CAPITOLO VII

La lotta per la indipendenza.

§ 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie

— § 2. Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii

della madrepatria — § 3. Confederazione e guerra d'indipendenza.

§ 1. DISEGNI LIBERTICIDI DELLA MADREPATRIA E REAZIONE DELLE COLONIE.

— Vi sono periodi nella storia dei popoli, in cui gli anni all'occhio

dell'osservatore superficiale, il quale non intravede il lavorio lento

di cui questi sono la sintesi, sembrano quasi contare per secoli;

tanto è il contrasto fra la brevità loro e l'importanza decisiva

nella vita politica e sociale ulteriore. Uno di questi appunto è

nella storia d'America l'ultima guerra tra Francia e Inghilterra, la

quale per la elaborazione della società anglo-americana è quello che

la scintilla elettrica per certi corpi: come prima dello scoccare di

essa abbiamo dei semplici elementi, e poscia il composto; così prima

di quella guerra noi vediamo agire delle colonie, dopo una nazione.

In essa per la prima volta le colonie avevano tutte partecipato ad

un'impresa comune, ad una impresa nazionale più ancora che inglese: i

loro figli s'erano conosciuti e stimati sui campi di battaglia, i loro

governi avevano imparato ad agire all'unisono per la difesa comune,

il paese tutto aveva conosciuto la propria forza e la debolezza della

madrepatria, incapace per la distanza e le difficoltà economiche di

fare un grande sforzo militare sul continente americano.

Non per nulla un popolo oppresso s'accorge di poter mettere in mare,

com'era avvenuto durante la guerra, ben 400 incrociatori, ed una

colonia, New York, può ricordare all'Inghilterra d'aver fornito essa

sola 60 navi da corsa con 800 cannoni e 7000 marinai; non per nulla

le milizie provinciali, disciplinandosi alla guerra al punto da far

arrossire i veterani del Braddock in quegli scontri, dove s'era formato

il genio strategico di Washington e la valentia di Gates, Montgomery,

Stark, Putnam, avevano rivelato alle colonie come i soldati regolari

della madrepatria nonchè invincibili fossero inferiori agli stessi

agricoltori ed artigiani del nuovo mondo. Di fronte al protervo

disprezzo, con cui tutti senza distinzione gli ufficiali coloniali

erano stati trattati dagli alti papaveri militari della madrepatria,

le gelosie regionali avevano taciuto ed il risentimento comune s'era

convertito in orgoglio nazionale offeso; mentre il denaro e le truppe

che le colonie più meridionali, per quanto sicure del pericolo, avevano

mandato alle sorelle della frontiera, testificavano una solidarietà,

ch'era garanzia della più larga cooperazione a qualsivoglia altro fine

nazionale comune. Un primo spirito di patriottismo si era sprigionato

così da quella coscienza comune, che s'era venuta elaborando nel

crogiuolo dei secoli. Nè questo, per quanto fosse molto nei destini

immediati del popolo anglo-americano, era ancor tutto.

La conquista del Canadà e della Nuova Francia, affrancando le

colonie inglesi da ogni timore sul continente, rendeva ormai inutile

affatto per esse la tutela inglese. Finchè la Francia, ambiziosa

e bellicosa, teneva un piede nel Nuovo Mondo, la protezione della

madrepatria per quanto costosa era pur sempre un parafulmine per le

colonie; ma scongiurato il pericolo, l'Inghilterra cessava di esser

necessaria alla loro salvezza. «Li abbiamo cacciati in trappola»

avrebbe detto il Choiseul al momento dell'abbandono definitivo della

Nuova Francia all'Inghilterra; o il Vergennes, ambasciatore francese

a Costantinopoli, alla notizia delle condizioni della pace diceva:

«Le conseguenze della cessione dell'intero Canadà sono evidenti. Io

sono persuaso che non passerà gran tempo prima che l'Inghilterra

si penta d'aver scartato il solo ostacolo che potesse tenere in

rispetto le colonie. Esse non hanno più bisogno oramai della sua

protezione; l'Inghilterra vorrà obbligarle a contribuire a sopportare

i pesi, che esse hanno contribuito ad attirare sulla metropoli, e

le colonie risponderanno scuotendo ogni dipendenza». Nè da queste

profetiche parole differiva molto la dichiarazione di lord Mansfields,

il quale spesso ebbe a dire che «dopo la pace di Parigi non aveva

giammai cessato di pensare che le colonie del Nord meditavano di

formare uno stato indipendente dalla Gran Brettagna». I coloni

infatti vedevano bene come la conquista inglese, non solo li avesse

liberati da un nemico formidabile, ma avesse per di più procurato

loro amicizie preziose, per quanto interessate. La preponderanza

ottenuta dall'Inghilterra nel campo estra-europeo in seguito alla

guerra dei sette anni aveva distrutto l'equilibrio del sistema

coloniale: strappata una parte del dominio della Spagna in America e

quasi tutto intero quello della Francia nei due emisferi, le grandi

potenze marittime d'Europa lungi dall'avere una comunanza d'interessi

coll'Inghilterra per sostenere tale sistema, avevano invece tutto

l'interesse ad abbatterlo come quello che le escludeva economicamente

da tanta parte del mondo, dagli stessi paesi che esse avevano scoperto

e colonizzato. E questo interesse generale del mondo antico, che

collimava colle aspirazioni alla libertà ed all'indipendenza del nuovo,

era tanto più sentito dalla Francia, nella quale le ragioni commerciali

e politiche si univano all'orgoglio offeso e al desiderio cocente d'una

rivincita per farle desiderare l'affrancamento delle colonie inglesi.

Se la Francia infatti avesse ritenuto i suoi possessi d'America, è ben

dubbio se lo stesso odio contro la rivale l'avrebbe indotta ad aiutare

le colonie inglesi ribelli; una volta invece che il suo sogno d'un

grande impero occidentale era svanito per sempre, essa aveva tutto da

guadagnare e nulla da perdere ad aiutarle.

Sicure così d'ogni pericolo, entrate dopo la pace in un periodo di

rinnovata prosperità ed energia, mentre nuovi stabilimenti si fondavano

dal Maine alla Florida, mentre nel nord mitigatosi il fanatismo

religioso e la ruvidezza dei costumi la vita assumeva carattere più

largo ed umano e nel sud la popolazione e la produzione crescevano

in modo straordinario, mentre una vera febbre d'espansione spingeva

dalle vecchie sedi gli arditi pionieri oltre i conquistati Allegani,

le colonie si trovavano in grado come mai per l'innanzi, se non basta

di resistere alle pretese inglesi, di svolgere addirittura un potere

politico indipendente. L'Inghilterra invece, nonchè rinunziare allo

sfruttamento economico, aveva atteso con ansia la conclusione della

pace per imporre la sua volontà assoluta alle colonie anche nel campo

politico. Creatosi ormai un immenso impero coloniale nel Nord-America,

l'Inghilterra riteneva giunto il momento sospirato di trarre da esso

quei vantaggi, che corrispondessero alla vastità dei territori ed alla

loro prosperità scambiata per ricchezza inaudita dalla metropoli, dove

gli ufficiali reduci dalla guerra dipingevano coi più vivi colori il

lusso dei coloni. Per far ciò non v'era che un mezzo, sottoporre anche

le colonie nord-americane in tutto e per tutto alle decisioni del

Parlamento.

L'idea del resto non era nuova. Già al principio del secolo XVIII,

i _lords_ del commercio e delle piantagioni, proponevano di far

riprendere dalla corona tutte le carte, in virtù d'una misura del

potere legislativo del reame, di quel potere che, per essersi

messo al di sopra dell'autorità che aveva concesso tali carte,

ben poteva ritenersi superiore alle colonie che le possedevano.

Dopo aver legiferato sul commercio e sull'industria, il Parlamento

voleva legiferare anche sul governo delle colonie; e se ebbe cura

di non allarmare queste ultime con la dichiarazione formale ch'esso

poteva legiferare per esse in tutte le circostanze possibili, non

ne riguardò meno per questo il principio come incontestabile, in

materia specialmente di tassazione. Su questo principio appunto si

basava la proposta di sir Guglielmo Keith nel 1726 d'estendere per

mezzo d'un atto del Parlamento anche all'America le imposte sulla

pergamena e sulla carta bollata; disegno che ripreso da commercianti

londinesi, dieci anni dopo, trovava se non effettuazione certo largo

favore presso il ministero inglese. Sarebbe venuta così a distruggersi

implicitamente quella libertà coloniale, di cui il diritto esclusivo

delle corporazioni legislative locali di imporre ed approvare le

tasse, costituiva come il punto saliente così la rocca più salda. Come

l'influenza della Camera dei Comuni in Inghilterra riposava sul suo

diritto esclusivo d'accordare tutti gli anni le risorse necessarie alla

marcia del governo; così la forza del popolo in America consisteva

nel diritto esclusivo delle assemblee di levare le tasse coloniali

e di determinarne l'impiego. In Inghilterra il re otteneva la sua

lista civile a vita; in America la rapacità dei governatori rendeva

necessario di far dipendere i loro emolumenti da un voto annuale:

l'importo ne era regolato d'anno in anno, prendendosi a tal fine

in considerazione i servigi del funzionario come lo stato economico

della provincia. Così i governatori potevano bene ottenere istruzioni

ministeriali esigenti uno stanziamento considerevole, uniforme e

permanente; ma le assemblee ritenendo tali istruzioni valide solo

per i funzionari del potere esecutivo, continuavano ad esercitare una

libertà senza controllo di deliberazione e decisione. Per risolvere la

contraddizione il re avrebbe dovuto pagare i suoi ufficiali col mezzo

di un fondo indipendente, o cambiare le sue istruzioni. Di qui i lagni

di cui sono pieni per tutto il secolo XVIII i rapporti al ministero da

parte dei governatori inglesi, che, mandati in America, bene spesso per

far fortuna, si vedevano costretti a capitolare tutti gli anni per la

loro sussistenza davanti al popolo, il quale rendeva così più illusoria

che reale l'amministrazione degli ufficiali del re, di cui esso era

arbitro!

L'impotenza dei governatori, delle colonie nordiche in ispecie, di

fronte all'arma onnipotente posseduta dall'assemblea aveva terminato

col convincere il governo inglese della necessità che i governatori

fossero pagati direttamente dalla metropoli; il modo poi di sopperire

a queste spese era non meno implicitamente indicato alla metropoli

dai governatori e dai realisti d'America, la tassazione diretta

degli Americani per atto del Parlamento. A questi criteri direttivi

s'ispirava appunto il piano d'una stabile lista civile americana, che

l'Ufficio del commercio andava ponzando e maturando in quegli anni.

