L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.
§ 1. Virginia — § 2. Maryland — § 3. Caroline — § 4. Georgia — § 5.
La società meridionale: suoi elementi e sua coesione.
§ 1. VIRGINIA. — Una chiesa rovinata ed un paesello chiamato Jamestown
indicano oggi il luogo, dove il 13 maggio 1607 sbarcavano dalle tre
navi mandate dalla compagnia di Londra i 105 emigranti iniziatori della
colonizzazione inglese nell'«_Antico Dominio_».
Erano essi avventurieri della peggior specie, la maggior parte
_gentlemen_ andati in rovina, qualche antico recluso, qualche raro
mercante, e più raro operaio, tutta gente attirata nel Nuovo Mondo
chi dall'ingordigia dell'oro, chi dall'illusione puerile di trovarvi
una ricca esistenza senza faticare, chi dalla speranza di arrivare
al Pacifico, creduto molto vicino alla costa atlantica: comandava
quest'accozzaglia irrequieta e turbolenta, animata da desideri
insoddisfatti, non sorretta da alcun ideale, il bravo capitano Newport;
ma chi esercitava su tutti la maggiore influenza per l'ingegno,
l'energia, la sagacia e sovratutto la conoscenza profonda delle cose
e degli uomini, era il capitano Giovanni Smith, la cui vita venturosa
dal giorno in cui a 13 anni vendeva i libri di scuola per far danari
e poter così mettersi in mare, alla sua prigionia in mezzo ai Turchi,
al suo imbarco per l'America, era stata tutta un romanzo, di cui
l'approdo nella Virginia non doveva segnare l'ultima pagina. A rendere
ancora più vivo il contrasto collo sbarco dei Pellegrini, il paese,
dove approdavano questi avventurieri, era tale per clima e per suolo
da sembrare in quel maggio ridente un paradiso, di cui lo Smith poteva
scrivere «che il cielo e la terra non eransi mai trovati così bene
d'accordo nel formare un luogo tanto adatto all'abitazione dell'uomo».
La terra li invitava fertilissima ad un lavoro fecondo, garanzia
d'un lieto avvenire; ma non per questo avevano essi lasciato il paese
nativo: chi si dava alla ricerca dell'oro, chi del Pacifico, supposto
in comunicazione con la baia di Chesapeake; mentre la delusione più
amara, l'apatia, l'anarchia s'impadronivano dello stabilimento, specie
dopo la partenza del Newport, e gli stenti e la malaria riducevano già
nell'autunno alla metà i malaugurati coloni. Li salvava da un'ecatombe
completa la fermezza e l'abilità del capitano Smith, l'unico che in
una sana concezione coloniale trovasse i requisiti indispensabili a
ben superare la prima prova: lungi dal cercare un oro chimerico, egli
s'industriava a procurarsi i mezzi primi di vita per sè e la colonia,
stringendo cogli indigeni ostili tali rapporti d'amicizia da averne
spontaneamente maïs e cacciagione, mentre insegnava egli stesso ai
compagni ad abbattere gli alberi ed a costruirsi delle rudimentali
capanne. Poi nell'inverno iniziava un viaggio di ardita esplorazione
nella baia di Chesapeake, risalendo alcuni dei fiumi sboccanti in
essa: preso dagli Indiani ed ammazzatigli i compagni, egli riusciva
con le sue risorse a meravigliare e divertire quegli uomini primitivi,
sfuggendo così a certa morte non solo ma accaparrando anche amici
preziosi alla nascente colonia, ch'egli al ritorno trovava però ridotta
ad una quarantina d'uomini miseri e scoraggiati.
Ritornava è vero ben presto il Newport con altri 120 emigranti;
ma l'arrivo di costoro, in gran parte sullo stampo dei primi, non
migliorava per nulla lo stato delle cose: il loro aiuto si riduceva
a sterrare, lavare ed epurare una terra brillante dei dintorni,
scambiata per oro dall'accesa fantasia degli orefici venuti a tal
fine in America. Lo stesso Newport, deluso nella speranza di trovare
il Pacifico di là dalle cateratte del fiume James, se ne tornava in
Inghilterra con un vascello carico di terra senza valore; mentre
lo Smith, disgustato di tanta follia, ripigliava i suoi viaggi di
esplorazione, risalendo per lungo tratto il Potomac ed il Susquehannah,
e costruendo una carta di quelle sconosciute regioni. Ritornato nello
stabilimento, veniva nominato nel 1609 presidente del consiglio
coloniale; e la sua energica amministrazione incominciava a far
rifiorire l'ordine ed il lavoro, quando il Newport entrava nel fiume
con un secondo rinforzo di settanta emigranti. Erano anche questi
però della stessa risma degli altri, benchè, buon preludio, vi si
trovassero anche due donne; tanto che lo Smith era obbligato a scrivere
in Inghilterra: «se organizzate una nuova spedizione vi scongiuro di
non inviarci che una trentina di falegnami, agricoltori, giardinieri,
pescatori, fabbri, manuali, e gente capace di sradicar alberi,
piuttosto che delle migliaia d'individui simili a quelli che abbiamo
già».
La compagnia di Londra però era in un ordine di idee ben diverse da
quelle del bravo organizzatore coloniale; essa, stanca di spender senza
guadagnare un quattrino, illusa di poter col colpo di bacchetta magica
dei suoi ordini trasformare la terra in oro, dischiudere il continente,
far risuscitare i morti, esigeva che si mandasse un mucchio d'oro,
o che si scoprisse un passaggio certo al mare del Sud, od almeno si
ritrovasse uno dei compatriotti perduti della spedizione del Raleigh,
pena in caso diverso l'abbandono della colonia al suo destino. Lo
Smith per tutta risposta si dava con più ardore ad organizzare la
demoralizzata colonia, costringendo tutti gli immigranti, i _gentlemen_
della _city_ non meno degli altri, a lavorare sei ore al giorno,
giacchè era sua massima «chi non lavora non mangia». Anche l'opinione
pubblica inglese cominciò a sospettare che la delusione delle speranze
dorate non dovesse forse ascriversi se non ad una politica troppo
impaziente di immediati profitti; cosicchè l'entusiasmo coloniale lungi
dall'affievolirsi s'accrebbe, la compagnia della Virginia s'arricchiva
di nuovi capitali e di nuovi soci, ed otteneva per di più nel 1607 una
seconda patente, che le attribuiva molte prerogative prima riservate
al re. Per essa il consiglio coloniale residente in Inghilterra doveva
d'allora in poi venire eletto dai soci, essere indipendente dal monarca
nell'esercizio del potere legislativo ed amministrativo, e venir
rappresentato nella colonia da un governatore di sua fiducia. Lord De
la Warr o Delaware fu nominato governatore a vita e capitano generale
della Virginia, alla cui volta lo precedevano suoi rappresentati
seguiti da centinaia d'emigranti. Lo Smith, esautorato, incapace di
tener a freno il riottoso elemento, era costretto per salvare la sua
stessa vita a riparare nel 1609 in Inghilterra. Mancato lui, la fame
e le malattie facevano strage nella colonia, che in sei mesi vedeva
ridotti da 490 a 60 i suoi abitanti: maledicendo il lor fato, i
superstiti abbandonavano Jamestown, di cui senza l'energia del Gates
rappresentante del Delaware avrebbero perfino bruciate le costruzioni,
per ritornarsene in Inghilterra, quando alla foce del James
incontravano il governatore, che arrivava con nuovi coloni e ricche
provvigioni. Tornarono indietro e le sorti della Virginia non corsero
d'allora in poi altro pericolo capitale, nonostante le immancabili
difficoltà straordinarie dei primi anni: le cure di lord Delaware,
l'energia del successore sir Tommaso Dale, che ricorreva alla legge
marziale, e l'abilità infine del Gates ne assicuravano l'avvenire.
La introduzione della proprietà privata del suolo, di cui ad ogni
singolo colono venivano assegnati alcuni acri almeno per proprio uso e
consumo, avvantaggiava di molto le condizioni degli emigranti e della
colonia stessa, migliorando il lavoro fatto fino allora di malavoglia;
mentre una terza patente, la quale trasferiva tutti i poteri dal
consiglio coloniale all'intera compagnia, se non migliorava per nulla
lo stato politico dei coloni, veniva per lo meno a trasformare nel
1612 in senso democratico la corporazione, facendo delle sedute di
questa un teatro di ardite discussioni non inutili per l'avvenire degli
stessi coloni. Anche le relazioni colle tribù indigene, a qualcuna
delle quali gli emigranti avevano preso non solo le terre ma le stesse
capanne ed i magri depositi di viveri, si facevano molto più cordiali
e rassicuranti, dopo specialmente il primo matrimonio anglo-indiano
suggerito al giovane Rolfe da misticismo religioso.
La colonia, che nel 1612 contava già 100 abitanti, andava
sviluppandosi, e nuovi stabilimenti si fondavano grazie specialmente
alle leggi territoriali, che l'energico governatore Dale vi andava
introducendo con grande vantaggio della cultura. Per esse l'assetto
della proprietà variava coll'origine dei coloni: quelli inviati e
mantenuti a spese della compagnia ne rimanevano servi e, quantunque
ottenessero in proprietà individuale tre acri di terra, dovevano
lavorare per essa 11 mesi all'anno, riservandone uno per sè, condizione
questa però rappresentata da un numero sempre minore di persone, che
si riducevano nel 1617 a sole 54, donne e fanciulli compresi: quelli
non mantenuti dalla compagnia divenivano livellari, dovendo come tali
pagare al deposito comune un tributo annuo di due staia e mezzo di
grano e consacrare alla compagnia un mese all'anno di lavoro, esclusa
l'epoca della mietitura e della semina: quelli venuti del tutto a
proprie spese ricevevano cento acri di terra, limitati più tardi a 50
subito e 50 dopo la coltivazione dei primi: chi sborsava 12 sterline
e mezza otteneva ugualmente 100 acri di terra subito ed altri 100 in
seguito: proibita infine una proprietà d'oltre 2000 acri nelle mani
d'un solo individuo. E mentre tali leggi permettevano il costituirsi
d'una vigorosa proprietà fondiaria, s'introduceva nella Virginia e vi
attecchiva splendidamente una cultura tanto ricca, da imprimere alla
colonia uno slancio neppure supposto. L'oro era stato una chimera, il
costoso tabacco una realtà: il partito dei cercatori d'oro era ormai
tramontato; ed i campi, i giardini, le piazze pubbliche, le vie stesse
di Jamestown si coprivano di tabacco, mentre i coloni si disperdevano
su un'area sempre più vasta, trascurando nella smania del guadagno la
stessa sicurezza personale.
Il tabacco risvegliava tutte le energie degli abitanti, diventando
ad un tempo il pegno della durata della colonia ed il prodotto
pressochè esclusivo di essa; la popolazione grazie ad esso cresceva,
prosperava, cominciava a sentire per un processo storico inevitabile
i primi desideri di libertà: come sempre, dal miglioramento delle
condizioni economiche si svolgeva, quale superbo riflesso ideale,
la vita politica. Le estorsioni e il dispotismo del violento e
truce governatore Argall sollevavano le proteste dei coloni, e
l'amministrazione dell'ottimo Yeardley, destinato a succedergli,
apriva per essi una nuova era. L'autorità del governatore veniva
limitata da un consiglio locale, ed i coloni erano ammessi alla
formazione delle leggi: nel mese di giugno del 1619 si radunava
in Jamestown la prima assemblea coloniale della Virginia, composta
del governatore, del consiglio coloniale allora nominato e di due
rappresentanti per ciascuno degli undici borghi esistenti. Era il primo
corpo rappresentativo, che si riunisse nell'emisfero occidentale; era
l'aurora luminosa della libertà americana. Coloro, che fino allora
avevano dipeso dal beneplacito d'un governatore, reclamavano i loro
privilegi di cittadini inglesi e domandavano un codice basato sulle
leggi inglesi.
