio direttivo
delle Piccole Suore, o la conferenza di monsignor Flamberti al Sacro
Cuore: torno, e le lascio un altro biglietto. Andrò qualche sera, quando
sono ben sicuro che è a teatro, e appena mi fosse possibile di affidare
Lulù alla signora Eugenia, vado a finire l'_Arianna_ a Bordighera o a
Mentone. Va bene così?
-- Va benissimo; ma, per altro, fa tutto ciò che vuoi fare, senza
pensarci troppo. E adesso?... Io devo andare in tribunale, e tu?
-- A casa, a far colazione. Ma prima vieni con me a prendere una bambola.
_Titi_ ormai è tutta rotta, sudicia. E pensa che certe volte mi tocca
anche di baciarla! Sai dove si vendono le bambole, quelle proprio belle,
ben vestite?
-- Dalla Bellotti, sotto la Galleria. Ne ho presa una a Natale per una
mia nipotina; ha fatto furori!
Il Roero compera una bambola magnifica; la più bella che ha la Bellotti.
È una bambola elegantissima, vestita color celeste, con un gran
cappellone celeste, abbigliata, pettinata, messa in tutto punto, proprio
come una vera signora. Il Roero l'ha scelta apposta con gli occhi
nerissimi, coi capelli nerissimi e con la piccola testina rotonda come
Lulù.
Somiglia a Lulù!
-- Così, -- dice sorridendo all'Olivieri, -- farò felice quel demonietto!
Lulù, per oggi almeno, sarà tutto il giorno occupata colla sua bambola,
mi lascierà in pace e si metterà di buon umore per quando verrà la
signora Eugenia.
Francesco Roero, quando torna a casa, trova Lulù seduta sotto il
pianoforte, nel salotto, in istrettissimo colloquio con _Titi_.
-- Dove sei?
La bimba si curva e rimane tutta raggomitolata per nascondersi e per
farsi cercare.
-- Che cosa fai li sotto?... Ti vedo!... Vieni fuori!...
Lulù non risponde, ma alza il capo, spinge innanzi il visino e lo fissa
con gli occhi ridenti.
-- Vieni qui! Vieni fuori!
-- Più Lulù!... Lulù andata a _cagia_.
-- Ma no che non è andata a casa!... Se la vedo! Guardala lì!
-- _Titi_, andata a _cagia_! -- Esclama Lulù con un piccolo grido di
allegrezza, come un uccellino che trilla sbattendo le ali.
-- Ha fatto benissimo, perchè non si lavava mai la faccia.
-- Brutta, _Titi_!
-- Da brava! Da brava! Vieni qui, presto! Vieni a darmi un bacio.
La bimba continua a fissarlo sorridendo... si strascica carponi, poi si
rizza di colpo e corre precipitandosi contro le gambe del Roero.
-- Un bacio!... Non mi dai nemmeno un bacino?
Ella fa cenno di no, stringendo gli occhi... ma subito con un nuovo
grido di allegrezza, abbassa la testina, solleva i capelli, e riceve il
piccolo bacio sul collo. Poi lo guarda tenendosi colle mani aggrappata
alle sue gambe:
-- Sei venuto in _carroccia_?... Perchè?
-- Oh bella! -- Francesco è maravigliato. -- Come hai fatto a capire che
sono venuto a casa in carrozza?
La bimba invece di rispondere ripete la domanda:
-- Sei venuto in _carroccia_?... Perchè?
-- Perchè... non ero solo. Ero con... con una signora!
Lulù si ferma, ritta su due piedi, aggrottando le ciglia.
-- Una bellissima signora! Che rassomiglia a Lulù! -- Soggiunse in fretta,
il Roero.
In quel punto si ode una grande scampanellata, e Giovanni sollevando la
portiera si presenta sull'uscio serio serio, coll'aria di annunziare una
visita d'importanza:
-- C'è di là una signora... francese; una signora contessa appena
arrivata da Parigi. Ha domandato se qui ci sta una certa signorina Lulù,
e vorrebbe farle una visita. La faccio entrare?
-- Certamente! Certamente! Non bisogna far aspettare le... le contesse di
Parigi! -- Il Roero osserva con un po' di inquietudine Lulù, rimasta
immobile con gli occhi sempre fissi verso l'uscio e le ciglia
aggrottate.
Giovanni, uscito appena fatta l'ambasciata, rientra subito con la Luisa
tenendo ciascuno la bambola per una mano e facendola avanzare a piccoli
passettini.
-- Ecco la signora contessa di Parigi.
-- Guarda, Lulù, che bella signora!