A determinarlo ancor più sopraggiungevano le nuove esigenze militari

per la difesa delle colonie. Già nel 1751 ad esempio, essendo in vista

una lotta con la Francia per la vallata dell'Ohio, il governatore di

New York consigliava ai _lords_ del commercio per le spese necessarie

a conservare il possesso del lago Ontario «un'imposta generale per

atto del Parlamento: giacchè sarebbe pura immaginazione calcolare

che tutte le colonie consentirebbero ciascuna a parte a decretar

ciò». E di tale avviso era pure il Kennedy, ricevitore generale

di New York, che caldeggiava «una riunione annua dei commissari di

tutte le colonie a New York od Albany» e la costrizione per tutte

al pagamento delle contribuzioni necessarie per atto del Parlamento,

«altrimenti tutto sarebbe finito in chiacchere e contese». A tale fine

nel 1753 si facevano in Inghilterra proposte di tasse sull'America,

dichiarando l'Ufficio del commercio alla Camera dei Comuni che era

assolutamente necessario procurarsi un'entrata coloniale: a tal fine

l'Halifax progettava nel 1754 un piano dispotico di unione fondato

sulla prerogativa regia, nell'intento di stringere tutte insieme le

colonie contro la Francia, di far loro pagare le spese della guerra,

e di sottoporle in blocco all'autorità del re o del Parlamento, di

regolare cioè ad un tempo e d'un colpo tutte le questioni d'unione, di

tassazione e di governo, che si facevano ogni giorno più scottanti ed

insolubili. All'unione coatta, che doveva organizzarsi in Inghilterra

nel modo da essa voluto e mettersi in vigore con atto del Parlamento

per intenti fiscali e dispotici, i coloni per opera del Franklin

contrapponevano una libera unione con intenti affatto opposti in

quel progetto già veduto di Albany che il Shirley, governatore regio

del Massachusetts, dipingeva un'applicazione del vecchio sistema

delle carte ad una confederazione americana, sistema che avrebbe

annichilito l'autorità regia nelle colonie unite, come l'aveva

pressochè annichilita nelle singole colonie dov'era stato applicato, e

compromesso la dipendenza dell'intero dominio di fronte alla corona.

Rimasto allo stato di progetto tutti questi disegni, il governo

inglese ciò nonostante aveva approfittato delle necessità della

guerra per estendere l'autorità del Parlamento sulle colonie: si

stabiliva infatti un potere militare per tutto il continente, potere

nonchè indipendente dai governi coloniali ad essi superiore, non

avendo questi facoltà di dar ordini nelle rispettive provincie se

non nell'assenza del comandante continentale e dei suoi delegati.

L'America tutta intera veniva posta così sotto il regime militare, i

suoi magistrati erano sottomessi all'autorità del comandante in capo,

le sue assemblee obbligate «a comprendere chiaramente e distintamente»

che il re «esigeva» da esse un fondo comune, di cui il comandante in

capo «disporrebbe e regolerebbe l'impiego», ed «approvvigionamenti di

ogni genere che potrebbero risultare dalla necessità di fornire alloggi

ai soldati». Tali istruzioni, contrarie allo spirito della stessa

costituzione inglese, rimanevano in vigore durante l'intero periodo

della guerra e perfino dopo il termine di essa; non senza però la più

viva resistenza da parte dei coloni ai nuovi arbitri della madrepatria,

ben più temibili delle stesse limitazioni commerciali e industriali,

che il contrabbando poteva dopo tutto almeno in parte frustare. Ai

mali consigli del Loudoun, comandante supremo delle forze inglesi,

il quale, di fronte al rifiuto di sussidii e di armati da parte delle

assemblee quacchere del Jersey e della Pennsylvania, aveva suggerito

al Pitt di imporre un tributo per la guerra alle colonie col mezzo d'un

decreto del Parlamento brittannico, ed alle decisioni di questo che «la

pretesa legale in un'assemblea coloniale di poter levare e adoperare

denaro pubblico soltanto con proprio decreto scemava il potere della

corona e i diritti del popolo della Gran Brettagna», la Pennsylvania

aveva risposto energicamente per bocca del più ardito propugnatore dei

diritti e della libertà legislativa d'America, Beniamino Franklin,

mandato nel 1757 come agente di quella colonia in Inghilterra. Alla

nomina poi del giudice supremo di New York a semplice «beneplacito»

del re, senza osservare alcuna delle norme stabilite a tale riguardo

per garanzia delle colonie, l'assemblea di New York aveva risposto

dichiarando inconciliabile con la libertà americana il nuovo modo

di conferimento del potere giudiziario e proclamando che non avrebbe

pagato più oltre lo stipendio dei giudici, se non si fosse ritirata

quella nomina.

Dati simili precedenti, si capisce quale ansia destasse nelle colonie

la notizia diffusasi nell'inverno stesso, che seguì la presa di Quebec,

che l'Inghilterra meditava di inaugurare la nuova politica verso le

colonie non più a pillole e per eccezione, ma in blocco e come sistema,

procedendo ad un riordinamento generale di queste. Messo infatti

da parte un politico eminente, quale il Pitt, il giovane monarca

Giorgio III prendeva nel 1761 come primo ministro il suo educatore,

Carlo di Bute, un vivace gentiluomo scozzese, altrettanto elegante

ed insinuante quanto gretto di idee, e questi chiamava al posto di

primo lord dell'Ufficio del commercio Carlo Townshend, destinandolo

a strumento della mutazione da farsi nelle colonie americane. Sarebbe

questa consistita nell'abolire le patenti coloniali e nell'assoggettare

completamente le colonie al governo inglese, fine ultimo cui doveva

servire di avviamento l'indipendenza assoluta dei funzionari regi

dalle assemblee coloniali, sia riguardo alla nomina come alla durata

dell'ufficio ed allo stipendio, e la costituzione d'un esercito

stanziale, che tenesse soggetti gli abitanti. Una cosa e l'altra

però richiedeva nuove spese e l'Inghilterra, aggravata d'un grosso

debito pubblico, accasciata sotto i pesi finanziari della guerra

contro la Francia, nonchè pensare più oltre alla sicurezza militare ed

all'amministrazione delle colonie americane, meditava di assoggettarle

col fine precipuo di farle contribuire ai bisogni finanziari

dell'impero britannico, di cui esse formavano indubbiamente parte

integrante. Nè a stretto rigore l'imposizione di tasse alle colonie

era di per sè ingiusta: se l'unione statale dell'America nordica

coll'Inghilterra doveva continuare, era logico che anche l'America

fosse assoggettata ad imposte; altrimenti non solo sarebbe stata di

fatto indipendente dall'Inghilterra, ma questa avrebbe dovuto anche

pagarle l'amministrazione e la sicurezza interna.

Aggiungasi che l'Inghilterra aveva speso per la guerra d'America

contro la Francia somme ingenti, tanto che il suo debito pubblico da

75 milioni di sterline, quale era nel 1756, saliva nel 1763 a ben 133

milioni, cifra per quell'epoca addirittura impressionante. È vero

che l'Inghilterra, come faceva osservare ad essa il Franklin, non

aveva combattuto la Francia nell'interesse esclusivo delle colonie;

è vero che la madrepatria con la sua politica economica ricavava già

abbastanza denaro dalle colonie, e che a queste principalmente dovevano

il loro fiorire le città marittime di Liverpool e di Glasgow e quelle

industriali di Manchester, Leeds, Sheffield, etc.; ma il principio

della tassazione delle colonie non era per questo in teoria meno

giusto. Solo però si doveva badare al modo di applicarlo. Se le colonie

dovevano sopportare gli stessi pesi del territorio metropolitano,

dovevano godere anche gli stessi diritti, dovevano avere anch'esse

rappresentanza e voto nel Parlamento, dovevano poi esser trattate anche

economicamente come politicamente alla stessa stregua dell'Inghilterra

anzichè sacrificate ad essa. Ciò appunto chiedeva il fiduciario della

Pennsylvania. La madrepatria invece non voleva rinunziare al dominio

politico sulle colonie, donde la necessità di assoggettarle con la

forza, quando non avessero obbedito ai suoi voleri in materia di tasse

come in quella legislativa. Senonchè, sembrando cosa ancora immatura

mentre la guerra con la Francia continuava, di imporre tasse alle

colonie con atto legislativo, si ricorreva pel momento ad un mezzo

indiretto di trar denaro da esse.

Il contrabbando, quanto mai fiorente, eludeva in gran parte gli atti di

navigazione contrari alle colonie: i bastimenti della Nuova Inghilterra

non solo fornivano di merci inglesi le colonie spagnuole e francesi,

non solo introducevano in America i prodotti caricati di soppiatto

ad Amburgo e nei porti olandesi ed italiani, ma perfino attendevano

presso le coste occidentali dell'Africa i vascelli olandesi francesi

e danesi, per prendere direttamente da essi carichi interi di tè. Le

cose erano giunte al punto che dal milione e mezzo di libbre di tè,

che l'America nordica consumava annualmente, solo 150.000 provenivano

dall'Inghilterra, e che i dazi d'esportazione dalle colonie per le

Indie Occidentali francesi e spagnuole, nonostante la loro gravezza,

davano solo un 2000 sterline all'anno, cioè il quarto circa della

somma, che l'Inghilterra spendeva annualmente per l'amministrazione

doganale! Il cancelliere dello scacchiere, Giorgio Grenville, faceva

pertanto passare in poche settimane una sua proposta di legge, per

la quale tutti gli ufficiali ed i marinai della flotta inglese

erano autorizzati a far da ufficiali di dogana e denunziatori,

ad assoggettare qualsiasi bastimento americano in alto mare a

perquisizione e porlo sotto sequestro. Questo procedimento sommario con

gli abusi ed arbitrii infiniti, cui apriva la via, con la seduzione

dei grossi guadagni per gli agenti inglesi e la facilità da parte

dell'ammiragliato di condannare i vascelli sequestrati, si riduceva

ad una vera caccia alla proprietà americana; tanto più che i _writs

of assistence_ o pieni poteri concessi ai doganieri di farsi assistere

nell'esazione dei diritti doganali da tutti i funzionari governativi e

di penetrare perfino a loro piacimento nei fondaci e nelle abitazioni

dei cittadini, minacciavano le stesse libertà individuali dei coloni,

attentando ad uno dei principi più sacri per ogni anglo-sassone,

l'inviolabilità del domicilio.

Il fervore di libertà, infiammato per di più dalla voce che il governo

inglese meditava d'introdurre ufficialmente in tutte le colonie la

chiesa episcopale, divampava irresistibile nella Nuova Inghilterra,

dove il valoroso ed ardente avvocato Giacomo Otis davanti alla corte

giudiziaria di Boston negava ogni legalità a quegli ordini di sequestro

in nome dei principi fondamentali del diritto pubblico, li chiamava

strumenti di dispotismo e, facendosi interprete della coscienza

dell'intero paese, «io sono risoluto, esclamava, di sacrificare la

proprietà, il benessere e la salute, anzi addirittura la mia vita, ai

sacrosanti diritti della mia patria nel resistere contro una specie di

prepotenza, la cui pratica è già costata ad un re la testa, ad un altro

il trono!».

