?.....
Francesco Roero dopo il duello si chiude in casa, senza ricevere, senza
farsi più veder da nessuno. Ha sempre fissi dinanzi a sè, gli occhi
stravolti del morente, la macchia rossa che si allarga, sente sempre
l'odor del sangue. D'ora in ora, la solitudine, l'abbattimento, la
stanchezza, lo rendono sempre più nervoso e più inquieto. È
un'inquietudine, è un terrore quasi fantastico del reale, del
presente..... e dell'al di là! È il terrore di quel sangue, di quegli
occhi, dell'anima stessa, del fantasma di quel morto; e lo turba, lo
agita pure il pensiero di un processo, di una condanna... Forse la
prigione!
-- È stato ammazzato un uomo! Abbiamo ammazzato un uomo!
E Stefania? Com'è lontana oramai! E ieri, soltanto ieri era lì, proprio
lì, seduta dinnanzi alla scrivania!
L'idea della notte, di passar tutta la notte così solo, colla visione di
quel duello, di quel sangue, di quegli occhi, lo spaventa.
Suona, chiama Giovanni, il servitore:
-- Va subito in cerca dell'avvocato Olivieri; adesso lo troverai
facilmente alla _Patriottica_; e del dottor Sellero. Non mi sento bene.
Fa presto!
Il dottor Sellero è pure il dottore di casa Arcolei: gli chiederà un
calmante per la notte e indirettamente anche le notizie di Stefania.
-- Non una parola, nulla, in tutto il giorno!
L'Olivieri è un giovine avvocato, molto amico del Roero.
-- Mi farà un po' compagnia e intanto mi consiglierò; sentirò che cosa
devo fare. È stato ammazzato un uomo!... Abbiamo ammazzato un uomo!
Ma il dottore si è recato a Vigevano per un consulto, e l'Olivieri è
impegnato in una seduta. Quando l'avvocato arriva più tardi, trova il
Roero già a letto:
-- Vuoi dormire, o ti senti poco bene?
-- Non sto bene. Ho fatto chiamare il medico, ma è a Vigevano.
-- Hai pranzato?
-- No. Non ho fatto nemmeno colazione.
L'Olivieri prende il lume dal tavolino per guardar meglio in viso
l'amico; gli fa qualche domanda, lo studia attentamente, poi rimette il
lume a posto, sorridendo:
-- Tu hai in corpo una paura indiavolata!... Sei rimasto molto
impressionato; sei un uomo di cuore, è naturale! Ma invece di muoverti,
di cercare di distrarti, sei rimasto tutto il giorno solo, chiuso in
casa, senza parlare, senza mangiare, e i nervi han preso il sopravvento!
Lascia stare il dottor Sellero a Vigevano, chè alla tua cura penso io.
Una buona cena e un paio di bicchierini di marsala. In quanto al
processo... Non pensarci nemmeno!
-- Ma... è stato ammazzato un uomo!...
-- No; un uomo è rimasto ucciso in duello, il che è ben diverso. Anche
per la Giustizia è come per l'arte: tutto, caro mio, sta nella forma. Si
farà un processo, certamente, e il Bonaldi verrà anche condannato a
parecchi mesi di detenzione che sconterà..... con una prossima amnistia.
-- Per il Bonaldi è anche giusto; è stato provocato, è stato offeso e, in
fine, s'è battuto lealmente mettendo in gioco la propria vita come
quell'altro... che l'ha perduta. Ma noi? Noi abbiamo fatto ammazzare un
uomo e non abbiamo arrischiato nulla!
-- Tu non sei andato a cercarlo questo Savoldi, questo tuo Nespola!... Ti
è caduto sul capo come una tegola! Accomodare la questione pacificamente
era impossibile; dunque?... Rimorsi non ne devi avere. I padrini, quando
sono in regola colla propria coscienza, non hanno nessun conto da
rendere nemmeno alla legge. Su, su, coraggio! _Recipe_, una buona cena;
e se non basta il marsala per infonderti un po' di color roseo nella
fantasia, fa portare una bottiglia di _champagne_.
-- Se mi fai compagnia.....
-- Perchè no?
-- Allora mi alzo subito, e intanto mando Giovanni al _Rebecchino_.
Fuori, stasera, non voglio farmi vedere.
