CAPITOLO PRIMO

La sede della civiltà anglo-americana: abitanti indigeni e pretendenti

europei.

§ 1. Il paese — § 2. I Mound-builders — § 3. I Normanni — § 4. Gli

Indiani — § 5. Prime esplorazioni e ricognizioni europee.

§ 1. IL PAESE. — _Situazione e conformazione._ — Tra il 25º ed il

49º grado di lat. N. ed il 67º ed il 125º di long. O. da Greenwich

si estende quel paese, il quale coll'aggiunta dell'Alaska, posta

fra il 55º ed il 71º di lat. N. ed il 130º ed il 168º di long. O. da

Greenwich, costituisce oggi gli Stati Uniti d'America[1].

Nella loro massa continua confinano essi a settentrione coll'America

inglese lungo una linea, che dalla foce del St. Croix sull'Atlantico va

fino al canale Haro sul Pacifico, fra l'isola Vancouver e l'arcipelago

S. Juan, correndo lungo il 49º parallelo dallo stretto di S. Juan de

Fuca sino ai Grandi Laghi, poi traverso a questi e il San Lorenzo fino

all'Atlantico al 45º parallelo. A mezzogiorno confinano coll'America

latina lungo una linea, che dalla foce del Rio Grande nel Golfo del

Messico va al sud del porto di San Diego sul Pacifico, correndo lungo

il Rio Grande fino al parallelo 31º 47′, quindi dirigendosi al Colorado

ed oltre questo alla costa. L'Oceano Atlantico ad oriente, il canale

della Florida ed il Golfo del Messico a mezzogiorno, il Pacifico ed il

mare di Bering ad occidente, l'Oceano glaciale artico a settentrione

bagnano il vastissimo paese, che si estende per oltre 9 milioni di kmq.

Posto fra l'Asia e l'Europa, dal lato della quale ha rivolti colle

foci de' suoi grandi fiumi navigabili gli sbocchi naturali della sua

produzione, esso si trova tra i paesi più ricchi e più progrediti del

vecchio mondo, fra i centri massimi della civiltà gialla e di quella

bianca, posizione quanto mai favorevole allo scambio degli uomini,

delle merci, delle idee, della civiltà.

La forma massiccia, la mancanza d'alcun mare mediterraneo che penetri

entro terra, le stesse coste per lo più infelici nella loro monotona

uniformità, dove basse ed imbarazzate da banchi isole e cordoni

litorali, dove alte e chiuse come muraglie, sarebbero a dire il vero

ostacoli formidabili allo sviluppo economico e sociale del paese: ma

la provvida natura, prima ancora che l'uomo colle strade i porti e

le ferrovie, ha menomato questi gravi inconvenienti coll'abbondanza

di fiumi, i quali sono navigabili nel versante dell'Atlantico cioè in

quello appunto più vasto più ricco più fertile, interrotti invece da

rapide e cascate ed incassati entro doccie anguste ed irte di scogli

nel versante del Pacifico più ristretto e deserto.

E sull'Atlantico invero indirettamente e sul golfo del Messico

direttamente si apre quel bacino del Mississippi, che, occupando da

solo oltre 3 milioni di kmq., forma il vero cuore del paese denominato

dal Tocqueville con ardita espressione sintetica la «_valle degli Stati

Uniti_».

Ad una valle infatti possono questi paragonarsi, ad una valle immensa,

di cui due grandi elevazioni in senso longitudinale costituiscono

le sponde, ed uno dei più grandi fiumi della terra il fondo: sono

rappresentate le sponde dal sistema compatto degli Allegani ad Oriente

e da una zona più ampia, foggiata ad altipiano fiancheggiato da sponde

montuose, dal nome generico di Cordigliere, ad occidente; il fondo

da una vasta depressione intermedia, entro cui scorre il «padre dei

fiumi», come suona il nome nell'immaginoso linguaggio degl'indiani, il

Mississippi.

Chiude al Nord l'immane vallata, separandola dai Grandi Laghi canadesi

e dalla valle del San Lorenzo, una zona di media altezza, che congiunge

le due grandi elevazioni, mentre una pianura costiera si estende ad

oriente degli Allegani, lungo l'Atlantico, appuntandosi tra questo ed

il golfo del Messico nella penisola della Florida, che può dirsi per

gran parte una maremma circondata da scogli, e confondendosi quindi

colla larga cornice, bassa pur essa, del Golfo del Messico.

_Gli Alleghany._ — Il sistema Appalachiano, di cui gli Allegani a

mezzogiorno costituiscono la sezione principale, corre parallelamente

all'Atlantico dal Maine all'Alabama per una lunghezza di oltre 2000

km., su una larghezza massima di 300 ed una media di 200, con cime che

superano appena, ed anche questo di raro, i 2000 m.

Consiste esso in una serie di catene parallele, a cui s'addossano

degli altipiani lungo il lato d'ovest e di nord-ovest: breve e ripido

è generalmente il declivio orientale, ampio e disteso l'occidentale

pel trasformarsi del sistema da creste in terrazze. Colle loro creste

uguali, senza forti picchi, coi loro fianchi uniti essi risulterebbero

ben monotoni, nella sezione media in ispecie, se non aggiungessero

loro ornamento le folte foreste che li ricoprono, facendo spiccare

il loro verde cupo sul verde chiaro delle pianure basse anteposte.

Maggior varietà presentano essi nella parte più settentrionale, cioè

nei monti della Nuova Inghilterra, dove le valli sono ricoperte da

foreste d'alberi frondosi e aciculari interrotte da campi coltivati,

e scene alpestri bellissime di rupi, torri, laghi, cascate, burroni,

giustificano il nome di Svizzera della Nuova Inghilterra dato ai monti

Bianchi, tratti montuosi che contrastano col rude paese, da cui si

elevano, di suolo granitico, disseminato di morene, massi erratici e

torbiere.

Verso mezzogiorno le selve sono più fitte e quasi interamente di alberi

frondosi, aceri, tigli, quercie e poi di superbe magnolie, finchè

nell'estremo lembo meridionale la bassa vegetazione, costituita in

gran parte da arbusti del genere dei rododendri, si addensa al punto

da non permettere altro passaggio se non sui rami e cespugli infranti e

calpestati dagli orsi.

Il ferro, di cui abbonda l'intero sistema, il carbon fossile, che si

trova in estesissimi giacimenti di preferenza sul declivio occidentale,

il petrolio, le cui sorgenti si trovano su una zona lunga e stretta

che tutto accompagna, da nord-ovest a sud-ovest, dal lago Erie al

Tennessee, l'orlo occidentale del sistema, sono le principali ricchezze

minerarie degli Allegani.

_Le Cordigliere occidentali ed il bacino della California._ — Come un

altipiano chiuso fra pareti montuose, anzichè come una serie di catene

parallele, si presenta invece nel suo complesso l'altra grande sponda

della «valle degli Stati Uniti», quella occidentale, ben più vasta ed

interessante.

Due cordigliere ne costruiscono la pareti, i monti Rocciosi ad oriente,

le Sierre Nevada e della Costa, riunentisi quasi in un'unica catena,

detta delle Cascate, ad occidente.

