E tu, mio maestro ed amico, morivi a Parigi colla parola _Umanità_ sulle
labbra, e tu, mio fratello di pensiero e di fede, Carlo Fauvety, grande
per intelletto, più grande per nobiltà di cuore, ti spegnevi nella tua
casa ospitale di Asnières, detta il ritiro del filosofo, colla parola di
_Solidarietà_ sulle labbra, parola in cui si riassumeva la tua filosofia
sociale, l'anelito della tua anima pura e generosa[1].
[1] Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui
pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières,
l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di
tutti i cittadini.
Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per
vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue
idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene.
Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale,
apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal
1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali,
al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava
sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via
rappresentata dal _Phalanstere_, _la Phalange_, _la Democratie
pacifique_, fondò _Le rappresentant du Peuple_ poi _la Voix du
Peuple_ e altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet,
Renouvier, l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste, fondò il
giornale _La Solidarité_, in cui espose più chiaramente le sue
idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu
ripreso e continuato nel 1876 dalla _Religion Laique_, che divenne
nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo, P. Verdad
(Lessard) _La Religion Universelle_. Mandava nello stesso tempo
importanti articoli al Giornale Italiano, _La Ragione_, in cui io
collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere
intitolate _Nouvelle Rivelation_, La _Vie_, e l'altra _Théonomie,
Démonstration de l'Existence de Dieu_.
La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con
queste parole: _Credo alla solidarietà Universale. Voglio la
Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità
suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo_.
Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un
santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e
all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo
integerrimo e al pensatore.
Io, giovinetto ancora, quelle due parole raccoglieva dalle vostre labbra
per riportarle dalla Francia nell'Italia, allora schiava, ripeterle tra
gli studenti delle nostre Università, elevarle a programma della fede
futura, a dogma della religione universale; le bandiva nelle fratellanze
segrete, ed esse divennero per noi, insieme con quella d'_indipendenza
nazionale_, la fede nuova, la quale infiammava il nostro cuore, il
vincolo d'unione, che doveva stringere, non solo le diverse parti
d'Italia, allora smembrata, in una possente unità, ma, solidarie fra
loro, l'Italia alla Francia, la Francia al mondo, e costituire insieme
la Nuova Europa.
I miei condiscepoli al Collegio di Francia ed alla Sorbona e nei diversi
corsi universitarii, alle parole infocate di Michelet, di Edgar Quinet,
di Royer Collard, del filosofo Cousin e dei suoi seguaci, come degli
stessi economisti, già sansimoniani, quali Michel Chevalier, Augusto
Comte e altri, non avevano che una fede, cui trasmettevano alle nostre
menti, la fede nei principii fecondi della Rivoluzione; e tutti, giovani
francesi e stranieri, uniti in comunione da questi principii, che come
vincolo di sacramento ci stringevano in una stessa famiglia, nei ritrovi
palesi o fra le fratellanza segrete, giuravamo di consacrare la vita
nostra al loro trionfo non solo in Francia, ma in ogni parte d'Europa. A
quei tempi non esistevano differenze fra nazioni, e nazioni; eravamo
Italiani, Svizzeri, Polacchi, Ungheresi, Tedeschi, Russi, tutti come un
popolo solo, una famiglia; non pregiudizio di culto e di classe, ma
Protestanti, Ebrei, Cattolici, Sismatici, tutti stretti in un fascio,
_tutti_ (era la nostra parola d'ordine), _tutti come uno_. Tutti
giuravamo di adoprarci e combattere pel trionfo della legge morale,
universale, consacrarci al progresso della libertà, della fratellanza
dei popoli, in tutto il mondo, unirci in una sola associazione, ciascuno
e tutti solidarii fra loro: Parigi doveva essere il nucleo
dell'associazione, il focolare della nuova fede, da cui doveva
irraggiarsi sopra l'Europa, allora oppressa, e gettare le basi della
confederazione di tutti i popoli[2].
[2] Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da
Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e
liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in
Parigi:
«1. La _Giovane Europa_ è l'Associazione di tutti coloro, i quali
credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità
per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e
l'opera loro a fondare l'avvenire.