Due anni dopo nel luglio 1621, la compagnia di Londra, la quale
democratizzata dall'ultima carta aveva rivendicato i suoi diritti,
nominando a tesoriere il conte di Southampton contrariamente
ai desideri del re, ed aveva pensato sul serio ad assicurare i
benefici della libertà alla colonia, dava a questa una costituzione
scritta modellata su quella inglese e destinata a diventare con
poche varianti il modello dei sistemi introdotti più tardi nelle
altre provincie regie. Un governatore nominato dalla compagnia, un
consiglio locale permanente pure da essa nominato, un'assemblea
generale da riunirsi tutti gli anni, composta del consiglio e di
due deputati per ogni piantagione scelti dagli abitanti; piena
autorità legislativa all'assemblea, salvo il veto del governatore e
la ratifica della compagnia; ratifica degli ordini della compagnia da
parte dell'assemblea per entrare in vigore; conformità delle corti di
giustizia alle leggi ed alla procedura inglese: tale nelle sue linee
generali questa costituzione, per la quale i coloni, cessando di essere
i servi d'una corporazione mercantile, diventavano liberi cittadini.
Fu questa la base sulla quale la Virginia innalzò l'edificio delle sue
libertà, l'atto, che fece dello stabilimento nascente un semenzaio di
uomini liberi.
Nè l'influenza sua si limitò alla Virginia, ma si estese a tutto il
Sud: quando nuove colonie si formarono, i loro proprietari non poterono
sperare d'attirarvi degli emigranti se non accordando loro franchigie
non meno ampie di quelle concesse alla rivale Virginia.
Nel 1625 la compagnia, lacerata da interne fazioni, odiata da re
Giacomo «quale scuola d'un parlamento sedizioso», com'ebbe a definirne
le sedute un inviato spagnuolo, veniva sciolta, e, revocatane la
patente, la Virginia diventava una colonia regia; ma ciò non portava
alcun mutamento immediato nel governo interno e nelle franchigie
della colonia. Nè il successore Carlo I, pure cercando di ritrarre
dal monopolio del tabacco il maggior vantaggio possibile, attentò
alla libertà della Virginia, la quale abitata da episcopali rimase
altrettanto fedele a lui quanto attaccata alla sua effettiva
indipendenza, che potè conservare anche durante il protettorato di
Cromwell, pure assoggettandosi all'«atto di navigazione».
Nata dalla prosperità, la libertà diveniva di questa alla sua volta la
fonte maggiore: nascevano per essa i motivi d'attaccamento al suolo,
e la Virginia, i cui coloni erano immigrati coll'intenzione di farvi
fortuna non già di stabilirvisi definitivamente, vedeva ormai sbarcare
migliaia d'emigranti, che coll'aratro iniziavano la conquista della
terra e col matrimonio il suo popolamento, accasandosi con donne fatte
venire appositamente dall'Inghilterra dietro un compenso in tabacco
pagato alla compagnia: nei soli tre anni dal 1619 al 1621 ben 3500
persone si dirigevano alla sua volta: nel 1648 gli abitanti salivano a
20.000.
I coloni erano andati disperdendosi lungo il fiume James e verso il
Potomac, dovunque la ricchezza del terreno permettesse di coltivare
il tabacco con successo: gli stessi luoghi più solitari e più esposti
quindi alle ostilità degli indigeni non erano stati dimenticati,
perchè in essi minore era la concorrenza per l'appropriazione della
terra. Gl'indigeni, privati del loro suolo, incapaci per la debolezza
e scarsità loro (un 8000 circa verso il 1620 in un territorio di 8000
miglia^2) di scacciare in guerra aperta gli usurpatori, avevano covato
in segreto il loro odio ed organizzato un complotto, che nel 1622
era scoppiato in un feroce macello, in cui sarebbero periti ben più
dei 347 bianchi massacrati se Jamestown e gli stabilimenti vicini non
fossero stati preavvertiti da un indiano convertito. Da allora in poi
i coloni non ebbero più ritegno e, mentre si intraprendevano tratto
tratto spedizioni di sterminio contro gli indigeni, se ne occupavano
senza il minimo scrupolo i campi ed i villaggi, situati nelle migliori
posizioni, in riva alle acque più limpide e sulle terre più fertili.
Il paese invitava all'agricoltura in tutti i modi con la fertilità
del suolo, coll'abbondanza dei fiumi, che dagli Allegany al mare
costituivano ottime vie naturali pel trasporto delle merci, colla
mitezza del clima; la terra si estendeva libera davanti agli emigranti
e ad essa si chiedeva più che grano, la cui coltivazione da qualche
governatore fu imposta perfino sotto ammende penali, tabacco, vale
a dire un prodotto idoneo quanto mai al grande commercio. Nel 1621
un'altra coltivazione dello stesso genere vi si era introdotta, il
cotone, benchè la grande era cotonifera dovesse iniziarsi quasi
due secoli dopo. La richiesta continua di tabacco importava seco
un allargamento sempre maggiore della coltivazione e con esso
l'ampliamento delle proprietà individuali, il costituirsi cioè
del latifondo, imposto dalla cultura esauriente del tabacco, cui
necessitano sempre nuovi terreni, e reso possibile dalla sconfinata
estensione di terre disponibili. La stessa esistenza però d'una
terra libera e fertilissima minacciava di rendere pressochè inutile
al proprietario l'ampiezza di terre messe a sua disposizione,
sottraendogli le braccia necessarie al lavoro: egli non può
trattenere ai suoi servigi il libero lavoratore, che trova nelle
terre inoccupate un fondo suo proprio e nella feracità di esso la
possibilità di coltivarlo quasi senza capitale, mentre l'abbondanza di
selvaggina lo dispensa da un'anteriore accumulazione di sussistenza.
Si ricorre, è vero, alla servitù del bianco, ma l'offerta di braccia
è pur sempre troppo inferiore al bisogno, mentre non c'è da contare
sulla scarsa e fiera popolazione indigena per coltivare le terre.
Ed allora, determinata dalla necessità sociale di instaurare una
forma di lavoro corrispondente ai bisogni dell'agricoltura ed
all'avidità dei latifondisti, prende piede sul libero suolo della
Virginia un'istituzione nefanda, che giunta ormai al suo tramonto in
Europa era sorta a vita nuova e più tenace nelle colonie americane,
quella schiavitù, che i coloni vedevano applicata con successo da un
secolo nei vicini possedimenti spagnoli ed incoraggiata dalla stessa
madrepatria, dove il governo nel 1618 concedeva a sir Roberto Rick un
privilegio speciale pel trasporto di negri nelle colonie inglesi e nel
1631 autorizzava ad esso una compagnia appositamente istituita.
Nel 1619[10] era approdato a Jamestown per difetto di provvigioni un
vascello negriero olandese, ed i coloni ne avevano comperato di buon
grado il carico umano, lieti di aver trovato una sorgente inesauribile
di braccia schiave, di lavoratori su cui la terra libera non avrebbe
esercitato alcun influsso. Si ebbe così fin d'allora di fatto se non
di diritto la schiavitù negra, benchè solo nel 1662 essa riceva la sua
sanzione giuridica in un atto statutario, che la riconosceva legale
e la rendeva ereditaria, basandola sulla vecchia massima «_partus
sequitur ventrem_». La popolazione negra, il che vale a dire schiava,
si diffonderà però lentamente nella colonia: nel 1622 v'erano solo 22
negri, nel 1634 solo 300; ma coll'estendersi della coltura a nuove
terre, coll'aumento della popolazione bianca e della ricchezza del
paese cresce rapidamente anche il numero dei negri, i quali nel 1671
saranno già 2000, 23.000 nel 1715 di fronte a 72.000 bianchi, nel 1754
non meno di 116.000 di fronte a 168.000 bianchi.
Mentre il latifondo coltivato a tabacco dà origine e mette su solide
basi la schiavitù dei negri, con tutte le sue piaghe e tutti i suoi
pericoli, esso uccide pure la eguaglianza dei bianchi, distrugge
la società democratica dei primi tempi per sostituirvene una
aristocratica. I primi coloni non avevano portato nel nuovo mondo
altra fortuna che il loro spirito d'intrapresa, altra dignità che
quella d'uomo, altri privilegi che quelli di inglesi. N'era uscita così
una società nei primi tempi strettamente egalitaria, una democrazia
pressochè indipendente con un governo organizzato sulla base del
suffragio universale goduto da tutti i liberi indistintamente: nel suo
seno non industrie, non manifatture ma solo la coltura del tabacco,
venendo tutto il resto importato d'Inghilterra; il commercio stesso
era esercitato da mercanti forestieri. L'abbondanza e la fertilità
delle terre facevano della Virginia «il miglior paese del mondo per il
povero», il quale del resto anche senza lavorare trovava di che vivere
nell'abbondanza della cacciagione e della pesca, nelle mandrie erranti
di porci, nei prodotti insomma spontanei del suolo.
Dispersi su vasto territorio, il che permetteva loro di sottrarsi
all'influenza diretta della chiesa ufficiale e del governo, acuendone
l'avversione istintiva per ogni freno politico, i suoi abitanti,
veri figli della foresta, crescevano nella libertà della solitudine:
non città, non stampa, non scuole, non giornali soltanto, ma neppure
strade e ponti; dei sentieri appena segnati attraversavano i boschi; le
visite si facevano in barca od a cavallo; il colono col suo sacco di
tabacco in luogo di moneta attraversava a cavallo le foreste, a nuoto
le acque, quando non era possibile farlo a guado od in barca. Le case
di legno e ad un piano erano sparse sulle due rive della Chesapeake,
dal Potomac alle frontiere della Carolina: era raro di scorgere tre
case raggruppate insieme; Jamestown stessa non era che un miserabile
villaggio, composto dell'edificio del governo, d'una chiesa e di 18
case. Solo i maggiori piantatori vivevano più comodamente nelle loro
vaste tenute, circondati dai loro servi e dai loro schiavi, primo
nucleo d'una casta tra la patriarcale e la feudale, che in breve
avrebbe dominato il paese.
Per quanto infatti mancasse ancora all'epoca della Restaurazione
una classe privilegiata, giacchè universale era il suffragio e di
nomina direttamente o indirettamente popolare tutti i funzionari, la
disuguaglianza fra chi possedeva molto e chi possedeva poco o nulla
andava accentuandosi ogni giorno più con lo svilupparsi del latifondo.
Veniva questo imposto, come vedemmo, dal genere delle colture e
favorito oltrecchè dal diritto fondiario e dalle leggi contrarie ad
uno sminuzzamento soverchio della proprietà, dal fatto che i guadagni
del tabacco, il cui consumo in Europa andò sempre aumentando nei sec.
XVII e XVIII, venivano impiegati nell'ampliamento della cultura stessa,
mentre i terreni depauperati si lasciavano a pascolo. Il piccolo fondo
invece coltivato direttamente dal proprietario comincia a non essere
più rimunerativo col trionfare della cultura estensiva esercitata da
schiavi; e così al di sotto della classe latifondista va sorgendo
una classe di bianchi nullatenenti, cui, se il vergine suolo e la
scarsità dei bisogni assicurano la vita, è chiusa nondimeno in un
paese esclusivamente agricolo ogni fonte di guadagno, che derivi da un
lavoro metodico, sistematico, continuo delle proprie braccia. I servi
liberati allo spirare del loro termine, i nuovi coloni sbarcati senza
mezzi ingrossano questa classe, cui la mancanza assoluta di scuole
pubbliche toglie per di più ogni mezzo d'istruirsi. La cultura diviene
pertanto un privilegio dei ricchi, che possono procurare ai loro figli
un maestro o mandarli all'estero; e così la disuguaglianza economica
va traducendosi in disuguaglianza sociale, tanto più che fra i grandi
proprietari di terre, circostanza questa del maggior rilievo, non sono
rari i figli della superba nobiltà inglese, i cavalieri rifugiatisi
nella monarchica Virginia dopo la sconfitta subita in patria.