Sono i Rocciosi un accozzo di catene costituite per lo più di rocce

cristalline, che divergono e s'incrociano, dove spingendo dalle cime

elevatissime, dove abbassandosi in superfici piatte (_mesas_): i

loro vertici possono gareggiare colle Alpi, ma non ne hanno l'aspetto

grandioso per lo zoccolo altissimo da cui sorgono. La regione offre

nondimeno tutti gli spettacoli d'un gran paese montuoso: pendii

selvaggi da cui sporgono cime rocciose, valli erte e profonde, rivi

montani, precipizii in cui scendono buie foreste: nudi e nevosi i

picchi estremi; scarsissimi però i ghiacciai. Caratteristica poi

notevole di essa sono i famosi _Parchi_ o bacini chiusi fra due catene

e due barre trasversali passanti dall'una all'altra, tutti ricchissimi

di vegetazione ed abbondantissimi di selvaggina; ed i _cañons_ forre

pittoresche e spaventose, percorse dai _creeks_ o fiumi conducenti

dalla zona delle praterie all'interno dei Rocciosi, vere e proprie

fenditure del suolo, profonde talora parecchie centinaia di metri.

Le formazioni vulcaniche si mostrano in questi parchi, in quello

_nazionale_ in ispecie, una delle meraviglie del mondo, in tutta la

loro potenza: correnti calde minerali ingemmano di loro incrostazioni

le rupi, costruendovi le più strane forme di vasche, pignatte, marmitte

da giganti; migliaia di _geysers_ slanciano nell'aria ad altezze

vertiginose colonne formidabili d'acqua bollente e turbini di vapore;

vulcani di fango e sorgenti sulfuree od alluminose interrompono vaste

distese di lava; candidi ghiacciai si rispecchiano in acque tranquille,

dove le alghe multicolori contrastano coll'azzurro uniforme del fondo

ed il bianco delle sponde.

Meno interessante, ma non meno pittoresca si presenta la cordigliera

occidentale, costituita nella sua parte meridionale da due catene,

la _Sierra Nevada_ ad est e la _Catena Costiera_ ad ovest, le quali

chiudono l'ampio e fertile bacino di California attraversato dalle

valli del San Gioacchino e del Sacramento, che da opposte direzioni

portano le loro acque alla baia di S. Francisco. È la prima una catena

potentissima, con cime oltre i 4000 metri, con declivi dove le sequoie

gigantee, mastodonti arborei alzanti a cento e più metri lor vette,

formano colossali foreste, con bellezze naturali, che passano fra le

più meravigliose del mondo: calva e rocciosa invece verso sud, meglio

rivestita a settentrione si presenta la seconda, le cui cime non

oltrepassano i 2500 metri.

Il bacino della California, compreso tra le due catene, vera oasi

tra i monti e i deserti, si rassomiglia per clima e prodotti, nella

valle del Sacramento in ispecie più fertile e ridente di quella del

San Gioacchino, alla nostra regione mediterranea: qui colle macchie di

arbusti e coi boschetti di quercie i giardini i vigneti e gli uliveti,

qui col grano e colle frutta più squisite i cedri e gli aranci, mentre

attrattive ancora più forti danno al paese le ricchezze minerali, il

mercurio e più ancora i ciottoli e le sabbie aurifere dei fiumi, che

fanno della California il maggior centro di produzione dell'oro di

tutti gli Stati Uniti, pur così ricchi d'oro in tutta, può dirsi, la

loro parte occidentale.

Al nord del Sacramento le due catene pel minore intervallo frapposto

sembrano come riunirsi in una sola, la quale ricca di vegetazione per

la forte umidità, rivestita di pini d'abeti di cedri, continua verso

nord col nome di _Catena delle Cascate_, interrotta solo dalla valle

della Columbia, fino allo stretto di S. Juan de Fuca, per riunirsi poi

e confondersi oltre il confine degli Stati Uniti nella grande massa

della Cordigliera orientale, quella dei Rocciosi.

La valle del Gran Colorado o Colorado dell'ovest, fiume che non

costituisce alcuna via commerciale nonostante i 2000 km. di corso, per

difetto di navigabilità, la valle del Sacramento navigabile per 250

km. cui s'unisce alla foce il S. Gioacchino in parte navigabile pur

esso, ed infine quella della Columbia od Oregon di difficile e breve

navigazione anch'essa nonostante i suoi 2000 km. per l'impetuosità del

corso i banchi e le cascate, sono gli unici sbocchi, può dirsi, della

Cordigliera sul mare. La costa infatti dal porto di S. Diego allo

stretto di Juan de Fuca si mantiene uuiformemente alta e dirupata:

chiusa per lunghi tratti a guisa di bastione o muraglia, essa è rotta

soltanto dalle foci de' fiumi e da qualche baia per lo più aperta e

poco tagliata per entro il continente, se ne eccettui quella di San

Francisco dalle sponde ricoperti di verdi boscaglie, simile ad un lago

alpino cui fanno corona le vette rocciose e nevose della Sierra Nevada.

Frastagliata oltre ogni dire, vera costa da fiordi, è al contrario

quella che si protende a settentrione, dallo stretto sopranominato

a quello di Bering, se ne eccettui sulla foce del Jucon nella fredda

terra d'Alaska, sulla cui costa s'affollano un'infinità di isole.

Unica può dirsi di tutta l'America del Nord, questa regione costiera

del Pacifico gode un clima oceanico e perciò mite d'inverno, fresco

d'estate.

_Gli altipiani occidentali_. — Fra le due cordigliere si estende una

serie di altipiani, che dalla loro situazione hanno preso il nome di

_altipiani occidentali_.

Un'infinità di giogaie in direzione da sud-est a nord-ovest sorgono qua

e là a rompere la monotonia degli altipiani, dando alla regione con le

catene secondarie correnti in direzione diversa l'aspetto come d'uno

scacchiere smisurato di innumeri bacini: ora sono valli e terrazze,

oasi bene spesso di verdura fra sterili piani, ora depressioni paludose

e salate. Di laghi e di paludi salate è disseminato in ispecie il

Gran bacino interno, dall'aspetto prevalentemente del deserto, la cui

superficie da una media altezza tra i 1300 ed i 1500 metri s'abbassa in

qualche punto, come nella valle della Morte, fin sotto il livello del

mare.

Ancor più spiccata che in esso è poi l'aridità del suolo nella parte

meridionale dei grandi altipiani, tutta a magre steppe od a vero

e proprio deserto, in quello del Colorado in ispecie tutto rosso e

levigato come un mattone, cosparso di piccole conchiglie.

Ragione principalissima di tanta aridità, cui servono di compenso

dal punto di vista economico le ricchezze minerali dei Rocciosi,

l'argento in ispecie, è la straordinaria scarsezza di pioggie,

impedendo le grandi catene che vi giunga l'aria umida tanto dal Golfo

e dall'Atlantico quanto dal Pacifico. La stessa altezza delle catene,

che li ripara dai venti, offre il vantaggio d'una relativa mitezza

del clima, nonostante i salti della temperatura giornaliera, cagionati

dall'enorme assorbimento del calore da parte di un suolo nudo o quasi

e dalla rapidissima irradiazione attraverso ad un'atmosfera quanto mai

asciutta, salti che arrivano in qualche luogo perfino a 50 gradi!

_Gli altipiani mediani_. — Ponte immenso gettato, per così dire,

dalla sponda orientale alla occidentale, dagli _Allegani_ alle

_Cordigliere_, a chiudere verso nord la grande vallata degli Stati

Uniti, è una ampia zona di elevazione, che può comprendersi sotto il

nome generico di _altipiani mediani_: rasenta essa il bacino del S.