-- Ha i capelli neri come i tuoi! Ha gli occhi, guarda, come i tuoi! Ti
rassomiglia! -- Continua a ripetere il Roero, mentre Luisa e Giovanni
fanno saltellare la bambola dinanzi a Lulù.
-- È una gran dama, venuta apposta da Parigi per far visita alla
signorina Lulù! Una contessa, nientemeno!
Ma Lulù indietreggia sempre finchè urta e si ferma con le spalle contro
una poltrona: allora quando ha la bambola vicina, la respinge con un
moto di dispetto, mentre con un braccio si nasconde gli occhi per non
vederla.
-- No! Non voglio _conteccia_!... Via! Va via! -- E la bimba, pestando i
piedi, strillando, prorompe in un pianto dirotto.
Padrone, servitore e bambinaia si guardano maravigliati e quasi
mortificati da quel mal esito inaspettato.
-- Forse la crede proprio un'altra bambina come lei, ed è gelosa!... --
Osserva la Luisa.
Ma il Roero comincia a sbuffare e a perder la pazienza.
-- Guarda! È una bambola!... Una bambola come la _Titi_! L'ho presa
apposta per te!... È tua!... Prendila! È tua!
Non c'è verso! Lulù non vuol guardar la bambola e continua invece a
respingerla furiosamente, a battere i piedi per terra, a strillare
sempre più forte.
-- Finiscila, vivaddio! Finiscila o ti mando subito dalla signora
Carlotta!
Oh sì! La bimba si mette a strillare ancora più di lena.
-- Cattiva! Peste! Sei una peste! -- Grida il Roero addirittura furibondo.
-- Lasciamola qui sola, finchè si è sfogata! Finchè ha perduto il fiato!
Andiamo, Giovanni, presto!... La mia colazione.
Ma appena rimasta sola con la Luisa, Lulù si calma come per incanto e il
suo visino e i suoi occhi non hanno quasi più traccia di tanta collera,
di tanto dolore, nè di tante lacrime sparse. Ella guarda la bambola che
Giovanni, prima di uscire, ha messo in piedi in un angolo del canapè,
poi guarda la Luisa:
-- Brutta... _conteccia_!
-- Ma no, invece, che è bella, molto bella!... Guardala bene! Non hai
voluto nemmeno guardarla!
Lulù lentamente si avvicina al canapè fissando, divorando la bambola con
gli occhi. Ma è ancora adirata contro la bella signora di Parigi
capitata in carrozza col suo amico, perchè mentre l'osserva attentamente
si dà l'aria, come per farle dispetto, di disprezzare tutto ciò che più
l'ha colpita e la colpisce nella sua sfarzosa toletta.
-- Brutto... cappellino!
-- È molto bello invece! Guarda che bella piuma! Proprio all'ultima moda!
-- Brutte... scarpine.
-- Ma no!... Sono scarpine verniciate! Nientemeno! E che belle calzettine
di seta!
-- Brutte... calzettine!
-- Ma tu, dimmi, -- le domanda la Luisa, accarezzandola, dandole un bacio,
mentre Lulù appoggiata in piedi al canapè, fissa sempre la bambola, --
dimmi la verità, tu, appena l'hai vista, l'hai creduta una bambina,
proprio una bambina vera, viva, come te?... Invece no, guardala bene:
non vedi che non si muove?.. È un regalo che ti ha portato il signor
padrone!
-- Cattivo... _quello là_!
-- Ma si dice _quello là_, al signor Francesco? -- La Luisa non può
tenersi dal ridere.
-- Brutta _conteccia_! -- Continua a bisbigliare la bambina, ma adesso
l'espressione del viso non corrisponde più alle parole. La guarda cogli
occhi incantati, si arrischia, comincia a toccarla... le tocca, le tira
un ricciolo di capelli. -- Sono proprio capelli veri! Allora Lulù va in
estasi; salta sul canapè, prende in braccio la bambola e vuol levarle
subito il cappellino.
-- Mia... _conteccia_!
-- Sì; è tua.
-- Porto _cagia mia_.
-- Sì, puoi portarla a casa tua, puoi portarla dove vuoi!
Lulù si stringe la bambola contro il petto e le imprime un gran bacio
sulla faccettina di _biscuit_ in segno di riconciliazione e di amicizia,
ma più ancora in segno di conquista, di possesso, e subito scivola giù
del canapè, sempre colla sua puppattola ben stretta fra le braccia,
attraversa trotterellando il salottino e corre nello studio a cacciarsi
sotto la scrivania dove ha la sua seggiolina e c'è il lettino, il
carrettino di _Titi_, dove ha _la cagia sua_ e dove la signora Eugenia
quando viene verso le quattro, come ha promesso, la trova ancora tutta
intenta e occupata colla sua _conteccia_.
