--Un racconto che m'è costato sangue,--egli disse.--Ogni parola, una
goccia di sangue.
Io lo guardai, con un moto istintivo di repugnanza; ed ebbi ancora la
stessa penosa impressione di un'ora prima; quando ci eravam messi a
tavola, e Giuseppe era entrato ad accendere il gas. Allora m'avevan
colpito le occhiaie incavate e livide, e quello splendore insolito
degli occhi che contrastava sinistramente col gran pallore del volto
consunto e l'aria stanca e sofferente.
Io non osai parlare.
E il silenzio acuì l'oscuro senso di disagio a cui soggiacevo.
Ma un minuto dopo entrò Giuseppe col caffè, e depose il vassoio
dinanzi a lui.
Poi ch'egli stesso mi porse la tazza, m'accorsi che la mano gli
tremava. Anche notai, con inquietudine, ch'egli chiese il cognac.
--Non ne prendi mai,--gli dissi timidamente.--Cos'è?
--Una sciocchezza,--rispose sorridendo, mentre avvicinava il
bicchierino alle labbra.
Appena Giuseppe fu uscito, gli feci:
--Cos'hai?
Egli rialzò la faccia su cui moriva l'ultima traccia del sorriso; mi
fissò con quegli occhi che brillavano, e rispose:
--Voglio scacciar questo po' di languore.
Poi, avvedendosi forse del turbamento che mi teneva, soggiunse:
--Ti fo paura? Un poco fa mi son visto nello specchio, e mi son fatto
paura a me stesso. Eppure non mi son mai sentito forte così!
Queste parole mi agitarono.
--Lèggimi,--gli dissi,--il tuo racconto, se stasera non esci.
--Te lo leggerai tu domani.
--Perchè domani?--feci io rabbrividendo.
Egli abbozzò un sorriso.
--Allora dimmi il soggetto!--incalzai.
E lui:
--Abbi pazienza! Una notte è forse l'eternità?
Deluso e costernato, io pensavo.
Durante quegli ultimi otto anni che, scomparsa la povera mamma, noi
avevam seguitato, nella solitudine e nel silenzio del nostro èremo, a
coltivar l'Arte che adoravamo, noi eravam vissuti in una quasi
perfetta comunanza di vita intellettuale e morale. Con effusione e con
abbandono ci eravam scambiati tutte le nostre sensazioni, tutte le
nostre idee, tutti i nostri affetti. Avevam guardato l'uno nell'anima
dell'altro come attraverso alle acque d'un limpido lago.--Ma per ciò
che riguardava la nostra attività artistica, la comunanza era stata
assoluta.--Prima di metterci a qualche nuova opera--egli a' suoi
romanzi, io a' miei quadri--ci eravamo aperti, trepidando, il nostro
disegno, ed avevamo insieme combattuti i dubbi, svelte le esitanze,
sofferte le ansie e le angosce, e gustati i piaceri, le gioie, i
rapimenti che ne accompagnavano l'esecuzione. Ci eravam sorretti e
consolati e fortificati a vicenda. Era stata questa una delle più
profonde dolcezze della nostra vita di artisti. E non senza una soave
commozione avevam visto da altri porre in luce e notare come cosa
toccante la vicendevole influenza, che nelle nostre opere si scorgeva,
delle nostre dissimili nature.
Solo da qualche tempo il miracolo era cessato. Mio fratello aveva
bruscamente rotta e sconvolta l'atmosfera in cui respiravamo. S'era
fatto cupo e taciturno; e, quasi insofferente degli antichi legami,
s'era sciolto e allontanato da me.
Più che accorarmi, sulle prime questo fatto m'aveva urtato e sdegnato
come un'offesa immeritata. Ma, appena l'afflitto aveva, con l'acutezza
del suo intuito, trapelato il mio sdegno, s'era in mille modi
adoperato per mostrarmene tutta la irragionevolezza, e dissiparlo.
Aveva, per un momento, sorriso; s'era effuso in dimostrazioni così
spontanee, così candide e delicate di affetto, che io n'era subito
rimasto vinto e confuso. Era di nuovo entrato, dopo lunghe assenze,
nel mio studio; s'era fermato estatico dinanzi a certe mie nuove tele:
aveva risalutate le antiche con lo stesso vergine entusiasmo d'una
volta.
Ciò m'aveva intenerito, sollevato e abbattuto ad un tempo,
persuadendomi che il cuore di mio fratello era immutato per me, e che
quella profonda alterazione avvenuta nel suo spirito doveva avere una
troppo seria e dolorosa ragione.