Lorenzo ed i cinque grandi laghi canadesi, tocca quindi le sorgenti del

Mississippi e prosegue poi verso ovest, ora scendendo ora risalendo,

fino ai Rocciosi. Corre su questa elevazione lo spartiacque tra i

fiumi, che sboccano nell'Atlantico settentrionale nella baia d'Hudson

e nell'Oceano glaciale, ed i fiumi che sboccano nel golfo del Messico;

cosicchè essa si presenta come un confine naturale oltrecchè politico:

al nord l'America inglese, che declina verso i mari settentrionali,

al sud gli Stati Uniti che s'aprono verso il Golfo del Messico.

L'altitudine di tale zona è di circa 200 metri sulla piattaforma dei

cinque Grandi Laghi canadesi, che comunicando tra loro costituiscono

un vero mediterraneo d'acqua dolce per l'estensione di ben 238.000

kmq.: sono essi il Lago Superiore su cui trovasi la più ricca zona di

rame del mondo, l'Huron dalle rive erte e rocciose, dalle molteplici

baie, penisole ed isole, il Michigan monotono nell'uniformità delle sue

rive basse e piane, l'Erie e l'Ontario che nella loro sagoma allungata

sembrano segnare il passaggio dalla forma lacustre a quella fluviale

del S. Lorenzo, il magnifico fiume dalle acque chiare e dalle rive

selvose: fra l'Erie e l'Ontario la famosa cascata del Niagara, vera

forra tagliata in un gradino, che l'immane valanga d'acqua salta a

precipizio da un livello di 172 metri ad uno di 72.

All'ovest dei Grandi Laghi l'altezza media degli _altipiani mediani_

va aumentando fino ai 300 e 400 metri, ed il paese presenta l'aspetto

più variato per un intrecciarsi continuo di foreste, steppe, praterie,

laghi, rupi, massi erratici, barriere moreniche, di cui abbonda un

terreno costituito nel periodo glaciale con materiali d'erosione e

d'alluvione.

Più ad ovest ancora il dileguarsi degli arbusti e dei cespugli, il

diradare degli alberi, il succedersi dei tappeti erbosi alla massa dei

frutici ingombranti le foreste annunziano il passaggio dalla regione

nord-americana delle foreste a quella delle praterie, oltre le quali

s'arriva ai Rocciosi.

_Il bacino del Mississippi_. — A mezzogiorno di questi altipiani

mediani si distende, come dicemmo, il grande avvallamento del fiume

mastodontico, che nasce da essi ad un'altezza di circa 514 metri,

è lungo 4200 km. e contando il Missouri 6750, largo in media quasi

costantemente da 500 a 1400 metri e profondo dai 40 ai 60: dal piede

degli Allegani come da quello delle Cordigliere il terreno scende con

doppio pendio fino al bassopiano, costituito dalla valle propria del

fiume al sud del suo confluente col Missouri e dalla grande zona che

incornicia il Golfo del Messico.

Il pendío occidentale è costituito per la massima parte dalla regione

dei _Plains_ e _Praterie_, enorme triangolo col vertice tra i Rocciosi

e gli altipiani mediani la base tra la stessa Cordigliera e la valle

del Mississippi: in esso predomina la prateria (_praîrie_) dai grassi

pascoli nella parte più orientale, la steppa (_plain_) rivestita

di cespugli e di sterpi, che soffocano le vere erbe, in quella

più occidentale. Torme innumerevoli di bisonti, detti bufali dagli

Americani, ristrette dalla civiltà in minori confini, tutto popolavano

un giorno quel mare di erbe e di fiori che costituisce la prateria:

è questa infatti nella stagione migliore un vero mare, cui le masse

arboree danno le isole, i venti le tempeste. Il colore suo predominante

è il rosso in primavera, il bleu in estate, il giallo in autunno; ma

quando il vento soffia impetuoso tra le foglie delle leguminose dal

rovescio biancastro e vellutato, allora si vede la massa verdeggiante

moltiplicarsi in onde infinite orlate d'argento.

Nel pendio orientale predomina invece la foresta ed in questa le specie

vanno mutando col procedere dal nord al sud, dalle quercie e dai faggi

ai castagni alle palme alle magnolie fino al trionfo completo della

natura tropicale nella zona adiacente al Golfo del Messico.

Le due forme di vegetazione, che in perfetta corrispondenza con le

condizioni climatiche si dividono il suolo degli Stati Uniti, la forma

di foresta ad oriente e quella di steppa o prateria ad occidente,

vengono così ad incontrarsi nel bacino del Mississippi: in esso,

ad ovest del gran fiume, lungo il 95º meridiano O. di Greenwich,

abbiamo può dirsi il passaggio dalla regione delle foreste, che deve

all'abbondanza delle precipitazioni atmosferiche il suo splendido

manto e la sua grande fertilità, alla regione delle praterie e delle

steppe, la cui esistenza si deve ascrivere principalmente, nonostante

altre ipotesi diverse (grossolanamente ingenua fra le tante quella

indiana del fuoco devastatore) all'asciuttezza del clima, al diverso

grado della quale corrispondono appunto le sottodivisioni in prateria

e steppa, e col variar della quale di epoca in epoca si sposta pure il

limite delle foreste e delle praterie.

Dal confluente del Missouri in giù, tra i due pendii dei Rocciosi

e degli Allegani, si estende per una larghezza, che varia dai 60 ai

120 km., la valle propria del Mississippi, antico golfo ricolmato nei

secoli dalle alluvioni: _bluffs_ sono dette le rive dell'antico letto,

in cui correvano un giorno i rami paralleli del fiume costituenti oggi

il bassopiano alluvionale, porzioni di suolo naturalmente più solido

per la maggiore grossezza dei materiali costitutivi, le quali di tratto

in tratto spingono fino alle rive del fiume attuale degli speroni, su

cui sorgono le città; _bottoms_ (fondi) i tratti di bassissimo livello,

d'ordinario paludosi, inondati dal fiume nelle sue piene.

Allagano queste annualmente enormi territori, dove la mano dell'uomo

non v'abbia opposto nelle dighe un ostacolo sufficiente, inondano un

suolo sabbioso rendendolo fertile col limo ferace depositato, sradicano

e trasportano seco nel ritirarsi un'infinità d'alberi e di piante

dalle allagate foreste di pioppi quercie cipressi tulipiferi noci, che

arrivano sino alla sponda del fiume.

A destra ed a sinistra il padre dei fiumi protende, smisurato Briareo,

le sue enormi braccia, massime fra tutte l'Ohio a sinistra, che coi

suoi affluenti e subaffluenti conduce alla piattaforma dei Grandi

Laghi ed agli Allegani, e a destra il limoso Missouri coi suoi innumeri

tributarii che conducono per le praterie ai Rocciosi, affluenti tutti

navigabili i quali formano coi 3000 km. navigabili del Mississippi e

coi 3000 e più, che vanno dalla foce del San Lorenzo all'estremità

occidentale dei grandi laghi, un'immensa rete fluviale preparata

dalla natura ai bisogni della civiltà e completata dall'uomo mediante

canali che mettono in comunicazione le regioni più produttive del

Nord-America, cioè la zona costiera orientale, il bacino dei Grandi

Laghi e quello del Mississippi.