Una classe siffatta, che sola possiede ogni capitale e sola ogni
istruzione, che nel suo latifondo impera dispoticamente su una mandra
di schiavi, non può non aspirare al governo del paese: nel suo seno
infatti si recluta il consiglio della colonia, di essa sono membri o
candidati gli eletti alla legislatura e creature i magistrati, essa
ottiene i brevetti d'ufficiale nella milizia. La dispersione degli
abitanti e la conseguente divisione del paese in contee, spesso assai
vaste, cui è ignota col concentramento urbano l'attività politica
del _town_ settentrionale, favorisce ancor più la potenza politica
di questa classe, giacchè i magistrati esercitano qui poteri ben più
ampi che nella N. Inghilterra: i giudici di pace ad esempio fissano
essi l'ammontare delle tasse nella contea, ne hanno la percezione e
ne sorvegliano l'impiego. Ogni potere giudiziario, amministrativo,
militare, la direzione tutta in una parola degli affari pubblici,
si trova così direttamente o indirettamente nelle mani di un numero
ristretto di uomini, i quali possessori della terra, padroni di
un gran numero di servi e signori di schiavi, cominciano già a
presentare i primi indizi d'un'aristocrazia costituita. All'epoca della
Restaurazione le due classi dei latifondisti e dei nullatenenti sono
già chiaramente delineate in quella società sorta sotto auspici tanto
democratici, e la nascente aristocrazia aspira a scolpire nel diritto
un predominio, che ormai esercita nel fatto.
La aiuta nell'intento quel potere regio, il quale dopo un'eclissi, che
aveva lasciato la Virginia nella più completa indipendenza, ricompariva
nella colonia come alleato naturale del latifondo. I Virginiani, devoti
agli Stuart per quanto gelosi della loro autonomia, s'affrettavano a
riconoscere il risorto governo; ed il Berkeley da governatore eletto
popolarmente diventava governatore di nomina regia. La nuova assemblea,
convocata in nome del re nel marzo 1661 e composta di proprietari e di
cavalieri, smascherava fino dai primi atti i suoi sentimenti politici,
destituendo un magistrato popolare «a causa della sua condotta faziosa
e scismatica», e quindi si dava a modificare il carattere della
costituzione in senso aristocratico e favorevole alla supremazia
della corona. Il governatore e gli altri ufficiali regi venivano
sottratti del tutto alla dipendenza della legislatura coloniale,
imponendosi per il loro mantenimento un'imposta fissa sul tabacco
esportato; l'ordinamento giudiziario veniva del pari sottratto al
controllo popolare, affidandosi esso ad un tribunale coloniale supremo,
costituito dal governatore e dai membri del consiglio, e ad otto
giudici di pace per ogni contea, nominati dal governatore ed incaricati
oltrecchè degli affari giudiziari di fissare e riscuotere le tasse
della contea; si emanava un codice, dove le norme fino allora vigenti
erano inasprite a dismisura; si dichiarava chiesa di Stato quella
ufficiale della madre patria, imponendosi a ciascuno di contribuire
alle spese del culto, quantunque la dispersione degli abitanti fosse
tale da impedire a non pochi di approfittare di esso, e conculcandosi
ogni libertà di coscienza colle pene severe comunicate contro i quakeri
ed i non conformisti in genere.
Quasi tutto ciò non bastasse, l'assemblea eletta per due anni non
deponeva allo spirare del termine i suoi poteri, ma ad immagine
di quanto avveniva nella madrepatria rimaneva in carica un sedici
anni, durante i quali non solo decretava pei suoi membri emolumenti
esorbitanti a spalle dei coloni, ma, degno coronamento all'edificio,
colpiva alle radici stesse la democrazia, limitando il suffragio
universale. Sotto il pretesto comune ad ogni classe conservatrice
che «il modo ordinario di scegliere i _borghesi_ (rappresentanti) per
mezzo del voto di tutti gli uomini liberi» produceva «dei disordini e
dei torbidi», che non tutti gli elettori erano in grado «di scegliere
delle persone sufficientemente adatte ad esercitare una missione sì
alta», si decretava nel 1670 che «nessuno, se ne eccettui i liberi
proprietari del suolo ed i capi di famiglia, avrebbe d'ora in avanti il
voto per l'elezione dei borghesi». La maggioranza del popolo si vedeva
così spogliata di quelle franchigie elettorali, di cui era gelosa
come del privilegio più prezioso e più caro. Assemblea senza limite
di tempo, governo regio indipendente perfino nello stipendio dalla
colonia, sistema elettorale ristretto ed indebolito, libertà religiosa
soffocata, magistrati di contea irresponsabili e padroni di levar tasse
a loro beneplacito, ostilità manifesta ad ogni elevamento intellettuale
del popolo, ecco quanto il latifondo alleato al potere regio dava in
pochi decenni ad una colonia, che era sorta su basi diametralmente
opposte.
Gli stessi latifondisti però non avevano troppo da lodarsi di quel
governo regio, cui s'erano alleati solo per consolidare il loro
potere politico: mentre Carlo II, sempre prodigo di quello d'altri,
dispensava a larghe mani le terre della Virginia ai suoi cortigiani,
senza nessun riguardo ai diritti acquisiti, i produttori di tabacco
si vedevano danneggiati oltremodo dalla politica coloniale della
madre patria, che stabiliva un monopolio commerciale altrettanto
rovinoso per la Virginia quanto poco sentito nei primi tempi dalle
colonie settentrionali. Da una parte i prodotti coloniali dovevano
essere trasportati solo in Inghilterra o nei possessi inglesi e per
di più su navi inglesi; dall'altra i coloni non potevano ricevere
da navi estere le mercanzie loro necessarie, arrivandosi nel 1672 ad
ostacolare con dogane interne lo stesso traffico intercoloniale. Mentre
le colonie settentrionali per la facilità del contrabbando esercitato
su vasta scala, per le incipienti industrie locali e sopratutto per il
genere dei loro prodotti agricoli non risentivano gran danno da tali
disposizioni; queste, fatte osservare scrupolosamente nel mezzogiorno,
unico produttore dei generi d'esportazione, colpivano in pieno petto
la società virginiana, la cui vita economica si riduceva tutta alla
cultura del tabacco. Sottratto alla concorrenza mondiale, l'unico
prodotto del paese veniva venduto a prezzi più bassi sul ristretto
mercato inglese; mentre da questo solo ed a prezzi quindi più alti
potevano i Virginiani fornirsi degli oggetti alla vita indispensabili.
Agli atti di navigazione s'era aggiunta poi la guerra anglo-olandese
a danneggiare maggiormente la colonia, le cui poco floride condizioni
venivano inasprite ancor più dal dispotismo e dalla rapacità del
governatore Berkeley.
Il malcontento per tante cause diffuso nella popolazione, nella
bassa in ispecie privata delle sue franchigie, non aspettava più
che un'occasione per divampare in un incendio, che le condizioni
demografiche del paese rendevano ancor più temibile. Una guerra cogli
Indiani, che invano tentavano colle armi nel 1675 la difesa del proprio
paese da ulteriori usurpazioni bianche, guerra condotta come il solito
ferocemente da ambo le parti, dai Pellirosse come dai coloni, che
moschettavano perfino i messaggeri di pace, ne fornì il pretesto: un
giovane e ricco piantatore d'idee liberali, Nathaniel Bacon, nato in
Inghilterra durante le lotte del Parlamento contro il re, si metteva
alla testa dei coloni nella lotta contro gli Indiani massacratori
nonostante le proibizioni del governatore, geloso di lui e timoroso
d'una levata in armi della popolazione. Bacone dietro le istigazioni
della fazione più aristocratica veniva dichiarato dal Berkeley
ribelle, ed i ricchi coloni lo abbandonavano; ma egli continuava la
sua spedizione alla testa dei pochi rimastigli fedeli, mentre una
rivoluzione popolare obbligava il governatore a sciogliere la vecchia
assemblea. La nuova assemblea, di cui era eletto membro anche Bacone
ritornato vittorioso, abrogava tutte le restrizioni imposte dall'altra
alle libertà del paese, ed una completa amnistia veniva concessa. Era
questa però violata dall'orgoglioso governatore, il quale dichiarando
una seconda volta traditore Bacone, ripartito contro gli Indiani,
scatenava sulla colonia con la rivoluzione popolare una guerra civile,
nella quale la Virginia rivelava già quell'ardire e quell'entusiasmo
per la libertà, di cui darà prova un secolo dopo. Contro il popolo
il Berkeley radunava una massa di servi affrancati per l'occasione,
di Indiani reclutati, di mercenari, di soldati inglesi dei vascelli
ancorati in quelle acque; ma i coloni, presa Jamestown, la bruciavano
per non lasciarla al nemico: due delle case migliori appartenevano a
Laurence ed a Drummond, e i due patriotti per primi vi appiccavano il
fuoco. La Virginia offriva così il suo unico villaggio in olocausto
alla libertà! Bacone però moriva di febbri malariche durante la
lotta, ed i suoi partigiani privi del loro energico capo venivano
ben presto domati: vent'uno fra essi, tra cui il Drummond, aprivano
il martirologio della libertà americana. La reazione fu così stolta
e sanguinaria, che lo stesso Carlo II la sconfessava, dicendo: «il
vecchio folle ha sacrificato più vite in quel paese deserto, che non io
stesso per l'assassinio di mio padre».
Non per questo però i principii sostenuti da Bacone venivano
riconosciuti dalla metropoli, troppo gelosa della sua supremazia
assoluta sulla colonia. Il Berkeley ritornava in Inghilterra per
scolparsi e vi moriva appena arrivato; ma l'antico ordine di cose
economico e politico veniva ristabilito, le misure prese dall'assemblea
di Bacone abrogate, e la legislazione, conforme alle istruzioni regie,
le quali raccomandavano «d'aver cura che i membri dell'assemblea
non fossero eletti che dai liberi proprietari», conservava tutti gli
elementi aristocratici introdotti in essa anteriormente.
§ 2. MARYLAND. — Come il Massachusetts nel Nord, così la Virginia
nel Sud fu per ragioni cronologiche e più ancora sociali la madre
d'un gruppo di colonie, affini per clima, per suolo, per ordinamento
politico. Prima tra queste fu il Maryland[11] uscito può dirsi dalle
sue viscere, giacchè il territorio, che sotto tal nome venne ad
aggiungersi quale colonia autonoma all'Antico Dominio, era compreso
nei limiti assegnati alla Virginia nella seconda sua carta (1609). Un
inglese intraprendente e risoluto, mandato in America nel 1621 dalla
compagnia di Londra per costruire la carta del paese e diventato in
seguito membro del consiglio virginiano, Guglielmo Clayborne, aveva
esplorato il paese al nord del Potomac, avviato il primo commercio in
pelli cogli indigeni, creato per esercitarlo una compagnia munita di
regia patente ed infine fondati alcuni stabilimenti sull'isola di Kant,
nel cuore della futura colonia, e presso la foce della Susquehannah;
quando il cattolico sir Giorgio Calvert, lord di Baltimore, che,
partecipe fin da giovine dell'entusiasmo generale per le piantagioni
americane, aveva tentato senza successo di fondarne una in Terra
Nuova, gettava gli occhi sulla Virginia come paese più adatto ai suoi
disegni. Vi si recava infatti personalmente per dar corpo ai suoi
sogni, ma l'intolleranza religiosa gli faceva capire subito che a lui,
convertito nel 1624 al cattolicesimo, mal sarebbe stato possibile
fondare pacificamente una colonia in terra di episcopali. Egli si
rivolgeva allora direttamente al re, di cui nonostante la conversione
aveva conservato il favore per le doti eminenti, i servigi prestati, la
moderazione, il credito ampio presso tutti i partiti; ed una carta gli
concedeva come proprietà privata assoluta e trasmissibile quel paese
di là dal Potomac, su cui già fissavano cupido l'occhio e Francesi
ed Olandesi e Svedesi: così nel 1632 veniva staccata dalla Virginia e
costituita in provincia autonoma col nome di Maryland, in onore della
regina inglese, il paese dal 40º grado di latitudine al Potomac e dalle
sorgenti di questo all'Atlantico.
Accanto ai diritti del proprietario, cui la corona cedeva ogni sua
prerogativa, salvo il giuramento di fedeltà, l'omaggio di due freccie
indiane all'anno, ed il tributo d'un quinto dell'oro e dell'argento da
scavare, questa carta contrariamente alle altre garantiva sufficienti
libertà ai coloni, stabilendo non solo che l'autorità del proprietario
non potesse estendersi sulla vita, sulla libertà, sui beni di alcun
emigrante, ma che i coloni partecipassero essi stessi alla legislazione
della provincia, che nessun statuto fosse valido senza l'approvazione
della maggioranza degli uomini liberi o dei loro deputati. Il governo
rappresentativo andava così indissolubilmente attaccato alla carta
fondamentale del Maryland, la quale per di più, riconoscendo religione
del paese il cristianesimo in generale e non già una data confessione
di esso, assicurava l'eguaglianza religiosa come quella civile e faceva
della nuova colonia un asilo, che lo spirito illuminato del saggio e
buono colonizzatore voleva rifugio sicuro ai dissenzienti religiosi
d'ogni chiesa cristiana, ai perseguitati «papisti» in prima linea.
