Si torna al memoriale.
_4 agosto 18..._
Quel diavolo del Ferri! Non ne passa una. Ma già, per la Quarneri, si
sa da tutti che è venuta in Corsenna. È uno di quei corpi luminosi che
hanno tanto di strascico, e lasciano il solco dovunque trascorrano:
quando non si vede più niente di loro nello spazio, si sente che
mancano, e si vuol sapere ad ogni costo dove siano andati a parare;
gli astronomi del marciapiede ne studiano il corso, ne determinano
l'orbita, come si fa delle comete. Della Wilson, poi, ho scritto io.
Che sciocco imprudente! Potevo dire: "una giovane villeggiante", e ce
n'era d'avanzo. Non bisogna mai scriver nomi di donne; neanche agli
amici più intimi. Quello ora s'immagina che io ne sia innamorato.
Innamorato io! io, legno stagionato, navigato, provato ad ogni vento,
passato per tutte le acque. Quanti pericoli non ho affrontati, quante
Cicladi, quante Sirti, e Sirene cantanti, e Scille latranti e Cariddi
voraci! Forse, come il Don Giovanni del Campoamor, sono passato
accanto alla felicità senza avvedermene, ed ho lasciato intatto il
suggello al dolce bigliettino in cui mi era promessa.
Innamorato io! ma che? mi sento libero il cuore, calmo, tranquillo,
sereno lo spirito, senza alcuno di quei turbamenti che accompagnano il
nascere d'una passione. Studiamoci su, analizziamo, che è sempre il
miglior modo d'intendere; la sintesi è troppo spesso una confusione.
Certo, considerando il primo principio della mia conoscenza colla
signorina Wilson, o, per dire più esattamente, del mio pensare a lei,
un carattere dell'amore si potrebbe rinvenire; ed è il modo strano del
nostro avvicinamento, la prontezza quasi fulminea, certo senza
passaggi, senza gradazioni, di quella certa intimità, che ci ha
condotti ridendo a dirci ogni cosa più amena. Ma già, molti giorni
prima, avevo conosciuta la signorina Wilson, l'avevo riverita insieme
colle altre villeggianti di qui, e non m'aveva fatto un senso
particolare; tanto che trovavo carine le Berti, e di lei non avevo
pensato nulla; tanto che trovavo bellissima la Quarneri, anzi
pericolosissima, e per la Wilsoncina non m'era venuto in mente il più
modesto superlativo, neanche un "gentilissima" che si prodiga a tutte.
Osservo che il suo genere di bellezza non è tale da colpire, e forse
bisogna vederla a lungo per esserne presi. È sana, forte e fresca; ha
la grazia della donna nascente, sotto la scorza della fanciullona
matta. Così avviene della camelia; si annunzia male, sotto quella
embriciata di ruvide brattee giallognole che ne inviluppano il calice,
mentre il bocciuolo della rosa s'invermiglia delicato e piacente alla
prima vista tra i sèpali verdi, che lo proteggono senza volerlo
nascondere. Cerchiamo un altro paragone, e non tra i fiori; la
signorina Wilson ricorda la ingenuità rusticana che tiene ancora un
pochino della corteccia dei tronchi, donde gli antichi hanno fatto
sbocciar le Amadriadi; le quali, poi, dispiccate dalle fibre del legno
nel dolce silenzio d'una notte di primavera, frementi di gioventù,
fosforescenti di bellezza, corrono per l'ombra dei boschi, escono
nelle radure, danzando lietamente al queto lume della luna, timidi
sussurri, intime fragranze, occhi amorosi della natura, che si
rivolgono al cielo. E d'una ninfa ha la persona, snella ad un tempo e
robusta; d'una ninfa il portamento altero e i movimenti non senza
eleganza impetuosi; d'una ninfa la carne tra vermiglia e dorata,
l'indocile capigliatura corvina, l'occhio curioso nella sua bella
semplicità di nuova venuta ai misteri della vita, la bocca fiorente,
umida e viva, che il piacere non ha ancora dischiusa, nè ancor
suggellata il dolore.