Al confluente del Red River comincia in senso largo il delta del

Mississippi, iniziandosi da esso la diramazione delle sue acque in

vari rami: in senso stretto però, intendendo per delta la sola regione

costituita dalle alluvioni del fiume, esso si limita ad una lingua

di terra che s'avanza per 80 km. nel mare e si divide in tre punte,

percorse ciascuna da un ramo del fiume, formando la così detta _Zampa

d'oca_. Sono ben 32000 kmq. d'un suolo alto sul mare appena 1 metro,

tutto paludi e pascoli, coll'unico porto di New Orleans sulla sinistra

del gran fiume.

La febbre gialla desola questa regione come quasi tutta del resto la

costa paludosa, con cui termina il largo bassipiano che incornicia

il Golfo del Messico. La baia di Galveston, laguna in cui sbocca

la navigabile Trinity, ad ovest e l'estuario di Mobile, formato

dall'Alabama e dal Tombigbee, fiumi in parte navigabili, ad est, sono

con New Orleans gli unici sbocchi, può dirsi, del largo bassopiano che

per clima culture e prodotti appartiene alla zona tropicale.

_La Florida_. — Dove però la natura tropicale si manifesta in tutta

la sua forza è nella Florida, la quale sia pel livello sia per le

coste può considerarsi come un prolungamento della zona costiera, vero

tratto d'unione tra la fascia orientale e quella meridionale degli

Stati Uniti. È questa penisola tutta una bassura di paludi e di laghi,

terminante all'estremità sua in un intreccio di formazioni coralline

analoghe a quei _key_ od isolotti schierati a sud ovest di essa.

Nelle parti non paludose della penisola sorgono foreste naturali di

pini e cipressi, boscaglie di quercie ed allori, cespugli sempre verdi

di gelsomini e, lungo i rivi, di magnolie, a cui si frammischiano

alberi da gomme, jucche, agavi, cactus, palme arboree; mentre la mano

dell'uomo può trarre dal suolo, come nel rimanente bassopiano costiero,

tabacco cotone maiz frutta meridionali: nella parte meridionale

abbondano i pascoli adatti al bestiame bovino: ne' luoghi sabbiosi sono

i soliti _pine barren_ od oasi di pini: nelle paludi infine, animate da

una quantità stragrande di uccelli acquatici di pesci e di tartarughe,

prospera il riso e nelle isole da esse sommerse lo zucchero.

I fiumi della penisola, che scorrono totalmente in pianura con un corso

lentissimo per la mancanza di pendìo, sono in gran parte innavigabili

perchè ingombri di taxodie di giunchi di canne. Inospitali quanto

mai sono le coste: «gli ancoraggi, inaccessibili a grosse navi,

sono deserti e muti recessi, in cui tutto è immobile, le acque mezzo

stagnanti, la lussureggiante vegetazione tropicale simile più ad una

corona mortuaria che a un serto festivo, sovrano il silenzio e la

quiete rotta solo da un'infinità di uccelli acquatici»: unici porti e

mediocri anch'essi per la vasta penisola Sant'Agostino sull'Atlantico e

Pensacola alla foce dell'Escambia sul Golfo del Messico.

_Il Piedmont e la zona costiera dell'Atlantico_. — A nord della

Florida continua sempre quel bassopiano costiero, che fascia, può

dirsi, gli Stati Uniti ad est come a sud, dalla foce del Rio Grande

del Norte sul Golfo del Messico a quella dell'Hudson sull'Atlantico.

Tra gli Allegani ed il litorale dell'Atlantico si distende la larga

zona pianeggiante del _Piedmont_ dalle culture subtropicali: il suolo

è qui costituito da una triplice serie di terrazze, che dal piede

dei monti vanno successivamente degradando fino a terminare dopo

una sessantina o più di km. al livello quasi dell'Oceano ed anzi

in alcuni tratti al di sotto di esso. Le due prime terrazze alte

rispettivamente una sessantina ed una trentina di metri sul mare e

larghe insieme una sessantina di km. seguitano come i declivi orientali

degli Allegani ad essere vestite di ricca vegetazione arborea, (aceri,

quercie, noci) e sono suscettibili delle più ricche culture; la zona

più bassa, perfettamente orizzontale, è un succedersi di tratti

asciutti e sabbiosi e di tratti paludosi e fangosi, tutti coperti

di macchie di cedri pini cipressi (_pine barren_), ma lungo i fiumi

ha alberi frondosi e tratti coltivati; l'estremo lembo infine, detto

_Sea Island_, è conteso può dirsi dalla terra e dal mare: i fiumi si

allargano in forma di laghi e la costa termina in cordoni litorali e

paludi separate dal mare da lembi ristretti di terra ferma, che vengono

essi pure come i cordoni allagati dalle onde burrascose e superati

dalle forti maree.

Una vegetazione fittissima e impenetrabile di piante spinose e

allaccianti, sulla quale dominano i cipressi, donde il nome di _Cypress

swamps_, ricopre queste paludi, di cui può offrire il tipo la _Dismal

swamp_ (palude letale) sulla costa della Carolina Settent., fra la baia

di Chesapeake ed il Capo Fear. In queste paludi e lagune muoiono in

generale i fiumi del paese, il quali dopo un brevissimo corso montano

corrono per la maggior parte in pianura.

Conseguenza di tutto ciò è la difficoltà estrema della navigazione in

questa parte della costa atlantica: unici porti e cattivi ancor essi

pei banchi di sabbia anteposti sono quelli attuali di Charleston, sul

confluente dell'Ashley e del Cooper, e di Savannah sul fiume omonimo.

Oltre il capo Hatteras, in mezzo alla _Dismal swamp_, il litorale

diretto fin lì verso nord-est piega bruscamente verso nord-ovest, e

col cambiamento di direzione cambia pure la natura di esso, come muta

del resto l'aspetto tutto del paese per la maggiore vicinanza dei monti

al mare e pel passaggio dalla zona subtropicale alla temperata. Colla

profonda baia di Chesapeake, dove mettono foce vari fiumi tra cui il

Potomac, ed abbondano i porti tra cui l'attuale Baltimora, la costa

comincia ad essere frastagliata ed a crescere sempre più di rilievo col

procedere verso nord. Le minime valli diventano lunghi estuarii, le più

piccole ondulazioni del terreno lunghe penisole, donde rade immense e

meravigliosamente protette, capaci di ricettare flotte intere, la cui

navigazione continua in quei fiumi lenti e profondi, che attraversano

regioni favorite da incalcolabili ricchezze naturali, minerali in

ispecie: tali la profonda baia del Delaware colla città attuale di

Filadelfia, che a 150 km. dall'Oceano ne sente nondimeno la marea, e

quella, dove oggi sorge New-York, dell'Hudson, il fiume solenne dal

letto largo e profondo simile ad un braccio di mare, che sente la

marea a ben 230 km. dalla foce ed è messo in comunicazione mediante

canali coi Grandi laghi e col San Lorenzo. E mentre con la navigabilità

del corso medio e inferiore questi fiumi favoriscono prodigiosamente

il commercio, colla forza motrice da essi somministrata nel corso

superiore in ispecie sembrano invitare all'esercizio dell'industria.

_La Nuova Inghilterra._ — Ciò s'avverte tanto più oltre l'Hudson, nel

tratto più settentrionale della zona atlantica degli Stati Uniti:

costituisce questo tratto la Nuova Inghilterra, paese dal suolo

roccioso e poco fertile e dal clima freddo e continentale nonostante la

posizione sul mare per la prevalenza dei venti occidentali.