Io avrei dato tutto quanto possedevo per poter penetrare in fondo alla
cara anima chiusa, e scoprire e toccare con mano la gran piaga che vi
doveva essere aperta; e medicarla.--Senza posa io mi affaticava
intorno alla scorza di quel duro enigma. Spiavo ogni atteggiamento,
ogni moto del desolato; e da ogni parola sua mi studiavo di trarre un
qualche senso riposto, quasi un filo da afferrare che mi guidasse per
entro il laberinto.
Ma come un cieco brancolavo nel buio, vanamente, disperatamente.
Il primo sospetto che mi s'affacciava era ch'egli soggiacesse a uno di
quei fieri scoramenti che spesso assalgono l'artista a mezza via; lo
colpiscono al cuore, lo stramazzano al suolo, e ve lo lasciano
esangue, quasi esanime. Qualche volta il colpo è tale che il misero,
dibattendosi in una tragica agonia, soccombe. Altre volte,
raccogliendo in un supremo atto di volontà le sue povere forze, egli
riesce a rialzarsi e a proseguir sorridente il cammino. Ma sempre una
riga di sangue rimane a segnarne la traccia....
In verità, da quando s'era incominciato a rabbuiare, mio fratello non
m'aveva parlato più mai della sua arte, nè dei suoi studi, nè de' suoi
progetti.
Non aveva più mai presa l'iniziativa d'una di quelle violenti
discussioni o letterarie o artistiche o filosofiche ch'egli soleva
ricercare avidamente, e nelle quali metteva tanto impeto, tanta
gagliardia di passione, e tanta voluttà.--Quando io m'era attentato di
chiedergli cosa stesse architettando di bello, m'aveva risposto:
--Sonnecchio!--con un sorriso senza luce che mi aveva stretto il
cuore.
Eppure come mai? Come crederlo disanimato proprio allora che l'Arte
gli offriva tutte le sue rose sorridendo, e il successo lo innalzava
agli occhi del mondo e gli spianava la via?--_Incontro al Sole_,
l'ultimo suo romanzo, non era stato acclamato dalla critica italiana
come la più originale e forte opera letteraria dell'ultimo decennio? E
un gran giornale francese non aveva testè chiesto per le proprie
appendici _Cristiana_, la novella ch'egli aveva stampata otto anni
prima da un oscuro editore, mentre, incerto ancora, tentava i primi
passi?
Evidentemente adunque io era fuori di carreggiata!
E mi toccava rifarmi da capo.--E immaginavo una passione d'amore: una
di quelle passioni che investono come un fulmine una esistenza, e
l'incendiano e la riducono in cenere. Oppure una di quelle passioni
che s'infiltrano lentamente nell'anima come un veleno, a goccia a
goccia; e la scavano, la rodono, la consumano nell'oscurità e nel
silenzio.
Ma la mia povera testa qui si smarriva. I ferri aguzzi delle mie
indagini si esercitavan nel vuoto.--Poichè il più fitto velo
circondava la vita intima di Pietro; e i pochi fatti esteriori
emergenti a' miei occhi e che, logicamente coordinati, avrebbero
dovuto sprizzare una luce improvvisa gettandola per entro alle cavità
del segreto, erano di per sè altrettanti enigmi i quali concorrevano
ad esacerbare lo stato d'incertezza in cui io viveva sospeso e mi
dibatteva.
Egli aveva incominciato con lo spezzare l'antica consuetudine delle
concordi passeggiate notturne,--uscendo dopo cena da solo, e scendendo
giù al paese, invece di seguitar per lo stradone, come un tempo, la
dilettosa salita.
Qualche volta anche era rientrato a notte molto inoltrata.
Io l'avevo aspettato sotto il mandorlo, immobile, ascoltando i lievi
murmuri della vallicella nel silenzio, e osservando i giuochi di luce
e d'ombra della luna tra le piante, che rischiarava come un sole il
giardino e il terrazzo, dall'alto del suo azzurro.
Al giungere di lui avevo finto di risvegliarmi improvvisamente,
quas'io mi fossi dimenticato là sul sedile, sorpresovi dal sonno.
M'ero levato, e gli ero andato incontro fregandomi gli occhi.
«Ancora qui?» m'aveva detto lui. E nulla lo aveva tradito: nè il tono
della frase, nè uno sguardo, nè un gesto.