Giorgio Calvert moriva nello stesso anno 1632 prima di poter realizzare
il bel sogno, ma il figlio Cecilio col patrimonio ed il grado ereditava
pure le idee del padre e s'accingeva a compierne i disegni in America,
fondandovi con spese ingenti una colonia rimasta poi per parecchie
generazioni alla sua famiglia. Nel 1633 suo fratello Leonardo Calvert
conduceva sull'«Arca e Colomba» un duecento emigranti, che fondavano
l'anno dopo un primo stabilimento non lungi dalla confluenza della
St. Mary col Potomac, su un territorio coltivato, che gli indigeni
disposti già prima ad emigrare regalavano dietro compenso di tela,
coltelli, penne ed altro. Tutto sembrava cospirare alla fortuna d'un
paese prediletto dalla natura: dolcezza di clima, fertilità di suolo,
tolleranza religiosa, munificenza del proprietario, attaccamento
devoto al suo liberale governo da parte dei coloni garantivano un
prospero svolgimento a quella colonia, la quale in sei mesi fece più
progressi della Virginia in molti anni, senza conoscerne le ansie ed
i stenti dei primi tempi. Subordinata ad un capo ereditario, la sua
popolazione non dimostrava meno per questo la coscienza profonda della
propria missione, l'attitudine straordinaria al _selfgovernment_:
sin dalle prime sessioni l'assemblea popolare, composta di tutti gli
uomini liberi, rivelava lo spirito del popolo nascente, formulando una
dichiarazione di diritti, che, mentre riconosceva l'obbligo di fedeltà
al re e garantiva le prerogative di lord Baltimore, confermava agli
abitanti tutte le libertà godute in pratica dagli Inglesi: si stabiliva
un sistema di governo rappresentativo, in cui erano attribuite
all'assemblea generale tutti quasi i poteri spettanti in Inghilterra
alla camera dei Comuni. I torbidi sollevati in seguito dalle pretese
del Clayborne sul territorio, pretese sostenute anche ma invano a mano
armata e con effusione di sangue, la lotta fra cattolici e puritani,
i quali combattendo durante il protettorato del Cromwell il diritto
del proprietario volevano togliere agli avversari la stessa libertà di
religione, lungi dal far naufragare le franchigie degli abitanti, le
consolidarono ancor più dando alla libertà salde radici negli animi:
i suoi abitanti amavano la libertà anche se turbolenta, ed in essa
cercavano gli eterni rimedi dei mali passeggeri da essa prodotti.
E l'attaccamento alla libertà si manifesta più vivo che mai nei
rapporti della colonia col suo proprietario. Mentre qui infatti, come
nelle altre colonie di proprietari, la potenza del popolo non correva
nessun rischio da parte della corona, che non si era riservata altro
diritto se non di annullare le leggi che fossero contrarie a quelle
dell'Inghilterra, altra ingerenza che quella di imporre gli ufficiali
delle dogane e delle corti dell'ammiragliato, essa veniva ristretta
dall'autorità del proprietario. Questi invero s'era riservato un
triplice veto sulle decisioni dell'assemblea, veto da esercitarsi dal
suo consiglio, dal suo luogotenente o da lui stesso; istituiva le corti
di giustizia e ne designava i membri; nominava tutti i funzionari della
colonia e delle singole contee; possedeva in proprietà assoluta le
terre ancora vacanti e ricavava un tributo dalle altre, tenendo così la
popolazione intera come sua livellaria non solo ma ottenendo anche ad
ogni concessione nel dominio inculto una cauzione in denaro, e traendo
altri proventi di origine feudale o giudiziaria o commerciale.
Più ostico poi d'ogni altro riusciva ai coloni il potere del
proprietario di imporre esso e riscuotere le imposte nelle contee.
A cancellare tale odiosa prerogativa, negli ultimi anni di vita di
Cecilio Calvert si concludeva tra il proprietario ed i rappresentanti
del popolo una serie di patti costituenti un compromesso, conosciuto
col nome di «_atto di riconoscenza_», in virtù del quale il potere
del primo di levare imposte fu ristretto, applicandosi in compenso un
dazio di esportazione sul tabacco, il cui provento dovea per metà esser
consacrato alle spese della colonia, per metà costituire la rendita
del proprietario. Con ciò però l'assemblea si privava del principale
suo strumento per imporsi al proprietario, al governatore ed agli
altri funzionari, i quali non dovevano più aspettare da essa anno per
anno l'assegnamento delle somme occorrenti. La successione di Carlo
Calvert al padre, morto nel 1675, dava un forte colpo all'autorità del
proprietario, basata sul rispetto e la riconoscenza, ma contraria allo
spirito democratico della colonia, presso cui la rivolta di Bacone
trovava un'eco profonda di simpatia.
Ad evitare allora che il dissidio ormai manifesto scoppiasse in aperta
rivolta, il nuovo lord proprietario limitava arbitrariamente nel 1681
il suffragio, restringendolo agli uomini liberi possessori d'un feudo
di 50 acri od aventi una fortuna personale di 40 sterline. Ma al
principio della sovranità popolare si intrecciava allora il fanatismo
religioso: il protestantesimo si trasformava, come altrove, in setta
politica, e l'opposizione a lord Baltimore come sovrano feudale fece
causa comune col fanatismo degli anglicani, i quali ricevuti nella
colonia sul piede della più completa eguaglianza, coi cattolici
volevano monopolizzare per sè la libertà di coscienza e di culto.
Nel 1689, approfittando del trionfo di Guglielmo e Maria, il
partito protestante si impadroniva del governo, che nel 1691 veniva
sottratto del tutto al proprietario colla revoca della sua carta e
la trasformazione del Maryland in colonia della corona: l'episcopato
diventato religione predominante confiscava la libertà religiosa dei
cattolici in una colonia fondata da cattolici, in un paese dove gli
stessi papisti avevano dato esempio allora sublime di tolleranza! Solo
quando il figlio del proprietario, Benedetto Calvert, si convertiva
alla chiesa anglicana, i Baltimore venivano ristabiliti nel loro
diritto di proprietà sulla colonia, nel 1715.
Le dissensioni intestine e le vicende esterne non avevano impedito
intanto lo sviluppo progressivo del paese: il Maryland divenuto ricco e
fiorente annoverava già nel 1660 un 12.000 persone; al 1688 un 25.000
circa; nel 1754 quasi 150.000 di cui oltre 40.000 schiavi negri. Come
la Virginia anche il Maryland era una colonia di piantatori, di cui il
tabacco costituiva il prodotto principale, la servitù temporanea dei
servi e la schiavitù a vita dei negri la forma di lavoro predominante,
il monopolio economico della madre patria incarnato negli atti di
navigazione il cancro roditore: qui pure gli abitanti erano dispersi
in mezzo ai boschi e lungo i fiumi; rarissime e tali di nome più che di
fatto le città, che invano la legislatura dei primi tempi aveva perfino
cercato di creare con decreti; un piccolo mondo a sè ogni piantagione;
trascurata affatto l'istruzione popolare. Tabacco e schiavitù avevano
plasmato insomma nel Maryland una società non molto dissimile nelle
linee generali da quelle della Virginia.
Ben più della carta fondamentale del Maryland, che aveva concesso al
proprietario il diritto di creare nella colonia tutta una gerarchia
feudale, ben più di questo principio feudale che, dove morto dove
morente nel suo paese di origine, non avrebbe potuto certo ringiovanire
trapiantato sul vergine suolo, la grande proprietà fondiaria,
determinata dal genere delle culture, e la schiavitù dei negri creavano
anche nel Maryland, come già in Virginia, come in tutte le altre
colonie meridionali, una potente aristocrazia, anacronismo imposto
dal clima, dal suolo, dal momento storico all'egalitaria società
anglo-americana.
Accanto al tabacco però andava qui sviluppandosi anche qualche altra
cultura, tra cui principalissima quella del lino e della canapa con le
industrie tessili relative; cosicchè il Maryland coi suoi lavoratori
bianchi più numerosi non offrirà l'uniformità di vita economica e
sociale della Virginia: posto al confine tra le colonie meridionali
e le centrali, esso parteciperà fino ad un certo punto della vita di
queste oltrecchè di quelle. Dove invece clima e suolo cospireranno
insieme a portare alle ultime conseguenze il sistema sociale basato
sul latifondo e sulla schiavitù, sarà nelle colonie poste a mezzogiorno
della Virginia, nella parte bassa cioè delle Caroline, nella Georgia, e
più tardi nell'ulteriore sud.
§ 3. LE CAROLINE. — Se il Maryland uscì dalle viscere, può dirsi,
dell'Antico Dominio, da figli di questo ricevette i primi stabili
colonizzatori il paese chiamato già nel secolo precedente Carolina
dagli ugonotti francesi del Ribault, i quali dal nome in fuori
null'altro vi avevano lasciato di duraturo dopo lo scempio fattone
dagli Spagnuoli. Già dal 1622 degli intraprendenti Virginiani facevano
una prima ricognizione nel paese al sud del fiume Chowan, e dal 1642
in poi si ripetevano con insistenza sempre maggiore incursioni ed
esplorazioni nel territorio compreso tra il capo Hatteras ed il capo
Fear col fine di colonizzarlo, tentativi incoraggiati dalla legislatura
virginiana mediante vaste concessioni di terre.
A questa spontanea immigrazione dovevano loro vita i primi stabilimenti
sul fiume Albemarle; mentre 160 miglia a sud-ovest di questo, sulla
costa del capo Fear, sbarcavano a fondarvi una piccola colonia di
pastori, su un suolo fattosi loro cedere dagli indigeni, degli arditi
emigranti della Nuova Inghilterra: ad essi venivano ad aggiungersi
subito dopo dei piantatori delle Barbados, desiderosi di fondare uno
stabilimento proprio, e la nuova colonia prendeva un certo sviluppo
sino a contare già nel 1666 un ottocento abitanti. Oltre ai Virginiani,
agli emigranti della Nuova Inghilterra ed a quelli delle Barbados
vantavano diritti su questo territorio gli Spagnuoli, che dalla loro
fortezza di Sant'Agostino nella Florida potevano illudersi di possedere
un paese bagnato di sangue castigliano e macchiato vergognosamente
di sangue francese ma non fecondato del loro sudore. Ad una terra
però, che per la sua posizione subtropicale prometteva le derrate più
preziose, avevano già rivolto i cupidi sguardi dei rapaci cortigiani
di Carlo II; e questi munifico come al solito, senza punto curarsi
nonchè degli altri pretendenti della stessa concessione fatta già dal
padre Carlo I nel 1629 a sir Roberto Heath ed eredi, concedeva nel
1663 ad otto nobili inglesi, che l'avevano chiesta di nome «per la
propagazione del Vangelo», di fatto per accrescere la loro fortuna,
la provincia della Carolina, il territorio cioè compreso fra il 36º
grado di lat. ed il fiume S. Matteo: due anni dopo, nel 1665, una
nuova carta ne ampliava ancor più i confini, per includervi dentro
i nuovi stabilimenti d'origine virginiana, dandole per limite il 36º
30′ parallelo al nord, il 29º al sud, l'Atlantico all'est, il Pacifico
all'ovest!
Lo storico Clarendon, avido per quanto sagace ministro, il generale
Monk già compensato dei suoi servigi col titolo di duca d'Albemarle,
lord Craven vecchio soldato, lord Ashley Cooper più tardi conte
di Shaftesbury, sir Giovanni Colleton, lord Giovanni Berkeley, il
fratello sir Guglielmo, governatore della Virginia, e sir Giorgio
Carteret diventavano così proprietari e sovrani immediati d'un paese,
che doveva abbracciare i futuri stati della Carolina settentrionale,
della Carolina meridionale, Georgia, Tennessee, Alabama, Mississippi,
Louisiana, Arkansas, gran parte della Florida e del Missouri, quasi
tutto il Texas e porzione notevole del Messico!