I monti seguono qui da presso la costa ed i fiumi, scorrendo quasi

totalmente fra essi in letti ampi ma rocciosi con rapide e cateratte

frequenti, se non sono che in piccola parte adatti alla navigazione,

possono in compenso dar vita ai maggiori stabilimenti industriali.

Ai traffici marinari sembra invece invitare gli abitanti la costa

alta varia dai mirabili contrasti di rupi e di cupa vegetazione,

ricca di ottimi porti fra cui maggiore di tutti Boston sulla baia di

Massachussets.

_Regione costiera dell'Atlantico_, _bacino del Mississippi_, _altipiani

occidentali_, _regione costiera del Pacifico_ sono dunque a grandissime

linee i territori, che si aprivano dall'Atlantico al Pacifico alla

colonizzazione europea: alle paludi del litorale succedevano fertili

terre pianeggianti e poi montagne non facili a superarsi pel fitto

manto di boschi; oltre le montagne continuavano le foreste, seguite

più in là da praterie da steppe e finalmente da regioni aride o da

veri deserti; quindi un'altra zona quanto mai impervia di altipiani

salati e monti nevosi, finchè sul Pacifico, l'oceano futuro degli

Americani, s'apriva quale compenso adeguato alle difficoltà del cammino

l'incantevole vallata californiana. Questo passaggio successivo

da un paese ad un altro affatto diverso per flora ed aspetto del

suolo, che corrisponde al succedersi delle varie zone climatiche,

determinerà appunto il processo della colonizzazione interna e della

civiltà americana; la quale, ostacolata nella sua marcia da oriente ad

occidente da catene montuose e sterilissime lande, non troverà invece

alcun intoppo alla sua espansione da nord a sud, dalla N. Inghilterra

alla Florida, dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, mentre in un senso

e nell'altro troverà nella varietà straordinaria di sedi, diverse fra

loro per clima aspetto e prodotti, un'abbondanza e moltiplicità di

elementi naturali di progresso non offerta forse mai ad alcun altro

popolo. Nè a garantire le sorti dell'agricoltura, la ricchezza prima

del paese, a mantenere perenne la fertilità della terra di fronte

agli sperperi dell'avidità umana, la natura mancava di assicurare una

riserva enorme di forze produttive nel guano, di cui abbondano alcune

isole, e più ancora nei vasti depositi di _grunsand_ e fosforite,

ottimi concimi minerali, frequenti lungo le coste dell'Atlantico[2].

Ma quali erano gli abitatori del fortunato paese, quando l'alba della

società anglo-americana spuntava appena sul cielo della storia?

§ 2. I MOUND-BUILDERS. — Nella vallata del Mississippi, lungo l'Ohio

il Wisconsin lo Jowa, l'occhio del visitatore è preso da meraviglia

e l'animo suo si lascia andare alle ipotesi più varie alla vista dei

_Mounds_. Consistono questi, come dice il nome, in terrapieni: ora sono

ridotti d'area spesso estesissima, circondati da dighe o bastioni,

e contenenti serbatoi d'acqua artificiali; ora arginature lunghe in

certi casi le 15 e le 16 miglia[3]; ora piattaforme di varia grandezza,

alte 60 e 90 piedi[4] sul suolo, alle quali si sale mediante una scala

scavata nella terra; ora infine una serie di piccole opere disposte a

distanze quasi uguali ed in linea retta per parecchie miglia. Fine ed

ufficio loro, a giudicare dagli avanzi, deve essere stato di difesa in

alcuni casi, di abitazione o di tempio in altri; varia pure ne è la

forma, da quella geometrica di circoli, di quadrati, di poligoni, di

elissi regolarissime, a quelle assai strane d'animali o d'esseri umani.

Famosi tra gli altri il _mound_ del serpente nell'attuale contea di

Adams nell'Ohio, costrutto sopra un rialzo del terreno, che costeggia

il fiume, tutto a spirali come un immenso serpente, lungo un migliaio

di piedi e largo cinque, colla coda attorcigliata in tre giri e con una

specie d'uovo lungo 160 piedi nella bocca; il _mound_ dell'elefante nel

Wisconsin lungo 135 piedi e molto simile a quell'animale; il _mound_

dell'orso nel Kentucky ed altri.

I luoghi dove sorgono sono evidentemente scelti ad arte per ragioni

commerciali o di difesa, in genere lungo i fiumi navigabili od alle

loro confluenze: il materiale adoperato generalmente è la terra, ma non

mancano avanzi di mattoni, pietre lavorate e persino legname: utensili

ed ornamenti in rame argento e pietre preziose, scuri, scalpelli,

braccialetti, coltelli, pezzi di tessuto, stoviglie primitive e vasi di

terra dagli svariati ornamenti, oggetti in creta della forma d'uccelli

quadrupedi uomini, graffiti e bassorilievi rappresentanti essi pure

uomini ed animali, scheletri in polvere, ecco quanto hanno lasciato

i _Mound-builders_, i costruttori cioè dei _mounds_; abbastanza per

tramandare il ricordo di sè, troppo poco per svelarci l'enigma della

loro storia.

Erano essi i progenitori degli Indiani, cosa ben difficile quando si

paragoni la civiltà di questi alla loro? Erano tribù affini a quegli

Indiani Pueblo del Nuovo Messico, che abitano tuttora in enormi edifici

di pietra dalle mura altissime scavalcate in mancanza di porte mediante

scale a piuoli, edifici costrutti in cima ai colli e contenenti

persino 5000 persone, opinione anche questa improbabilissima, quando

si consideri la diversità sostanziale tra queste costruzioni in

pietra ed i misteriosi _mounds_ in terra? O sono questi i monumenti

di quell'impero grande e civile fondato, come suona la tradizione

irochese, dalla tribù indiana dei Lemni Lenapi, scesi dal nord-ovest

nella vallata del Mississippi e scacciati di qui da genti più barbare,

che li avrebbero costretti a cercare rifugio nei più impraticabili

_cañons_, dove pur trovansi vestigie di costruzioni stranissime? O

sono opera infine di genti asiatiche, derivate da naufraghi cinesi o

giapponesi sbattuti dalle tempeste sulle coste del Pacifico; o di genti

venute dal Golfo del Messico, come parrebbero far credere le figure di

foche e d'altri animali marini incisi nei loro strumenti? Nulla fino

ad ora ci illumina sull'origine e sulla storia di questi uomini. Il

Bancroft ne nega addirittura l'esistenza, ritenendo i loro _mounds_

opera della natura, strane forme geologiche e nulla più, opinione

distrutta dall'esattezza matematica della costruzione, che attesta

non solo una mente ma perfino l'uso di strumenti, e dagli avanzi

scopertivi; il Reclus all'opposto, asserendo che _mound-builders_

erano in grado minore gli stessi Seminoli della Florida ed i Cherochesi

della Georgia, ed i Natchez del Mississippi, non vede nei _mounds_ che

l'opera di tribù nord-americane per nulla dissimili salvo pel grado

di civiltà da quelle attuali; il Morton infine, con più ragione forse

d'ogni altro, li attribuisce a quel tipo _tolteco_, rappresentato pure

dagli abitanti primitivi del Messico, tipo distinto fisicamente da

quello nord-americano vero e proprio per essere dolicocefalo anzichè

brachicefalo.