In sèguito, a settembre, aveva fatto una gita a Napoli, a
rivedere--m'aveva detto--alcuni amici della prima giovinezza.--Io
l'avevo accompagnato a Genova; ero salito con lui sul vapore, e v'ero
rimasto fino alla partenza, sperando sempre di potermi decidere a
muovergli quell'unica domanda che mi premeva il cuore come un macigno.
Ma all'ultimo momento m'era mancata la forza. Ero disceso nella lancia
con un nodo nella gola, ed ero rimasto là ritto, a sventolar il
fazzoletto, mentre il vapore tra le lagrime fuggiva.
Una sola volta dopo d'allora m'ero creduto di poterlo riabbracciare
guarito. Ed era stato quando da Genova m'aveva scritto una lettera di
fuoco per narrarmi tutta la fascinatrice bellezza d'una Idea di
Umanità e di Giustizia che gli si era improvvisamente rivelata; e le
maravigliose visioni che da lei discendevano, e i sovrumani ardori di
battaglia ch'essa gl'infondeva nel sangue.
Ma rivederlo due mesi appresso era stata una cosa immensamente triste,
per me. Dei fili d'argento erano spuntati in mezzo al nero velluto
della sua capigliatura; un pallor terreo aveva trasfigurato il suo
volto, e un fosco velo era calato su quegli occhi ove non ardevan più
gli antichi lampi.
Io m'ero ancora sforzato di comprimere e soffocare il traboccante
affanno; col cuore attanagliato avevo ancora sorriso: avevo sostenuto
impassibile la tortura di que' lunghi silenzi carichi di cose oscure,
malaugurose, schiaccianti.--Ma un mattino ch'egli era uscito dicendo a
Giuseppe che tornerebbe solo per mezzodì, m'ero risoluto ad un passo
estremo. Ero penetrato nel suo studio, e m'ero messo a rovistare, a
cercar febbrilmente sulla scrivania, fra le carte e fra i libri che la
ingombravano. Avevo aperta la cartella ov'egli custodiva la
corrispondenza; e avevo letto, con la faccia in fiamme, tutte le
lettere, tutti i viglietti.--E poichè non avevo trovato nulla, nemmeno
l'ombra d'un vestigio, nemmeno l'ombra d'un indizio, m'ero lasciato
cadere sul seggiolone, affranto. Avevo atteso lui per dirgli,
supplichevole: «Vedi a che mi costringi?»--Egli aveva negato, aveva
protestato che nulla mi nascondeva, pallido come un cencio. «Sul nome
della povera mamma» io aveva incalzato, «me lo giureresti?» Allora
egli s'era smarrito; aveva balbettato, a capo chino: «Son scivolato
nel fango. Mi sono avvoltolato nel fango. E non mi levo più!»
Povero Pietro! La sua mano brancicava convulsa sulla scrivania quelle
carte, quasi fossero fango; e non se ne poteva staccare.--Ed io avevo
preso quella mano, e l'avevo serrata forte nelle mie. «Perdonami!»
avevo singhiozzato.--Ed ero fuggito.
Dieci giorni appena eran passati da quella scena: e mi parevan
cent'anni.--Avevo sempre aspettato lo scoppio definitivo con quel
nascosto violento affanno con cui si aspetta, sotto un cielo saturo di
elettricità, l'esplosione del temporale.
«Che sia questa l'ora?» mi domandavo adesso, tutto sbigottito.
E non osavo rispondermi.
--Abbi pazienza!--aveva detto lui.--Una notte è forse l'eternità?
Ma io non potevo più reggere a quell'ansia occulta. Impazientito
insorsi:
--Che gusto sfruttare la curiosità fino a questo punto!
Egli ebbe un sorriso tenue, appena percettibile, che aumentò il mio
affanno.
--È una crudeltà!--rincalzai.
E poi ch'egli seguitava a tacer sorridendo, mi detti a implorare, come
un mendico:
--Il titolo, almeno!
Allora vidi l'impronta di sofferenza ch'ei portava sul volto,
acquistare--quasi alla luce d'un lampo--una evidenza lacerante.--Nel
gran pallore egli proferì:
--_La Rovina._
--Lo sapevo!--scattai, involontariamente, meravigliandomi tosto della
mia esclamazione, poichè in verità io nulla sapevo.
Si udiva nel silenzio lo stridore delle ruote d'un carro per lo
stradone, e lo schiocco d'una frusta, fastidioso e insopportabile
anch'esso.
D'un tratto una raffica di vento irruppe, impetuosa. Le rame del
mandorlo, che incorniciavan la finestra, sussultarono. Le tende si
gonfiarono. L'uscio, dietro a noi, ch'era rimasto aperto, sbattè
forte.