Il loro diritto di proprietà dovea essere illimitato e la loro
autorità sovrana assoluta, non essendosi il re riservato che una
sterile sovranità; ma ai coloni era nella carta garantita, cosa
allora notevole, piena libertà di coscienza e riservata, cosa non
meno importante, una certa partecipazione alla legislazione locale,
cui doveano concorrere le assemblee dei liberi proprietari. Uno
splendido impero feudale ricco di tutti i prodotti dei tropici già
balenava alla mente dei proprietari, i quali incaricavano di redigerne
una costituzione, una costituzione perfetta, degna di attraversare
i secoli, il più capace ed attivo della compagnia, quel Shaftesbury
ch'era il rappresentante più genuino e cosciente dell'aristocrazia
territoriale inglese, il campione più formidabile delle sue libertà,
vale a dire dei suoi privilegi, da lui scambiati con la stessa
grandezza e prosperità della nazione, e si trovava allora all'apogeo
della vita, in tutta la maturità del suo genio speculatore, della
sua eloquenza, della sua ambizione. Spirito penetrante, costui aveva
scoperto i tesori d'intelligenza d'un filosofo ancora sconosciuto,
Giovanni Locke, entusiasta pur esso di quelli che si chiamavano i
«principi inglesi», convinto lui pure esser l'aristocrazia il baluardo
più sicuro contro ogni dispotismo monarchico come oclocratico, l'aveva
fatto suo amico e lo prendeva ora a consigliere e collaboratore nella
grande opera.
Quale legislazione dovessero dare alla Carolina il futuro prototipo
della rivoluzione del 1688, il conservatore geniale in cui sembrava
incarnarsi tutta la classe aristocratica e rivivere tanti secoli di
lotta a difesa del privilegio, ed il filosofo che nella rigidezza
del suo sistema, tutto cervello e niente cuore, definiva con brutale
sincerità il potere politico «il diritto di fare le leggi per regolare
e conservare la proprietà», è facile immaginarlo: ne saltò fuori un
sistema politico nonchè ridicolo inattuabile, date le condizioni reali
del paese cui doveva applicarsi! Il governo doveva risieder nelle
mani d'un'aristocrazia territoriale, alla cui testa stavano gli otto
proprietari presieduti dal più anziano, intitolato Palatino. Il paese
dovea dividersi in contee di 480.000 acri[12], divisa ciascuna in
cinque parti, di cui una proprietà inalienabile dei proprietari, una
patrimonio inalienabile ed indivisibile della nobiltà, costituita d'un
langravio o conte e di due cacicchi o baroni, e tre infine riservate al
popolo o possedute da signori feudali insieme col potere giudiziario:
grado e feudo erano ereditabili ma inalienabili. Al di sotto della
feudalità una classe ristretta di piccoli agricoltori; più sotto ancora
una di servi della gleba, provvisti dietro annuo compenso di 10 acri
di terreno e non solo privati d'ogni diritto politico ma attaccati al
suolo, essi ed i loro figli, di generazione in generazione; all'ultimo
grado infine di abbiezione una classe di schiavi negri, su cui era
riservata al padrone autorità e potere assoluto.
Il potere esecutivo e giudiziario sarebbe spettato ai proprietari,
che l'avrebbero esercitato mediante una gerarchia di funzionari,
Palatino, cancelliere, giudice supremo, connestabile, ammiraglio,
tesoriere, gran maggiordomo, ciambellano, coadiuvati ciascuno dalla
loro corte scelta tra i langravi, i cacicchi, i popolani liberi:
proprietari o loro deputati, funzionari e rispettive corti doveano
costituire il Gran consiglio. Il potere legislativo sarebbe affidato
ad un parlamento composto di quattro stati, dei proprietari o loro
deputati, dei langravi, dei cacicchi, dei comuni o rappresentanza di
liberi possidenti per i quali occorreva un possesso di 50 iugeri per
l'elettorato e di 500 per l'eleggibilità: per maggior garanzia però
le proposte di legge doveano partire dal Gran consiglio, ogni stato
poteva opporvi il suo veto nel caso di incostituzionalità, ed infine
i proprietari si riservavano il diritto di rigettare gli atti del
Parlamento!
Tutte le chiese venivano tollerate in questa costituzione col patto
però che riconoscessero l'esistenza di Dio, l'obbligo del servizio
divino, la necessità del giuramento, e che nelle loro adunanze non si
attaccasse il governo e l'ordine costituito: una sola religione vera ed
ortodossa veniva riconosciuta, l'anglicana, proclamata contrariamente
al desiderio del Locke religione nazionale nella Carolina. Interesse
dei proprietari, desiderio di fondare un governo di pieno aggradimento
della corona, timore d'una potente democrazia erano i moventi di questa
costituzione modello, per la quale tutto doveva cristallizzarsi,
tutto venire minutamente regolato, non solo la stampa sottomessa
alla sorveglianza d'una corte aristocratica ma perfino i gusti delle
donne e dei fanciulli, che cadevano sotto il controllo d'una corte
speciale, cui spettava tra le altre conoscere «delle cerimonie e delle
genealogie, dei divertimenti e delle mode»!
CAROLINA SETTENTRIONALE. — Mentre politica e filosofia stendevano
sulla carta dei piani mirabolanti di legislazione grettamente
aristocratica, farneticando di palatini e langravi, di baroni e
feudatari, di ammiragli e corti araldiche da introdurre fra povere
capanne disperse nel deserto e pei boschi della Carolina; gli abitanti
della parte settentrionale di questa, porgendo ascolto soltanto alla
voce della natura, ispirandosi semplicemente ai loro bisogni ed alle
loro condizioni reali, si davano un ordinamento certo meno smagliante
ma senza confronto più sapiente: un governatore di piena fiducia,
un consiglio di dodici membri, di cui sei eletti dai proprietari
e sei dall'assemblea, un'assemblea composta del governatore, del
consiglio e di dodici delegati dei liberi possidenti, ecco il governo
semplicissimo, ma rispondente al suo fine, di Albemarle, il primo
nucleo della futura Carolina del Nord. Le leggi emanate da questo
governo locale convenivano in tutto e per tutto alla rozza società
agricola del paese, lasciavano ad essa piena libertà di coscienza,
accordavano piena garanzia contro ogni tassa non votata dalla
legislatura coloniale, ne assicuravano lo svolgimento colla legge sui
debiti, per cui nessuno poteva durante cinque anni venir perseguitato
per debiti contratti fuori della colonia, colla parificazione del
matrimonio ad un puro e semplice contratto civile davanti ad un
magistrato e a due testimoni, coll'esenzione da ogni imposta per un
anno ai nuovi coloni, cui dopo due anni di residenza si assegnavano
terre in proprietà.
Queste leggi corrispondenti ai bisogni del paese venivano confermate
nel 1670, ratificate di nuovo nel 1715 e restavano in vigore per più
d'un mezzo secolo nella parte settentrionale della Carolina; mentre la
legislazione del Locke rimaneva lettera morta, nonostante i tentativi
ripetuti di applicazione, che a nulla riuscivano se non a produrre
malcontento ed anarchia nel paese, tratto tratto veniva modificata
tra l'indifferenza generale, e nel 1698 terminava coll'esser abolita
quasi tutta anche formalmente, riducendosi il potere dei proprietari
alla scelta del governatore. La realtà aveva, come sempre, trionfato
sui piani chimerici di assetti sociali: le condizioni territoriali da
una parte, dall'altra l'amore innato pel _selfgovernment_, più ancora
l'olimpico disprezzo per ogni autorità esteriore in uomini quivi
riparati in cerca di fortuna, l'avevano vinta sui sogni dei dottrinari.
Se v'era infatti paese nord-americano, dove tutto favorisse la più
sconfinata indipendenza, questo era appunto la parte settentrionale
della Carolina. Cattivi i porti e pressochè impossibile quindi ogni
sviluppo commerciale, impraticabili le foreste, ghiaioso e sterile il
suolo, occupato inoltre per tratti vastissimi da paludi: la popolazione
era composta di emigranti riottosi ad ogni freno, spesso violenti,
energici sempre, i quali, incoraggiati dalla legislazione della
colonia, capitavano lì da ogni parte, dalla Virginia come dalla Nuova
Inghilterra, dalle Barbados come dall'Europa: erano avventurieri, che
cercavano vita e libertà, erano quackeri o «rinnegati» che sfuggivano
la persecuzione religiosa.
Il taglio dei boschi, la caccia all'orso ed al castoro, la preparazione
della pece e della trementina, le frotte di maiali che inselvatichiti
andavano errando, offrivano loro di che vivere: abitavano dispersi
per la foresta, senza altro guardiano che un cane vegliante intorno
al solitario asilo, senz'altra compagnia che la moglie, i figli,
qualche schiavo negro, senz'altri spettacoli che quelli della natura,
senz'altro godimento che quello dell'eterna primavera e della più
sconfinata libertà. Non città, non villaggi, non ponti, non scuole, non
chiese, non industrie; unica strada fra i boschi le tacche incise sugli
alberi a guidare il cammino: prima del 1703 non vi fu nella colonia
alcun stabile ministro del culto, non alcuna chiesa prima del 1705, non
una stamperia prima del 1754!
In siffatto paese l'azione del governo si trova naturalmente
paralizzata dallo spirito d'indipendenza degli abitanti, che si fa
ogni giorno più selvaggio: il dominio dei _proprietors_ si riduce
ad un'ombra, ed il malaugurato governatore, che si azzarda di far
riconoscere tale potere, od intende di far sentire la propria autorità,
od impone tasse gravose od altro, vede il popolo ribellarsi, come nel
1678, nel 1688, nel 1711, e ristabilire la sua selvaggia libertà:
dal punto di vista politico questa rozza società viveva allo stato
può dirsi di natura ancora un mezzo secolo dopo la fondazione della
colonia, senza curarsi minimamente dei poteri costituiti, senza dar
nulla nè a Dio nè a Cesare:
«De tributo Cæsaris nemo cogitabat
Omnes erant Cæsarea nemo censum dabat».
Se un'Arcadia «di bricconi e di ribelli», come pretendevano i realisti,
la Carolina settentrionale era pure il paradiso dei quackeri, e ciò
basta a chiarirci come un soffio d'umanità non cessasse d'alitare
in questa società primitiva, la quale più che un'accozzaglia di
delinquenti era una raccolta di uomini sciolti da ogni legame politico
e religioso: alla rivoluzione essi non erano trascinati da vendetta o
da odio, ma da geloso furore di quella libertà, che volevano intera,
come senza garanzie così senza inquietitudini. Solo la schiavitù dei
negri, che qui del resto non prendeva nei primi tempi molto sviluppo
date le condizioni economiche del paese, faceva un doloroso contrasto
con quella sconfinata libertà, di cui i coloni bianchi volevano fruire.
Nel 1729 anche l'ombra del governo dei _proprietors_ svaniva, ed
il paese diventava una colonia della corona col nome di Carolina
settentrionale, colonia che nel 1754 annoverava già un 90.000 abitanti,
di cui un 20.000 schiavi negri, limitati di preferenza alle parti del
paese più favorevoli alle colture tropicali.
CAROLINA MERIDIONALE. — Diverso affatto sin dagli inizi fu invece lo
svolgimento della parte meridionale della Carolina, del paese di cui
gli emigranti del capo Fear avevano iniziato la colonizzazione, qualche
anno innanzi che questa fosse oggetto dei profondi studi del Locke. 1
primi coloni mandati dai _proprietors_ della Carolina, quando le sorti
dello stabilimento precedente volgevano già a rovina, vi arrivarono su
tre bastimenti nel 1670 ed, esplorati i luoghi dove già gli Ugonotti
un secolo prima avevano inciso i gigli di Francia, prendevano lor
stanza presso il fiume Ashley in un punto che sembrava «favorevole alla
coltivazione ed alla pastura», su una costa che le epidemie e le guerre
di tribù contro tribù avevano pressochè spopolata di indigeni. Prima di
congedarli pel nuovo mondo, i proprietari li avevano muniti d'una copia
imperfetta delle costituzioni fondamentali, non ancora ultimate; ma
fino dal primo sbarco riusciva evidente qui pure, come nella Carolina
settentrionale, l'impossibilità di «dar esecuzione al grande modello».
