I.

Una nuova strabiliante si sparse in breve per tutta la provincia. Nel

castello dei duchi di Fagnano era tornato il vero padrone e signore

colui che, condannato a morte dal governo dei Borboni, trenta anni

innanzi, come stregone e framassone, affiliato alla setta sorta in

Francia di coloro che volevano la uccisione dei re era evaso dalle

carceri e per lungo tempo era stato creduto morto, sicchè il fratello

aveva ottenuto di succedergli nel titolo e nei beni.

Tommaso, il vero duca di Fagnano, era stato investito dal governo

francese dell’ufficio di Commissario civile col nome di cittadino

Durier, e con tale nome era venuto in Napoli; non pertanto il governo

francese lo aveva riconosciuto per duca di Fagnano, e aveva officiato

quello di Napoli che al cittadino Durier naturalizzato francese,

fossero restituiti i suoi beni e il suo titolo.

Il giorno appresso alla presa del castello di Fagnano, era giunto il

Commissario civile che aveva seguito la colonna di spedizione. Era

un vecchio dall’aspetto triste ma benevolo che nel porre piede sullo

spiazzo in fondo al quale si ergeva il castello era apparso stranamente

commosso, e gli occhi gli si erano velati di lagrime nel vedere ancora

insepolti i tanti cadaveri di soldati e di uomini delle bande, i quali

attestavano quanta ferocia fosse stata la mischia.

— Orribile, orribile! — mormorava coprendosi gli occhi con le mani.

— Bisogna dare un esempio — disse un ufficiale francese che lo aveva

accompagnato — bisogna dare un esempio che resti impresso nella mente

di coteste popolazioni che son più belve che uomini.

— Perchè belve, signor capitano? — rispose il Commissario con viso

severo. — Son poveri ignoranti che nulla intendono di quel che noi

diciamo i loro diritti e i loro doveri a cui si è fatto credere che

il difendere il re legittimo e la religione predicata dai loro preti

sia un debito sacro da pagare anche con la vita. Perchè belve se essi

difendono il loro onore, le loro famiglie, i loro beni che molti di noi

venuti qui come liberatori non abbiamo punto rispettati?

— Ma i sacri principî dell’Ottantanove...

— Molti li hanno in bocca e ben pochi nel cuore, signor capitano. Io

lo so, io che per tali principî fui arrestato e condannato a morte

dal Governo dei Borboni, che dovetti esulare lasciando una giovinetta

mia legittima moglie che poi morì, e con essa fors’anco il frutto del

nostro amore che aveva in seno; che mi vidi spogliato del mio titolo e

de’ miei beni; che in Francia dovetti mutar di nome prima per sottrarmi

alla vostra polizia, poi durante la rivoluzione perchè il mio titolo di

duca avrebbe destato la diffidenza dei miei amici e avrebbe dato il mio

capo al carnefice. Vedete quei cadaveri? Vedete tutta questa rovina?

Sono appunto i nostri immortali principî dell’Ottantanove, malamente

intesi, malamente applicati che l’han prodotti. Il popolo giudica

dai fatti, dalle azioni, non dalle parole; ora se i fatti avessero

corrisposto alle belle frasi, questo popolo non avrebbe preso le armi

contro di noi; a questo popolo fin dal bel principio avremmo fatto

intendere che libertà non vuol dire sregolatezza, che fratellanza vuol

dire amore, che uguaglianza vuol dire abolizione dei privilegi e delle

caste.

Il capitano guardava il Commissario con occhi sorpresi. Questi intanto

girava intorno lo sguardo, che fermava, or qua or là, come se ciascun

luogo rievocasse alla sua mente lontani ed amari ricordi.

— Nessuna, nessuna delle mie conoscenza d’un tempo — mormorava —

nessuno de’ miei antichi servi! Solo le cose sono rimaste, ma anch’esse

serbano tracce della rovina.

Poi fissò lo sguardo all’estremità del paesello che biancheggiava

silenzioso.

— Era quella, quella la sua casetta — disse con le labbra tremanti per

la commozione. — Povera Rachele!