Sì, tutto questo andrà bene, se pure non è un tantino arbitrario, come
tutte le osservazioni personali: ma una cosa è fuori di dubbio, che la
strana forma del nostro primo incontro è quella che mi ha colpito, e
non altra ragione, non altra. Questo è senza fallo uno dei caratteri
dell'amore; ma non basta, e d'un solo fiore non si può tesser
ghirlanda. Sento, o piuttosto riconosco, che la signorina Wilson
sarebbe una buona compagna di passeggiate. Vado con lei di qua e di
là; tutte le volte che c'incontriamo si riesce a fare insieme un'ora
di cammino per forre o per balze, con Buci in avanguardia. Ride
volentieri, ed ha il riso piacevole, comunicativo in sommo grado. Ha
poi delle scappate che mi rallegrano, come raggi di sole che splendano
d'improvviso sull'erba, passando tra il fogliame d'un bosco. Dice
qualche volta, confessiamolo pure, delle cose che non rallegrano
affatto, e a cui bisogna far bocca da ridere per non aver aria di
gente permalosa. Ma ella stessa si affretta a spiegarle. "Ho detto per
celia; che uomo è Lei, che va in collera?"
"Io, signorina? No davvero, non sono andato in collera affatto;
quantunque, esser chiamato grasso e miope tutto d'un colpo"... "Ah,
vede? Ne aveva avuto noia. Ed è grasso, sì; almeno non può prender
posto tra i magri. Ma corre, si arrampica, resiste ad ogni fatica, e
questo non è da grassi. Quanto all'esser miope, l'ho creduto, sa? ma
ora non ne sono più tanto persuasa, e dubito che lo faccia a posta,
per ingannare la gente." "Eccone un'altra; che cosa intenderebbe di
dire con questa?" "Niente, niente; ho fatto per celia." E ride, ride,
e non c'è verso di cavarne più altro.
E così, come niente la trattiene, niente la spaventa, niente le pare
impossibile o inammissibile, neanche l'andare attorno con un uomo che
non è suo fratello, nè suo zio, e neppure suo cugino, quel buon cugino
che fa tanto comodo alle altre italiane. Ma in fondo in fondo, non è
italiana, lei, essendo inglese dal babbo, e tenendo assai di quelle
donne inglesi, che erano già di doppia indole fin dai principii della
stirpe, vaporose e pensose come Sassoni, forti e imperterrite come
Angliche e Danesi; donne che ornano singolarmente la casa, e corrono
così volentieri le strade maestre; donne che fanno il tè, che hanno
inventata la celeste mistura delle acciughe e del burro, che hanno
accolta a festa l'invenzione delle patate e ritrovato che tra i cento
modi di servirle in tavola il migliore è ancora il più semplice,
d'imbandirle a lesso per contorno alla carne; donne che sanno
distillare il rosolio di gooseberry, come la moglie del vicario di
Wakefield, e galoppare pel mondo, come lady Stanhope; terribili come
Anna Radcliffe, appassionate come Carolina Lamb, calze azzurre come
lady Wortley Montaigue e come la contessa di Blessington, qualche
volta con un granellino di pazzia, sempre con due o tre di piacente
originalità; donne soprattutto da mandar sempre uniti i pregi più
disparati del loro doppio carattere, da portare in ogni luogo più
inospite le confortevoli usanze della casa, da prepararvi un tè sulla
piramide di Cheope o in riva al lago Tanganika, sulle sponde
dell'Eufrate o sulle rovine di Tello. Ah, forse bisognerebbe che una
buona e veramente efficace alleanza anglo-italiana stabilisse in due
articoli il suo patto fondamentale; articolo primo: "Dal 1901 in giù,
per la durata di cinquantanni, gl'Inglesi non isposeranno che donne
Italiane, e gl'Italiani non isposeranno che donne Inglesi"; articolo
secondo: "In capo ai cinquantanni si vedrà se sia o non sia il caso di
continuare." Ma che matto son io! Io che non amo il tè, starei fresco.