Qualche pestilenza distruttrice o qualche invasione barbarica avrà

probabilmente scacciato dalle lor sedi settentrionali e spinto verso

sud-ovest a confondersi coi loro fratelli questi Toltechi, vissuti

a quanto ritiensi dallo stato degli scheletri un duemila anni or

sono, arrivati ad un grado di civiltà relativamente agli Indiani

avanzatissima e passati poi come un'ombra senza lasciare altra

traccia che quella dei muti ricoveri testimoni dei loro amori, dei

loro sacrifici, delle loro lotte, altro ricordo che quello della loro

esistenza.

§ 3. I NORMANNI. — Se dei costruttori dei _mounds_ rimangono pur in

mezzo alla più fitta oscurità traccie indiscutibili di esistenza,

d'altre genti venute un giorno sul suolo nord-americano parlano solo

vaghe leggende dei popoli nordici. Sarebbero questi i Norsi, i padri

di quegli arditi navigatori scandinavi resisi terribili non per pura

leggenda a tanti paesi d'Europa. Certa pare infatti, nonostante la

veste fantastica di cui si ammanta nella saga islandese, la venuta

degl'Irlandesi a partire dalla metà del VII sec. in un paese da

loro in seguito colonizzato e denominato la _Grande Irlanda_, ch'era

probabilmente l'estremo N-E. del Canadà e il N. Brunswick. Un fitto

velo copre le vicende di questi arditi, che forse soccombettero

alle ostilità degli indigeni ed all'epidemie o furono soppiantati da

quei Normanni, i quali dopo essersi stabiliti nel sec. 8º e 9º nelle

Färöer e nell'Islanda, pur esse precedentemente occupate da Irlandesi,

approdarono e si stabilirono in Groenlandia ed in altre terre più

occidentali lungo i secoli X e XI. Winland (terra del vino) Helluland

(terra rocciosa) Markland (terra selvosa) furono i nomi immaginosi

che Leif Eriksen, figlio di Erik Raudi, l'islandese stabilito in

Groenlandia, ed il compatriotta di lui Thorfinn Karlsewne davano in

sull'alba del 1000 alle terre americane, in cui la critica moderna

ravviserebbe rispettivamente Nuova Scozia, Labrador, Terranuova e

tutt'al più un lembo del Canadà, escludendosi la costa degli Stati

Uniti sino al Capo Cod, com'era opinione comune sino pochi anni

addietro.

Le relazioni fra l'Islanda la Groenlandia e la terra delle viti

selvatiche, il Winland, si protrassero, pare, ad intervalli e riprese

per qualche secolo, ed i Normanni si spinsero forse, se è da credere a

vaghe tradizioni messicane, fino al Messico. Certo è ad ogni modo, che

stabile colonizzazione bianca non vi fu neppure sulla costa dei futuri

Stati Uniti, giacchè non solo manca ogni prova diretta od indiretta di

essa ma non si trova neppure presso le genti del nord dell'Europa la

cognizione di terre, che le relazioni commerciali o la fama avrebbe in

quel caso rivelate.

I soli ed unici abitatori primitivi adunque, a noi noti, del territorio

nord-americano sono quelle tribù di razza rossa ivi trovate all'epoca

della scoperta e conosciute in Europa col nome generico di Pelli-Rosse

o di Indiani, così detti dall'erronea opinione dei primi esploratori

d'esser giunti alle Indie.

§ 4. GLI INDIANI. — Gli Indiani appartengono a quella razza americana,

che per la struttura somatica e pel tipo linguistico polisintetico

presenta qualche lontanissima analogia colla razza mongolica, pure

rimanendo una famiglia a sè, diversa da tutte le altre. Prima della

scoperta europea gli Indiani degli Stati Uniti attuali s'aggiravano,

secondo i calcoli[5] più fondati, intorno al milione, di cui un 180.000

soltanto all'est del Mississippi, ripartiti in una infinità di tribù,

che oggi dopo tre secoli e più di colonizzazione bianca con relativa

distruzione di alcune fra esse, migrazione o spezzamento di altre,

riesce ben difficile localizzare con precisa esattezza.

Le affinità linguistiche nondimeno hanno permesso al Buschmann di

riunire in gruppi queste tribù, ciascuna delle quali aveva propria

parlata, raggruppamento su cui il grande antropologo Waitz basò la sua

classificazione.

Nel sec. XVIII noi troviamo in tutto l'estremo est, dalla Nuova Scozia

alla Carolina settentrionale, gli _Algonkini_, divisi in un'infinità

di tribù; all'ovest di essi, nel New-York centrale e settentrionale,

presso i Grandi Laghi, gli _Irochesi_, tra i quali i _Seneka_ i

_Kayuga_ gli _Onondaghi_ gli _Oneida_ e i _Mohawki_ formavano la

fortissima lega delle Cinque nazioni, cui s'aggiunse più tardi

come sesta la tribù dei _Tuscarora_, lega in guerra perpetua cogli

_Huroni_, tribù pur essi della stessa stirpe; nella parte sud-est

degli Stati Uniti attuali, gli _Appalachiani_, tra cui famosi per

bravura i _Cherochesi_ nella valle delle Tennessee, i _Natchez_ sul

basso Mississippi, i _Seminoli_ nella Florida; di là dal Mississippi,

nelle praterie, i _Dakota_ e i _Sioux_, divisi essi pure in molteplici

tribù, ed ancora più all'ovest negli altipiani occidentali una serie di

tribù, appartenenti a quel gruppo dei _Kenai_ estesisi per successive

migrazioni dall'Alaska al Golfo del Messico.

Per quanto varie di lingua di sede di origine di grado di civiltà,

belligere le une e cacciatrici, pacifiche ed agricole le altre, queste

tribù presentano pur sempre qualche cosa di comune che permette di

parlare di un tipo fisico e sociale indiano. Brachicefalo il capo,

color di rame la pelle, prominenti gli zigomi, piccoli e neri gli

occhi, ispidi i capelli, l'Indiano era generalmente inferiore al

bianco per forza muscolare, infinitamente superiore per forza di

resistenza: agilissimo, svelto poteva percorrere in un giorno solo

settanta od ottanta miglia; figlio della natura, dei cui fenomeni

era osservatore finissimo, percepiva i suoni più lontani e notava

i segni meno appariscenti in quei boschi, ch'egli sapeva per quanto

folti attraversare in linea retta, prendendo a guida l'aspetto della

borraccine e la scorza degli alberi; grave e dignitoso nelle assemblee,

vivace ne era il parlare e nella sua semplicità altamente poetico;

valorosissimo in guerra combatteva con disperato coraggio, mostrandosi

altrettanto crudele e spietato coi nemici quanto era paziente nel

sopportare se vinto la prigionia o i tormenti senza un lamento;

vendicativo per eccellenza quando si teneva offeso, ricordava ed era

grato dei benefici ricevuti; attivo, instancabile, animato da vero

furore in guerra nella caccia nella danza, le occupazioni preferite,

era neghittoso in tutto il resto, lasciando alla donna il lavoro

quotidiano per abbandonarsi bene spesso a fantastiche contemplazioni;

vivo sopra tutto in lui il bisogno dell'aria aperta, radicato

quell'istinto della vita nomade che la necessità economica di sempre

nuove caccie, di sempre nuove boscaglie da ardere aveva istillato e

mantenuto.

Le superstizioni del totemismo erano in fondo la religione

degl'indiani, ma ad esse congiungevano l'idea vaga della divinità

e dell'immortalità, non senza un principio di giustizia retributiva

nell'altra vita, riservante pei buoni ricchissime caccie.