_Principî comuni_.
2. Un solo _Iddio_.
Un solo padrone: _la legge_.
Un solo interprete della legge: l'_Umanità_.
3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più
rapidamente possibile, mercè un continuo progresso,
all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la
missione della _Giovane Europa_.
17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al
compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è
sacra.
18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo,
esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà,
dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli
sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso
finisca.
19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i
popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio
della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per
indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e di
un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la
legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali,
Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835,
gettavano le basi della _Nuova Europa_. Ora dopo lotte combattute
per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha
trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il
Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora
sembrava un sogno di pochi entusiasti.
Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?
_Fata trahunt_.
Gli studenti erano a quei tempi le sentinelle avanzate della libertà.
Ogni nobile causa trovava nel loro cuore un'eco, in essi un campione per
difenderla; ogni illegalità ed ingiustizia, non solo una protesta, ma
suscitava una falange di generosi per combattere e rivendicare il giusto
diritto conculcato. Non si discuteva intorno alla classe, alla casta,
alla religione professata dall'individuo, ma in ciascuno di essi non si
vedeva che l'uomo, ed il suo diritto.
La Francia era allora, come adesso, frazionata in partiti. Esistevano
legittimisti, conservatori, radicali, socialisti, cattolici e
neocattolici, ma in ciascuno batteva il cuore della Francia, della sua
dignità, del suo onore. I cattolici, i neocattolici, come Chateaubriand,
Montalembert, Buchez, Balanche, Dupanloup e Veuillot stesso, accettavano
i principii fondamentali della rivoluzione, i quali costituivano la
nuova Francia, fondavano su di essi i loro giudizî, le loro dottrine.
Chi avrebbe sognato allora di diseppellire i pregiudizî, le mostruosità
dell'evo medio? Chi avrebbe mai immaginato pure di distinguere il
cattolico dal protestante o dall'ebreo? Se ora gli studenti, il cuore,
la parte giovane e generosa della Francia vagheggiano i tempi
obbrobriosi della _Ligue_ o quelli dell'abolizione dell'Editto di
Nantes, ove si arresteranno i figli dei Crociati[3] e il clero, che
aveva preparato quegli obbrobrii, fomentata quella strage, e ne
gavazzava?
[3] Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia
il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la
Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era
semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le
parole del Conte, è promossa a _Sergent de l'Église_.
Un giornale, come quello diretto dal famigerato Drumont, giornale
dell'odio e della menzogna, non sarebbe, a quei tempi, durato dieci
giorni, nè avrebbe raccolti dieci abbonati: sarebbe caduto, dopo pochi
giorni dalla pubblicazione, sotto il peso del disprezzo e della
indignazione di ogni classe di cittadini, dall'aristocrazia del
quartiere di S. Germano, al più umile operaio del Borgo di S. Antonio.
Un processo, come quello di Dreyfus, sotto il regime degli Orléans o
sotto quello degli stessi Borboni, o non sarebbe sorto, o sarebbe stato
spedito in pochi giorni secondo verità e giustizia; ora è divenuto un
vitupero e anche un pericolo per la Francia, uno scandalo in tutta
Europa, e, dopo tre anni, non è chiuso ancora!