L'agitazione vivissima contro le misure dispotiche della madrepatria

era ancora però ben lontana dall'assumere la minima parvenza di

separatismo: i coloni esigevano d'esser trattati come gli altri sudditi

inglesi e nulla più. «Alcuni spiriti tanto di corta vista quanto

maligni, diceva lo stesso Otis in un pubblico comizio di Boston nel

1763, si sono affaticati a suscitare meschine gelosie colle colonie,

ma i veri interessi dell'Inghilterra e delle sue figliuole etniche

sono reciproci, e ciò che Dio nella sua sapienza ha congiunto, nessuno

deve osar di separare». E Beniamino Franklin infatti, interrogato

più tardi in Inghilterra, nel 1766, quale fosse il sentimento degli

Americani verso la madrepatria prima del 1763: «Il migliore del mondo,

rispondeva. Essi si sottomettevano di buona voglia al governo della

corona, e prestavano obbedienza agli atti del Parlamento. Per numerosa

che fosse la popolazione in alcune delle più antiche provincie, essa

non costava nulla per forti, cittadelle, guarnigioni, armi con cui

tenerla soggetta: essa fu governata da questo paese colla sola spesa

d'un po' di penna, inchiostro e carta; essa era guidata da un filo.

Essa aveva non solo rispetto ma affezione per la Gran Brettagna, per

le sue leggi, costumi, usi e perfino un debole per le sue mode, che

aumentò di molto il commercio. I nativi d'Inghilterra furono sempre

trattati con particolare riguardo; appartenere alla _Old England_

era di per se stesso un carattere di rispetto e dava una specie di

distinzione fra noi».

§ 2. RESISTENZA PASSIVA ED ATTIVA DELLE COLONIE AGLI ARBITRII DELLA

MADREPATRIA. — Lo stato degli animi però doveva insensibilmente

mutare e l'idea del distacco farsi strada di mano in mano che il

piano politico dell'Inghilterra andava scoprendosi ed attuandosi fra

l'ostilità aperta e le resistenze dichiarate dei coloni.

Caduto nella primavera del 1763 il ministero Bute, ne raccoglieva

la spinosa eredità Giorgio Grenville, il quale, da buon credente

nel dogma mercantilistico che le colonie erano fatte per l'utilità

della madrepatria, si faceva un dovere personale oltrecchè politico

di sacrificare l'America alla prosperità del commercio inglese, le

libertà degli Americani alla supremazia assoluta della madrepatria.

Così mentre il Townshend presentava in Parlamento la proposta di

imporre alle colonie una tassa sul bollo pel mantenimento d'un esercito

stanziale di 20 reggimenti, il ministero preparava per esse una nuova

legge doganale che veniva votata nell'aprile del 1764: per questa

si stabilivano nuovi dazi d'importazione su derrate e manufatti di

prima necessità fino allora esenti, proventi doganali pagabili in

oro anzichè in carta che dovevano passare alla tesoreria inglese

come fondo speciale con cui coprire le spese coloniali, calcolate ad

oltre 300.000 sterline annue. Per di più si dava pochi giorni dopo

dal Parlamento un altro colpo formidabile al commercio delle colonie,

con decreti che deprezzavano la loro carta monetata, cresciuta troppo

durante l'ultima guerra, screditandola e negandole oltre certi limiti

validità sul mercato inglese. Traffico marittimo e contrattazioni

commerciali con la madrepatria venivano così distrutti per le

colonie, le quali nell'impossibilità di procurarsi a sì caro prezzo i

prodotti inglesi si vedevano impedite da altri atti non meno iniqui di

diventare esse stesse industriali. E quasicchè non bastasse il fiero

colpo ad irritare gli animi, s'aggiungeva la prospettiva ancor più

insopportabile della tassa sul bollo, proposta contro la quale diverse

colonie mandavano memorie e rappresentanti in Inghilterra, mentre in

Boston l'opposizione contro di questa, diretta dall'Otis e da Samuele

Adams, prendeva proporzioni ogni giorno maggiori e già gli abitanti

decidevano di non servirsi più di prodotti inglesi e di esercitare per

conto proprio l'industria della lana. Invano il Franklin, il quale per

aver ricevuto pieni poteri da molte colonie era diventato una specie di

rappresentante del dominio americano, diceva chiaramente agli stessi

Inglesi che gli Americani non si sarebbero mai lasciati tassare senza

loro approvazione e che la nuova misura avrebbe messo a grave cimento

l'unità dell'impero brittannico: il re nel discorso d'apertura del

parlamento, il 10 febbraio 1765, presentava la questione americana

come questione «d'obbedienza alla legge e di rispetto all'assemblea

legislativa del regno»; ed il Grenville vi presentava le sue famose

55 risoluzioni, che contemplavano i particolari d'una legge sul bollo

per le colonie americane e ne deferivano le infrazioni alla corte di

giustizia dell'ammiragliato.

Durante la discussione della legge, avendo il Townshend tenuto in

favore di essa un discorso che terminava colle parole — «Ed ora questi

Americani, che per nostra cura furono colà trapiantati e per nostra

condiscendenza e sollecitudine sostenuti, finchè crebbero in forza e

agiatezza, e che sono stati difesi dalle armi nostre, si rifiuteranno

di conferire il proprio obolo per aiutarne a liberarci dal grave carico

che ci opprime?» — il colonnello Barré, che ben conosceva l'America

ed il suo popolo per aver combattuto allato del Wolfe contro Quebec,

balzava su dal suo stallo improvvisando una difesa sublime degli

Americani: «Per cura vostra, egli tonava, sono stati colà trapiantati,

dite voi? No, le vostre oppressioni li hanno trapiantati in America!

Essi fuggirono, davanti alla vostra tirannia, in paese allora incolto e

deserto, dove s'esposero a tutte le fatiche, a cui è soggetta la natura

umana, e inoltre alla barbarie d'un nemico selvaggio, il più scaltro

e — ve ne dò la mia parola — il più spaventevole fra tutti i popoli

sulla faccia della terra, e nonostante hanno sopportato con gioia,

animati dai principii d'una vera libertà inglese, tutti i travagli solo

per sfuggire a ciò che, nel proprio paese, bisognava soffrissero per

opera di coloro, che avrebbero dovuto esserne gli amici. Per la vostra

condiscendenza e sollecitudine essi sono stati sostenuti? Essi crebbero

e prosperarono in conseguenza della vostra trascuranza. Tostochè

voi cominciaste a darvi pensiero di loro, manifestaste la vostra

sollecitudine mandando a quella volta delle persone per governarli

in questo o quel rapporto, persone, che forse erano gl'inservienti di

inservienti di alcuni membri di questa camera ed erano inviati collo

scopo d'esplorare le libertà degli Americani, di presentarne le azioni

in falsa luce e di sfruttarne l'industria, persone, la cui condotta

in più d'una occasione ricacciò a quei figli della libertà il sangue

verso il cuore, poveri diavoli, che furono promossi ai più alti uffici

giudiziari, mentre, in parte, come so positivamente, eran lieti di

poter andare in un paese forestiero, per non essere essi stessi in

patria condotti innanzi alle sbarre d'un tribunale. Dalle vostre armi

sono essi stati difesi? Generosamente hanno impugnato le armi in nostra

difesa, hanno, in mezzo all'attività loro pertinace e faticosa, dato

prova di virile prodezza nella difesa d'un territorio, i cui confini

erano inzuppati di sangue, mentre l'interno del paese sacrificava tutti

i suoi piccoli risparmi a vostro vantaggio. E credetemi — ricordatevi

che oggi v'ho detto simili parole — che quel medesimo spirito di

libertà, che infiammava quel popolo da principio, l'animerà anche

nell'avvenire. Ma la prudenza mi vieta d'esprimermi con maggiore

chiarezza. Dio sa che io, in questo momento, non parlo per motivi

di spirito di partito; ciò che dico sono i veri sentimenti del mio

cuore. Per quanto gli onorevoli, che seggono in questa camera, possano

superarmi in scienza ed esperienza in generale, pure ho la pretesa di

conoscere l'America meglio dei più di loro, poichè conosco quel paese

per pratica mia propria. Quel popolo là è, a mio parere, sinceramente

leale, quanto tutti gli altri sudditi del re, è però un popolo che

è geloso delle sue libertà, e le difenderà e guarderà contro ogni

assalto».

Il discorso generoso del Barré, giunto dopo qualche mese nella Nuova

Inghilterra e diffuso a migliaia di copie per tutto il paese, vi

sollevava la commozione più intensa, e le più vive speranze: il nome

di «figli della libertà», dato dal Barré agli Americani, diventava

il motto fatidico delle giovani generazioni. Poco dopo di esso però

giungeva anche la notizia che la legge sul bollo, approvata dal

Parlamento, era stata sanzionata, per quanto in un accesso di pazzia,

da Giorgio III e che col 6 novembre 1765 sarebbe entrata in vigore.

Il vaso del malcontento già colmo doveva per forza traboccare a

quell'annunzio.