Si tenne dagli emigranti una convenzione parlamentare, e ne uscì un
governo rappresentativo, di cui costituivano gli elementi semplicissimi
un governatore, un Gran consiglio formato da cinque membri nominati dai
_proprietors_ c da altri cinque eletti dai coloni ed avente diritto di
veto sugli atti del potere esecutivo, una legislatura costituita dal
governatore, dal consiglio e da venti delegati scelti dal popolo.
L'anno dopo veniva inviata nella colonia una copia completa delle
costituzioni-modello, accompagnata da tutto un assortimento di regole
e d'istruzioni; ma, se il consiglio aristocratico riconosceva la loro
validità, i rappresentanti del popolo vi si opposero risolutamente.
Così la nuova colonia racchiudeva già in sul nascere elementi di
divisione politica: in essa si troveranno di fronte due partiti, quello
del popolo e quello dei proprietari, lotta pro e contro la libertà
cui i dissensi religiosi imprimevano maggior accanimento, schierandosi
i partigiani della chiesa anglicana sempre in minoranza dal lato dei
proprietari, facendo i dissidenti di tutte le categorie causa comune
col partito popolare. La gran maggioranza degli abitanti intenderà di
darsi le istituzioni, che ad essa più convengono; i lords proprietari,
troppo deboli per affermare il loro potere, saranno abbastanza forti
per intralciare ed ostacolare mediante il loro partito, costituente una
vera oligarchia, ed i governatori da essi eletti il _selfgovernment_
dei coloni; donde l'anarchia che di tratto in tratto funesta il paese.
È su questa trama, che si intesse infatti per un mezzo secolo
l'agitata vita politica della Carolina meridionale, in cui le
frequenti rivoluzioni contro i proprietari ed i loro rappresentanti,
famosa quella del 1681 contro il Colleton, attestano il fervore
d'indipendenza, il desiderio di _selfgovernment_ degli abitanti.
Ed intanto la colonia va rapidamente sviluppandosi, mentre la
capitale Charleston estende larghe e regolari le sue strade, mentre
nuovi elementi etnici vengono a fondersi nella sua popolazione:
sono emigranti dei Nuovi Paesi Bassi, che sperano di far fortuna
impiegando le loro braccia ed i loro capitali in terre di fertilità
leggendaria; sono europei, che vengono a tentarvi le culture più
ricche del Mediterraneo; sono sovratutto perseguitati per motivi di
coscienza, che trovano in essa un rifugio altrettanto sicuro ma molto
più ridente e grato della Carolina settentrionale, dissidenti inglesi
del Sommersetshire, cattolici irlandesi, presbiteriani scozzesi avanzi
della cospirazione di Monmouth, ugonotti francesi infine sbattuti
dalla raffica della reazione religiosa dopo la revoca dell'editto di
Nantes, uomini onesti, laboriosi, intraprendenti che possedevano tutte
le virtù dei puritani inglesi senza averne il fanatismo. La Carolina
meridionale ci presenta così un aumento di popolazione ben più rapido
della settentrionale: ne è causa fondamentale la ricchezza del suolo,
il proficuo sfruttamento di esso col lavoro di schiavi negri.
Coeva delle prime piantagioni, giacchè gli emigranti delle Barbados
avevano portato seco i loro schiavi, la schiavitù negra aveva trovato
qui il terreno più adatto a svilupparsi. Nel Maryland e nella Virginia,
favorevolissime pel loro clima al lavoratore bianco, prevalse a lungo
la servitù dei bianchi, e la classe dei lavoratori bianchi non venne
mai a sparire; nella Carolina settentrionale il suolo era troppo
ingrato per imporre d'un colpo coi suoi prodotti il lavoro dei negri;
della meridionale invece e clima e suolo fecero sin dall'origine uno
stato piantatore sulla base della schiavitù. I coloni s'accorgevano
subito che il clima non solo conveniva agli Africani assai meglio di
quello delle colonie più settentrionali, ma era pei bianchi ingrato nei
lavori faticosi dei campi. Nè basta. La fertilità del suolo, il caldo
clima avevano fatto vedere nella Carolina meridionale il paese più
adatto alle colture del mezzogiorno d'Europa; ed emigranti olandesi,
e proprietari, e lo stesso Carlo II in un momento di tenerezza, si
affannavano nei primi anni di essa ad introdurvi la coltura dell'olivo,
della vite, degli agrumi, la coltivazione del gelso e l'allevamento
del baco da seta. Altri prodotti più facili e più proficui, più adatti
sopratutto a quel suolo avevano soffocato però quei tentativi e con
la loro completa riuscita preparato un avvenire agricolo e sociale
affatto diverso al paese, il cotone e più ancora il riso, considerato
quest'ultimo il migliore del mondo e coltivato in così vasta scala,
che già nel 1691 la legislatura metteva a premio la scoperta di nuovi
processi per mondarlo.
La coltivazione di essi, possibile solo coi negri sotto quel clima
così caldo, in quelle paludi così micidiali, dava alla schiavitù
uno sviluppo quale non s'era veduto fino allora che nelle Indie
occidentali: «acquistare schiavi negri, senza i quali un piantatore
non può mai fare gran cosa» divenne da allora in poi la grande
preoccupazione degli emigrati; e la tratta dei negri, esercitata in
quel tempo sulla più vasta scala da mercanti europei ed americani,
da commercianti olandesi di New York e da schiavisti puritani di
Boston, ne fornì in tanta copia al paese che nel 1754 essi erano circa
40.000 di fronte ad altrettanti bianchi, proporzione la quale salirà
in seguito a 22 schiavi contro 12 liberi, nonostante la distruzione
dei negri operata dal clima e dal lavoro! E con tutto ciò il prodotto
era pur sempre inferiore alla richiesta d'un mercato ogni giorno più
vasto; cosicchè, non bastando i negri all'avidità dei coloni, che con
febbre crescente allargavano le colture sul vergine suolo, anche gli
indigeni, com'era avvenuto nei possessi spagnoli, furono sottoposti
alla schiavitù.
Da ciò nuove ragioni di ostilità da parte degli Indiani spogliati
del loro suolo e lotte fierissime tra bianchi e Pelli Rosse, i quali
trovavano non di raro un ausiglio potente in quegli Spagnuoli, che
pretendevano essi pure al possesso del paese. Malcontenti dello
sviluppo della Carolina, adirati che in Charleston trovassero rifugio
i pirati dei loro possessi, gli Spagnuoli già nel 1686 armavano da S.
Agostino una spedizione che saccheggiava e distruggeva lo stabilimento
scozzese di Edisto: nei primi anni del secolo seguente i Caroliniani
prendevano la rivincita saccheggiando Sant'Agostino, donde più tardi
un nuovo attacco spagnuolo contro la stessa Charleston, andato però a
vuoto.
In queste lotte la Carolina doveva difendersi da sè, chè i
«_proprietors_» non solo mancavano di forza sufficiente a
salvaguardarla, ma bene spesso le impedivano per fini politici o
personali di condurre con troppo vigore la lotta; donde il dilagare del
malcontento nei coloni, insofferenti della supremazia ed irritati della
politica finanziaria per loro gravosa di quei «_proprietors_», che «non
davano alcun aiuto nel momento del bisogno e si ricordavano d'aver solo
dei diritti, ma però nessun dovere», malcontento della colonia, cui
faceva eco, spalleggiandola, il Parlamento inglese avido di estendere
anche sopra di essa il suo dominio. Nel 1719 una generale per quanto
pacifica insurrezione poneva fine al sistema dei proprietari, ed il
governatore della Virginia prendeva le redini del governo in nome della
corona inglese: dieci anni dopo i «_proprietors_» rinunciavano dietro
compenso di 17.500 sterline ad ogni loro diritto. Il paese costituiva
così una nuova colonia autonoma, col nome di Carolina del Sud, una
colonia che meglio ancora della Virginia era destinata ad offrire il
vero tipo d'una società a schiavi. Mentre infatti nella Virginia i
piantatori sono costretti a far istruire i loro figli all'estero, in
un ambiente cioè diverso e sotto l'impulso quindi di altre idee, quelli
della Carolina trovano in Charleston, dove passano una parte dell'anno,
la vera capitale del loro mondo ristretto, la città dove possono con
tutta sicurezza educare alle idee schiaviste i propri figli. Nella
Carolina meridionale si vedeva così la schiavitù divenire la pietra
angolare del sistema sociale, il fattore capitale della sua storia.
§ 4. GEORGIA. — L'esperimento politico del Locke era svanito come bolla
di sapone prima ancora d'esser iniziato, ma non per questo l'America
cessava d'esser il campo di nuovi esperimenti sociali, destinati essi
pure a naufragare contro gli scogli di quella realtà, che non si svolge
sulla trama segnata dalla mente individuale ma su quella preparata dai
precedenti storici e geografici.
Quando anche l'ultima ombra di dominio spariva pei proprietari della
Carolina, già si pensava nell'Inghilterra di tentare nell'estrema
zona meridionale di essa un «santo esperimento». Lo concepiva un
ardito e tenace generale inglese, Giacomo Oglethorpe, nel quale
il mestiere dell'armi non aveva soffocato i sensi più generosi del
cuore, l'amore sentito per l'umanità sofferente. La ferocia della
legislazione dell'epoca, di quella in ispecie contro i debitori
insolventi, di cui ben 4000 all'anno venivano condannati al lento
martirio di crudo carcere, non pochi per non uscirne mai più, aveva
richiamato l'attenzione del generoso filantropo, il quale cercando i
rimedi di tanto male, ideava un salvataggio per questi infelici nella
creazione d'una colonia, di cui facevasi apostolo caldissimo presso
il parlamento, presso la corte, presso il pubblico. La sua propaganda
aveva luogo in un'epoca in cui l'Inghilterra mirava ad estendere i suoi
possessi, proprio negli anni che lo stabilimento di nuove piantagioni
al sud della Carolina meridionale diventava oggetto di ripetuti
progetti, cui solo il timore degli Spagnuoli pretendenti a quel paese
impediva di dare pratica attuazione; cosicchè non riuscì difficile
all'influente uomo politico di ottenere da Giorgio II nel 1732 una
patente, che gli accordava per 21 anni il paese compreso tra i fiumi
Savannah ed Alatamaha, fra l'Atlantico ed il Pacifico, per tentare il
suo «santo esperimento» di colonizzazione in quel disputato territorio.
La definizione di «deposito fiduciario pei poveri» ed il sigillo
portante un gruppo di bachi da seta col motto «_non sibi sed aliis_»
indicano che doveva essere materialmente e moralmente nell'animo del
suo fondatore la futura colonia, la quale veniva aperta a tutti, anche
agli ebrei, meno che ai papisti, col nome di Georgia Augusta in onore
del re.
Salpato l'anno stesso con 120 emigranti alla volta d'America,
l'Oglethorpe drizzava la sua tenda all'ombra di quattro pini sulla
riva collinosa del fiume Savannah, là dove sorge la città omonima.
La fama l'aveva preceduto in quelle solitudini ed al «bianco grande
e buono» si presentava un capo indiano, offrendogli una pelle di
bufalo, sul cui interno erano dipinte rozzamente la testa e le penne
d'un'aquila: «le penne dell'aquila, diceva l'indiano, sono morbide e
significano amore; la pelle del bufalo è calda ed è il simbolo della
protezione. Quindi ama e proteggi le nostre famiglie». Ed il saggio
accoglieva con amore quei poveri diseredati della natura, pagava loro
il territorio da occupare e rimaneva tutta la vita l'amico fedele
della razza conculcata; mentre gl'infelici ed i perseguitati della
razza conculcatrice venivano essi pure a cercare un rifugio nella sua
colonia. Erano sopratutto fratelli moravi, che perseguitati ferocemente
nell'Austria fondavano nel 1734 in Ebenezer nella Georgia un florido
stabilimento, dato alla frutticultura, alla produzione dell'indaco,
e con successo ancor maggiore all'allevamento dei bachi da seta, che
rimase fiorente in Georgia fino alla Rivoluzione. Nè meno prosperi
furono gli stabilimenti fondati nel paese da Highlanders scozzesi e
dati allo stesso genere di colture.