Passò fra i soldati disposti in due file e rispose distratto al loro

saluto. Il castello serbava le tracce della lotta sostenuta: la gran

porta sgangherata, chiazze di sangue qua e là, fucili, cappelli,

giberne, sparsi ovunque.

Il vecchio, seguito dagli ufficiali che bisbigliavano tra loro, salì

per l’ampia scala che metteva al piano abitato dalla famiglia del duca.

Giunto nell’anticamera si fermò.

— Nessuno dunque dei servi, dei familiari, nessuno?

— Son fuggiti tutti — rispose un ufficiale — alcuni sono feriti, altri

morti. Ai fuggiti si dà la caccia.

— Che non si faccia loro alcun male! Essi erano servi e dovevano

ubbidire.

— È vero, ma...

— Ma è l’unico modo di ridar la pace a queste povere contrade: la

giustizia e la clemenza.

Ciò detto entrò negli appartamenti seguito dal capitano e da un

ufficiale, mentre gli altri rimanevano nell’anticamera.

— La giustizia e la clemenza con questa gente! — disse l’ufficialetto.

— Già, perchè poi ci massacrino come avvenne a Parenti e a Longobucco.

— Ma che pasticcio è questo? — disse un altro. — Cotesto signore pare

che non sia nuovo di questi luoghi.

— Ma se è proprio lui, come ho inteso dire, l’antico signore di questo

castello!

— Toh! E come il Governo ha affidato una così importante missione ad un

aristocratico, e per conseguenza ad un legittimista, come appare anche

dal suo linguaggio?

— Sì, ma un aristocratico che fu amico di Danton di Marat, di

Robespierre, che appartenne al Club dei Giacobini e degli Illuminati.

— Vuol dire che la vecchiaia lo ha fatto tornare agii antichi amori.

Bisogna intanto ubbidire ai suoi ordini?

— Sì e no — rispose un vecchio tenente dal volto abbronzato e truce. —

Ai fuggitivi che ci cadono nelle mani si spacca il cranio e poi si dice

che non avevano voluto arrendersi.

— Ed ai feriti? Dobbiamo portarli con noi? Si deve aver riguardi anche

per essi che ci hanno ucciso una trentina di belli e prodi soldati e

feriti altrettanti?

— Il capo sì, dovrà venir con noi. È uno dei più famosi. Bisogna dire

che gli sta bene il coltellaccio in mano. Se non si fosse ricorso al

fuoco ce li avrebbe uccisi tutti quei poveri soldati! E quando venne

fuori, insanguinato, pareva un demone uscito dall’inferno!

— Ne avrà per un pezzo. Il medico mi ha detto che nessuna delle ferite

è mortale, ma che ne ha ovunque, e delle profonde scottature per

giunta.

— Si dice che la Regina, quella feroce Carolina d’Austria, lo tenga in

gran conto.

— Sarà uno dei suoi amanti...

— A proposito, è poi vero che essa era qui e che durante l’assalto se

la sia svignata per una via sotterranea? Invero, i nostri soldati nel

rovistare pel castello han trovato una botola che hanno aperta, e in

fondo ove si apriva la via han trovato un fazzoletto con la corona e le

cifre reali, ed un guanto.

— Credo che il comandante doveva saperne qualche cosa perchè gl’intesi

dire jeri al capitano nel cedergli il comando allorchè fu ferito, di

custodire gelosamente tutte le donne del castello, chè fra esse ce ne

doveva essere una la cui cattura avrebbe posto fine a questa guerra.

Chi poteva essere se non la Regina?

— Possibile che ella si avventurasse a tanto?

— Non la conosci! Non sai quel che ha detto l’Imperatore? Che ella è il

solo uomo nella Corte di Napoli.

— E se era qui, tutta la responsabilità dell’insuccesso cade sul

comandante.

— No, cade su coloro i quali non previdero che, essendo qui noi, le

vie tutte rimarrebbero aperte e libere. Invero da un drappello che fu

mandato a inseguire i fuggiaschi furono trovate orme fresche di cavalli

nel punto in cui sbocca la via sotterranea. A quest’ora Ella col suo

seguito veleggia per la Sicilia.

— E tanti poveri morti giacciono, tanti feriti temono, tante madri

muoiono di dolore per l’odio e la sete di dominio di una femmina!