L'avvocato scoppia in una risata:
-- Fai benissimo! C'è Nicoletto Loreda che si fa vedere anche per te. Io
l'ho visto da lontano descrivere il duello: capivo dai gesti, dalle
mosse! L'ho visto sul Corso, al Cova, al _bar_, e l'ho sentito dal
parrucchiere. Adesso, poco fa, alla _Patriottica_, descriveva ancora,
con delle spaccate tremende!... Ma, ormai, non ha più voce!
-- L'opinione pubblica, per chi è? Che cosa dice la gente?
-- È favorevole al vivo.
-- E... in casa Arcolei?
-- Con questo duello il Bonaldi e la _Difesa_ hanno acquistata molta
autorità e forza: ciò, naturalmente, farà gongolare don Giulio, che per
altro si guarderà bene dal dimostrarlo.
-- E... io?
-- Tu?
-- Sì. Credi che io sarò ricevuto bene, come prima, in casa Arcolei?...
-- Ecco, ciò dipende dal grado, diremo, di stima e di simpatia che può
aver per te la signora baronessa. Tu solo, mio caro, sei in grado di
sapere fino a che punto ella può esser disposta a chiudere un occhio.
Perchè è così: in faccia a casa Arcolei, alla sua corte e al mondo
milanese tu, con quel tuo Nespola sanculotto, ti sei abbastanza
incanagliato.
Il Roero comincia a cenare svogliatamente, ma poi, a mano a mano,
acquista un ottimo appetito. Anche lo _champagne_ e l'allegra parlantina
dell'avvocato fanno il loro effetto, e però, quando dopo la mezzanotte
egli torna a letto, si addormenta subito e placidamente. Ma verso le
quattro si desta di colpo sussultando, e si rizza a sedere sui cuscini
col respiro rotto, affannoso, col cuore che gli batte furiosamente,
colla fronte madida di sudore.
-- No, no, no, io non ho fatto il mio dovere! Io non sono in regola colla
mia coscienza! Io dovevo imporre condizioni meno gravi, io dovevo far
valere l'inferiorità fisica del povero Nespola in confronto del Bonaldi!
Invece io ho accettato in fretta e in furia tutto ciò che proponevano il
Faraggiola e l'Estensi in vantaggio del loro primo! Io non ho pensato
nemmeno a quel povero disgraziato che mi aveva affidato il suo onore e
la sua vita! Io non ho pensato che alla Fáni, a ciò che quei due
avrebbero riferito, avrebbero detto di me alla Fáni... Ed io quell'uomo
l'ho fatto ammazzare; l'ho lasciato ammazzare per la Fáni!
Nel buio della camera ecco ancora riappariscono gli occhi stravolti, la
gola squarciata dalla larga ferita e nel silenzio profondo risuona
l'urlo terribile della convulsione e della morte:
-- Lulù! Lu... lù...
Era la disperazione, era il delirio!
-- Lulù! Lu... lù...
Che contrasto strano, doloroso, persino ironico, questo grido, questo
nome, il nome di un cane, di una bestia su quella bocca sformata che
vomita sangue, che spasima, che si torce nell'agonia!
-- Lulù? La cagnolina, l'unico affetto del povero Nespola! Gli ho
promesso di custodirla, di tenerla con me! Gliel'ho promesso e lo farò!
Giuro che lo farò! Ma dove trovarla? Dove sarà? Nespola rideva,
scherzava sempre su tutto, su tutti! Forse è uno scherzo anche Lulù!
Nella cameretta che il Savoldi teneva alle _Tre Spade_ -- tutta casa sua!
-- Lulù non c'era. Non c'era niente in quella povera camera lontana; una
topaia su, all'ultimo piano! Avevano trovato un pettine e un berrettino
da viaggio; due solini staccati, uno sudicio ed uno nuovo... Poi
nient'altro che giornali e mozziconi di sigari. Un gran puzzo, un tanfo
di sigaro spento.
-- Lulù? Forse è stato uno scherzo e non esiste nemmeno! Oppure, chi sa,
Lulù è presso qualche donna.... presso un'amica, un'amante di quel
povero diavolo! In tal caso devo cercarla, devo prenderla con me; l'ho
promesso!
Francesco a poco a poco si calma; il suo respiro, i battiti del suo
cuore si fanno più regolari. Egli torna a tirarsi giù, sotto le coperte,
a stendersi nel letto, e continua a pensare:
-- Domani, andrò di nuovo alle _Tre Spade_. Domanderò all'albergatore di
questa Lulù; forse egli saprà dirmene qualche cosa. E poi pagherò il
conto del Savoldi. E se quel povero diavolo ha lasciato altri debiti li
pagherò. Voglio che la sua memoria sia rispettata. L'Olivieri penserà al
funerale, che si farà a mie spese...