Subito io mi levai. Chiusi l'uscio, chiusi la finestra; e mi soffermai
un istante presso i vetri a guardar gli olivi travagliati dal vento e
ad ascoltar la voce collerosa del mare che s'era repentinamente
destato nel buio laggiù.
Come mi voltai a riprendere il mio posto, rividi lui immobile, con gli
occhi bassi e una mano distesa sulla mensa accanto a un mucchietto di
briciole.
La fiamma del gas, improvvisamente scemata, rendeva una luce assai
povera, sotto la quale il quadro diventava tetro.
Preso da una grande inquietudine, io ruppi:
--Si spegne il gas, non te ne accorgi?
Egli levò la fronte, lento, a guardare, senza far motto.
(Che strazio riconoscere che non se n'era accorto!)
Fuori il vento fischiava, ululava. Il mandorlo si dibatteva forte, nel
tormento: si curvava a' vetri, accennava, picchiava, supplice.
E la luce moriva.
E Pietro non si moveva, non si commoveva; teneva ancora gli occhi
bassi e la mano scarna allungata in mezzo alla mensa.
Incapace di reggere quello strazio, mi slanciai all'uscio, l'apersi e
gridai:
--Giuseppe, una candela!
Ma era tardi.
Un sibilo acuto, lamentoso, prolungato come il rantolo di un
morente;--e la tenebra, la paventata tenebra ci avvolse.
Senza respiro, col cuore che mi martellava, io stetti,--aspettando che
la riga gialla sul pavimento appiè dell'uscio annunziasse la luce.
Quando Giuseppe entrò con un mozzicone di candela e lo posò sulla
tavola, apparvero sulle pareti le nostre ombre, mostruose.
--Ancora una candela!--ordinai, agitato da quella vista.
E fu portata un'altra candela; e la stanza si riempì di luce.
Allora Pietro mi guardò rischiarato, quasi rasserenato anch'esso. Poi,
subitamente accendendosi, mi fece:
--Vuoi un soggetto di quadro? Un soggetto semplice e grandioso
insieme?--Immagina. Una nobile figura d'uomo su cui or ora s'è posata
l'ala della morte. Giace supino sul suo bianco letto: le braccia lungo
i fianchi, e le mani distese in un dolce atto di riposo e di calma. Il
viso, che la morte non ha deformato nè contratto nè oscurato, è ancora
fresco, ancora roseo. Vi è sopra diffuso come un pacato splendore, lo
splendore d'una luce interiore immensamente pura. Poichè qui, intorno
all'_Immacolato_, tutto è mondo, tutto candido, tutto puro. Anche il
lino del letto, anche la luce che inonda la stanza, anche l'aria
mattutina che entra per la finestra spalancata, anche l'orizzonte
laggiù su cui s'inarca il concavo azzurro. La morte, così, l'esecrata
morte non ha più nulla di ributtante, di osceno, di orrendo. Nulla. È
il riposo dopo compiuta la giornata di lavoro: una giornata piena di
nobili, generose, feconde fatiche; e soprattutto piena di
candore.--Intendi?--Devi far questo quadro. Promettimi che lo farai!
A stento io abbozzai un sorriso e annuii.
Allora egli mi tese quella mano scarna.
--Giuralo sul nome dei nostri poveri morti!
Ed io strinsi quella mano; e giurai, con un brivido.
--Se tu sapessi,--riprese lui dopo una breve pausa,--se tu sapessi
come detesto tutto quanto ho scritto fino a ieri! Come ne ho rossore,
sdegno, ira!
--Ciò significa semplicemente--diss'io--che la tua arte si rinnoverà!
--Ahimè! Cos'è dunque stata l'Arte per noi fino a ieri?--Un trastullo
ozioso, sterile, inutile. Cos'è che l'ha scaldata e l'ha vivificata?
Cos'è che l'ha innalzata?--E noi, che cosa abbiamo noi fatto? Come
impazzati, come disperati siam corsi dietro un fantasma, una vana
ombra che sapevamo di non poter mai raggiungere nè afferrare. Ed
intanto avevamo un'anima. Ci siam noi curati di purificarla e di
nobilitarla? Avevamo un ideale di perfezione morale. Ci siam noi
studiati di seguitarlo e di esaltarlo agli occhi di tutti? Avevamo un
ideale di Civiltà e di Giustizia. L'abbiamo noi predicato? Ci siam noi
sforzati di apparecchiarne il trionfo nella coscienza della Umanità?