— Eh, mio caro, con qualche variante potrebbero dire altrettanto i

morti e i feriti delle Piramidi, di Marengo e di Austerlitz!

Queste parole furono accolte con un silenzio che era affetto di stupore

per l’ardimento di colui che le aveva proferite. Nessuno osò rispondere

per non impigliarsi nella complicità di quella osservazione che feriva

direttamente l’Imperatore.

— Ognuno vada alle sue faccende — disse il capitano in tono burbero e

severo.

Nella biblioteca del castello, per vero miracolo rispettata dal fuoco,

sedevano il Commissario, che d’ora innanzi chiameremo col titolo

dovutogli di duca di Fagnano, e l’ufficiale che lo aveva seguito, il

quale scriveva in un tavolo presso la finestra. Il commissario duca

di Fagnano scriveva anch’esso su un largo foglio di carta: talvolta

s’interrompeva per guardarsi intorno, pressochè meravigliato di

trovarsi in quel luogo che pur gli destava una tenerezza profonda.

Invero aveva gli occhi gonfi di lagrime nel rivedersi, giovane e

assetato di sapere, in quella biblioteca in cui si rinchiudeva, del

tutto indifferente a quel che di fuori avveniva e gli altri suoi

interessi; e dopo trent’anni aveva ritrovato i suoi libri, i suoi

manoscritti così come li aveva lasciati, nei ripostigli stessi. Pareva

che nessuno mai dopo di lui avesse posto il piede là dentro, e mentre,

da quel che aveva potuto vedere da una rapida visita alle altre stanze

del castello, un gran mutamento era in esse avvenuto e vi apparivano le

tracce di coloro che le avevano abitate, solo la biblioteca era rimasta

tal quale, e nel porvi il piede parve a lui che solo da poche ore

l’avesse lasciata.

Ma poichè il suo dovere gli imponeva, dopo gli avvenimenti della notte

trascorsa, di rassicurare gli abitanti del villaggio e dei dintorni,

atterriti della lotta che si era combattuta, si era messo a scrivere un

proclama, rimandando a poi il rievocare i suoi ricordi giovanili. Ma

che dire a quella povera gente che più di tutti aveva subito i danni

da una parte dell’invasione francese, dall’altra della fiera difesa

delle bande che pur combattevano per un fine santo e giusto? Come

parlare ad essa di libertà, di fratellanza, se la schiavitù che avevano

imposta i Francesi era per essa vieppiù crudele e vieppiù obbrobriosa

di quella che per tanti secoli aveva sopportato? La schiavitù in nome

della libertà; la prepotenza in nome della fratellanza; i privilegi,

i soprusi, il disprezzo dei costumi, l’irrisione dei pregiudizi, la

violenza, la rapina, l’offesa all’onore in nome dell’uguaglianza

che erano nella bocca e nei proclami degl’invasori come potevano

giustificarsi, onde potesse tornare in questi la fiducia delle

popolazioni? D’altra parte anche le bande avevano combattuto con pari

ferocia, anche le bande si erano addimostrate nemiche di ogni legge, e

in nome della legittimità e della religione avevano commesso innumeri

ribalderie. Bisognava dunque dire la verità sugli uni e sugli altri; ma

pur non si nascondeva che col dire la verità su quella guerra sarebbe

riuscito ostico sia agli uni che agli altri.

— No — disse gettando la penna lontano da sè — no, potrebbe l’opera mia

riuscir dannosa e gettar fuoco sul fuoco.

Il capitano che scriveva presso la finestra alzò il capo.

— Lo so — disse il duca — la menzogna è l’arte indispensabile d’ogni

governo. Ogni governo è per necessità mistificatore. La verità

s’invoca, la verità si bandisce finchè non si giunge allo scopo:

gli apostoli dell’oggi saranno i mistificatori del domani. Dio e il

Popolo, i grandi mistificati, sia che s’invochino in nome del diritto

divino, sia che s’invochino in nome del diritto umano. Le rivoluzioni

si susseguono, ma la menzogna resta. Trionfo di uomini, non di idee.

L’idea è una e si chiama verità: il governo è uno, qualunque sia la sua

forma, e si chiama menzogna!