..... Gli occhi di Nespola non sono più minacciosi. Nespola ringrazia,
scoppiando al solito in una grande risata e il Roero, a poco a poco, si
addormenta tranquillamente.
Ma la mattina dopo il suo primo pensiero non è di correre alla locanda
delle _Tre Spade_ in cerca di Lulù, è di mandare in portineria nella
speranza di trovare un bigliettino, un libro, qualche cosa che gli sia
mandato da Stefania. Stefania accorta e prudente, anche quando è
innamorata, non gli ha mai scritto e il Roero non aspetta certo una
lettera, ma due righe, una parola, un cenno soltanto, per fargli capire
ch'ella è in collera, che lo ama sempre.....
Niente. Di Stefania, niente: non ha scritto, non ha mandato un libro, il
segno d'intesa che è sola in casa verso le sei, prima di pranzo e che lo
aspetta a quell'ora senza fallo; non ha mandato nessuno.
-- È troppo presto ancora; verrà qualcuno più tardi. Ieri non mi ha
veduto in tutto il giorno, ma ieri sera mi ha certo aspettato come al
solito. Perchè si sarebbe cambiata? Che cosa ho fatto? Che delitto ho
commesso? Ho fatto da padrino ad un giornalista mezzo repubblicano che
ho conosciuto molti anni fa! Ciò può aver urtato don Giulio; non lei.
Lei sa benissimo che io non sarò mai un codino.... E per quanto abbia
detto, predicato, non è mai riuscita a farmi ammirare suo marito! Un
grand'uomo perchè sa non far niente e perchè non parla! Io sono un
artista, uno scrittore; ho altri ideali, altri doveri! Non sono un
imbecille ieratico sullo stampo del suo Estensi e del suo Faraggiola!
Chi sa, però, come questi due sapranno valersi dell'occasione per
screditarmi e per guadagnar terreno. Sono invidiosi, gelosi; qualche
cosa hanno dovuto subodorare e mi odiano... Ma la Fáni con me, ormai...
E venuta qui... È stata qui, vivaddio; qui in casa mia! Certo questa
volta mi scriverà o mi farà dir qualche cosa!
Presentarsi in casa Arcolei senza un avviso di Stefania, non si
arrischia per via di don Giulio:
-- Se don Giulio mi fa uno sgarbo?... Se non mi riceve?... Scrivere io a
Stefania?...
Impossibile. Stefania gli ha proibito di scrivere, per qualunque motivo,
assolutissimamente.
Non c'è altro dunque che aspettare e il Roero aspetta e non si alza da
letto: dormendo, il tempo passa più presto e spera in cuor suo d'essere
svegliato da un messaggio di casa Arcolei.
Chiude gli occhi, ma tende ansioso le orecchie ad ogni passo, ad ogni
voce, ad ogni suonata di campanello.
Non può dormire; si volta, si rivolta. Mille pensieri lo agitano; gli
ritornano le inquietudini, le smanie come il giorno innanzi. Ha già
mandato Giovanni in portineria due, tre volte: niente! Si alza per far
colazione e strapazza il servitore, il parrucchiere, lo stampatore
venuto a portargli delle bozze. Poi, non ha ancor finito di far
colazione, pianta lì tutto e si veste per uscire.
-- Andrò in cerca di Lulù. Povera Lulù, mi vorrà più bene e mi sarà certo
più fedele!...
Ha già indossato il paltò, prende il cappello, i guanti, il bastoncino,
quando ecco Giovanni con una lettera; la lettera di Stefania!
Giovanni è ancora sull'uscio, la lettera è ancora sul vassoio, ma il
Roero è troppo innamorato per potersi sbagliare.
-- Chi l'ha portata?
-- Un servitore di casa Arcolei.
-- Aspetta la risposta?
-- No; è già andato.
Il Roero non esce più; si chiude invece nel suo studio colla lettera
tanto desiderata, tanto cara! Ma prima di leggerla, vuol goderla. Fa per
aprirla e ha timore di aprirla... teme ancora in un disinganno!... Oh,
il piacere di aspettare, d'indovinare, d'immaginare!
«_A Francesco Roero_
«_s. m._»
-- Non è una lettera; è un bigliettino soltanto!... Ma che importa? M'ha
scritto! Vuol dire che mi ama e vuol dire che la vedrò!