«I nostri bambini non hanno peccato; quando muoiono, dove vanno?»

chiedeva un indigeno a John Eliot, l'apostolo degli Indiani del

Massachussets. Credevano in un Grande Spirito, di cui era simbolo il

sole, ed a questo in mancanza di templi rendevano omaggio all'aria

aperta, accendendo in suo onore dei grandi fuochi, intorno ai quali

cantavano e danzavano con immane frastuono; un culto superstizioso

tributavano pure ad animali, che rappresentavano gli altri spiriti

secondari dispensatori dei beni e dei mali o simbolizzavano quel _clan_

di cui costituivano ad un tempo e l'_otem_[6] od insegna tatuata ed

il nume tutelare: tali ad esempio il lupo, il cervo, la tartaruga, il

castoro, l'orso, l'airone, il falco. Il grande problema dell'origine

del male s'affacciava in modo rudimentale alla loro mente: «perchè

Dio non ha dato un buon cuore a tutti gli uomini?» chiedeva un indiano

all'Eliot; ed un altro: «poichè Dio è onnipotente, perchè non uccide

il diavolo che ha reso sì cattivi gli uomini?». La natura tutta del

resto era oggetto di adorazione per l'Indiano ai cui occhi ed i venti

e le stelle e le acque, come canta il Longfellow nel suo «_Hiawatha_»,

erano animati non meno degli animali e degli uomini. Nello stesso senso

del sopranaturale sviluppatissimo in loro trovavano origine i magi ed i

sacerdoti dotati di miracolosi poteri.

Primitiva era la loro organizzazione politica e sociale, basata

la prima sul legame gentilizio anzichè territoriale, la seconda

sull'uniformità di condizioni e funzioni degli individui. Si dividevano

in tribù e queste alla loro volta in _clans_ o genti legate insieme dal

vincolo della comune discendenza: alla testa dei _clans_ vi era uno o

più capi detti _sachem_, uomini di regola ma talora anche donne: ogni

villaggio costituiva uno stato indipendente, una piccola democrazia,

a cui erano ignote generalmente e schiavitù e caste privilegiate. Come

presso gli antichi Germani, in cui tutti erano uguali, i capi dovevano

la lor elezione alla stima personale, ispirata dal loro valore, e

duravano in carica finchè sapevano mantenersi tale stima: in guerra

essi stimolavano colla voce sonora i commilitoni, in pace trattavano

coi _sachem_ degli altri _clans_ gli affari generali della tribù. Il

grado più alto di sviluppo politico, se così può chiamarsi, di questa

razza era dato dalle confederazioni fra le varie tribù, più famosa

di tutte quella già ricordata delle Cinque nazioni irochesi, retta da

una specie di consiglio federale di 50 capi alla cui testa stavano due

comandanti supremi.

Come l'autorità nell'opinione, così la legge risiedeva nell'uso e

nella tradizione orale: i loro concetti giuridici erano ancora allo

stato embrionale: la vendetta del sangue il modo più comune di punire

le offese. Proprietà collettiva era la maggior parte del suolo, sia

coltivato che lasciato ad uso di caccia; ma dalla proprietà collettiva

s'era svolta e viveva accanto ad essa una proprietà privata, il cui

concetto era altrettanto rigido in seno alla tribù quanto elastico

nei rapporti con le altre tribù. La famiglia era generalmente su base

monogamica, ma anche la poligamia era permessa: frequentissimo perciò

il divorzio per le più futili ragioni, schiava dell'uomo la donna.

Non conoscevano linguaggio scritto ma coi segni tracciati sulle roccie

e sugli alberi comunicavano fra loro benissimo: i loro annali erano

dei segni simbolici semplicissimi incisi sugli alberi, dopo averne

tolta la corteccia più esterna, dei canti guerreschi, delle cinture di

_wampun_ o chicchi forati fatti colle conchiglie; a queste affidavano

pure per anni ed anni la memoria dei trattati, cui mantenevano fede

incrollabile. Non conoscevano moneta, in cui vece servivansi dei

_wampun_, uso imitato dagli stessi coloni bianchi nei primi tempi.

Abitavano ora isolati in capanne dette _wigwams_, costruite di pelli

e di scorza d'albero, ora raccolti in parecchie famiglie in ricoveri

assai ampi costrutti di scorza e di pali; vivevano dei prodotti della

caccia e della pesca, di maiz, di bacche; usavano il tabacco ma non

conoscevano bevande inebrianti; costruivano insieme coi rozzi utensili

d'uso più comune, come stuoie di vimini, mortai di legno, vasi di

terra, ami d'osso e reti di canapa, degli ingegnosi arnesi imitati

poi dagli stessi coloni, come i patini da neve e le canoe. I patini,

con cui scivolando sulla neve riuscivano a raggiungere alla corsa lo

stesso cervo ed il daino, consistevano in un ramo d'acero, curvato nel

mezzo finchè le due estremità si riunivano in punta, e riempito nel

vuoto con una rete fatta di pelle di cervo cui s'attaccava con corregge

il piede coperto soltanto da un leggiero _moccason_ o pianella: ogni

tribù aveva uno stampo diverso di patini. La canoa consisteva in una

corteccia di betulla bianca, che si sbucciava tutta intera dall'albero,

distesa sopra una leggerissima ossatura di cedro bianco, cucita ad essa

con radici di cedro e spalmata al di fuori d'una pece ricavata dalla

gomma degli alberi: erano imbarcazioni dalla forma svelta ed elegante,

che contenevano al massimo 10 o 12 uomini, e pescando pochissimo

scivolavano rapidamente sulle acque meno profonde.

Si dipingevano il corpo, vestivano pelli di animali, si ornavano il

capo di penne, le rozze vesti di conchiglie. I lavori domestici, la

poca agricoltura affatto primitiva era lasciata dall'Indiano alla sua

_squaw_ o donna; sua occupazione pressochè esclusiva era la caccia o la

guerra esercitata più che altro a scopo di rapina. Quale fonte normale

di sussistenza, come suole accadere presso i selvaggi ed i barbari,

aveva pertanto la guerra una parte importantissima nella vita sociale

delle tribù indiane, sempre in lotta fra loro, ora sole ora federate.

Cerimonie singolarissime la precedevano: digiuni e preghiere al

Grande Spirito da parte del _sachem_, che tintosi di nero andava a

nascondersi nei boschi per interrogare la divinità, e ottenuto nel

sogno responso favorevole tornava fra i suoi, invitava nel proprio

_wigwam_ i guerrieri a lauto banchetto, finito il quale cominciavano

le danze guerresche, che si protraevano tutta la notte tra il bagliore

dei fuochi, tra i canti marziali e le grida selvaggie. Al mattino

partivano per la spedizione dopo essersi spogliati di tutti gli

ornamenti che consegnavano alle loro donne: entrati in campagna più che

battagliare in campo aperto ricorrevano alle sorprese, ai tradimenti,

agli stratagemmi d'ogni sorta, alle imboscate; loro armi d'offesa

le freccie ed il _tomahawk_ o scure di pietra, di difesa scudi di

pelle di bisonte o corazze di vimini; sul nemico vinto praticavano

lo _scalp_, atto nazionale per eccellenza di inaudita ferocia, che

consisteva nell'incidere la cotenna alla base del capo e quindi

strapparla afferrando quel ciuffo, che unico portavano gli Indiani in

mezzo alla testa rasa; erano questi i più gloriosi trofei che i padri

tramandassero ai figli.