La servitù economica delle colonie, l'atto di navigazione, la stessa

legge doganale, per quanto danneggiassero l'intera popolazione, non

si facevano sentire direttamente che su pochi ceti di essa, sulla

classe commerciale in ispecie; ma la nuova legge colpiva tutti in modo

diretto, agricoltori e commercianti, operai e professionisti, ricchi

e poveri, ed in tutti suscitava impeti di ribellione: la stampa non

meno del traffico, la vendita come la permuta, il testamento ed il

matrimonio, tutti gli atti insomma della vita, economici e civili,

dovevano esser tassati; e per maggiore offesa ad uomini gelosi della

loro libertà, le contravvenzioni a questa tassazione non riconosciuta

dai coloni doveano esser deferite non già ai tribunali indigeni ma alla

corte di giustizia dell'ammiragliato, dove sedevano dei giudici inglesi

e non erano ammessi giurati! Alla prima notizia della legge infame

il fermento più vivo s'impadroniva delle colonie: la condannavano

dal pulpito i predicatori in nome della religione, la assalivano

con violenza nelle pubbliche riunioni i patriotti più intemerati, la

frantumavano a forza d'argomenti giuridici i giornali, le negavano

ogni valore le assemblee legislative, dove s'elevavano voci, come

quella del bollente patriotta ventinovenne Patrizio Henry della

Virginia, che ricordavano minacciose a Giorgio III la fine di Cesare e

di Carlo I! Alla testa dell'opposizione si trovava il Massachusetts,

trascinato dalla parola eloquente dell'Otis e di quel Samuele Adams,

scrittore politico pieno di forza, che pel suo fanatismo calvinista

e liberale meritava d'esser chiamato «l'ultimo dei puritani». E dal

Massachusetts appunto, dove si era già innanzi stabilito un comitato

di corrispondenza per un'azione concorde fra tutte le colonie, partiva

l'iniziativa d'un «Congresso contro la legge sul bollo», che, tenuto

nell'autunno a New York con la rappresentanza di nove colonie e

l'adesione illimitata di altre tre, riproduceva ma con intenti ben

diversi quello di Albany del 1754! L'unione americana era già in

germe in questo congresso, dove il Gadsden della Carolina meridionale

esortando le colonie tra l'assentimento dei colleghi a porsi sul

terreno del diritto naturale, cosa questa della più alta importanza

per lo svolgimento ulteriore dei fatti, diceva tra l'altro: «Certo la

conferma dei nostri essenziali e comuni diritti come Inglesi può esser

guarentita per mezzo delle patenti; ma il far ancora troppo capitale

su di esse potrebbe di leggeri produrre fatali conseguenze. Noi tutti

dobbiamo stare sull'ampio e comune terreno dei diritti naturali, che

noi tutti come uomini e discendenti di Inglesi conosciamo. Io non

vorrei che le patenti, alla fin fine, c'impastoiassero, inducendo

le diverse colonie a procedere in questa grave faccenda con criteri

disuguali. Posto che il caso dovesse avverarsi, è finita per noi

tutti; questo continente non deve conoscere nè abitanti della Nuova

Inghilterra, nè di New York, ma noi tutti soltanto come Americani!».

Fra le 14 deliberazioni del Congresso, accanto a quelle contrarie

alla competenza delle Corti dell'ammiragliato e più ancora alla

tassazione non deliberata dalle assemblee coloniali, ve n'era una

contraria perfino ad una eventuale rappresentanza delle colonie nel

parlamento britannico, cosa della più alta importanza perchè dimostra

come negli Americani quanto era vivo il desiderio di rimaner nel fatto

indipendenti dalla madrepatria altrettanto era viva la riluttanza a

formare un tutto con essa, a sobbarcarsi ai suoi pesi finanziari e

politici. Nè soggezione dunque nè unione, ma continuazione di quel

sistema che garantiva alle colonie tutti i vantaggi di far parte del

potente impero britannico senza subirne i pesi.

Nel novembre la nuova legge entrava in vigore, ma tanta era l'ostilità

delle popolazioni da renderne impossibile l'esecuzione: i venditori

di marche da bollo venivano insultati ed assaliti, le loro case

svaligiate, le provviste di carta bollata bruciate, i procuratori

preferivano di sospendere gli affari piuttostochè far bollare gli

atti, i tribunali civili dovevano chiudersi; mentre la legislatura

del Massachusetts deliberava che tutti gli atti civili compilati in

carta semplice avessero lo stesso piena validità, ed il Connecticut

dichiarava apertamente che il popolo poteva ritogliere l'autorità

concessa al governo legale ogni qualvolta questo non avesse più il suo

consenso. All'insurrezione, che si esplicava da parte della plebaglia

in incendi e saccheggi, alle dichiarazioni rivoluzionarie delle aule

legislative, s'accompagnava poi una generale resistenza passiva più

formidabile d'ogni altra per gl'interessi inglesi. Il ceto commerciale

di New York s'impegnava dal 1º gennaio 1766 in poi di non far venire

più nessuna merce straniera sottoposta a dazio, di non prenderla in

deposito e di ritirare le commissioni già fatte: altrettanto facevano i

mercanti di Boston e di Filadelfia; i cittadini di questa s'impegnavano

a non soddisfare più i debiti contratti in Inghilterra; l'intera

popolazione americana rinunziava ad ogni agio di origine straniera,

ad ogni prodotto inglese, pure di conservare la propria libertà.

L'industria della madrepatria veniva pertanto paralizzata dalla perdita

repentina di un mercato così importante di fornimento della materia

greggia e di spaccio dei prodotti lavorati: il suo commercio verso il

nuovo mondo s'arrestava; gli affari ristagnavano: si sollevava un coro

generale di lamenti, di proteste, di preghiere, mentre le corporazioni

mercantili di Londra, di Bristol, di Liverpool, di Lancaster, di Hull,

di Glasgow peroravano questa volta presso il Parlamento la causa della

giustizia in nome dell'interesse! Le voci in difesa degli Americani si

facevano così ogni giorno più spesse nella Camera dei Comuni, dove tra

gli altri il vecchio Pitt, sempre vigoroso d'animo per quanto infermo

di corpo, esclamava: «Gli Americani sono sudditi di questo regno,

hanno lo stesso titolo di noi a tutti i diritti naturali dell'uomo ed

agli speciali privilegi dell'Inglese, sono nello stesso modo legati

dalle leggi inglesi e partecipano egualmente alla costituzione di

questo nostro libero paese: chè gli Americani sono figli legittimi

dell'Inghilterra, non bastardi. Se questa camera tollera che la legge

sul bollo rimanga in vigore, la Francia guadagnerà più per mezzo delle

colonie, di quanto non avrebbe guadagnato, ove le sue armi fossero

rimaste vincitrici nell'ultima guerra.». Ed a chi gli si opponeva: «Io

mi rallegro, esclamava fra l'altre cose, che l'America resista. Tre

milioni d'uomini, il cui sentimento di libertà fosse così morto che

si facessero incatenare spontaneamente, sarebbero strumenti acconci

a rendere schiavi tutti gli altri. In una causa giusta voi potrete

stritolare l'America, ma la tassa sul bollo sarebbe un'ingiustizia

troppo grave ed io sono proprio convinto che in tal cosa sarebbe

perfino una vittoria il perdere. Se voi rovinate l'America, essa

sprofonderà come un gigante, stringerà colle braccia le colonne dello

stato e sotterrerà la nostra costituzione fra i suoi rottami. È questa

la pace magnificata, che voi cacciate la vostra spada non nel fodero,

ma nelle viscere dei vostri compatriotti?».

Frattanto il governo era passato dalle mani del Grenville a quelle

del Rockingam, il quale diceva di voler «revocare cento leggi sul

bollo piuttostochè eseguirne una con la forza»; cosicchè più facile

apparve appianare un conflitto, di cui il Franklin mostrava di nuovo

ai ministri inglesi in una conferenza divenuta famosa le pericolose

conseguenze. Il Parlamento infatti nei primi mesi del 1766 abrogava

l'infausta legge, pure riconfermando il diritto di tassare le colonie;

e la decisione veniva accolta tra il giubilo dei due popoli: le navi

inglesi s'imbandieravano sul Tamigi; ed a Giorgio III decretavano

statue New York e la Virginia. La legge sul bollo però non essendo

stata che la causa occasionale di tanta agitazione, la revoca di essa

non fu più efficace quanto agli effetti dell'olio versato sul mare in

procella: le onde cessano per un momento d'accavallarsi a fior d'acqua,

ma la burrasca continua negli strati inferiori e riguadagna ben presto

la superficie. La madrepatria non poteva dimenticare l'umiliazione

subita, tanto più che al ministero Rockingam succedeva nel 1766 un

ministero Grafton-Pitt, in cui la disparità di vedute dei componenti

e la malattia del Pitt lasciavano libera la mano al famoso Townshend,

cancelliere dello scacchiere, nelle faccende americane. Dopo la morte

anzi del Townshend ed il ritiro del Pitt, la direzione stessa del

ministero passava nel 1768 nelle mani di lord North, avversario deciso

dell'autonomia americana. Si escogitavano pertanto nuovi mezzi diretti

e indiretti di tassare l'America, si tentava di privarla delle sue

patenti e di sottoporla ad un regime militare affidato al generale

Gage, comandante supremo dell'esercito regio nelle colonie. Queste

rispondevano dal canto loro alle provocazioni della metropoli con

la resistenza passiva e con quella attiva senza però alcuna idea di

separazione dalla madrepatria, di indipendenza. Lo stesso banditore

della «resistenza con la forza» alle sopraffazioni della metropoli,

Giovanni Dickinson di Pennsylvania, nelle sue famose «_Lettere d'un

agricoltore_», destinate a scuotere come corrente elettrica tutte

quante le colonie, esclamava in quell'epoca: «Se mai noi ci separiamo

dalla madrepatria, quale nuova forma di governo adotteremo? dove

troveremo noi un'altra Inghilterra per riparare la nostra perdita?

Staccati dalla nazione alla quale siamo uniti dalla religione, dalla

libertà, dalle leggi, dall'affetto, dalla parentela, dal linguaggio ed

il commercio, noi dobbiamo perdere del sangue da tutte le nostre vene».

È una lotta pertanto puramente difensiva, nella quale ogni colpo

della metropoli trova nelle colonie una trincea, in cui infrangersi;

ogni protesta delle seconde trova nei provvedimenti della prima la

più amara accoglienza: era da ambo le parti una serie di vittorie e

di scacchi, attraverso cui prendeva consistenza nelle colonie l'idea

dell'unione per la difesa delle comuni libertà. Nella lotta fierissima

del Massachusetts per conservare la sua costituzione sembrava

così compendiarsi in quegli anni la lotta di tutte le colonie. Gli

avvenimenti di Boston, dove comizi si succedevano a comizi nel severo

palazzo di città «Faneuil-Hall», dove i conflitti tra governatore e

popolo, tra cittadini e soldati arrivavano al sangue come nel «macello

bostonese» del 1770, accrescevano il fermento dell'intero paese e lo

eccitavano sempre più alla resistenza attiva oltrecchè passiva. E già

il Massachusetts, sotto la guida di Samuele Adams e Giacomo Warren,

formulava nel novembre 1772 una serie di lagnanze contro le usurpazioni

del parlamento, l'imposizione di gravezze non acconsentite dai

coloni, l'impiego di forze militari in tempo di pace senza il permesso

delle singole legislature, la giurisdizione illegale del tribunale

dell'ammiragliato, l'investitura di vescovi e tribunali ecclesiastici

senza il consenso della colonia, i vincoli infine opposti all'industria

ed al commercio, chiedendosi nelle riunioni se di fronte ad una

ulteriore negazione delle franchigie assicurate dalle patenti non fosse

il caso di formare uno stato indipendente a guisa dei Paesi Bassi. E la

Virginia, aderendo pienamente nel marzo del 1773, alla dichiarazione

bostonese, costituiva un comitato, dove entrava Tommaso Jefferson,

incaricato di attivare la corrispondenza con le altre colonie e di

abboccarsi con eventuali comitati di esse per un'azione comune di

resistenza.