— Il governo è la forza — disse il capitano.

— È vero. È la forza che si proclama diritto.

— Il governo è la espressione della maggioranza.

— Eh, no — disse il duca di Fagnano scuotendo il capo canuto. — La

maggioranza erano coloro che condannarono Cristo, che lo uccisero sul

Golgota; pure Cristo era l’espressione di tutti che soffrivano e che

erano oppressi, cioè dei più. Cristo era la verità; i suoi seguaci, in

nome di lui, per rendere schiava la coscienza dei popoli, predicarono

la menzogna. Il regno della maggioranza è dei furbi, degli ipocriti,

dei mistificatori, collegati in un intento comune. È il regno dei

gaudenti sui sofferenti, degli audaci sui timidi, dei mistificatori sui

mistificati.

— Ho sentito dire — fece il capitano con una sottile ironia nella voce

— che ella, signor duca, fece parte dei _clubs_ che propugnarono le

idee più estreme, e che vollero il supplizio di Luigi XVI!

— È vero — rispose il duca. — Ed ora sono dei più convinti che il bene

dei popoli non è possibile che mercè il governo di un solo.

— Sia pure di un Borbone?

— Perchè no se si chiama Enrico IV o Carlo III? Perchè no se sia

compreso della sua alta e davvero divina missione? Una mente, un

cuore, un’ambizione, una nobile ambizione di far dei felici, dal più

infimo al più cospicuo dei suoi soggetti? Ecco qual esser dovrebbe il

chiamato da Dio a tale missione. Troppo in alto perchè possa esser roso

da personali passioni, troppo eccelso perchè il bisogno di colleganze

buone e perverse lo faccia transigenti con la sua coscienza e che

nella scelta dei suoi cooperatori non si farebbe imporre da fazioni

interessate.

— Dunque Napoleone Bonaparte! — disse il capitano.

— Sì, ma senza la passione smodata per le armi, per le conquiste, ma

senza il bisogno di passar di vittoria in vittoria fra i gemiti dei

feriti e in un mare di sangue, senza la passione del dominio conseguito

con la rovina dei popoli, senza il miraggio della gloria fra lampi di

fuoco.

Il capitano piegò il capo e tacque. Il duca di Fagnano si alzò.

Discorrendo, i suoi occhi si erano fissati su uno degli scaffali della

biblioteca a lui dirimpetto. Un dolce ricordo gli era sorto nella

mente. Nel giorno in cui era stato arrestato, trent’anni innanzi, per

sottrarre le lettere di Rachele agli sguardi profani dei suoi giudici,

mentre coloro che erano venuti per menarlo in prigione frugavano negli

armadi in cerca delle sue carte e dei suoi manoscritti, dietro alcuni

libri polverosi aveva lasciato cadere il pacchetto delle lettere. Erano

lettere di amore, di quell’amore che era stato l’unico della sua vita

e che dopo tanti anni sentiva nel cuore ancor vivo e profondo come

l’aveva inteso durante i giorni di quel lungo idillio. Si fece allo

scaffale, ne trasse i libracci e diede in un grido di gioia vedendo

sotto uno strato di polvere il pacchetto che riconobbe. Lo prese con

mano tremante, sciolse il laccio e aperse una delle lettere di cui

scorse con gli occhi gonfi di lacrime i sottili caratteri.

Povera Rachele. Egli rivide l’immagine della giovinetta bianca

e delicata della quale era stato l’unico e solo amore. L’aveva

vista in chiesa la prima volta, l’aveva rivista alla finestra,

lieta, sorridente, quantunque ne avesse percosso di fieri colpi la

famiglia. Egli ben sapeva dell’odio secolar tra i suoi ed i baroni

di Pietrasanta, e come questa famiglia era soccombuta alla potenza

dei duchi di Fagnano; sapeva che ogni riparazione sarebbe stata

disdegnosamente respinta dal vecchio barone, ma non per questo aveva

soffocato nel cuore suo l’amore per la bellissima Rachele che aveva

irremovibilmente destinato a sua sposa. Ricordava la gioia di quel

giorno in cui si era accorto che ella aveva arrossito nel vederlo

spuntare dal viottolo; il turbamento di lei allorchè egli dal

muricciuolo dell’orto le rivolse parole d’amore; la prima lettera

che finalmente ne aveva ottenuto e che era fra quelle del pacchetto,

e la notte, quella notte fatale in cui lei, mentre il padre dormiva,

gli aveva aperta la porticina dell’orto, lo aveva accolto nella sua

cameretta verginale...