Kathleen (già non la chiamerò più Kitty; ciò la rende troppo
minuscola) Kathleen ha molto di Galatea. Ma di quale? della Oraziana,
della Virgiliana, o della Teocritèa? La Oraziana, a ben guardare, non
consiste che in due versi, quelli che son caduti, per istrana
combinazione, sotto gli occhi della signorina Wilson:
"Sii pur felice ovunque andar ti piaccia,
"E di noi, Galatea, memore vivi."
Il resto è tutto un ripieno; il poeta ha messi quei due versi con quel
_noi_ tutto suo, tra tanta enumerazione d'animali di buono e di
cattivo augurio, e una diffusa descrizione del ratto d'Europa; il qual
_noi_ è come una tenerezza nascosta, da lasciarci pensare due cose:
che Lelia Galla piaceva ad Orazio, e che per piacere in quel modo ad
un uomo di buon naso come lui, bisognava essere un fior di donna,
possedere il _quid arcanum_; una cosa che a noi sfugge, poichè egli
non ha stimato prudente di dircela. Tradurrò certamente tutta l'ode, e
resterà una memoria dell'Acqua Ascosa, come tante e tante altre che
dormono nel cassetto dei ricordi: poveri ricordi, che qualche volta
(inorridisco a dirlo) non mi ricordan più nulla.
È forse la Galatea Virgiliana? Appare anch'essa in due versi di
Dameta, che fa agli strambotti con Menalca, come due capri farebbero
a' cozzi in un prato. Ricordando la scena del San Donato, si potrebbe
tradurre così:
"Un pomo in su la testa
"Matta fanciulla, Galatea m'assesta;
"E se ne fugge via
"Fra i salci, ed ama esser veduta in pria."
Gran birichina, quella Galatea di Dameta! ma anche piena d'ingegno e
di grazia nel suo discorso. Infatti il daino continua:
"Oh dolci parolette
"Che tante volte Galatea mi ha dette!
"Vorrei che un saggio il vento
"Ne portasse agii dei del firmamento."
Sì, questa è la Galatea che mi piace. Ma la mia non potrebbe esser
quella di Teocrito? Amata pazzamente da Polifemo, è invaghita del
giovane Aci. Sventuratissimo Polifemo! Quanti caldi sospiri, quante
ardenti proteste, quante vane querele, che Ovidio ha raccolte, e non
paion troppe al bisogno, in quella stemperata fuga d'esametri delle
sue _Metamorfosi_! Che farci? Egli è la scarmigliata vecchiaia, ed Aci
è la florida gioventù. Inoltre, il disgraziato Polifemo ha un occhio
solo, quasi a significare la sua vita dimezzata. "Nel mezzo del cammin
di nostra vita!" Non ci sono ancor io, Dante da strapazzo, ancor io?
Galatea è invaghita di Aci; non può essere altrimenti. Se un Aci non è
ancora capitato, mettiamo pure che non sia molto lontano.
Per fortuna, non amo Galatea. Quattro chiacchiere, più garbate e più
amene che mi vengano fatte, ora e sempre; ma niente di più. Vediamo
intanto; quest'Aci non potrebb'essere.... Terenzio Spazzòli! Non è
bello, e ci corre. Oh Dio, e che significa ciò? È la mia opinione,
dopo tutto; e si è sempre visto piacere alle donne quello che a noi
pareva un becco di cutrettola, un muso di pecora, un ceffo di cane.
Già, le donne badano molto al figurino; anche quelle che non lo
vogliono ammettere, e quelle che non lo confessano neppure a sè
stesse. Terenzio è sempre all'ultima moda; in ogni cosa, dal capo alle
piante, sia fuori o in casa, in piedi o a letto, un prodigio. E poi,
vecchi e giovani, per piacere, bisogna sapersi mettere a pari con quei
che piacciono. Io mi lascio andar troppo giù; la mia semplicità
potrebbe passare, ma a patto che non paresse negligenza. Per fortuna,
ripeto, non amo Galatea; e non soffro niente a pensare che ci ha avuto
un segreto in comune con Terenzio Spazzòli, anzi due segreti: il
canestro del caffè e la cesta del _lawn-tennis_. Ah, respiro! Questa
analisi mi ha fatto bene: posso andarmene a letto tranquillo.