La signora Eugenia, appena entra nello studio accompagnata dal Roero, va
direttamente verso la scrivania, e curvandosi per avvicinarsi a Lulù e
sorridendo, si mette subito a discorrere come se già si fossero
conosciute da un pezzo.
-- Son venuta per vedere se quella signorina lì, -- e indica la
puppattola, -- sa ben contenersi, se è savia, oppure se fa capricci.
Lulù seduta sul panchettino colla sua bambola in grembo che adesso
dorme, stanca di visite e di ricevimenti, caccia innanzi la testina
sotto la scrivania e cogli occhioni neri lucenti, guarda fisso quella
signora che le parla con tanta naturalezza, con tanta confidenza, senza
volerla subito abbracciare, nè voler darle subito dei baci.
Il lungo esame è riuscito certo favorevole alla signora Eugenia. Lulù,
quando ha finito di guardarla, le indica la bambola e le impone silenzio
col ditino:
-- Dorme.
-- Allora zitti, tutti zitti! Bisogna far pianino pianino! -- Bisbiglia la
signora Eugenia, sommessamente.
-- Dorme, -- ripete Lulù, contentissima di essere secondata in quell'idea,
e così il primo incontro passa tranquillo e sereno, come nessuno avrebbe
mai osato sperare.
Il Roero è soddisfattissimo:
-- Brava! Molto brava! È certo anche la sua voce così dolce, così
armoniosa, che fa subito colpo sui bambini e che li persuade.
-- Oramai il passo più difficile è andato bene! -- Risponde sottovoce la
signora Eugenia, rizzandosi sorridendo.
Ella è un po' rossa, accesa in viso e il suo occhio sempre così calmo e
sicuro sfugge, adesso, quello del Roero. Il trovarsi a un tratto e con
tanta intimità nello studio del giovine letterato, le fa una forte
impressione che non può del tutto nascondere. Guarda in giro curiosa ed
estatica, osservando ed ammirando.
-- Segantini e Favretto? -- Esclama vivamente indicando i due quadri
famosi.
-- Sì.
La signora Eugenia continua a guardarli a guardarli, ma non aggiunge
altro. Il suo entusiasmo si esprime tutto cogli occhi in un sentimento
quasi di devozione... e non ha parole.
Come scotendosi da quell'estasi, soggiunge soltanto:
-- Ella deve scrivere delle gran belle cose in questo studio, in
questo.... ambiente. -- E torna subito vicino a Lulù, curvandosi
vivamente per vederla sotto la scrivania.
-- Dorme ancora?
-- _Ci_; ma adesso si sveglia.
-- Allora vieni un po' qui! Lasciamela vedere!
Il Roero spinge una poltrona verso la signora Eugenia, che siede
ringraziando con un cenno del capo. Lulù le porta subito la bambola
sulle ginocchia e vi si appoggia anche lei liberamente.
-- E come si chiama questa bella signora?
-- La mia.... _conteccia_!
-- Non si parla così. Bisogna pronunziar ben chiare le sillabe:
_Con-tes-sa_, colla doppia esse, _ssa_. Proviamo insieme: Con-tess....
-- Con-tessa!
-- Brava! Ma brava la mia Lulù! Allora giacchè sei tanto brava, mi darai
anche un bel bacio!
La bimba alza il visetto e subito le scocca un bacio sulla bocca, in
fretta, non volendo perder tempo.
La signora Eugenia rizzando la bambola e tenendola in piedi sulle
ginocchia, si effonde in grandi ammirazioni.
-- Che cappellino magnifico! E anche le sottane di battista ricamata?...
Oh, oh! Ma che lusso!
Gli occhi della bimba sfavillano di gioia.
-- Ma sai che il signor Francesco è molto buono? Lo hai poi ringraziato,
proprio bene, per averti fatto un così bel regalo?
Il visino di Lulù s'intorbida un istante: non ha ancora perdonato a...
_quello là_, e colla sua furberia evita di rispondere.
-- Dorme più... _conteccia_!
-- Da brava! Da brava! Pronunzia bene la doppia esse come ti ho detto!
Con-tess...
-- Con-tessa! -- Ripete la bimba con uno de' suoi piccoli gridi di
allegrezza.
-- Dunque, dimmi, lo hai ringraziato il signor Francesco?... Ricordati
che il signor Francesco ti vuol molto, molto bene.
Lulù torna a oscurarsi e le sue labbra hanno un leggero tremito, finchè
il Roero prendendola in braccio esclama ridendo:
-- Facciamo la pace!... Facciamo la pace!