Povera Rachele! Anche lei era stata una vittima del destino che

aveva voluto la rovina dei baroni di Pietrasanta per opera dei duchi

di Fagnano! L’ostinatezza del padre di lei aveva costretto i due

giovani a celare il loro amore anche quando già ella ne portava il

frutto nel seno; la malvagità del fratello di lui aveva coadiuvato

il destino. Egli ben sapeva che era stato il fratello a denunciarlo,

che il fratello si doveva la sua condanna; pure nell’anima sua dolce

e buona nessun sentimento d’odio s’era annidato per l’autore d’ogni

sua sventura. Ma intanto che avrebbe fatto lui, or che era ritornato

alla casa de’ suoi padri? Quale vita avrebbe vissuto in quella

solitudine lui che, ricondotto dagli stranieri, sarebbe considerato

come uno straniero ed un oppressore del suo paese? Forse non sarebbe

stato neanche riconosciuto: il solo cuore amante e fedele era quella

povera fanciulla morta e che era stata sepolta nella chiesetta in cui

si proponeva d’andare a inginocchiarsi ed a pregare sulla tomba che

rinchiudeva la povera creatura.

In Francia aveva saputo della morte di lei da una lettera pervenutagli

nella quale però non si parlava punto del figlio che aveva dovuto

mettere al mondo. Era dunque morto anche lui? E se fosse vivo? Se i

malvagi onde entrambi erano stati vittime lo avessero sottratto o lo

avessero ucciso? Solo a questo scopo aveva fatto pratiche per tornare

in Italia, solo per questo aveva ripreso il suo titolo e aveva ottenuto

dal governo francese la restituzione dei beni, deciso, se vane fossero

state le ricerche del figlio suo, a tornarsene in Francia, a Parigi,

che teneva in conto di sua seconda patria.

Trascorsi alquanti giorni, il paesello e le casette rurali dei

dintorni ricominciarono a popolarsi, tanto più che i soldati francesi,

accasermati parte al castello, parte negli attigui o vicini caseggiati,

non avevano commessa nessuna delle ribalderie che tenevano quasi sempre

dietro ad una loro azione contro le bande. I morti delle due parti

erano stati sepolti in un’ampia fossa scavata nei pressi del cimitero,

e la quiete pareva tornata anche perchè quel pur vago spavento che

incuteva la banda di capitan Riccardo allorchè scorazzava per quei

monti era cessato con la dispersione di essa.

Carmine era stato fra i primi a tornare, ma timido com’era, preferiva

passare le giornate nel suo poderetto, quantunque fosse molto afflitto

per la incertezza in cui viveva sulla sorte del giovane. Lo sapeva

ferito, ma non mortalmente, e con gli altri feriti prigioniero dei

Francesi; che ne sarebbe avvenuto appena guarito? Gli avrebbero tenuto

conto di non essersi lui macchiato di nessun delitto comune durante

quella guerra, di essere immune delle orrende colpe degli altri

capibanda? Avrebbero visto in lui il partigiano e non il masnadiere,

concedendogli le attenuanti che almeno ne avrebbero salvata la vita?

E il povero vecchio sentiva come un rimorso di non aver dissuaso a

tempo il figlio di quella povera morta dall’impigliarsi in tale guerra.

Ma eran così grandi le speranze concepite, pareva così certo il trionfo

a giudicare dell’impresa compiuta dal Cardinale! D’altra parte, quale

mestiere più degno per lui di quello delle armi? Negli anni in cui

per procurarsi da vivere lo avevano visto attendere all’industria del

bestiame, non ne aveva sofferto, non ne aveva inteso come un rimorso,

tanto gli pareva indegno quel traffico pel figlio legittimo del duca di

Fagnano? E se non l’aveva dissuaso dal darsi a quella guerra non era

stato per la speranza che un giorno fosse in grado di rivendicare il

suo titolo e il suo patrimonio?