L'istruzione, trascurata o non voluta addirittura nelle altre
colonie meridionali, era qui in pregio, cospirando con le intenzioni
dell'Oglethorpe, colla coltura intensiva del suolo e coll'origine dei
coloni alla riuscita del «santo esperimento». Minacciavano, è vero, di
farlo abortire gli Spagnuoli della Florida, i quali durante la guerra
anglo-ispana attaccavano la nascente colonia, ma senza alcun risultato;
chè, se l'Oglethorpe doveva rinunciare nel 1740 al tentato assalto
di S. Agostino, gli Spagnuoli invasori dovevano essi pure ritirarsi
dopo avere impinguato di loro cadaveri le zolle della Georgia. Ben
diverso era il nemico, che dovea qui pure annientare in brevi decenni
l'opera dell'Oglethorpe, un nemico impersonale e perciò invincibile:
nel 1736 alcuni cittadini di Savannah avevano fatto una petizione per
l'introduzione di schiavi negri, ma la proposta aveva naufragato contro
la tenacia dell'Oglethorpe, il quale, coerente ai principî della sua
filantropia ignara di ogni distinzione di razza, dichiarava che «se gli
schiavi vi fossero stati introdotti, egli non si sarebbe più occupato
della colonia».
Partito però l'Oglethorpe nel 1743 alla volta dell'Europa per non
ritornare mai più nella sua colonia, la schiavitù dei negri non tardava
ad introdursi nella Georgia insieme coi figli dei piantatori della
Carolina e della Virginia: latifondo e schiavitù soppiantavano in breve
quella coltura intensiva, su cui riposava il trionfo della filantropia
del fondatore, e coi prodotti della vicina Carolina s'iniziava anche
nella Georgia un tipo di società da quella non dissimile, una società
in cui sulla base infame della schiavitù aumentava rapidamente la
popolazione e la ricchezza: da 3000 anime, chè tante ne contava al
1755, la Georgia salirà nel 1783 a ben 80.000! E come nella forma
sociale così in quella politica la Georgia terminava coll'uguagliare la
Carolina, chè i «fiduciari» investiti di essa insieme con l'Oglethorpe,
divenuti impopolari per la loro legislazione vessatoria, terminavano
col rinunciare alla carta; e la Georgia si trasformava così in colonia
regia.
§ 5. LA SOCIETÀ MERIDIONALE: SUOI ELEMENTI E SUA COESIONE. — Dalle
frontiere settentrionali del Maryland a quelle meridionali della
Georgia noi vediamo dunque, nonostante la diversità d'origine,
d'abitanti, di tradizioni, costituirsi sotto l'influsso degli
stessi fattori economici una società, che offre tratti comuni, che
presenta una grande conformità di vita, una perfetta omogeneità
d'interessi e di tendenze. La schiavitù è il cemento che unifica
socialmente queste colonie, lo stampo comune in cui si plasma la
loro vita. Introdotta senza distinzione in tutte quante le colonie,
nel settentrione e nel centro come nel mezzogiorno, qui sola essa
trova quel complesso di condizioni, che ne fanno la forma di lavoro
predominante dapprima, esclusiva in seguito, elaborando una società in
cui i rapporti economici, politici, intellettuali e morali si fondano
su di essa. Nelle altre parti del paese invece, per quanto largamente
rappresentata, la schiavitù rimane sempre una forma di lavoro
sussidiaria, tale cioè da non impedire lo sviluppo del lavoro libero
con tutte le sue conseguenze economiche e sociali.
Laddove infatti nelle colonie settentrionali e centrali i prodotti più
adatti al suolo ed al clima sono i cereali, nelle meridionali sono il
tabacco, il riso, lo zucchero, il cotone, tutti prodotti cioè, la cui
cultura a differenza dei primi richiede come condizione essenziale
associazione ed organizzazione di lavoro su vasta scala, unitamente
a concentrazione di lavoratori su un piccolo spazio di terreno,
ed è possibile solo dove abbonda un suolo fertile e nella pratica
illimitato. Questo secondo requisito non mancava certo nel Sud: al
primo, alla grande richiesta cioè di braccia, si cercava di soddisfare
in sulle prime con la servitù dei bianchi. Malfattori, che commutavano
la galera inglese col lavoro obbligatorio della piantagione americana,
debitori insolventi, emigranti che doveano pagare col proprio lavoro le
spese del viaggio, servi per contratto legale, prigionieri di guerra
scozzesi ed irlandesi, avanzi della ribellione scozzese del 1666,
della cospirazione di Monmouth del 1685, dell'insurrezione giacobina
del 1715, malviventi reclutati nella madrepatria in una specie di
razzie amministrative, costituivano l'elemento servile, a fornire il
quale non pensava solamente il governo inglese ma era sorto un vero
commercio regolare di carne umana, che, per quanto si macchiasse di
furti di ragazzi rubati alle case, alle officine ed ai campi, procurava
pur sempre buoni guadagni ai negozianti di Bristol. Questa stessa
immigrazione servile non offriva però braccia sufficienti ai piantatori
per allargare successivamente le culture in modo adeguato alla
richiesta di prodotti ogni giorno maggiore. Al poco abbondante mercato
bianco si sostituiva così quello negro: l'Africa era un serbatoio
inesauribile di lavoratori, che avevano su quelli europei il vantaggio
di poter essere tenuti a vita, di esser più adatti alle fatiche nelle
calde pianure della Virginia e più ancora fra i miasmi delle paludi
caroliniane coltivate a riso, di costare assai meno pel mantenimento,
di riuscire infine un perfetto automa incapace di ribellione, uno
strumento agricolo e nulla più. Esisteva, è vero, il danno economico
d'un lavoro meno intelligente e meno produttivo per esser dato di mala
voglia, ma la terra era così fertile e così vasta che il danno riusciva
insensibile di fronte ai grandi vantaggi. Il vantaggio individuale
dei coloni collima per di più con quello nazionale della madrepatria,
che, ingaggiatasi nell'infame commercio dei negri sin dai tempi di
Elisabetta, nei sec. 17º e 18º vi si slanciava a capofitto tanto da
riportarne il primato su tutte le nazioni. Nel 1662 si fondava la
«_regia compagnia africana_» alla cui testa stava il duca di York,
ed in cui era impegnato lo stesso re; il libro degli statuti inglesi
del 1695 dichiarava esser la tratta, secondo l'opinione del re e
del Parlamento «altamente benefica e vantaggiosa al reame ed alle
colonie»; nel 1698 e nel 1711 delle commissioni dei Comuni peroravano
la libertà della tratta, dichiarando «doversi provvedere di negri le
piantagioni ad un prezzo ragionevole»; la regina Anna raccomandava
ai governatori americani «di prestar il debito incoraggiamento ai
mercatanti di schiavi ed in particolare alla regia Compagnia Africana»;
nel 1739, abolito ogni monopolio in tale ramo di commercio, la tratta
si lasciava libera a tutti i sudditi inglesi e le colonie americane,
inglesi e spagnole, venivano talmente inondate di schiavi che nel solo
anno 1771 i cento e più negrieri della sola Liverpool scaricavano nel
Nuovo Mondo ben 28.600 schiavi negri!! Mercanti di schiavi, armatori,
capitani marittimi, marinai, agenti speciali sulle coste d'Africa e
d'America, banchieri e così via, tutti trovavano lavoro e lucro in
questo infame commercio, pel quale militavano sì potenti interessi, che
non fa meraviglia se nel secolo 18º si osò affermare, e non una volta,
nel parlamento inglese che la tratta era una faccenda decisamente
«nazionale».
Vantaggio economico immediato da parte del piantatore, eccitamento
da parte della madrepatria spiegano quindi come la schiavitù dovesse
svilupparsi tanto rapidamente, da diventare in breve la forma di lavoro
esclusiva dovunque le condizioni territoriali lo permettessero. Legata
infatti alla madre terra non meno di quello che lo fosse il lavoro
libero nel Nord, essa è propria della pianura costiera e dei terreni
paludosi del Sud, andando le sue sorti di pari passo con quelle del
tabacco, dello zucchero, del riso, del cotone; laddove essa s'arresta
anche nel Sud davanti alle alture della Virginia, della Nuova Carolina,
della stessa Sud Carolina e della Georgia, nelle quali può mantenersi
nell'età coloniale come in seguito la piccola agricoltura esercitata
esclusivamente o quasi da bianchi. È questa però l'eccezione, che
non altera per nulla nelle linee generali la vita del paese, dove il
latifondo coltivato a schiavi costituisce la pietra angolare di tutto
il sistema sociale.
Alla base di questo sta la casta degradata ed oppressa degli schiavi,
cui è patria d'origine l'Africa tenebrosa, dove vanno a comperarli
lungo la costa per un raggio di circa 40 gradi, dal capo Bianco al capo
Negro, nella Senegambia, Sierra Leone, Liberia, Alta e Bassa Guinea,
gli infami mercanti di carne umana. Centinaia e centinaia di tribù,
appartenenti nella grande maggioranza al tipo negro, il meno sviluppato
socialmente ed intellettualmente delle razze africane, ma diverse
fra loro per lingua usi e costumi, costituivano la grande riserva
della schiavitù coloniale: il loro stato sociale passava per tutte le
più insensibili sfumature da una semibarbarie, ad una vita puramente
vegetativa; l'assolutismo più feroce, il feticismo, i sacrifici umani,
la poligamia, spesso il cannibalismo erano e sono tutt'oggi il retaggio
di tali tribù, non uscite ancora per la massima parte da quella fase,
che il Letourneau chiamerebbe della «morale bestiale».
Condotti al mare dopo una marcia spesso penosissima e di lunga durata,
i poveri schiavi venivano stipati nella stiva d'un negriero ed ivi
senz'aria, senza luce privi di cibo e d'acqua sufficiente, esposti
ai tormenti ineffabili del tragitto transoceanico; al minimo cenno di
ribellione si massacravano senza pietà, spesso in caso di burrasca si
gettavano ai pescicani per alleggerire il vascello.
Per quanto aspra fosse la condizione dei negri durante la cattura ed
il tragitto transoceanico, la sorte, che li attendeva nelle colonie
meridionali, era forse peggiore. Quivi il negro diventava oggetto
della legge, anzichè soggetto, cessava di esser persona e diventava
cosa. Come cosa egli non poteva posseder nulla in proprio: il padrone
poteva o no rispettare il peculio dello schiavo, il quale non riceveva
alcuna sanzione nel giure coloniale, dove mancano quelle minute
disposizioni sul _peculium_ che si riscontrano invece nel giure
romano; così lo schiavo non poteva impegnarsi per una somma, sia pure
inferiore al suo peculio, senza il consenso del padrone, nè poteva
col suo peculio emanciparsi. Gli oggetti, atti a facilitare la fuga o
la ribellione degli schiavi, come cavalli, bestiame, barche, veicoli,
armi etc., venivano rigorosamente esclusi per legge dal peculio, il
quale consisteva d'ordinario nel piccolo pezzo di terra assegnato allo
schiavo, perchè vi conducesse a proprio vantaggio la coltivazione che
più gli piaceva. Ciò nelle piccole piantagioni costituiva un vantaggio
pel padrone, giacchè lo schiavo ricavava talora dal suo peculio gran
parte dei mezzi di sussistenza: dove invece i viveri erano a buon
mercato o la piantagione ne provvedeva in abbondanza pel consumo di
tutti gli schiavi, il padrone trovava più conveniente negare allo
schiavo anche questo pezzo di terra, per sfruttare così a proprio
vantaggio esclusivo tutta la sua forza di lavoro. Quanto al trattamento
dello schiavo nelle piantagioni del Sud troviamo orrori e miserie
senza nome: dall'alba al tramonto un lavoro faticoso, che dura le
16 e perfino le 18 ore, sotto la sferza del sole e lo scudiscio del
sorvegliante, un alimento ed un vestito appena sufficienti alla vita,
una lurida capanna di assi mal connesse fra loro, ecco in breve la
vita fisica dello schiavo, vita però che non ha raggiunto ancora quel
_maximum_ d'orrore, che raggiungerà coll'aprirsi dell'era cotonifera.