Mentre l'opposizione aperta cresceva ogni giorno più e, peggio

ancora, si organizzava sistematicamente secondo un piano federale,

la resistenza passiva continuava tenace a danno dell'Inghilterra:

l'«Unione per non importare nessuna merce inglese», estesasi da

New-York a tutte le altre colonie, veniva coscienziosamente obbedita,

e l'esportazione inglese per l'America nordica scendeva nel 1769 di

ben 744.000 sterline in confronto dell'anno precedente; mentre le

esportazioni per la madrepatria dalle colonie scendevano da 100.000

sterline nel 1767 a 7000 nell'anno successivo ed a 3000 nel 1769.

Siccome poi lord North, di fronte alle proteste degli esportatori

inglesi contro le nuove tariffe doganali, le faceva dal Parlamento

mitigare, mantenendo però intatto il dazio sul tè come segno del potere

supremo del Parlamento in tale materia, l'opposizione economica venuta

meno per gli altri prodotti si concentrava contro il tè inglese,

la cui importazione dalle 132.000 sterline del 1768 si riduceva ad

11.000 due anni dopo, facendo discendere da 70 a 40 i bastimenti

impiegati per tale commercio dalla compagnia delle Indie Occidentali.

Quando poi questa, per rialzare le sue azioni rovinate e pagate le

400.000 sterline annue dovute al governo, tentò colla complicità

della madrepatria di imporre il suo tè all'America, riuscite vane le

nuove proteste delle colonie, la «società bostonese per il tè», come

fu chiamata scherzosamente una moltitudine di bostonesi camuffati da

Indiani Mohawki, s'impadroniva il 28 dicembre del 1773 d'un bastimento

contenente 340 casse di tè e ne gettava in mare l'intero carico del

valore di 18.000 sterline!

Alla notizia di tale fatto lord North il 14 marzo 1774 presentava

al Parlamento una proposta per l'immediata chiusura del porto di

Boston, che avrebbe durato finchè la città non avesse indennizzato la

compagnia del tè gettato in mare: all'approvazione di tale progetto

teneva dietro poi quella d'un'altra legge «per un migliore assetto

della costituzione del Massachusetts», la quale annullava la patente

della colonia. Governatore civile di questa veniva intanto nominato il

generale Gage, comandante militare supremo dell'intera America nordica.

Il Massachusetts riceveva così un ordinamento militare ed assoluto

analogo a quello che con la «_legge su Quebec_» era dato al Canadà: la

libertà americana veniva colpita a morte nel corpo della colonia, che

ne era da secoli il baluardo più strenuo, il ridotto inespugnabile.

Il guanto di sfida era gettato: la società americana, che ad ogni

attacco dell'Inghilterra aveva risposto con un contrattacco, agli atti

di navigazione col contrabbando, alla legge doganale colla rottura del

traffico, alla tassazione illegale colla resistenza, all'impiego della

forza non poteva ora rispondere se non colla forza, uso della forza cui

era vano ricorrere senza l'unione di tutte le colonie: indipendenza e

federazione, preparate così da cause secolari, nascevano ad un parto a

gettare le basi d'una struttura statale nuova non solo pel continente

ma per la terra tutta, gli Stati Uniti d'America.

§ 3. CONFEDERAZIONE E GUERRA D'INDIPENDENZA. — La chiusura del porto

di Boston ed il conseguente «decreto d'ordinamento», che annullava la

patente del Massachusetts, da oltre 80 anni legge fondamentale della

colonia, furono la scintilla che accese il gran fuoco rivoluzionario.

Però, se l'indipendenza doveva esser il risultato ultimo della

lotta, che stava per impegnarsi, essa non era per questo il fine cui

mirassero generalmente le popolazioni nell'ingaggiarla. Anche qui

doveva avverarsi la grande legge, che regola i destini dell'umanità:

la moltitudine è sempre un protagonista incosciente del dramma, che

rappresenta, obbedisce sempre all'interesse del momento anzichè a

remote finalità; che queste si raggiungano, è conseguenza fatale di

cause antecedenti, non già conseguenza voluta di un piano determinato

d'azione. Il 25 settembre 1774 dietro accordo preso fra i comitati

di corrispondenza delle colonie, si radunava in Filadelfia, la

città centrale già prescelta a tal fine 20 anni prima dal «progetto

d'Albany», il primo di quei congressi continentali, che d'allora

in poi avrebbero dovuto raccogliersi tutti gli anni. Nella modesta

sala dei falegnami di quella città si radunavano in numero di 51

i rappresentanti di 12 colonie, tutte cioè meno una, la neonata

Georgia: ma di essi solo i rappresentanti della Nuova Inghilterra e

della Virginia, le regioni più mature per densità di popolazione e

compattezza sociale, si mostravano già risoluti ad un aperto distacco

dalla metropoli, chè gli altri non volevano neppur sentir parlare

di ciò. Il presidente Peyton Randolph aveva ben potuto nel prender

possesso del suo ufficio farsi portare una corona, spezzarla in dodici

parti eguali e consegnarne i pezzi alle deputazioni delle colonie

rappresentate come simbolo dell'annullamento del potere regio e

dell'uguaglianza fra le colonie; ma quando il bollente Henry Patrick,

enumerate le ingiustizie subite, affermò che per essersi sfasciato

il vecchio regime le colonie erano ritornate allo stato di natura e

dovevano perciò darsi un governo affatto nuovo, il Jay, interpretando

il pensiero della grande maggioranza degli intervenuti, interrompeva:

«Io non posso pensare che il vecchio governo sia finito in tutto e per

tutto e che noi siamo giunti al punto di abbozzare una costituzione

americana, invece di fare il tentativo di correggere i difetti

dell'antica».

Ed il congresso infatti, dopo aver preso varie deliberazioni, fra cui

notevolissima quella che in esso e nei futuri ogni colonia avrebbe

avuto un voto soltanto senza riguardo alla sua grandezza e popolazione,

si limitava a reclamare la revoca di tutti i decreti parlamentari e

delle ordinanze, che violavano i diritti delle colonie, e si chiudeva

rivolgendo un appello alla nazione britannica, d'Europa e d'America,

ed una petizione al re. «Alla vostra equità, era detto nel primo, noi

ci richiamiamo. Vi si è raccontato che noi eravamo stanchi del governo

e sospiravamo l'indipendenza. Queste sono calunnie. Lasciateci liberi,

come siete voi, e noi stimeremo sempre l'unione con voi come la nostra

gloria più grande e la nostra fortuna maggiore. Ma se siete risoluti

a lasciar trescare scelleratamente i vostri ministri co' diritti

umani, se nè la voce della giustizia, nè le prescrizioni della legge,

nè le massime della costituzione, nè le esortazioni dell'umanità non

valgono a impedire alle vostre mani di versar sangue in una cosa così

empia, allora noi vi dobbiamo dire che non ci assoggetteremo mai a

nessun ministero e a nessun popolo del mondo. Noi siamo così lontani,

era detto nella seconda, dall'esigere innovazioni che per questo ci

siamo anzi opposti a voi — noi non esigiamo altro che pace, libertà e

sicurezza, noi non desideriamo nessuna diminuzione della prerogativa

regia, nè la concessione di qualsivoglia nuovo diritto. Sempre

appoggeremo e manterremo la vostra autorità regia su di noi e la nostra

unione coll'Inghilterra».

La difesa dei propri diritti, il ristabilimento del passato e nulla

più, ecco l'idea che moveva ancora quella società in sugli albori

della stessa indipendenza a combattere con le armi la potenza

inglese. Ma intanto il dado era gettato: agli avvenimenti decidere

del risultato. Tutte le buone intenzioni, tutte le proteste sincere

di lealtà pel monarca non potevano invero privare di loro efficacia

i fatti salienti del giorno. I coloni anzitutto si erano creati

stabilmente un unico corpo rappresentativo, fatto capitale pel futuro

come quello che trasformava la solidarietà intercoloniale precedente

in un vero e proprio legame politico: questo corpo rappresentativo

in secondo luogo, negando al parlamento britannico ogni autorità di

legiferare per le colonie americane, affermava l'indipendenza di fatto

di esse: la provincia infine del Massachusetts, non riconoscendo il

nuovo governo piantato sulle canne dei fucili in base al «decreto

di ordinamento» e prestando obbedienza soltanto alla sua assemblea

trasformatasi in «congresso provinciale», dava il primo esempio di

governo rivoluzionario indipendente dall'Inghilterra; mentre Boston,

perduta ogni vita commerciale e industriale con la chiusura del porto e

costretta a vivere delle provvigioni, che tutte le colonie con slancio

fraterno le inviavano, diventava nell'ozio forzato un semenzaio di

soldati della libertà, disposti coi fratelli della provincia, che

oramai s'armavano ed organizzavano, ad attaccare i soldati regi,

unici puntelli del dispotismo. Ed alle armi ricorrevano ormai quasi

tutte le colonie, dopo che gli appelli del Congresso furono respinti

e le concilianti proposte del Franklin, rimasto a parlamentare in

Inghilterra fino al 20 marzo 1775, naufragarono. Alle minaccie non vane

del Congresso americano di abolire del tutto il commercio degli schiavi

oltre il 1º dicembre 1774, di non importare più nulla dall'Inghilterra

ed Irlanda oltre quella data e di non esportare nulla per esse e per

le Indie Occidentali oltre il 10 settembre dell'anno seguente, se

i suoi reclami non fossero stati esauditi, lord North, spinto suo

malgrado alle misure estreme dalla volontà personale di Giorgio III,

rispondeva, nonostante i lamenti e le suppliche dei commercianti e dei

creditori inglesi, col vietare alle colonie già sollevate il commercio

colla madrepatria e la pesca nei mari nordici, col cercar di dividere

le colonie favorendo gl'interessi delle meridionali, con lo spedire

sovratutto navi ed armati contro gli insorti, contro cui il Gage

cercava invano di scatenare la guerra dei Canadesi, la furia degli

Indiani, l'insurrezione degli schiavi negri.