Così difendeva sè stesso contro la voce accusatrice della coscienza,

contro i rimproveri che a lui pareva di udire dalla povera morta. Ed

inoltre, sarebbe valso lui, povero vecchio, ad opporsi alla volontà del

giovane, così tenace, così inflessibile?

Però non osava chieder di lui a coloro dei suoi compaesani che saper

potevano ciò che avveniva nel castello; anzi li evitava, quasi temesse

di apprendere da un istante all’altro una terribile nuova. Partiva

di buon mattino pel suo poderetto ove attendeva macchinalmente ad

alcuni lavori, e tornava a tarda sera nella sua casetta, quando già il

paesello dormiva. Cinque o sei giorni dopo l’arrivo dei Francesi, una

sera nell’avvicinarsi alla porta della sua casetta vide un’ombra seduta

sui gradini della porta, e nella quale riconobbe la vecchia Geltrude.

— Ma ti pare prudenza — disse lui — l’andare attorno a quest’ora, a

rischio d’esser presa per una spia dei superstiti delle bande?

— È vero, è vero, ma non ho saputo resistere alla curiosità — rispose

la vecchia. — Mi dovrai raccontare tutto, tutto.

Egli intanto aveva aperto l’uscio ed era entrato nella casetta, seguito

dalla vecchia che, come al solito, sedette al focolare mentre Carmine

accendeva la lucernetta.

— Dunque conta, conta; muoio dalla voglia di sapere che ti ha detto.

Immagino la gioia, immagino la sorpresa?!

— Io non ti capisco, quanto è vero Dio — rispose Carmine che si era

dato a preparare la cena.

— O che vuoi far misteri con me, con me che ho sempre voluto un gran

bene a quel bel giovinetto, che quando ho saputo che la fortuna si era

ricordata di lui ne ho gioito con tutta l’anima mia? Pel mio interesse

tu credi? Già, tu credi che io voglia diminuito il censo del molino,

perchè sul molino gravita un censo che appartiene al duca di Fagnano!

Non dico che se me ne sgravasse in parte io non gliene sarei grata,

ma... Carmine l’ascoltava intontito.

— Parli di Riccardo? — chiese infine.

— Già, del giovane che chiamano Riccardo e che ora si chiama il duca di

Fagnano.

— Ma tu sei pazza, sei pazza! Come ti salta in testa di parlare di

fortuna mentre quel poveretto forse si alzerà dalla paglia su cui giace

ferito per andare al patibolo?

— Tu che dici, tu che dici? O che il padre lo permetterebbe, il padre

che è un pezzo grosso e che comanda su tutti, anche sui soldati?

— Il padre?

— Già, il padre, il vero duca di Fagnano. Tu sai leggere e non hai

letto dunque la carta scritta che hanno messo ovunque e in cui si dice

che i Francesi sono gente venuta qui per fare il bene di noi altri,

per dare a tutti pane e companatico, per affrancarci dalla schiavitù e

tante altre belle parole che non ho compreso ma che neanche ha compreso

chi mi leggeva quella carta che è stata pure affissa alla porta del mio

molino?

— Aspetta... io non mi raccapezzo... Che ci entra quella carta con la

sorte del povero Riccardo?

— Ma dunque tu non l’hai letta? Ma dunque tu non sai nulla? Ma dunque

tu non sai che è tornato, è tornato?!

— Chi, chi è tornato? — gridò Carmine cui incominciava a balenane il

vero.

— Il duca, il vero duca di Fagnano, il marito della baronessa di

Pietrasanta, il padre di Riccardo che fu a te affidato dalla madre

moribonda con una lettera per darla al padre se caso mai fosse tornato!

— Non è possibile, non è possibile! — balbettò Carmine lasciandosi

cadere sulla panca del focolare per l’emozione.

— Non è possibile? Ma se non si parla di altro da ieri nel paese! In

quella carta dunque sta detto proprio così: «Io son tornato nella

casa dei miei padri, dopo tante tristi vicende; son tornato per

rassicurarvi, per incoraggiarvi a riprendere il vostro lavoro» ed è

firmato con tanto di lettere, come dicono, Tommaso... non si chiama

Tommaso il duca, il caro duca che fuggì dalle carceri e andò in

Francia?... Tommaso, duca di Fagnano.