Sdraiato sul canapè continua a bearsi nel rileggere l'indirizzo dal bel
caratterino slanciato, ad angoli precisi, mentre il profumo che emana
dalla lettera dell'Arcolei, dapprima quasi impercettibile, si fa più
acuto, più penetrante...
«_A Francesco Roero_
«_s. m._»
Ad un tratto il cuore gli fa un sobbalzo; si rizza a sedere sul canapè:
-- Forse è un avviso di premura! Un appuntamento!... Vuol vedermi subito!
Straccia la busta che è grossa, fortissima, inglese: non è che un
semplice biglietto di visita di Stefania con un grosso punto
d'interrogazione scritto in lapis.
Francesco ha un impeto d'ira... poi, scrollando il capo, sorride con
amarezza:
-- Lei, lei, sempre lei! Sempre prudente e diffidente! Mai un abbandono
vero! Mai un impeto schietto del cuore! Civetta..... e sempre la scuola
dei gesuiti! Un punto d'interrogazione, che cosa vuol dire? Niente e
anche tutto!
?.....
«Perchè non sei venuto?... Perchè non ti sei fatto vedere? Perchè non
hai fiducia in me, perchè non credi in me?...»
Le domande continuano e Francesco si rasserena. Quel punto
d'interrogazione diventa appassionato, tenero, espressivo, eloquente più
di qualunque lettera. È la Fáni, tutta la Fáni, colla sua ombrosa
riserbatezza e la sua birichina furberia. E lei, lei, tutta la Fáni, che
è tornata lì, in casa sua, mezzo sorridente e mezzo in collera, col _no_
sulla bocca e il _sì_ negli occhi. È lei che lo ama, che lo cerca, che
lo irrita, che lo maltratta, e che lo calma e lo incanta con una sola
carezza.
«Son venuta qui, da te, e ancora dubiti del mio amore?»
Gli par di sentire la voce della Fáni calda, appassionata; gli par di
sentire il suo calore, la sua fragranza, nel profumo di quel
bigliettino.
-- Cara... cara...
E Francesco innamorato e beato bacia la busta, il cartoncino, bacia il
punto d'interrogazione, baciando insieme con trasporto, con delirio gli
occhi e la bocca della Fáni.
Ma l'innamorato ama e teme quegli occhi a volte sfavillanti, a volte
impassibili; ama e teme quella bocca giovine, rosea, dalle leggere
sfumature dorate su cui il sorriso languido e voluttuoso si muta a un
tratto in una freddezza imperiosa. Egli non si arrischia di presentarsi
inaspettato, in ore insolite, in casa Arcolei. La baronessa, ottima
amica e insieme ottima moglie, è osservante fino allo scrupolo di ogni
regola, di ogni abitudine sociale e, più che può, si mantien fedele
all'orario. Colpi di testa dunque, e colpi di scena, mai; improvvisate,
mai. Tutto a suo tempo, e c'è tempo per tutto.
Il Roero pensa e conclude:
-- Presentarmi di giorno, no. Se oggi avesse potuto vedermi, Stefania mi
avrebbe certo mandato anche un suo libro insieme al bigliettino. Andrò
stasera; un po' più presto del solito, per trovarla sola.
E il povero Nespola?... E i propositi della notte? Il Roero scrive in
fretta all'avvocato Olivieri per il funerale del giorno seguente: ed
anche il giorno seguente andrà alla ricerca di Lulù.
Intanto, frenando l'impazienza, egli aspetta che sian suonate le otto e
tre quarti prima di varcar la soglia dell'amata. Gli eletti e i
prediletti assunti, come il Roero, all'intima comunanza dell'adorazione
serale, giungono, quasi sempre, tra le nove e un quarto e le nove e
mezzo, partendo dal club o dal Cova, tutti insieme par farsi la guardia
l'un l'altro.
Il giovine poeta fa d'un salto lo scalone con l'ali a' piedi e il cor
giocondo, ma appena entrato in anticamera s'impunta e aggrotta le
ciglia.
Dall'attaccapanni, sotto due lucidi cilindri splendenti al gaz, e così
uguali che sembrano gemelli, pendono due pellicce, una lunga, una un po'
più corta. Stefania non è sola; ha certo avuto a pranzo il Faraggiola e
l'Estensi.
Il Roero, mentre attraversa l'appartamento seguendo i passi del
servitore, ha un travaso di bile e di gelosia, col ritorno dei più
cattivi pensieri: il duello, il povero Nespola, i suoi rimorsi.
