I. -- _La Francia dal 1840 al 1848 e la Francia nel 1898._

E tu, mio maestro ed amico, morivi a Parigi colla parola _Umanità_ sulle

labbra, e tu, mio fratello di pensiero e di fede, Carlo Fauvety, grande

per intelletto, più grande per nobiltà di cuore, ti spegnevi nella tua

casa ospitale di Asnières, detta il ritiro del filosofo, colla parola di

_Solidarietà_ sulle labbra, parola in cui si riassumeva la tua filosofia

sociale, l'anelito della tua anima pura e generosa[1].

[1] Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui

pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières,

l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di

tutti i cittadini.

Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per

vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue

idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene.

Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale,

apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal

1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali,

al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava

sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via

rappresentata dal _Phalanstere_, _la Phalange_, _la Democratie

pacifique_, fondò _Le rappresentant du Peuple_ poi _la Voix du

Peuple_ e altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet,

Renouvier, l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste, fondò il

giornale _La Solidarité_, in cui espose più chiaramente le sue

idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu

ripreso e continuato nel 1876 dalla _Religion Laique_, che divenne

nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo, P. Verdad

(Lessard) _La Religion Universelle_. Mandava nello stesso tempo

importanti articoli al Giornale Italiano, _La Ragione_, in cui io

collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere

intitolate _Nouvelle Rivelation_, La _Vie_, e l'altra _Théonomie,

Démonstration de l'Existence de Dieu_.

La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con

queste parole: _Credo alla solidarietà Universale. Voglio la

Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità

suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo_.

Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un

santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e

all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo

integerrimo e al pensatore.

Io, giovinetto ancora, quelle due parole raccoglieva dalle vostre labbra

per riportarle dalla Francia nell'Italia, allora schiava, ripeterle tra

gli studenti delle nostre Università, elevarle a programma della fede

futura, a dogma della religione universale; le bandiva nelle fratellanze

segrete, ed esse divennero per noi, insieme con quella d'_indipendenza

nazionale_, la fede nuova, la quale infiammava il nostro cuore, il

vincolo d'unione, che doveva stringere, non solo le diverse parti

d'Italia, allora smembrata, in una possente unità, ma, solidarie fra

loro, l'Italia alla Francia, la Francia al mondo, e costituire insieme

la Nuova Europa.

I miei condiscepoli al Collegio di Francia ed alla Sorbona e nei diversi

corsi universitarii, alle parole infocate di Michelet, di Edgar Quinet,

di Royer Collard, del filosofo Cousin e dei suoi seguaci, come degli

stessi economisti, già sansimoniani, quali Michel Chevalier, Augusto

Comte e altri, non avevano che una fede, cui trasmettevano alle nostre

menti, la fede nei principii fecondi della Rivoluzione; e tutti, giovani

francesi e stranieri, uniti in comunione da questi principii, che come

vincolo di sacramento ci stringevano in una stessa famiglia, nei ritrovi

palesi o fra le fratellanza segrete, giuravamo di consacrare la vita

nostra al loro trionfo non solo in Francia, ma in ogni parte d'Europa. A

quei tempi non esistevano differenze fra nazioni, e nazioni; eravamo

Italiani, Svizzeri, Polacchi, Ungheresi, Tedeschi, Russi, tutti come un

popolo solo, una famiglia; non pregiudizio di culto e di classe, ma

Protestanti, Ebrei, Cattolici, Sismatici, tutti stretti in un fascio,

_tutti_ (era la nostra parola d'ordine), _tutti come uno_. Tutti

giuravamo di adoprarci e combattere pel trionfo della legge morale,

universale, consacrarci al progresso della libertà, della fratellanza

dei popoli, in tutto il mondo, unirci in una sola associazione, ciascuno

e tutti solidarii fra loro: Parigi doveva essere il nucleo

dell'associazione, il focolare della nuova fede, da cui doveva

irraggiarsi sopra l'Europa, allora oppressa, e gettare le basi della

confederazione di tutti i popoli[2].

[2] Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da

Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e

liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in

Parigi:

«1. La _Giovane Europa_ è l'Associazione di tutti coloro, i quali

credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità

per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e

l'opera loro a fondare l'avvenire.