L'Europa intera, che ora, mercè l'opera della Francia, la nobile
iniziatrice, è, in gran parte, divenuta liberale, assiste a questo turpe
spettacolo e ne è commossa, indignata. Essa non odia la Francia, come si
stampa, si predica da alcuni a Parigi, ma deplora e geme, perchè l'ama,
l'apprezza, e molto spera ancora dal suo popolo precursore delle più
ardite riforme. Essa, da oltre un secolo, non mirò nella Francia, se non
che gli atleti della Rivoluzione, gli eroismi dei Giacobini, la terra
degli Enciclopedisti, delle arti, delle lettere, della politica
redentrice. L'Europa rammenta sempre, che essa rese all'umanità un
servizio incomparabile, superiore a quanto operarono tutti i popoli che
la precedettero. Essa ha liberato la personalità umana da ogni
considerazione di natali, di credenze religiose, di classi; ha
proclamata in faccia all'Universo i diritti dell'uomo, ha coronato
l'individuo dei suoi diritti inviolabili, ha proclamata la legge, non di
una nazione, nè di una razza, ma di tutta la specie umana. Ed ora questa
Francia rinnegherebbe quel che ha affermato, proclamato in faccia al
mondo, tradirebbe sè e la causa dell'umanità? Ecco il dubbio che agita,
commuove e addolora l'Europa: se la Francia diserta il suo posto di
sentinella avanzata della civiltà, di cavaliere d'ogni diritto, di
custode della giustizia, chi scenderà nel campo a sostituirla? Se essa
si unisce, s'imbranca a quanto vi ha di più reazionario e micidiale alle
libertà in Europa, chi sottentra ad essa? Dove, a chi ci volgeremo
ancora per combattere a difesa della civiltà, della scienza e della
giustizia? Egli è pur troppo il _chauvinismo_ Gallico, avvelenato da
rancori, da invidie, da odii, che crea alla Francia il maggior pericolo,
e costringerà l'Europa liberale ad aprire una campagna, non contro di
lei, ma contro i suoi capricci, le sue aberrazioni istantanee funeste a
tutti, e a lei micidiali. Perciò ogni uomo di cuore in Europa si agita,
si commuove, non per ostilità, sibbene per avvertirla della strada
pericolosa, nella quale si è gettata, quasi incosciente, immemore di sè,
degli alti destini a cui era chiamata nel mondo civile.
*
* *
Per due colpe, dicevano i profeti d'Israello, questi tribuni, non di un
popolo, ma di tutti i popoli, fu giudicato Moab, e per una fu
condannato. Per due sintomi, diremo noi, fu giudicata la Francia e per
uno sarà condannata. Per quella ignobile farsa del Boulangismo, con cui
un popolo generoso si era gettato ai piedi d'una sciabola e di un
cavallo, staffiere in cerca di un paladino qualunque, armato della
sciabola o dell'aspersorio. Per le scene di umiliazione e di dedizione,
colle quali essa si è gettata ai piedi dello Czar; poteva pure farsene
un alleato, ma con quella dignità e quel decoro, che una grande nazione
non deve mai obbliare. Però di un procedere siffatto non è giudice che
la Francia; libero a ciascuno di fare quanto gli conviene della propria
persona, perocchè il pudore non s'impone, nè ad una cortigiana, nè ad un
popolo. E i liberali d'Europa videro, deplorarono, e si tacquero.
Un altro sintomo di codesta decadenza morale, a cui il liberalismo
Europeo assiste e pel quale si commuove e protesta, è l'affare di
Dreyfus. Perocchè omai il senso di giustizia è così vivo e profondo nel
mondo civile, che quando altri lo vede offeso e conculcato, sente che
tale oblio può divenire un pericolo per tutti.
Io non mi fermerò a parlare dei particolari di questo processo, omai ben
noti; per quanto altri tenti, si adoperi per addensare le tenebre
intorno ad esso, la luce è penetrata in ogni parte, e la luce sarà la
condanna di quanti lo hanno iniziato e condotto.
Costoro speravano che, come nei tempi, cui vorrebbero evocare, il barone
o l'Inquisitore potessero spingere la vittima disignata entro il
trabocchetto preparato, ivi l'accusato, vittima dell'intrigo, sparisse
sepolto per sempre, e si facesse su di lui il silenzio della morte.
Ma nel secolo decimonono, anche i sepolcri talvolta hanno una voce,
anche i lamenti dei sepolti nell'Isola del Diavolo, trovano un'eco.
La Francia intelligente e proba, l'Europa, il mondo civile raccolse
quell'eco, udì quel gemito, si commosse; contro il verdetto imposto
dalla servilità burocratica, dall'albagia dei militari, dai raggiri
dell'ipocrisia o della paura di giudici ignari o prezzolati, o di
giurati atterriti, tutto il mondo civile alla loro condanna contrappose
il proprio verdetto, protestò e gridò, che quel processo è l'ingiustizia
più turpe che sia stata commessa nel secolo decimonono.