Gli avvenimenti avevano ormai posto chiaro il dilemma che l'Inghilterra

o sarebbe riuscita ad assoggettare colle armi le colonie o ne

avrebbe dovuto riconoscere l'indipendenza completa. Mentre infatti

i primi rinforzi inglesi navigavano alla volta dell'America, in

questa avvenivano già i primi scontri. Sullo scorcio di aprile del

1775, nei dintorni di Boston, a Lexington ed a Concord, il popolo

americano iniziava gloriosamente la guerra d'indipendenza: compagnie

improvvisate di «_minute men_» o milizia civica che doveva tenersi

pronta da un momento all'altro a combattere, frotte di agricoltori

usciti in maniche di camicia dalle loro case al suono delle campane,

che li chiamava a difendere la libertà, armati di fucili da caccia,

senza ordine nè disciplina, obbligavano a ritirarsi in Boston le

truppe regolari, bene agguerrite e meglio addestrate, che il Gage

aveva spedito per imprigionare i capi-popolo Adams ed Hancock! Poco

appresso a Bunker-Hill, in una giornata caldissima, il 17 giugno dello

stesso anno, pure nelle vicinanze di Boston, circa 3000 di questi

soldati improvvisati, senza uniforme, senza pratica di guerra, senza

vettovaglie, senz'acqua, senza quasi munizioni, dietro trincee di terra

costrutte nella notte e non ancor terminate, attendevano impavidi

fino a 10 metri di distanza 4000 veterani protetti da batterie, li

decimavano sotto il loro fuoco micidiale, vedevano gli ufficiali

inglesi spingere a colpi di sciabola i loro uomini riluttanti contro

le trincee, ed erano costretti finalmente a ritirarsi per mancanza

di munizioni soltanto! «La milizia ha sostenuto il fuoco?» chiedeva

Washington all'annunzio del combattimento; ed alla risposta positiva

esclamava: «le libertà del paese sono allora sicure».

Il secondo congresso generale, apertosi in Filadelfia il 10 maggio

1775 e presieduto da quel Giovanni Hancock, ricco mercante bostonese

che il Gage aveva dichiarato ribelle, non poteva nascondersi

le necessità del momento; e per quanto respingesse l'idea d'una

separazione definitiva dalla metropoli, per quanto protestasse

la sua fedeltà verso l'Inghilterra, si diportò realmente come un

potere sovrano, riconosciuto tale da tutte le colonie insorte. Nello

stesso maggio infatti prendeva la deliberazione che le «Colonie

unite» erano costrette a cagione delle ostilità dell'Inghilterra a

porsi senz'indugio in stato di difesa; nel giugno incaricava alcuni

dei suoi membri d'organizzare per la durata d'un anno un «esercito

continentale», di cui nominava ad unanimità Giorgio Washington

comandante in capo e pel cui mantenimento emetteva due milioni di

dollari in banconote, garantite dalle «Colonie unite», istituendo ad

un tempo una forma rudimentale di potere esecutivo in una tesoreria

ed un dipartimento per gli affari indiani; nel colmo dell'estate,

essendo l'esercito inglese chiuso in Boston, mandava contro il Canadà

una spedizione agli ordini dei generali Schuyler e Montgomery; nel

settembre spediva alle colonie perchè l'approvassero una specie di

costituzione, ispirata dal Franklin, intesa a regolare provvisoriamente

le «13 colonie unite dell'America nordica» finchè l'Inghilterra

non avesse revocato le ultime ordinanze, risarcito Boston dei danni

sofferti pel blocco e richiamato dall'America tutte le sue truppe;

nello stesso mese costituiva una giunta secreta sotto la presidenza del

Franklin, coll'incarico di annodare trattative diplomatiche dapertutto

in Europa ed in ispecie in Irlanda, dopo che erano già stati inviati

agenti secreti a Parigi, a Madrid, all'Aja, a Berlino, a Copenhagen,

a Pietroburgo per interessare le potenze continentali alla sorte

degli Americani; nel gennaio 1776 faceva chiudere tutte le dogane

dichiarando liberi d'ogni dazio tutti i porti americani per le navi

europee, libertà di traffico concessa perfino alle navi inglesi con

la garanzia per di più d'un carico completo di ritorno qualora esse

portassero armi e munizioni, mossa questa abilissima giacchè non solo

chiamava l'interesse commerciale dell'Europa in difesa della causa

americana ma sfruttava l'avidità degli stessi mercanti inglesi a danno

dell'Inghilterra. Questa d'altra parte, sanata ormai dell'illusione

di potere con gli spauracchi e qualche migliaio di soldati frenare gli

Americani, s'apprestava ad una guerra regolare: nella mancanza d'uomini

in patria ingaggiava dei mercenari tedeschi, pagandoli un tanto a

testa agli spiantati principotti di Brunswick, di Waldeck, d'Anhalt,

dell'Assia in ispecie, allestiva un esercito campale di 55.000 uomini,

di cui 25.752 destinati all'America, mentre l'ammiragliato chiedeva

per l'anno 1776 un complesso di 28.000 marinai su 76 vascelli da

guerra. A tanto apparato di forze il congresso continentale non poteva

opporre nel 1775 che un esercito per modo di dire composto di 14.000

uomini male armati, senza disciplina militare, senza ingegneri, senza

artiglieria, ed un'armata di 7 navi, 7 fregate e 38 legni minori, forze

marittime però integrate dagli incrociatori delle singole colonie e più

ancora dalle navi corsare da queste patentate, le quali fecero durante

tutta la guerra una vera distruzione di navigli commerciali inglesi.

Fu singolare fortuna per gli Americani, che il Congresso avesse scelto

come comandante in capo Giorgio Washington; giacchè solo la resistenza

fisica e la tenacia incrollabile acquistata nella vita precedente,

l'esperienza militare conseguita nelle guerre contro i Francesi e

gli Indiani, il sano giudizio, il coraggio sublime, l'ammirabile

padronanza di sè sopratutto e la devozione incondizionata alla patria

ed alla libertà di quest'uomo allora sui quarantatre anni, il quale

nella maestosa figura congiungeva la dignità all'affabilità, avrebbero

potuto superare i mille ostacoli, che attendevano il duce d'una guerra

condotta con le mani legate, senza uomini bene spesso e senza denaro,

con poche munizioni, con rari ufficiali provetti ed anche questi non

immuni da gelosie personali o provinciali.

Ai primi di luglio del 1775 il Washington veniva a porsi alla testa

dei 14.000 uomini, che tenevano bloccato in Boston l'esercito inglese;

ma per mancanza di polvere era costretto a rimanere inattivo sino

alla primavera seguente: solo allora, divenuta ormai insostenibile la

piazza sotto i colpi delle batterie innalzate dal Washington sulle

alture di Dorchester, il generale inglese Guglielmo Howe, successo

al Gage nel comando supremo, il 17 marzo 1776 sgombrava Boston coi

suoi 7000 uomini e con circa 1500 cittadini favorevoli al re, i così

detti _lealisti_, imbarcandosi su 150 navi alla volta di Halifax nella

Nuova Scozia. Anche nel sud le cose andavano bene per gli Americani,

giacchè una flotta inglese, che invano aveva attaccato vari punti della

costa, battuta a Charleston, S. C. dalle artiglierie di Fort Moultrie,

abbandonava al cadere del giugno 1776 quelle acque per veleggiare alla

volta di New York, cui miravano ormai le forze inglesi di terra e di

mare.

Falliva invece completamente la spedizione, che il Congresso

nell'estate del 1775 aveva mandato contro il Canadà sotto gli ordini

dello Schuyler e del Montgomery, nella speranza di sollevare con

tutta facilità contro l'Inghilterra e di occupare quel paese da poco

strappato ai Francesi; chè la campagna, cominciata felicemente colla

presa del forte di S. Giovanni seguita da quella della stessa Montreal

nel novembre, finiva male sotto Quebec, cui gli Americani cercavano

invano l'ultima notte dell'anno di dare la scalata nonostante la neve

ed il ghiaccio che coprivano il suolo, rendendo pressochè impossibile

l'avanzarsi: lo stesso Montgomery cadeva da prode nell'assalto

disastroso; e l'esercito americano, dopo esser rimasto qualche altro

mese sotto Quebec, di fronte ai rinforzi inglesi doveva abbandonare

anche le piazze occupate del Canadà, che rimaneva per sempre nelle mani

dell'Inghilterra.

Iniziatasi così la guerra, le proteste di fedeltà alla madrepatria

non sarebbero state oramai che finzioni, e l'idea d'una separazione

completa da essa andava guadagnando ogni giorno più le colonie,

conquistate dalla propaganda in proposito di Tommaso Paine, il quale

nel suo pamphlet dal titolo «_Senso Comune_» ricorreva all'autorità

della Bibbia non meno che ai dettati della ragione: «quando presi la

prima volta il comando dell'esercito, diceva lo stesso Washington

in quei giorni, aborrivo dall'indipendenza, ma ora sono pienamente

convinto che null'altro può salvarci».

Il governo inglese infatti qua abbattuto là esautorato aveva fatto

luogo dove a governi locali dove all'anarchia; cosicchè urgeva prendere

una decisione collettiva, che arrestasse la seconda e legalizzasse i

primi. Il 7 giugno 1776 Riccardo Enrico Lee di Virginia, obbedendo

alla volontà del suo stato, propose al Congresso la risoluzione

«che le Colonie Unite sono e di diritto devono essere Stati liberi e

indipendenti». La mozione caldeggiata da John Adams suscitava un fiero

dibattito, dal quale appariva come New York, New Jersey, Pennsylvania,

Maryland e Sud Carolina non fossero ancora decise a tale passo

estremo. Sospesasi pel momento ogni decisione in proposito, finchè

non si fossero vinte le resistenze delle colonie ancora titubanti

o addirittura contrarie, come New York, si incaricava intanto di

compilare una eventuale dichiarazione d'indipendenza una giunta

composta di Beniamino Franklin per la Pennsylvania, di Roberto L.

Livingston per Nuova York, Ruggero Sherman per il Connecticut, Giovanni

Adams per il Massachusetts e Tommaso Jefferson per la Virginia: in

realtà veniva essa stesa da quest'ultimo, giovane e valente avvocato

allora sui trentatre anni, assai versato negli studi filosofici storici

letterari e già noto per la sua abilità nel comporre note politiche

del genere. Il Franklin e l'Adams la modificavano leggermente e la

difendevano poi con tutte le loro forze dalle critiche e dagli attacchi

spesso violenti in seno al Congresso, il quale la adottava il 2 luglio

1776 senz'altro notevole cambiamento che la soppressione d'una clausola

relativa alla schiavitù, troppo ostica per la Sud Carolina e la

Georgia. Il 4 luglio 1776, il giorno stesso in cui ventidue anni prima

s'era approvato dalle colonie il «progetto di Albany», la Dichiarazione

veniva firmata dal Presidente del Congresso.

«Noi siamo costretti a rompere ogni vincolo politico coll'Inghilterra,

dicevano in sostanza le colonie per mezzo dei loro rappresentanti

in tale Dichiarazione, ma riteniamo necessario dichiarare al mondo

quali ragioni ci spingono a far ciò». Quindi, esposti pochi principî

incontrovertibili, che garantivano diritti positivi ed erano troppo

radicati nella coscienza del popolo per aver bisogno di spiegazione, ne

traevano la conseguenza che il dominio inglese, avendoli tutti violati,

doveva essere abolito per sempre. Alla lunga enumerazione dei delitti

politici del re Giorgio III contro le colonie, fatta anche nell'intento

di metter sott'occhio al paese tutti i mali della servitù, seguiva

infine la dichiarazione formale che le Colonie Unite d'allora in poi

avrebbero costituito degli stati liberi ed indipendenti. Era una pagina

di logica serrata e tagliente come la lama d'un pugnale, densa di

fatti più che di parole, essenzialmente nazionale anzichè universale:

vero specchio del passato, da cui si poteva dedurre l'avvenire, essa

dimostrava come fossero nate e si fossero svolte le colonie, quali

diritti avessero portato dalla madrepatria e come la violazione di essi

imponesse loro di separarsi dall'Inghilterra.