_Principî comuni_.

2. Un solo _Iddio_.

Un solo padrone: _la legge_.

Un solo interprete della legge: l'_Umanità_.

3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più

rapidamente possibile, mercè un continuo progresso,

all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la

missione della _Giovane Europa_.

17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al

compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è

sacra.

18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo,

esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà,

dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli

sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso

finisca.

19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i

popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio

della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per

indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e di

un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la

legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali,

Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835,

gettavano le basi della _Nuova Europa_. Ora dopo lotte combattute

per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha

trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il

Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora

sembrava un sogno di pochi entusiasti.

Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?

_Fata trahunt_.

Gli studenti erano a quei tempi le sentinelle avanzate della libertà.

Ogni nobile causa trovava nel loro cuore un'eco, in essi un campione per

difenderla; ogni illegalità ed ingiustizia, non solo una protesta, ma

suscitava una falange di generosi per combattere e rivendicare il giusto

diritto conculcato. Non si discuteva intorno alla classe, alla casta,

alla religione professata dall'individuo, ma in ciascuno di essi non si

vedeva che l'uomo, ed il suo diritto.

La Francia era allora, come adesso, frazionata in partiti. Esistevano

legittimisti, conservatori, radicali, socialisti, cattolici e

neocattolici, ma in ciascuno batteva il cuore della Francia, della sua

dignità, del suo onore. I cattolici, i neocattolici, come Chateaubriand,

Montalembert, Buchez, Balanche, Dupanloup e Veuillot stesso, accettavano

i principii fondamentali della rivoluzione, i quali costituivano la

nuova Francia, fondavano su di essi i loro giudizî, le loro dottrine.

Chi avrebbe sognato allora di diseppellire i pregiudizî, le mostruosità

dell'evo medio? Chi avrebbe mai immaginato pure di distinguere il

cattolico dal protestante o dall'ebreo? Se ora gli studenti, il cuore,

la parte giovane e generosa della Francia vagheggiano i tempi

obbrobriosi della _Ligue_ o quelli dell'abolizione dell'Editto di

Nantes, ove si arresteranno i figli dei Crociati[3] e il clero, che

aveva preparato quegli obbrobrii, fomentata quella strage, e ne

gavazzava?

[3] Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia

il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la

Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era

semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le

parole del Conte, è promossa a _Sergent de l'Église_.

Un giornale, come quello diretto dal famigerato Drumont, giornale

dell'odio e della menzogna, non sarebbe, a quei tempi, durato dieci

giorni, nè avrebbe raccolti dieci abbonati: sarebbe caduto, dopo pochi

giorni dalla pubblicazione, sotto il peso del disprezzo e della

indignazione di ogni classe di cittadini, dall'aristocrazia del

quartiere di S. Germano, al più umile operaio del Borgo di S. Antonio.

Un processo, come quello di Dreyfus, sotto il regime degli Orléans o

sotto quello degli stessi Borboni, o non sarebbe sorto, o sarebbe stato

spedito in pochi giorni secondo verità e giustizia; ora è divenuto un

vitupero e anche un pericolo per la Francia, uno scandalo in tutta

Europa, e, dopo tre anni, non è chiuso ancora!