— E dove han messo una tale carta, dove? — chiese lui, anelante,

sconvolto.

— Dove? Mentre ti aspettavo ne ho vista una sulla porta dirimpetto alla

tua.

Egli scattò in piedi, prese la lucernetta, si precipitò alla porta ed

uscì.

— Ma non ne sapeva nulla, non ne sapeva nulla? — esclamò la vecchia. —

Ho fatto bene dunque a venire, ho fatto bene, altrimenti chi sa quando

quel vecchio rimbambito l’avrebbe saputo. Glielo farà sapere poi al

duca, e il censo del molino mi dovrà esser tolto. Me lo merito un

premio, me lo merito...

In questo sopraggiunse Carmine. Era trasfigurato, balbettava parole

sconnesse, le labbra gli tremavano, gli tremavano le mani e le

ginocchia...

— Hai visto, hai visto? Non avevo ragione? — esclamò Geltrude.

— Sì, sì, sarà salvo... sarà salvo... Ma che dirà, che dirà il padre

trovando il figliuolo tra i suoi nemici?

Sedette; pure, nel suo viso la gioia lottava con la preoccupazione.

— Non se la prenderà con me, con me che non ebbi cura di lui, che non

seppi tenerlo lontano dai facinorosi?

— Ma ti pare mo’ — diceva Geltrude per consolarlo — che nella gioia di

aver ritrovato il figlio possa pensare a queste cose? E sarebbe questa

la sua riconoscenza? Infine, tu facesti per lui di là di quanto potevi.

Lo tenesti financo a scuola; ti toglievi il pane di bocca per darlo

a lui: gli compravi i libri... Che avresti potuto far di più se fosse

stato un tuo figliuolo? Potevi tu, vecchio, opporti alla volontà sua

che quando dice no o sì, neanche il diavolo potrebbe rimuoverlo? Eppure

non aveva guadagnato di belle vesti di belle armi, di bei cavalli

facendo quel mestiere? Non era lui il capo della banda? Tu questo

dovrai dire al duca. Vuoi che ti accompagni? Parlerò io invece tua, e

le saprò ben dire le ragioni perchè, via, dovrà sentirsi ben lusingato

che suo figlio fosse capo anzichè coda, come mi sentirei lusingata

io...

— Ma quelli lì non la pensano come noi! — gemette il povero uomo. —

Vedrai, vedrai quanti rimproveri mi farà e se, in fin dei conti, non

cadranno su me tutti i guai! Perchè io non comprendo quale sarà il

cuore di quel pover uomo allorchè saprà che il figlio suo era a capo

di una banda... brigantesca, perchè è questa, questa la qualifica

che i Francesi danno alle bande, ed è inutile illudersi, inutile. Il

figlio del duca di Fagnano capo di una comitiva di...? Ah, Geltrude, tu

non puoi intendere che dolore sarà per suo padre! Come dice la carta?

L’ho letta or ora e l’ho tutta innanzi agli occhi: Che inesorabilmente

saranno puniti i colpevoli e non si farà alcun male agl’innocenti. Ora,

chi più colpevole, agli occhi dei Francesi, di lui, di Riccardo? Chi

ha ucciso più soldati? E a quelli lì per ogni loro soldato ferito, non

bastano a vendetta venti vite delle nostre! Ah, Geltrude, Geltrude, io

nel leggere il nome del duca Tommaso di Fagnano a piè di quella carta

ero per morire dalla gioia; ma ora, ora, dopo aver bene riflettuto, mi

sento morire dallo spavento!

— Scusa sai, ma io non lo comprendo un tale spavento — rispose lei. —

Io capirei, sì, che tu ne morissi dalla gioia, ma dallo spavento!...