Nulla di mistico, di generale in questa Dichiarazione, in cui il

carattere politico della razza lungi dallo smentirsi riceveva nuova e

più solenne conferma[15]. Si direbbe che l'autore di essa avesse presa

a modello la Dichiarazione presentata nel 1688 a Guglielmo III dalla

nazione inglese, se non ci fosse stato tramandato che il Jefferson

la compose tutta di sua testa senza consultare alcun libro, se il

linguaggio del documento famoso non fosse proprio di dichiarazioni

consimili fatte in quegli anni da città e contee americane. Già nel

gennaio 1773 infatti la città di Sheffield, Mass., primo esempio forse

di ciò, proclamava le lagnanze e i diritti delle colonie, tra cui il

diritto di _self-government_; e nello stesso anno e nella medesima

colonia Mendon votava delle risoluzioni contenenti tre proposizioni

fondamentali della grande Dichiarazione stessa, che cioè tutti gli

uomini hanno un eguale diritto alla vita ed alla libertà, che questo

diritto è inalienabile, che il governo deve trarre sua origine dal

libero consenso del popolo.

Sul popolo infatti ricadde la sovranità dopo che la Dichiarazione

d'indipendenza, adottata successivamente dalle singole colonie meno

New-York che s'astenne dal votare, le ebbe affrancate di diritto

oltrecchè di fatto dalla sovranità inglese. I nuovi governi derivarono

dapertutto la loro autorità solamente e direttamente dal popolo, e

questa autorità per di più non fu delegata per sempre al governo ma

affidata ad esso come ad agente temporaneo del popolo sovrano, che

rimase la sorgente esclusiva del potere politico. Questo del resto era

apparso chiaro già dalla nomina dei delegati al Congresso, fatta dai

corpi locali assai più che dai governi coloniali. Mentre infatti il

New Hampshire e le altre colonie dell'Est avevano proceduto come delle

confederazioni di _towns_, erano state le _contee_ nel New Jersey,

nel Maryland, e nella Virginia ad elegger separatamente dei comitati

per la nomina dei deputati: nel New York, accanto ai delegati proposti

dalla città di New York e ratificati generalmente dalle campagne, la

contea di Suffolk aveva nominato un rappresentante distinto, la contea

d'Orange un po' più tardi eleggeva il suo deputato, che si presentava

al Congresso e produceva il certificato della sua elezione da parte

della contea: la Georgia, molto tepida al principio della guerra, non

si era fatta rappresentare al Congresso fino al 15 luglio 1775, ma ciò

non aveva impedito alla parrocchia di Saint John d'inviare un delegato,

che era stato ammesso al Congresso. Così ora, mentre il Connecticut

ed il Rhode Island per volontà del popolo continuarono ad usare le

loro carte regie, il primo sino al 1818 il secondo sino al 1842, gli

altri Stati si diedero generalmente nelle singole assemblee popolari

delle nuove costituzioni, le quali per quanto imperfette e difettose

li salvarono dall'anarchia sovrastante e permisero loro di superare la

burrasca della rivoluzione.

La nuova nazione, affermatasi in faccia al mondo nella Dichiarazione

d'indipendenza, non tardava ad adottare un simbolo comune, che la

rappresentasse: alle varie bandiere usate in sul principio dagli

insorti, tra cui notevole quella che il Washington aveva derivato

dalla bandiera inglese aggiungendo alla croce bianca e rossa di

questa tredici striscie alternate bianche e rosse, il Congresso

ne sostituiva una sola esclusivamente nazionale, deliberando il 17

giugno 1777 che «la bandiera dei tredici Stati Uniti fosse di tredici

striscie alternate bianche e rosse, e che l'unione fosse rappresentata

da tredici stelle bianche in campo turchino»: le tredici striscie

rimasero poi sempre a ricordo delle antiche colonie, che lottarono per

l'indipendenza, ma le tredici stelle andarono ogni giorno aumentando

coll'entrare di sempre nuovi Stati nella bene auspicata Unione.

Duri cimenti attendevano però gli Americani prima che l'indipendenza da

essi dichiarata fosse riconosciuta da chi voleva con le armi ridurli in

ischiavitù: la loro bandiera doveva sventolare su campi di battaglia

cruentissimi, in accampamenti dove la fame il freddo le malattie

decimavano uomini ed ufficiali, doveva affondarsi in seno all'oceano

sugli alberi di navi sventrate ed incendiate, assistere a carneficine

d'inermi perpetrate da Indiani e da bianchi più fedeli al re che alla

patria ed all'umanità, prima che sicuro all'ombra di essa un popolo

nuovo potesse svolgere nella pace feconda le mille sue attività,

strappare alla terra ed al mare le inesauste ricchezze.

Caduta Boston in potere degli Americani, gl'Inglesi avevano concepito

di impadronirsi degli Stati di mezzo per dividere le forze degli

insorti; ed il Washington, prevedendo un tal piano, aveva spostato il

suo esercito verso New York, che pel suo porto eccellente era presa

specialmente di mira dal nemico. Riunitosi davanti a New York col

fratello ammiraglio e portato l'esercito coi nuovi rinforzi a 30.000

uomini, nell'agosto 1776 il generale Howe attaccava gli Americani

radunati in Long-Island e dopo un combattimento di circa sei ore

li obbligava a ritirarsi colla perdita d'un migliaio di uomini. Il

Washington, non volendo per la vana speranza di conservare New York

perdere l'intero esercito, si ritirava, abbandonando la città al

nemico, ed incalzato invano da questo riusciva a valicare il Delaware;

mentre il suo esercito, scorato e sensibilmente ridotto dalle perdite

subite, pressochè si scioglieva e gli Inglesi, fatto prigioniero

il generale Carlo Lee, che risultò poi traditore, occupato il Rhode

Island il New York ed il New Jersey, minacciavano la stessa capitale

Philadelphia, donde il Congresso, nel timore perfino d'una rivolta in

favore dell'Inghilterra, trasportava nell'interno la sua sede.

A rialzare l'abbattuto coraggio dei suoi il Washington la notte di

Natale del 1776 ripassava sul ghiaccio il Delaware e verso l'alba dopo

una marcia notturna tra la pioggia ed il fango assaliva di sorpresa

un migliaio di Assiani alloggiati in Trenton, facendoli prigionieri:

pochi giorni dopo vinceva pure per sorpresa a Princeton, riconquistando

il New Jersey. L'effetto morale di tali vantaggi fu sorprendente:

gli Americani, aiutati nel frattempo da illustri stranieri venuti a

difendere la causa della libertà, come il marchese di Lafayette, il

De Kalb, i polacchi Pulaski e Kosciusko, i baroni prussiani Wodtke

e Steuben, fatte nuove leve, organizzata alla meglio la difesa del

Delaware, cercarono di opporsi agl'inglesi, che forti d'un 50.000

uomini si avanzavano su Philadelphia. Sulle rive però del fiume

Brandywine, un affluente del Delaware, l'11 settembre del 1777 il

Washington veniva completamente battuto; e qualche settimana dopo,

mentre la città quacchera accoglieva giubilante le truppe di lord

Cornwallis, i magri avanzi dell'esercito americano si ritiravano

dietro lo Schuylkill nelle selve a sopportare nella vallata di Forge

insieme coi loro capitani, primo fra tutti per sublime abnegazione

l'eroe intemerato, gli orrori della fame del freddo e delle malattie,

in quartieri che Lafayette diceva a ragione «assai meno ridenti d'un

carcere», fra le nevi su cui i loro piedi scalzi lasciavano impronte di

sangue.

L'andamento della guerra nel settentrione cambiava però totalmente

le cose per gl'insorti. Quivi al generale inglese Burgoyne, il

quale, direttosi dal Canadà alla volta di Albany per unirsi colle

truppe inglesi rimaste col Clinton in New York ed impedire così

il congiungimento fra gli Stati nordici, aveva riportato ottimi

successi, aprendosi la via all'Hudson, si facevano incontro i generali

Arnold Lincoln e Gates, i quali concentrate le loro forze battevano

completamente l'esercito canadese sull'alto Hudson e lo bloccavano a

Saratoga. Il Burgoyne, non vedendo speranze di aiuto dal Clinton, che

si era indugiato a devastare il paese, e non rimanendogli che soli tre

giorni di viveri per le truppe, convocava un consiglio di guerra, in

cui si decideva di capitolare quando fossero concessi patti onorevoli:

il 17 ottobre 1777 questo corpo d'esercito, forte ancora d'un 6000

uomini, si arrendeva alle condizioni di lasciare il campo cogli onori

militari ed, abbassate quindi le armi, imbarcarsi a Boston per l'Europa

col patto di non servir più in questa guerra.

La capitolazione di Saratoga, mentre rialzava gli spiriti degli

Americani, sbigottiva l'Inghilterra e riempiva di giubilo le potenze

ad essa nemiche, spingendole ad un passo decisivo in favore degli

Stati Uniti. Così, mentre a Parigi Beniamino Franklin, che di nuovo

s'era recato in Europa, non stentava molto nei primi mesi del 1778 a

trascinare in una lega cogli Stati Uniti quella Francia, che anelava

al momento di abbattere la potenza inglese nel Nord-America, a Londra

lord North presentava e faceva approvare dal Parlamento progetti intesi

a riconciliarsi le colonie ribelli, mandando per di più in America

cinque plenipotenziarii per gli opportuni accordi e pel ristabilimento

dell'autorità regia. Ormai però era troppo tardi: l'alleanza colla

Francia era un fatto compiuto, ed i commissari inglesi dovettero

ritornarsene a Londra senza che si fosse loro nemmeno permesso di

aprire le trattative. L'adesione della Spagna e dell'Olanda alla lega

franco-americana obbligava poco dopo l'Inghilterra a difendere in

tutti i mari del mondo il suo commercio ed i suoi possessi; mentre un

nuovo colpo alla sua potenza e prepotenza marittima veniva assestato

nel 1780 da quella lega della neutralità armata fra Russia Danimarca

e Svezia, la quale, garantendo la massima libertà al traffico dei

neutri, toglieva il predominio illimitato esercitato fino allora

dall'Inghilterra sulle flotte di questi.