Oh se fosse possibile, se fosse ancora possibile tornare indietro con
l'innocenza e la vergine forza d'allora!
--E perchè non dovrebb'essere?--obiettai guardando angustiato il suo
viso su cui un gran fuoco s'era diffuso.
Ma egli non rispose: o forse non udì nemmeno. Si alzò, quasi con uno
strappo, si avvicinò alla finestra, e stette un istante curvo dietro i
cristalli, mentre le prime grosse gocce di pioggia vi crepitavan
sopra, e la rabbia del vento assumeva una straordinaria veemenza.
Poi voltandosi ruppe:
--Povere moribonde razze latine! Guarda come il Nord con le vaste
ombre de' suoi colossi ne ricopre l'agonia! E che sconsolata, che
turpe agonia!
Io era come colui che nel sogno avverte un tenebroso pericolo che gli
striscia alle spalle, e invano s'affanna a difendersene. Vorrebbe
fuggire, e le gambe, di piombo, lo inchiodano su quel palmo di suolo.
Vorrebbe alzar le braccia per agitarle--e le braccia non gli
obbediscono più. E rimane così, immoto, agghiacciato di terrore,
aspettando il colpo fatale che già vibra nell'aria.
D'un tratto parvemi che si soffocasse, in quell'aria chiusa e pesante.
Balzai in piedi e volli aprir la finestra. Ma il vento irruppe,
furibondo. Sollevò alte le tende, agitò e sconvolse le fiammelle delle
candele, fischiò attraverso le fessure dell'uscio, e versò dentro un
torrente di pioggia.
--Maledizione!
Richiusi dispettosamente, e chiamai Giuseppe, e ordinai il soprabito
per uscire.
Avevo temuto che Pietro osservasse:
--Sei pazzo con questa sera d'inferno? Io non esco.
Invece si levò per accompagnarmi; e ciò mi procurò un indicibile
sollievo. Dopo d'essermi soffermato a rimirarlo mentre s'avvolgeva nel
suo mantello e s'accendeva una sigaretta, sentii con un secreto
fremito di gioia il suo braccio che passava attorno al mio e vi si
attaccava.
--Coraggio!--mormorò lui sulla soglia, quasi a sè stesso, come vide
aperto l'unico ombrello. E un giocondo sorriso lo illuminò.
Nel fitto buio il vento ci salutò con un fiero assalto. La pioggia ci
investì, ci sferzò, ci inondò.
--È tremendo--gridò Pietro con accento ilare.
E mi fece abbassar l'ombrello per riparar meglio la pioggia obliqua, e
mi raccomandò che badassi a' piedi, per non isdrucciolare. Ce n'era
infatti bisogno, scendendo la lunga scala di mattoni che allacciava il
terrazzo al piano inferior del giardino, poichè l'acqua improvvisa e
abbondante non trovando sufficiente sfogo nelle docce del terrazzo si
precipitava per essa come in un fossato.
I miei piedi eran già tutti immollati, quando toccammo il fondo;
tuttavia non mi passò nemmen per il capo l'idea di tornare indietro.
Era così dolce, così commovente, così consolante tutto ciò!
Nell'affacciarci fuori del cancello ricevemmo un altro formidabile
saluto. Qui il libeccio, libero da ostacoli, imperversava come mille
diavoli scatenati. E il mare laggiù, sotto la rupe, rombava con un
fragore immenso.
Un po' di paura colse me a' primi passi per lo stradone.
--È una pazza impresa!--gridai.--Vieni via!
--È magnifico! Avanti!
Io m'accontentai di serrar più forte il suo braccio al mio fianco.
Ma d'un tratto egli s'arrestò con un grido, si voltò indietro tendendo
il braccio verso quel pezzo di strada che il fanale del cancello
rischiarava: e nella luce tremolante m'additò un oggetto nero che
scappava come una freccia, rotolando nella mota.
--Il mio cappello!--gemette. E gli si lanciò dietro correndo.
Io rimasi a guardarlo fino a che non lo raggiunse piantandovi sopra un
piede con una voce vittoriosa.
Le gran risate, allora! Il cappello tutto lordo e malconcio; il
vestito inzuppato e inzaccherato da cima a fondo--un vero orrore!
--Via presto per carità! A momenti ho tutta l'acqua
nell'ossa!--supplicava ora lui. E crollava le braccia, per iscuoter la
pioggia; e rideva, d'un riso fresco e spensierato di adolescente che
innamorava.