Egli pensa fra sè, imbronciandosi sempre più:
-- Anche costoro vorranno farmi il processo! Anche donna Stefania e don
Giulio Arcolei; anche quel falso inglese del Faraggiola e quel piccolo
rogantino dell'Estensi! Ma stasera mi fo sentire!... Per Dio, non ho
paura di nessuno!... Se qualche volta mi lascio imporre dalla baronessa
Stefania è perchè è una donna... che mi piace! Ma adesso sono stufo,
stufo, stufo di tutta questa casa che sente di _patchouly_ e di
sacristia! Proprio oggi li ha invitati a pranzo.... senza di me!... E
tutti e due, perchè si son coperti di gloria!...
Povero Nespola!
-- Per di qua, signor cavaliere!...
Il servitore volta a sinistra e lo fa passare per la lunga fila di
stanze che conducono al salottino... delle indisposizioni di Stefania,
quello che precede la sua camera da letto.
-- Come?... La baronessa è ammalata?
-- Dopo pranzo s'è sentita poco bene.
Tale notizia è fonte di nuove inquietudini per il giovine commediografo.
Stefania non è mai indisposta, la sera, senza un perchè.... e senza
avere una vittima prestabilita.
Nel salottino, tenuto mezzo al buio dai grandi e fitti paralumi,
spiccano accanto al caminetto i bianchi sparati del conte Faraggiola e
del marchese Estensi, cioè di Carletto e di Manòlo, come i due testi
classici della moda sono chiamati familiarmente alla corte di Stefania e
nelle altre corti amiche. Don Giulio Arcolei, in piedi, appoggiate le
spalle alla caminiera, spiega loro il nuovo _piano regolatore_ della
città di Milano, messo in discussione quel giorno stesso al Consiglio
comunale.
Quando il servitore alza la portiera, don Giulio si volta verso l'uscio,
e veduto il Roero gli stende una mano dal suo posto, senza muoversi, e
coll'altra gli accenna di non far rumore. Francesco si avanza in punta
di piedi, e dopo aver stretta la mano a don Giulio, a Carletto e a
Manòlo, cerca, girando gli occhi, la padrona di casa. Essa è sdraiata,
tenendosi una mano sugli occhi, sopra una lunga poltrona mezzo nascosta
tra la finestra e una piccola scrivania, che luccica ai riflessi della
fiamma del caminetto.
-- Donna Stefania non si sente bene?
Don Giulio sospira:
-- La sua emicrania; ma questa sera è più forte del solito.
E continua a discorrere, sommessamente, del _piano regolatore_.
Francesco Roero, sempre in punta di piedi, si avvicina di alcuni passi a
donna Stefania: la bella signora abbassa un momento la mano dagli occhi,
sospira flebile, con un gemito, poi, allungandosi, riadagiandosi
riprende il primo atteggiamento.
L'autore di _Arianna_ intende il latino, fa un rispettoso saluto e torna
indietro, riavvicinandosi agli altri tre; ma anche lì rimane estraneo
alla conversazione, fuori affatto dall'orbita della intimità.
Don Giulio, che si sfoga e parla in privato a casa sua per tutto il
tempo che tace in pubblico, esaurito l'argomento del _piano regolatore_,
comincia quello non meno ripetuto della nuova _esposizione nazionale_.
Carletto e Manòlo ascoltano attentamente, approvando muti, coi cenni del
capo, e Francesco Roero, che si aspettava una sfuriata da tutta quella
gente, una strapazzata da parte della Fáni, e che si era preparato a
rispondere, a difendersi e, occorrendo, ad attaccare a sua volta,
dapprima si sente confuso, impacciato e anche intimidito da
quell'accoglienza inaspettata, da tutta quell'esagerata indifferenza, da
quel silenzio diplomatico. Ma poi, l'irritazione e il suo orgoglio
offeso riprendono il sopravvento. Si alza per andarsene e saluta don
Giulio con voce forte e risoluta:
-- Vi auguro la buona sera e vi prego di far le mie scuse a donna
Stefania. Domattina, se permettete, manderò a prendere le notizie. I due
personaggi muti; egli li saluta appena, freddamente, con un cenno del
capo e un addio.
I tre si guardano stupiti, e don Giulio, più di tutti e tre, rimane
maravigliato e quasi sconcertato da quella specie di ribellione di uno
dei più sommessi adoratori di sua moglie.
-- Ma come?... Non volete aspettare il tè?