L'Europa intera, che ora, mercè l'opera della Francia, la nobile

iniziatrice, è, in gran parte, divenuta liberale, assiste a questo turpe

spettacolo e ne è commossa, indignata. Essa non odia la Francia, come si

stampa, si predica da alcuni a Parigi, ma deplora e geme, perchè l'ama,

l'apprezza, e molto spera ancora dal suo popolo precursore delle più

ardite riforme. Essa, da oltre un secolo, non mirò nella Francia, se non

che gli atleti della Rivoluzione, gli eroismi dei Giacobini, la terra

degli Enciclopedisti, delle arti, delle lettere, della politica

redentrice. L'Europa rammenta sempre, che essa rese all'umanità un

servizio incomparabile, superiore a quanto operarono tutti i popoli che

la precedettero. Essa ha liberato la personalità umana da ogni

considerazione di natali, di credenze religiose, di classi; ha

proclamata in faccia all'Universo i diritti dell'uomo, ha coronato

l'individuo dei suoi diritti inviolabili, ha proclamata la legge, non di

una nazione, nè di una razza, ma di tutta la specie umana. Ed ora questa

Francia rinnegherebbe quel che ha affermato, proclamato in faccia al

mondo, tradirebbe sè e la causa dell'umanità? Ecco il dubbio che agita,

commuove e addolora l'Europa: se la Francia diserta il suo posto di

sentinella avanzata della civiltà, di cavaliere d'ogni diritto, di

custode della giustizia, chi scenderà nel campo a sostituirla? Se essa

si unisce, s'imbranca a quanto vi ha di più reazionario e micidiale alle

libertà in Europa, chi sottentra ad essa? Dove, a chi ci volgeremo

ancora per combattere a difesa della civiltà, della scienza e della

giustizia? Egli è pur troppo il _chauvinismo_ Gallico, avvelenato da

rancori, da invidie, da odii, che crea alla Francia il maggior pericolo,

e costringerà l'Europa liberale ad aprire una campagna, non contro di

lei, ma contro i suoi capricci, le sue aberrazioni istantanee funeste a

tutti, e a lei micidiali. Perciò ogni uomo di cuore in Europa si agita,

si commuove, non per ostilità, sibbene per avvertirla della strada

pericolosa, nella quale si è gettata, quasi incosciente, immemore di sè,

degli alti destini a cui era chiamata nel mondo civile.

*

* *

Per due colpe, dicevano i profeti d'Israello, questi tribuni, non di un

popolo, ma di tutti i popoli, fu giudicato Moab, e per una fu

condannato. Per due sintomi, diremo noi, fu giudicata la Francia e per

uno sarà condannata. Per quella ignobile farsa del Boulangismo, con cui

un popolo generoso si era gettato ai piedi d'una sciabola e di un

cavallo, staffiere in cerca di un paladino qualunque, armato della

sciabola o dell'aspersorio. Per le scene di umiliazione e di dedizione,

colle quali essa si è gettata ai piedi dello Czar; poteva pure farsene

un alleato, ma con quella dignità e quel decoro, che una grande nazione

non deve mai obbliare. Però di un procedere siffatto non è giudice che

la Francia; libero a ciascuno di fare quanto gli conviene della propria

persona, perocchè il pudore non s'impone, nè ad una cortigiana, nè ad un

popolo. E i liberali d'Europa videro, deplorarono, e si tacquero.

Un altro sintomo di codesta decadenza morale, a cui il liberalismo

Europeo assiste e pel quale si commuove e protesta, è l'affare di

Dreyfus. Perocchè omai il senso di giustizia è così vivo e profondo nel

mondo civile, che quando altri lo vede offeso e conculcato, sente che

tale oblio può divenire un pericolo per tutti.

Io non mi fermerò a parlare dei particolari di questo processo, omai ben

noti; per quanto altri tenti, si adoperi per addensare le tenebre

intorno ad esso, la luce è penetrata in ogni parte, e la luce sarà la

condanna di quanti lo hanno iniziato e condotto.

Costoro speravano che, come nei tempi, cui vorrebbero evocare, il barone

o l'Inquisitore potessero spingere la vittima disignata entro il

trabocchetto preparato, ivi l'accusato, vittima dell'intrigo, sparisse

sepolto per sempre, e si facesse su di lui il silenzio della morte.

Ma nel secolo decimonono, anche i sepolcri talvolta hanno una voce,

anche i lamenti dei sepolti nell'Isola del Diavolo, trovano un'eco.

La Francia intelligente e proba, l'Europa, il mondo civile raccolse

quell'eco, udì quel gemito, si commosse; contro il verdetto imposto

dalla servilità burocratica, dall'albagia dei militari, dai raggiri

dell'ipocrisia o della paura di giudici ignari o prezzolati, o di

giurati atterriti, tutto il mondo civile alla loro condanna contrappose

il proprio verdetto, protestò e gridò, che quel processo è l'ingiustizia

più turpe che sia stata commessa nel secolo decimonono.

Ahasvero nell'Isola del Diavolo: versi preceduti da uno studio su l'Ebraismo e la rivoluzione francese · 第 9 / 30 题