Poi a Giuseppe che s'ingegnava alla meglio di rasciugarci, raccontò la
storia, rabescandola di particolari.
Che felicità!
Il gas splendeva di nuovo nella sala. La faccia di Pietro s'era
spianata; ed il vecchio servo pendeva ancora dalle labbra di lui con
lo sguardo rilucente di attenzione e di devozione affettuosa.
Per questo io non mi meravigliai udendo:
--Datemi ancora un po' di cognac. Sono tutto gelato!
Bisognò che mi cadesse sotto gli occhi il bicchierino ricolmo, e
quella mano esangue che s'allungava tremando, perchè un nuovo soffio
d'inquietudine passasse sulla mia anima e la increspasse.
Ma egli si rizzò.
--Avrai tu voglia di leggere?--mi chiese a bruciapelo, prima di
allontanarsi.
Vedo ancora il suo sorriso ambiguo presto dileguato, soggiaccio ancora
adesso a quel pauroso smarrimento che mi prese allora, quasi io mi
fossi, per un attimo, affacciato a un abisso.
--Che significa questo?--esclamai, fissandolo, nella vertigine.
Egli rise un'ultima volta.
--Gli sprazzi del cognac!
E mi prese la mano, e me la strinse come in una morsa.
Oh perchè se io ebbi in quel punto il presentimento della catastrofe e
l'istintivo impulso di cacciarmegli dietro e abbrancarmegli alle
ginocchia gridando: «Non ti lascio più!»--perchè non mi mossi?
Come impietrato stetti a sentirlo salire su per le scale, e aprir
l'uscio della camera, e richiuderlo con dolcezza. Poi, come ogni
rumore fu cessato, nell'ansietà del silenzio, mi feci da Giuseppe
portare i giornali illustrati, e mi misi a sfogliarli, per distrarmi.
Fu forse dopo dieci minuti che scoppiò l'orribile tuono.
Giuseppe, che stava ordinando le seggiole, levò la faccia pallida,
gridando:
--Ohimè cosa succede?
Ah il terror cupo di quella corsa nell'oscurità! E il raccapriccio
mortale di quella vista! Lo squarcio nero della ferita dietro
l'orecchio, il sangue, il vivo sangue che colava a lordare il cuscino
e il lenzuolo; e quel roco lamento che gli usciva dalla bocca bavosa;
e quell'occhio, soprattutto quell'occhio spalancato, fisso nel vuoto,
vitreo!
Io non ebbi, subito, la forza di far nulla. Con le mani nei capelli,
pazzo, giravo per la stanza supplicando Giuseppe che facesse presto,
per carità, che prendesse questo e quell'altro, che non me lo
lasciasse morire. Poi tornavo a lui. Posavo il candeliere a terra
accanto al braccio che spenzolava fuori dell'orlo del letto, inerte; e
chiamavo «Pietro! Pietro!», tra le lagrime. Ma egli non udiva. Non
moveva quel braccio, non moveva quell'occhio, quell'afflittissimo
occhio sbarrato.
Alfine tolsi dalle mani di Giuseppe le strisce di tela ch'egli aveva
preparate; e mi curvai sul misero, e fasciai, tremando da capo a
piedi, la ferita; e sentii nelle mie mani cadere e scorrere alcune
gocce di sangue.
--Presto il dottore!--supplicai appena terminato.
Ma il pensiero di dover rimanere una mezz'ora lì nella casa
abbandonata, flagellata dalla pioggia e dal vento; ed in quella
camera, a quella luce fioca, davanti a lui, a mio fratello che
agonizzava,--mi riempì di spavento.
--Dal dottore vado io!--proruppi.
E uscii.
E ridiscesi, ancora sotto la pioggia molesta la scala del giardino; e
passai un'altra volta sotto a quel fanale ove mezz'ora dianzi egli
s'era chinato a raccattare il cappello ridendo. E mi misi a fuggire
con un brivido nella schiena, udendo alle mie spalle riecheggiare la
lugubre risata.
Così raggiunsi il paese, attraversai la piazza allagata e deserta, mi
internai per la stretta via bieca, e salii, trafelato, sfinito, a
battere a quell'uscio.
--È mio fratello che muore!--proferii dinanzi alla vecchia che mi si
presentò.--Dite al dottore che s'è ferito con un'arma da fuoco. Che
non perda un minuto, per carità!