La bimba ride, gli si attacca al collo, lo stringe forte colle braccine,
lo soffoca, gli tira i capelli, gli dà le botte, lo copre di baci.
La signora Eugenia riman lì come estatica e cogli occhi lucenti a
guardare il Roero, a guardare Lulù. Quel «giovane papà» così buono, così
affettuoso per quella bimba non sua... quella bimba così bella e così
intelligente alla quale hanno ucciso il babbo, e che non ha la mamma,
commuovono il suo cuore profondamente, esaltano la sua fantasia un po'
romantica.
-- E _Titi_? E _Titi_? -- Domanda dopo un momento, riprendendo il suo
ufficio, la sua parte di maestra. -- Adesso mi farai vedere anche _Titi_?
Lulù la guarda attonita per un istante: se n'era affatto
dimenticata!..... Ma soggiunge subito, già coll'istinto femminile,
volendo giustificare il proprio oblio:
-- _Titi_..... brutta!... Cattiva!
-- Se è brutta è una disgrazia e perciò bisogna anzi volerle bene anche
di più.
-- Cattiva!
-- Cattiva no, non può essere! Qui non ce ne sono di cattivi! I cattivi
sono tutti lontani lontani, noi non ne conosciamo di cattivi!
Ciò persuade molto e va molto a genio alla piccina:
-- Lulù... buona!
-- Sì, anche tu sei buona, e adesso andremo insieme a cercare la _Titi_.
La signora Eugenia, prima di entrare nello studio per incontrarsi con
Lulù, si era informata di tutto, e aveva già visto nel salotto, dov'era
la vecchia bambola.
-- Vuoi che andiamo insieme a cercarla?
-- _Cì!_
-- Ricordati; pronuncia bene la esse: _ssì_! Hai capito?
-- _Cì!_
La bimba, che le ha presa la mano, tira di forza la signora Eugenia nel
salottino dove, sotto il pianoforte, giace distesa la povera _Titi_
senza una gamba e tutta a sbrendoli.
Lulù, fiera della sua _Contessa_, non vuol più saperne.
-- Brutta!... Brutta _Titi_!
-- Oh povera _Titi_! Povera la mia _Titi_! -- La signora Eugenia con un
accento di dolore e di grande commiserazione, raccoglie la vecchia
bambola e torna a sedersi accarezzandola, cercando in qualche modo di
aggiustarla.
Lulù si ferma ritta, immobile, sempre colla bella _Contessa_ stretta fra
le braccia, osservando la signora Eugenia.
-- Povera _Titi_! Povera la mia _Titi_!... Chissà che dolore non aver più
le carezze, non aver più i baci di Lulù!
-- Brutta! -- Ripete forte la bimba, per vincere col disprezzo l'interno
rimorso.
-- Brutta perchè Lulù non le vuol più bene!... Ma prenderò io a volerle
bene, e tornerà bella. Adesso me la porto con me, vado a comperarle un
bel cappellino; con una stoffa tutta a fiori, che ho a casa, le farò un
magnifico vestitino nuovo, e quando sarà pulita e ben pettinata, e avrà
ancora tutte e due le sue gambine, verremo qui insieme a trovarti e tu
ritornerai a volerle bene. Quando dobbiamo venire?
-- _Stacera!_ -- Esclama subito Lulù.
-- No, _stassera_, -- e la signora Eugenia ripete apposta le _esse_, --
stassera è troppo presto. Non posso aver finito il vestitino. Verrò.....
domattina. Sei contenta?
-- _Cì! Cì!_
-- No! Pronunzia bene la esse. _Sss..._
-- _Sss... cì._
-- Cara! -- La signora Eugenia le stampa un gran bacio sulla testolina
rotonda in mezzo ai capelli nerissimi, fitti fitti e odorosi, mentre il
Roero rimane sempre più stupito vedendo quel demonietto selvaggio così
presto addomesticato, così tranquillo e ubbidiente.
-- Anche il cappellino a _Titi_?
-- Anche il cappellino.
-- Anche le scarpine a Titi?
-- Sicuro, povera _Titi_! Le prenderemo anche un paio di scarpine nuove.
Come le vuoi? Di pelle nera o di pelle gialla, come ora sono di moda?
Lulù non risponde: sempre appoggiata alle ginocchia della signora
Eugenia, alza gli occhi fissandola, mentre si prende un piedino con una
mano:
-- Anche il mio papà... porterà belle scarpine nuove.....
Poi, dopo un momento, soggiunge scrollando dolcemente la testina:
-- _Stacera_ no!... No, _stacera_... Dopo... domani!