— Perchè tu — proruppe lui — non intendi, non intendi! Un padre che

ritrova il figlio suo a capo di gente macchiata di ogni delitto, via,

non illudiamoci... macchiata di ogni delitto, quando poi tal padre

è un nobile, uno dei primi nobili del Regno, e vien qui per punire

coloro che hanno messo a subbuglio queste contrade, alle quali poi

non so che debba importare se il governo sia borbonico o francese! Ho

inteso dire che altra volta fu spagnuolo, un’altra aragonese, un’altra

angioino; ma noi, povera gente, fummo sempre angariati, e se ne verrà

un altro che invece d’una bandiera bianca, come quella dei Borboni, ne

farà sventolare una di tre colori, come quella dei Francesi, sarà lo

stesso per noi, credi a me, lo stesso; e sai che ci avremo guadagnato?

che il re invece di chiamarsi Ferdinando si chiamerà Carmine come me,

o Francesco Antonio come il fu tuo padre, e sarà detto grande, leale,

munifico, magnanimo nè più nè meno come l’altro che si chiamava Carlo,

Ferdinando o Francesco!

— Questo è vero: chi è nato incudine...

— E tutti i governi, tutti, anche quelli, anzi specialmente quelli che

sdilinguono pei dolori e le miserie del povero popolo, sono martelli

che battono su noi martelli tanto più forti, per quanto ostentano di

aver pietà di noi!

— Ma insomma che pensi di fare? — chiese Geltrude a cui pareva che il

povero uomo avesse dato di volta.

— Non lo so, te lo giuro, non lo so. Andar da quel povero vecchio...

che credo sia divenuto vecchio almeno quanto me... son trent’anni

oramai!... andar da quel povero vecchio e dirgli: il tuo figliuolo

è il capo di coloro che tu cerchi per far tagliar loro la testa:

il tuo figliuolo mostra con le sue ferite quanto ostinata fu la sua

resistenza: il tuo figliuolo fu colui che fece strage dei tuoi soldati:

il tuo figliuolo è fra i primi di coloro che tu dovrai condannare a

morte... che vuoi ti dica? non so risolvermi a farlo, perchè so che

darei un gran dolore, un mortale dolore a quel povero vecchio, senza

forse salvar la vita di quel povero Riccardo!

— Ah — scoppiò lei che non ne poteva più. — E dunque per un tale

scrupolo vorresti lasciar morire quel povero giovane? Dunque per un

tale scrupolo vorresti che un padre lasciasse tagliar la testa al suo

figliuolo, e per giunta ne pronunziasse lui la sentenza? E non temi

tu che se il duca un giorno venisse a sapere che per causa tua fece

condannare il figlio alle forche, il proprio figlio, intendi? avrebbe

il diritto di punir te che gli facesti commettere un tale orrore?

— È anche vero questo, anche vero! — balbettò Carmine.

— Del resto, il tuo sacrosanto dovere è di attenere la promessa che

facesti a quella moribonda. Tu non devi preoccuparti d’altro. Perciò

dimani ti presenterai al duca, gli dirai chi sei; se egli non ti

riconosce gli consegnerai la lettera della sua povera sposa; gli

dirai infine che il figlio suo è tra i feriti, e te ne tornerai qui

tranquillo e contento d’aver fatto il tuo dovere.

— Sì, ma — disse Carmine tuttora perplesso — io poi dovrei anche

parlarne a Pietro il Toro...

— Mettigli il sale sulla coda a Pietro il Toro! Non è tra i feriti

e non fu trovato tra i morti. Chissà con quelle gambe storte quante

miglia avrà fatto! Ma La lettera fu data o non fu data a te? E dunque

tu devi consegnarla a chi è diretta.

— Mi hai convinto, mi hai convinto... Eppoi, è forse questo l’unico

mezzo per salvar la vita a quel povero giovane. Ti ringrazio, Geltrude,

d’esser venuta, ti ringrazio!

— E si dice poi che noialtre femmine non sappiamo dar dei consigli!

Senza di me chissà quando tu avresti saputo che il duca era tornato,

e chi sa se saresti stato in tempo per salvar dalla morte il povero

Riccardo... Ora, in compenso dammi da cena e concedimi il solito

cantuccio sulla panca del focolare...

— Non dormirò questa notte, non dormirò — borbottava Carmine. — Chi se

l’aspettava! Chi l’avrebbe creduto? Dopo trent’anni, nè più nè meno,

trent’anni!

Capitan Riccardo · 第 11 / 20 题