Ella andò; ed io rimasi lì solo, nell'ombra, appoggiato al muro, ad
aspettare. E rividi la scena con una evidenza violenta. Chiusi gli
occhi, raccapricciando. E rividi ogni cosa ancora. Il sangue che
lordava il cuscino e gocciolava giù per il lenzuolo; lo squarcio della
ferita nera, orrenda; e quell'occhio, quell'occhio soprattutto,
spalancato, immobile, vitreo. Ed allora si rinnovò in me la mostruosa
impressione che m'aveva percosso in cospetto del suicida.--Mi pareva
che non quella mano, quella piccola mano innocente che spenzolava
fuori del letto avesse vibrato il colpo e fatto l'atroce scempio: ma
veramente una gigantesca mano nascosta nella tenebra e obbediente a
una terribile arcana potenza vendicatrice.
Ma venne il dottore con un silenzioso saluto a liberarmi.
Muti scendemmo le scale, muti ci avviammo su per lo stradone: egli col
solito suo passo tardo indolente: io costretto, fremendo, a frenare il
mio che s'affrettava.
Pure svoltammo, lassù; e scoprimmo il fanale, e la macchia biancastra
della villa, e la finestra illuminata e sconsolata.
Al nostro apparire Giuseppe che stava seduto appiè del letto si alzò e
guardò verso noi come un reo che si lascia sorprendere.
Senza una parola, senza un cenno, senza respiro io tolsi il candeliere
e lo levai alto perchè il dottore potesse esaminar la ferita. E, pur
combattendo dentro di me, gettai un'occhiata sul sofferente; e
osservai e conobbi la profonda alterazione avvenuta ne' suoi
lineamenti. Soffocato dall'angoscia, avrei voluto gridare: «È questo
mio fratello?»
Ma d'improvviso mi parve che quell'occhio, rispondendo a un mio
sorriso velato di lagrime, si animasse e mi fissasse con una
espressione di rimprovero e di dolore così intensa, così acuta, così
lacerante, ch'io non potei sostenerla. Lasciai cader nelle mani di
Giuseppe il candeliere, e mi cacciai in un angolo, col fazzoletto alla
bocca.
Un secolo rimase il dottore curvo in quell'atto.
Quando si fu rizzato ed ebbe consegnata a Giuseppe la ricetta, io lo
cercai con uno sguardo, muto, per interrogarlo, Ma egli tacque. Si
postò appiè del letto volgendomi le spalle, e non si mosse che al
ritorno del servo per predisporre l'occorrente alla lavatura e alla
fasciatura della ferita. Alfine aperse il suo astuccio di cuoio nero,
e ne cavò un oggetto che scintillò.
Come io vidi sotto il rasoio recisa cadere e ruzzolar giù pe 'l
lenzuolo la prima ciocca di capelli, quella bella ciocca nera che
soleva recingere l'orecchio del suicida, mi copersi la faccia, con le
mani, e mi rifugiai nell'anticamera, pazzo di dolore.
--Assoluta quiete, assoluto riposo,--venne a raccomandarmi il dottore
prima di licenziarsi.--Nulla, presso l'infermo, che possa turbarlo.
Sarà bene che anche lei si allontani.
Nello stringergli la mano raccolsi le mie misere forze per
dimandargli:
--Posso sperare, dottore?
Egli rispose che il caso era assai grave, ma che sarebbe imprudenza
avventurare un giudizio. Bisognava aspettare fino al mattino per
decidere sull'opportunità di tentare un'operazione.
Pietrificato io ristetti sull'uscio a guardar gli strappi di azzurro
aperti fra i nuvoloni che posavan solenni dietro le cime degli olivi
rese immobili anche esse dalla calma sottentrata al furore
dell'uragano.
Ma a grado a grado uno straordinario languore m'aveva invaso.
Non mi restava che salire nella mia camera, e abbandonarmi sul letto,
annichilito dal pensiero di quelle otto ore di attesa.
E montai, e m'abbandonai.
Ma quella positura m'era insopportabile. Mi fu forza levarmi; e
aprire, spalancar la finestra, e mettermi a passeggiar su e giù per la
stanza.
Un supplizio.
A ogni istante mi strascinavo nell'anticamera in punta di piedi, e mi
affacciavo, trattenendo il respiro, di sulla soglia.
E improvvisamente trafitto da quello spettacolo mi discostavo, e me ne
tornavo disperato, perduto, alla mia finestra, a guardar la fiamma del
fanale che oscillava sinistra in faccia all'entrata del giardino, e a
riudir la voce del mare che avventava di laggiù implacato le sue
fastidiose rampogne e i suoi funesti presagi.