Nè migliore è la condizione morale dello schiavo: come cosa anzichè
persona egli non ha alcun diritto riconosciuto dalla legge, neppure
quello del matrimonio; i suoi rapporti famigliari sono ridotti ad
una crudele ironia, la sua famiglia minacciata continuamente di
separazione. Condannato dalla nascita all'ultimo grado dell'abbiezione
sociale, il negro non può rialzarsi neppure in seguito al battesimo,
giacchè su questo punto è avvenuto un tacito accordo fra proprietari
e chiesa: molti padroni del resto sia per uno scrupolo di coscienza,
sia pel timore che il cristianesimo diventi nella mente del negro
avvilito un fomite di ribellione, vietano addirittura ai loro schiavi
il battesimo. Lo stesso timore impedisce nella massima parte dei
casi l'insegnamento religioso agli schiavi, come pure ogni forma
d'istruzione, contro la quale non mancano delle leggi positive. Quando
poi si concede l'insegnamento religioso, questo viene dato in una forma
molto grossolana e diretto a rafforzare col suggello ecclesiastico
la schiavitù più degradante per la natura umana: in una raccolta di
prediche stampate nel 1749, per servire di modello a ministri della
religione cristiana, è detto chiaramente che Dio ha fatto gli uomini
alcuni per dominare, come i mercanti ed i piantatori, altri per
lavorare e servire, e che nulla può mutarsi della volontà divina; che
se i servi avessero obbedito ai padroni, avrebbero lavorato per la
propria felicità in cielo, dove ognuno sarebbe diventato un libero ed
agiato fannullone ed avrebbe trovato quelle ricchezze e quei piaceri,
che aveva desiderato in vita; che il dovere infine degli schiavi era
di lavorare durante la settimana, pregare la domenica, perchè solo a
questo modo sarebbero giunti alla beatitudine[13].
Se questa turba senza nome di negri abbrutiti costituisce la base
della piramide sociale, il vertice ne è dato dai proprietari di essa,
dai latifondisti, i quali possedendo le terre più fertili e l'unico
capitale del paese, gli schiavi, formano l'aristocrazia, la classe
dominante anche nel campo politico. Essa sola vive nell'agiatezza
o nella ricchezza, essa sola ha modo di istruirsi. Esonerata dalla
necessità di impiegare l'intelligenza e l'opera nell'impresa privata
pel processo automatico di produzione proprio della schiavitù, la vita
pubblica diventa il fine pressochè unico della sua attività; ed in essa
porta tutti quegli istinti d'orgoglio, d'ambizione, d'arbitrio, di
dispotismo, che va innestandole nell'animo fra le mura domestiche il
potere assoluto sullo schiavo: «ogni proprietario di schiavi, diceva
il Mason, è nato tiranno». Nè solo la direzione politica del paese,
ma quella stessa spirituale è riservata a tale classe, giacchè il
clero della chiesa dominante, la episcopale, si compone generalmente
di piantatori. Non mossi per lo più che dal desiderio d'impinguare le
loro rendite nell'assumere il sacro ufficio, questi ministri del culto
penseranno bene spesso alla caccia, al giuoco ed alla bibita più che
alla cura delle anime, mutando in tante occasioni d'orgia i matrimoni,
i battesimi ed i funerali. Non mancherà fra essi chi al momento della
comunione griderà al sacrestano «ohi Giorgio, questo pane non è buono
nemmeno pei cani»; nè chi si batterà in duello nel cimitero attiguo
alla chiesa; nè chi alla festa si farà portare a casa su un seggiolone,
ubbriaco fradicio.
Fra l'incudine ed il martello, fra la classe degli schiavi negri e
quella dei latifondisti, sta la classe dei bianchi senza possesso, dei
futuri «_mean whites_», la quale per quanto vittima della schiavitù
ha così poca coscienza di ciò da farsi la sostenitrice più zelante
di essa. L'estensione illimitata della terra fertile e l'alto prezzo
dei suoi prodotti, l'inesauribilità delle braccia schiave fanno
dell'agricoltura l'impiego più proficuo e più facile del capitale,
cosicchè questa per la legge psicologica del minimo sforzo bandisce dal
mezzogiorno ogni forma d'attività economica, che non sia l'agricola.
In esso quindi nessuna industria, nessuna manifattura: perfino gli
oggetti di legno verranno importati dal di fuori. Anche il commercio
d'esportazione ed importazione non sarà fatto per il vasto paese che
da tre o quattro centri, da Baltimora per il Maryland e la Virginia, da
Charleston per le Caroline, da Savannah per la Georgia.
L'unica industria del paese rimane dunque l'agricoltura, ma anche da
questa è esclusa la popolazione bianca senza capitali, giacchè per una
legge economica troppo nota il lavoro schiavo soppianta il libero,
tanto più che il lavoro manuale, retaggio dello schiavo, sembra una
vergogna agli occhi del bianco povero. Questi si mette quindi ai
servigi del latifondista, come soprintendente, amministratore, maestro,
cliente in una parola; e quando non trova come occuparsi si dà alla
vita semiselvaggia, pago ai prodotti della caccia e della pesca. La
schiavitù infatti, mentre condanna i bianchi poveri all'inazione,
offre pur loro i mezzi di vivere senza lavorare. Il carattere capitale
dell'agricoltura a schiavi è invero l'esaurimento rapidissimo
della terra, dovuto all'impossibilità delle rotazioni agrarie con
lavoratori così poco versatili quali gli schiavi negri. Col mancare
della fertilità del terreno però il lavoro schiavo, dato l'enorme suo
costo, diventa addirittura passivo, donde la necessità pel piantatore
d'aver alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già
sfruttate, donde insieme col latifondo la presenza di lande deserte,
caratteristica delle stesse regioni popolate del Sud. Queste lande
appunto divengono il rifugio dei bianchi poveri disoccupati, i quali
possono condurvi la loro vita errabonda: ad essi i dominatori del paese
possono ricorrere per salvare i loro possessi dalle scorrerie degli
Indiani, per ispegnere il minimo tentativo d'insurrezione servile.
Da qualunque lato insomma si consideri, da quello economico come
da quello politico, la piantagione si presenta come la cellula
fondamentale di questa società composta di piantatori e di schiavi.
Con la sua unica abitazione centrale, col suo sbocco sul fiume in riva
a cui per lo più siede, col suo signore attorniato da schiavi e da
clienti, la piantagione circondata bene spesso dal deserto è un mondo
a sè e basta a sè stessa; le piantagioni vicine si aggruppano per gli
interessi comuni nella contea, i cui affari vengono amministrati da
pochi piantatori col titolo di «giudici di pace». La vita collettiva
dei centri abitati, palestra di educazione politica, intellettuale e
morale, è ignota può dirsi a questo paese, dove i piantatori vivono
isolati gli uni dagli altri nei loro immensi dominî senz'altro
commercio quotidiano che coi loro schiavi, dove mancano nonchè le
città le abitazioni in vista ed a portata l'una dell'altra, dove la
popolazione è tanto dispersa che vi sono parrocchiani distanti talora
decine di miglia dalla loro chiesa!
L'ignoranza estrema del popolo sarebbe, insieme con l'assenza completa
di ogni attività politica presso di esso, la conseguenza necessaria
di tale stato di cose, quand'anche i latifondisti non fossero gelosi
di ogni istruzione impartita alle masse. «Io ringrazio Dio, diceva
nel 1671 il dispotico governatore virginiano William Berkeley, che
non esista nella colonia nè stampa, nè scuole libere, e spero che
non ne avremo da qui a cent'anni, perchè la scienza ha generato
l'insubordinazione, l'eresia e le sette che desolano il mondo; la
stampa le ha propagate; è essa che ha divulgato così i libelli contro
il migliore dei governi. Che Dio ci preservi da tutte e due!». La
stampa s'introdurrà più tardi, nonostante questo scongiuro, nella
colonia; ma fino al 1776 la Virginia non avrà che una sola stamperia
interamente sotto la mano del governatore. Lo stesso «Collegio di
Guglielmo e Maria», una specie di università virginiana inaugurata nel
1700, non sembra che esercitasse troppa influenza intellettuale sulla
colonia, a giudicare almeno da quanto scriveva uno studente nel 1730:
«abbiamo qui un collegio senza oratorio e senza statuti, una biblioteca
senza libri ed un preside senza autorità».
Gli stessi figli dei proprietari minori, che non potevano recarsi
all'estero nè frequentare il mediocre istituto superiore della colonia,
venivano educati da precettori presi bene spesso in mancanza di meglio
fra gli ex-galeotti. Nel Maryland buona parte della stessa classe
dirigente era analfabeta! Le due Caroline prese insieme non avevano più
di cinque scuole al cadere del periodo coloniale. In nessuna di queste
colonie esisteva ancora al 1749 una bottega da libraio. Prese tutte
insieme ed aggiuntavi la Georgia, avevano un numero di giornali pari a
quello del solo Connecticut!
In questa specie di vuoto intellettuale, di deserto sociale gli
uomini non intendevano e seguivano più che la voce dei loro istinti.
L'isolamento, la mancanza di lumi, il potere arbitrario sugli
schiavi, la lotta cogli Indiani alle frontiere, sviluppavano in
essi una specie d'individualismo violento e feroce, che produceva
come regola dei semibarbari, allo stato d'eccezione degli uomini
superiori, nati per comandare, penetrati d'una specie di coscienza
ingenita del loro diritto ad esser presi per capi: da questi usciranno
e Washington e Jefferson e Monroe e Madison, tutti uomini che non
dovranno la loro superiorità politica ai pochi o punto studi fatti,
ma a quella fecondissima scuola dell'azione, in cui tutta quanta
può dirsi si riduceva la società del loro paese. Senz'averne le
attrattive cavalleresche, la società meridionale aveva così i tratti
caratteristici di quella feudale del Medio evo: la servitù della gleba,
la facile ospitalità, il lusso ostentato, le lunghe giornate d'ozio
rotte sole da duelli, da risse brutali, da giuochi, da combattimenti di
galli, da caccie alla selvaggina od agl'indiani, ricordavano i costumi
dell'Europa feudale; mentre l'allegria sensuale, la franca mondanità,
la nota satirica, la grazia signorile alternata con la ruvidezza
scherzosa davano alla letteratura spontanea del Maryland e della
Virginia una lontana analogia con l'arte del menestrello non solo ma
anche con quella più raffinata del trovatore occitanico.
Mentre così nella Nuova Inghilterra sulla base della piccola proprietà
lavoratrice e del _township_ si sviluppa una società eminentemente
progressiva, attivamente politica, veracemente democratica ed
egalitaria; nelle colonie meridionali sulla base del latifondo
coltivato a schiavi negri si sviluppa una società stazionaria, in
cui l'agricoltura soltanto viene esercitata, in cui le classi sociali
terminano col ridursi in sostanza a due sole, padroni e schiavi, caste
più che classi per l'abisso che le separa, in cui la dispersione degli
abitanti impedisce ogni istruzione, ogni progresso del viver civile, in
cui il carattere e l'ignoranza della classe lavoratrice impedisce ogni
perfezionamento tecnico, in cui sopratutto l'originaria uguaglianza
politica dei bianchi viene necessariamente distrutta dalla prevalenza
economica, intellettuale, sociale in una parola del latifondista sui
bianchi nullatenenti. Ecco perchè il principio democratico, comune agli
inizii ad ambedue i paesi, intristisce e muore nel secondo cedendo
il campo a quello aristocratico, che si svolge in una aristocrazia
fondiaria.
In questa la forza politica, la grande coesione della società
meridionale: l'organizzazione strettamente gerarchica è per essa quello
che la disciplina ecclesiastica per la società della N. Inghilterra, la
forza che, irregimentandoli, tiene avvinti insieme gli individui in un
paese, dove tutto tenderebbe a dissociarli, l'unica forza centripeta,
che si opponga vittoriosamente alle mille altre centrifughe di questa
società. È questa coesione mirabile, che nella mancanza d'ogni altro
ascendente intellettuale e morale farà pesar tanto nella bilancia
politica della futura nazione l'aristocrazia fondiaria del Sud.