Con tutto ciò la condizione degli insorti non era ancora delle più

invidiabili. La flotta francese inviata sotto il conte d'Estaing in

aiuto degli Americani nel 1778, se aveva ristorato l'esercito scalzo

seminudo affamato di Walley-Forge e spinto sir Enrico Clinton, successo

al generale Howe nel comando supremo, a sgombrare Filadelfia per

ritornare sopra New York, s'era però ritirata ben presto senza poter

snidare da alcun punto gli Inglesi, i quali non solo avevano conservato

New York, ma avevano portato la guerra anche nelle colonie del Sud,

scatenandovi una lotta feroce di distruzione reciproca fra _lealisti_,

quivi numerosi, e partigiani dell'indipendenza; mentre il Washington,

privo di forze, non aveva potuto, ed anche questo a mala pena, che

mantenere la sua posizione difensiva nelle alte terre di New York e di

New Jersey.

Potevano bene le deliberazioni del Congresso fissare a circa 40.000

uomini il contingente militare, chè lo stesso generale supremo per

la negligenza nel reclutamento da parte dei singoli Stati non poteva

disporne di più di 10.000; poteva bene il barone di Steuben introdurre

opportune riforme militari nell'esercito americano sul modello di

quello prussiano, chè il reclutamento regionale e l'arruolamento di

cortissima durata, rinnovando di continuo i contingenti di truppa,

rendevano impossibile ogni offensiva vittoriosa contro gli eserciti

regolari del nemico. L'impotenza dell'esercito americano, che secondo

una lettera del Washington nel maggio 1781 non possedeva carne neppure

per un giorno, non era che la conseguenza di quella del Congresso,

cui l'assoluta autonomia dei singoli Stati, frutto della storia

secolare delle colonie, non dava i mezzi di garantire la salvezza

comune: lo stato delle finanze era ormai disperato; le confische

dei beni appartenenti ai realisti andavano ad esclusivo vantaggio

dei singoli Stati; la carta monetata, discesa ad un duecentesimo del

suo valore nominale, veniva ormai sconfessata; il commercio esterno

era distrutto, mentre quello interno diventava ogni giorno più

miserevole per la scarsezza estrema di denaro, che mancava pei bisogni

ordinari della vita; la flotta federale non annoverava più che due

fregate, riducendosi la marina da guerra alle pure navi corsare. La

situazione degli Stati Uniti non s'era mai trovata così triste. Nel

Sud gli Inglesi, i quali fin dal 1778 tenevano la Georgia senza che

il generale americano Lincoln sorretto dalla flotta francese avesse

potuto scacciarneli, presa Charleston, avevano occupato nella primavera

del 1780 anche la Carolina meridionale; poi, battuto completamente

nell'estate presso Camden il Gates venuto in soccorso della Carolina

settentrionale, erano rimasti padroni anche di questa nonostante i

nuovi tentativi falliti di riprenderla da parte del Greene successo

al Gates; ed intanto il generale Arnold, tradita vilmente per bassi

interessi personali la causa americana, scorrazzava per la Virginia

alla testa di milizie inglesi e lealiste, mettendo a sacco il paese e

distruggendo i depositi di tabacco, che costituivano l'ultima risorsa

del Congresso ormai privo affatto di denari.

I nuovi rinforzi militari e più ancora pecuniari, che il marchese di

Lafayette recatosi appositamente in Europa aveva potuto ottenere per

gli Americani dalla corte francese, salvarono la situazione: il corpo

di soccorso francese mandato in America agli ordini del Rochambeau

risollevava il coraggio e le speranze degli insorti, infondendo

nuova energia nel Congresso per un tentativo estremo; mentre il nuovo

prestito francese di 6 milioni di lire dava modo al ministro americano

delle finanze, il bravo Roberto Morris, di equipaggiare e ristorare

l'esercito glorioso ma miserabile del Washington, mettendolo in grado

di riprendere l'offensiva.

Riunitosi coi Francesi, che avevano tolto al nemico Rhode Island,

il generale supremo s'apprestava infatti nell'estate del 1781 ad

eseguire un piano di lunga mano meditato ma tenuto secretissimo,

quello cioè di concentrare in New York le forze inglesi coll'apparente

minaccia di attaccarla e di distruggere nel frattempo il corpo di lord

Cornwallis, che gravava come incubo sugli Stati del Sud, per quanto

a rigore non fosse padrone se non del suolo dove successivamente

piantava le tende. Il piano riusciva a meraviglia: il Clinton

richiamava su New York quante più truppe poteva, sfornendone lo

stesso corpo del Cornwallis, il quale molestato dal Greene e dal

Lafayette ed abbandonato dalla flotta inglese, tornata ai primi di

settembre a New York dopo uno scontro infelice con quella francese,

si trincerava coi suoi 7000 uomini in Yorktown, nella penisola posta

tra i fiumi James e York. L'esercito collegato forte d'un 12.000

soldati regolari Benza contare un 4000 uomini di milizie vi arrivava

con la flotta nel mese di settembre ed al cadere di esso investiva la

piazza con oltre 100 pezzi di artiglieria grossa, che in pochi giorni

smantellavano le fortificazioni del Cornwallis, togliendogli ogni

speranza di resistenza. Tentava egli allora di evadere audacemente

coi suoi la notte del 18 ottobre, attraversando il fiume York; ma una

fiera tempesta disperdeva le barche, obbligandolo due giorni dopo ad

arrendersi a discrezione: solo i lealisti americani più compromessi

potevano sottrarsi alle mani del vincitore, riparando su un vascello,

che il Cornwallis otteneva di spedire a New York senza che fosse

visitato dal nemico.

Colla capitolazione di Yorktown terminava, può dirsi, la guerra

d'indipendenza. L'Inghilterra invero teneva ancora sul teatro di essa

ben 42.000 uomini oltre alla flotta e poteva contare per di più su un

30.000 realisti armati; ma gli avvenimenti degli ultimi sei anni le

avevano dimostrato la difficoltà enorme per non dire l'impossibilità di

soggiogare quel vasto paese, di cui nonostante i 112.000 soldati ed i

22.000 marinai impiegati contro l'America ed i 115 milioni di sterline

spese nella lotta contro gl'insorti ed in quella marittima contro

Francia Spagna ed Olanda, non aveva saputo conservare che Savannah,

Charleston e New York; mentre il trionfo dei nuovi principî di diritto

internazionale incarnati nella neutralità armata, cui aderiva nel 1781

anche la Prussia, minacciava con un ulteriore protrarsi della lotta di

annientare il suo primato marittimo, già scosso dall'interruzione del

commercio durante la guerra. Nè meno disposti dell'Inghilterra alla

pace erano i nemici di essa in Europa.

La guerra marittima infatti, se era sembrato per un momento dovesse

terminare col trionfo dei Franco-Ispani, i quali avevano conquistato

l'isola di Minorca da tre quarti di secolo in possesso dell'Inghilterra

e tenevano bloccato nella rocca di Gibilterra fin dal 1779 il bravo

generale Elliot, togliendogli quasi ogni speranza, volgeva ormai

favorevole agli Inglesi in tutti i mari del mondo. L'ammiraglio Rodney

sconfiggeva e distruggeva al capo S. Vincenzo la flotta spagnuola;

attaccava vittoriosamente alle Antille, fra le isole di Dominica e

Saintes, la flotta francese, che meditava di congiungersi con quella

alleata per occupare la Giamaica, e ne faceva prigioniero lo stesso

ammiraglio de Grasse; mentre l'Elliot, arse le batterie galleggianti,

nuova invenzione dell'ingegnere francese d'Arçon, vedeva respinte

definitivamente da Gibilterra le navi nemiche al sopraggiungere nel

settembre 1782 dell'ammiraglio Howe.

Così la Spagna, che poco prima non voleva sentir parlare di pace se

non a condizione della resa di Gibilterra, e la Francia, che aveva

proposto all'Inghilterra l'abbandono di tutte le conquiste indiane

salvo il Bengala, venivano a più miti consigli, delusa la prima nelle

mal concepite speranze, esausta finanziariamente la seconda; ed a

trattative pure scendeva l'Olanda attaccata anch'essa nelle sue colonie

e rovinata nel suo commercio.

Il trattato provvisorio pertanto, cui avevano condotto già nel

novembre 1782 i negoziati susseguiti alla resa di Yorktown e pel quale

gli Angloamericani ottenevano il riconoscimento completo della loro

indipendenza e sovranità da parte della madrepatria, trovava presto

piena conferma nella pace generale.

La pace di Parigi del 3 settembre 1783 registrava ufficialmente la

nascita di quella nuova nazione, cui 70.000 martiri della libertà

avevano dato col sangue il battesimo; ed un contemporaneo, il

Watson, poteva scrivere senza dover essere smentito dal futuro,

che l'esito fortunato della rivoluzione americana avrebbe, secondo

ogni verisimiglianza, esercitato «un'efficacia reale sulla storia

dell'intera specie umana».

Nel 1776, allorchè le colonie ribelli avevano proclamato la loro

indipendenza, gli Stati Uniti si limitavano alla riva dell'Atlantico,

non oltrepassando all'ovest la catena degli Appalachiani che per

toccare le rive dei due grandi laghi Erie ed Ontario e le foreste

rivierasche dell'Ohio, in tutto un milione circa di kmq. Questa

superficie veniva invece più che raddoppiata nella pace del 1783,

stipulandosi in essa che la linea mediana del Mississippi avrebbe

limitato il territorio degli Stati Uniti lungo tutto il confine

occidentale sino al 31º grado di latitudine, col quale cominciava

la Louisiana. Al sud il territorio veniva limitato dalla Florida

appartenente agli Spagnuoli; al nord il confine veniva fissato al corso

della riviera Saint Croix e rimaneva invece mal definito più oltre,

correndo a mezzogiorno dei Grandi Laghi sino al Mississippi lungo un

territorio non bene esplorato[16].

Su questa grandiosa base territoriale, destinata inoltre ad essere più

che quadruplicata dalle compere, annessioni e conquiste successive,

una nuova democrazia plebea, assisasi accanto dei più superbi imperi,

elevava un nuovo edificio, rappresentante il trionfo dell'eguaglianza

naturale sui privilegi, della sovranità popolare sulle autorità

irresponsabili, della libertà più assoluta di pensiero di parola di

stampa d'industria di commercio sul connubio liberticida fra chiesa

e stato, sulle limitazioni e restrizioni di tutte le umane attività.

Esempio ed incoraggiamento migliore di questa prima e fortunata

insurrezione contro il passato non poteva il nuovo mondo, in compenso

del patrimonio ereditato, dare all'antico per l'opera generale di

rinnovamento, cui tendevano le nuove forze sociali dell'epoca.

Le origini degli Stati Uniti d'America · 第 27 / 38 题