Una volta, una sola volta la stanchezza ed il sonno mi vinsero.
E fu allora, nella dubia luce dell'alba, ch'io mi riscossi, e
riconobbi la testa di Giuseppe che pendeva sulla spalliera della mia
seggiola,--e intesi dalla sua bocca l'orribile frase.
Io avrei ben voluto dissolvermi.
E dovetti, sanguinando, attaccarmi al braccio di Giuseppe, e
accorrere, e assistere all'agonia. Ascoltare una voce che nulla più
aveva di umano, guardar la bocca nera, spalancata, gli occhi
appannati, stravolti, da cui fuggiva l'ultima luce; e prendere tra le
mie l'esile mano disfatta,--e sentirla fredda, nelle mie, come una
pietra.
Finchè la Morte, l'atra Morte esecrata entrò, con un corteo di
brividi.
Io la guardai, pieno di orrore e di pianto, mentre tutte le rose
falciate le cadevano a' piedi.
Poi guardai, pieno di odio, la Vita.
Oh con che senso di velenoso disgusto sul mattino intesi il canto
improvviso d'un gallo rompente nella chiara serenità come un inno alla
luce, e alcune voci umane che si ripercotevan da un poggio all'altro,
in grembo all'aria sonora, come festevoli saluti!
Più tardi anche i passeri sul tetto, allegri, garrirono, in coro.
E sopra Porto Maurizio e sopra i monti si posò, come una carezza che
ardesse di passione, il sole.
E l'azzurro arrise, chino su quelle vette.
Ma io non osava chinarmi in fondo a me.
Quasi in un cerchio di fiamma viva, mi serrava la frase della vigilia:
_Ogni parola, una goccia di sangue._
Passai davanti all'uscio dello studio con un brivido nella schiena, e
scesi giù a precipizio, ed uscii nel giardino, per isferrarmi da quel
cerchio.
In ogni luogo il vento e la pioggia avevan lasciate le loro tracce.
La facciata della casa era livida. Il vecchio rosaio che, pur
indugiandosi ad avviluppar l'inferriata a pianterreno sull'angolo di
ponente, saliva, carico di rose, fino a sfiorar con le ultime rame
tenere un davanzale dell'ultimo piano,--era sbattuto e sconvolto. Le
rose, spampanate e quasi distrutte, portavan fra i petali arrovesciati
ancora qualche segreta lagrima.--All'altro angolo il mandorlo,
spogliato de' suoi fiori, spenzolava mesto un grosso ramo spezzato. I
nivei fiori, parte giacevan disseminati appiè dell'albero, parte
lunghesso la balaustrata, e parte si cullavan, co' petali delle rose,
in mezzo alle pozzette d'acqua che brillavan sul terrazzo qua e là
come gemme.
A quando a quando un leggero soffio animava gli olivi in seno alla
vallicella, e recava su col mormorio le acri e buone fragranze della
terra bagnata e del verde.
Dopo il flagello la Natura si rilevava, fresca e ridente, nella sua
giovinezza immortale, e prometteva e apparecchiava un nuovo scoppio di
rigoglio e di vita.
Certo questo era dolce e consolante!
Ed era orribile pensare ch'_egli_ non verrebbe più, con quella sua
nobile aria pensosa a seder su quel sedile, a rimirar quel cielo e
quel verde, ad ascoltar que' rumori, a respirar quegli odori. Che non
risponderebbe più al mio saluto con quel suo pio sorriso. Che non
proverebbe più, mai più la gioia di vivere e di sentirsi fino alle
viscere immerso nelle profonde ristoratrici ebbrezze della Natura e
dell'Arte!
Ma era anche più orribile pensare ch'egli avea potuto disprezzar tutto
ciò; e staccarsene, volontariamente; e per sempre!
Da quale cupo vertiginoso abisso aveva egli attinto la disperata forza
dell'abbandono e della rinunzia?
_Ogni parola, una goccia di sangue._
Levavo gli occhi alla finestra dello studio, chiusa; e inorridivo.
Pensavo a quel racconto, all'urna che custodiva forse il sanguinoso
segreto: e fremevo di febbre e di spavento.
Due giorni, due lunghi giorni, sostenni l'intima inaudita battaglia.
Il terzo giorno feci da Giuseppe aprire quell'uscio e schiudere un po'
la finestra perchè almeno un raggio di sole consolasse la penombra.
Feci mettere sulla scrivania un mazzo di rose.
E salii, come salissi a una tomba.