-- Grazie. Non sono venuto per fermarmi. Volevo soltanto presentare i
miei ossequi a donna Stefania.
Si ode una vocina lontana, debolissima, che pare un lamento:
-- Signor Roero!...
Il Roero ha già stretto la mano accomiatandosi da don Giulio. Sentendosi
chiamare, si volta e si avvicina lentamente, inchinandosi e salutando,
per prendere commiato anche dalla padrona di casa.
Don Giulio si affretta a ritornare al suo posto presso il caminetto e
riprende il discorso, ma adesso a voce un po' più alta, mentre Carletto
e Manòlo sembrano ascoltare con sempre crescente attenzione. Nessuno dei
tre, finchè dura il colloquio tra Francesco e donna Stefania, spinge mai
gli sguardi indiscreti verso l'angolo oscuro dov'è seminascosta la
poltrona a sdraio.
Appena Francesco le è vicino, Stefania bisbiglia sospirando, senza
muoversi, senza alzare il capo:
-- Mi sono molto inquietata!... Sapete che mi fa tanto male!... Mio
marito è furibondo contro di voi!... Dio mio! Ah, Dio mio!
Un lungo gemito e una lunga pausa, una forte pressione colle dita alle
tempie per attutire lo spasimo.
-- Anche Manòlo e Carletto vi danno torto, molto torto.
-- Sono dolentissimo di sapervi poco bene.
-- Avete ricevuto il mio biglietto?
-- Cioè, il vostro segno.... grafico? Sì. Ho cercato d'indovinare.
Volevate dirmi di venire?... Per questo sono venuto.
-- No; volevo dirvi, invece, che non vi capisco.... proprio più.
-- Allora mi sono sbagliato nell'interpretazione.
La vocina della Fáni si fa più tenera, più flebile:
-- Dite di volermi bene e poi, invece....
Francesco, sempre in piedi, la guata cogli occhi torvi, le ciglia
aggrottate:
-- E poi?... Avanti! Spiegatevi.
-- E poi me lo provate, mettendovi con tanta leggerezza contro di noi. Vi
ripeto: non vi capisco proprio più.
-- Non mi capite, appunto, per un equivoco. Perchè dite _noi_? Io non amo
tutta la casa, compresi gli ospiti. Io amo voi, soltanto voi; voi.... al
singolare!
-- E ciò che cosa vuol dire?... Che non sapete amare! Siete ancora troppo
giovine; non sapete amare! Oh, se mi amaste veramente avreste un po' di
amicizia anche per mio marito, così buono, così retto, così giusto!
Avreste per lui stima e devozione! Quando si ama una donna, bisogna
ricordarsi bene che si devono tutti i riguardi a suo marito.
-- Io, invece, quando amo una donna, odio suo marito e tutti quelli che
le fanno la corte.
-- Perchè per voi l'amore non è poesia, sacrificio, ma egoismo, e non vi
preme nè la pace, nè la riputazione, nè la felicità della povera donna
alla quale dite e pretendete di voler bene. Il vostro amore, invece
della gioia segreta e suprema dell'anima, volete che sia per tutti una
disgrazia!..
Stefania sempre sdraiata gli stende la mano congedandolo:
-- Andate pure. Buona sera.
Francesco non si muove.
-- Buona sera. Adesso andate. Abbiamo parlato anche troppo fra noi soli,
a bassa voce. Del resto.... dipende ancora.... soltanto da voi. Non fate
altre sciocchezze; diventate serio, ragionevole, e non siate imprudente.
-- Sciocchezze non ne ho mai fatte! Imprudenze non ne ho mai commesse!
-- Tutti sono d'accordo nel mettere questo fatto, così doloroso, in
silenzio. Avete veduto anche i giornali più avversi al Bonaldi? Ne hanno
parlato pochissimo; ormai non ne parleranno più. Voi, da parte vostra,
fate altrettanto. Se non per risparmiare a me nuovi dispiaceri, almeno
per voi. Pensate alla vostra nuova commedia, così bella.... Non vi
conviene crearvi nemici. Anche se non lo meritate -- cattivo! -- io sento
che vi vorrò sempre bene, pur troppo!... Almeno come una sorella! Domani
mattina vado a messa a San Fedele. Buona sera e.... andate pure....
anche su qualche palcoscenico.... a far la corte alle prime donne.
Cattivo! Cattivo!
La bella sofferente fa un altro sospiro più profondo, coprendosi di
nuovo gli occhi languidi colla manina ingemmata.