Un milione dunque all'incirca di questi esseri deboli, miti in pace, in

guerra feroci bensì ma armati di freccie di legno e scuri di pietra,

privi delle più elementari risorse di vita e di resistenza di una

qualsiasi civiltà un po' avanzata, dispersi sovratutto su un immenso

territorio pressochè vergine e divisi in un'infinità di tribù ostili

fra loro e separate bene spesso da enormi spazi vuoti, favorevoli

quanto mai all'incunearvisi della colonizzazione bianca, ecco i padroni

del suolo, dove la razza ariana sarebbe salita alla più alta potenza

nel mondo, ecco l'elemento etnico indigeno, di fronte a cui veniva a

trovarsi la colonizzazione bianca[7].

Chi erano i pionieri di questa? quali fra le genti d'Europa schiudevano

prime questo vasto campo all'umana attività ed ai trionfi del più

avanzato progresso?

§ 5. PRIME ESPLORAZIONI E RICOGNIZIONI EUROPEE. — Se la storia

generale della scoperta americana è iniziata _ex integro_ dalla

triade tutta italiana, Cristoforo Colombo, Paolo Toscanelli del Pozzo

ed Americo Vespucci, sulle cui orme materiali od intellettuali si

spinge baldanzosa dai porti dell'Occidente una pleiade di navigatori

italiani e stranieri a scoprire ed esplorare le nuove terre; la

storia speciale dell'esplorazione nord-americana, pur cominciando

anch'essa a stretto rigore cogli ardimenti del genio latino, trova la

sua preistoria in quelle audacie normanne, consacrate dalla leggenda,

ed in quell'esercizio della pesca continuato per secoli nei mari più

settentrionali d'America da parte degli occidentali: di quelle infatti

si presentano continuatrici non più leggendarie ma storiche, di questi

risolcano la via le navi del veneziano Giovanni Caboto, che sul finire

del secolo XV pone il piede pel primo sul continente nord-americano.

Se l'Italia però dava al mondo i geni maggiori della navigazione,

essa non dava al Nord-America più che al Sud-America i pionieri

della colonizzazione: prima tra le nazioni europee per lo sviluppo

di civiltà, essa non poteva entrare per la sua posizione geografica e

per le sue condizioni politiche in un arringo coloniale, cui quella e

queste spingevano gli altri paesi dell'Occidente.

L'Europa occidentale si presentava allora quanto mai adatta alla

conquista ed alla colonizzazione del nuovo mondo. Le grandi scoperte

geografiche avevano portato con sè una completa rivoluzione,

trasportando il centro della civiltà fuori di quel bacino del

Mediterraneo, che per tanti secoli era stato il teatro degli smerci

internazionali e la sede d'ogni potere politico e commerciale:

tracciata dai porti occidentali la nuova strada alle Indie, scoperta

dai medesimi porti l'America, ad essi faceva capo quel commercio

mondiale, che abbandonate le terre ed i mari chiusi si esercitava

attraverso l'Oceano, e col commercio la ricchezza e la forza politica,

lo sviluppo della civiltà.

Alla difesa di questi nuovi commerci erano necessarie delle flotte

armate, a compiere le nuove conquiste nei mondi lontani occorrevano

potenti organismi politici, e di tali mezzi potevano disporre appunto

quei grandi Stati allora allora costituiti in Occidente sulle rovine

del feudalismo, quelle società in cui l'industria nascente e la stampa

andavano accrescendo la fortuna e l'influenza di robuste classi medie.

Portoghesi, Spagnuoli, Francesi ed Inglesi, sentinelle avanzate del

mondo bianco sulle coste dell'Atlantico, sono infatti i popoli che

compiono le prime esplorazioni, le più antiche ricognizioni, per

dir così, sul suolo nord-americano, prima che gli Olandesi sorti

a gagliarda vita nazionale s'aggiungano ultimi per tempo, non per

fortuna, a contendere loro il primato dei mari.

_I Portoghesi_. — Famosi per le loro scoperte nei mari d'Africa e

d'Asia, i Portoghesi, se lasciarono di sè traccia imperitura in tanta

parte dell'America meridionale, non ne lasciarono affatto in quella

settentrionale. Mentre invero il Cabral navigava a mezzodì e veniva

dalle tempeste gettato sulle coste del Brasile, ignoti navigatori

portoghesi compievano delle scoperte intorno al 1501 lungo le coste

della Florida e forse della Carolina ed il Cortereal tra il 1500 ed

il 1502 navigava per incarico ufficiale della corona portoghese a

settentrione del continente americano: però il suo primo viaggio, in

cui approdava alla spiaggia del Labrador e spaventato dalla crudezza

del clima rivolgeva verso sud la prora delle sue navi, non aveva altro

effetto che la rapina d'alcune decine d'Indiani tratti in schiavitù ed

una relazione della flora rigogliosa dei paesi esplorati; nel secondo

viaggio poi periva lo stesso esploratore, massacrato forse col suo

equipaggio dagli Indiani; nè più dopo di lui il governo portoghese

pensava all'America settentrionale.

_Gli Spagnuoli_. — Più fortunati dei loro confratelli, ma non destinati

a raccogliere nella parte settentrionale del nuovo continente gli

allori grondanti sangue della parte centrale e meridionale, furono

gli Spagnuoli, quantunque abbiano fondato nel Nord-America la prima

stabile colonia e vi si siano mantenuti fino al secolo XIX. Un anno

prima infatti che Vasco Nuñez de Balboa, superato l'istmo di Darien,

rivelasse all'Europa il Grande Oceano, constatando così l'esistenza

indiscutibile d'un nuovo continente, quando già i viaggi di Colombo,

Alonso Hojeda, Vicente Yanez Pinzon, Diego de Lepe, Pietro Alvarez

Cabral, Diego di Nicuesa hanno scoperto ed esplorato buona parte

dell'America centrale e meridionale; gli Spagnuoli sbarcavano nel

1512, il giorno della Pasqua di Rose, a quella penisola che appunto

per ciò fu detta Florida. Venivano essi da Porto-Rico e li guidava

il vecchio Ponce de Leon, già governatore di quell'isola, uno dei più

intraprendenti e feroci avventurieri coloniali, il quale aveva armato a

proprie spese tre bastimenti per conquistarsi un regno e ritrovare ad

un tempo quella fonte di eterna giovinezza, che la leggenda affermava

esistere in quei paraggi.

La superstiziosa speranza rimase naturalmente delusa, nè più

soddisfatta fu quella di grandi tesori auriferi, ch'era stata

tra i moventi primi della conquista: Ponce de Leon ottenne dal Re

di Spagna il governo della Florida col patto di colonizzarla, ma

tale opera incontrò le più vive difficoltà da parte degl'indigeni

maltrattati dai conquistatori; e lo stesso Ponce de Leon, ferito

mortalmente dagl'Indiani nel 1521 in una seconda spedizione, andava

a morire a Cuba, non lasciando d'immortale, egli che aveva aspirato

all'immortalità materiale, che il nome, strettamente legato alla

conquista spagnuola della Florida. Nè maggior fortuna ebbero gli

altri avventurieri spagnuoli, sbarcati colà per appagare insaziabile

sete di guadagno, massimo fra tutti quel Ferdinando de Soto il quale,

geloso dei bottini peruviani di Pizzarro, di cui era stato compagno,

navigava da Cuba alla volta della Florida nel 1539 alla testa d'oltre

600 spagnuoli armati pomposamente e pieni di entusiasmo, caccia

febbrile ai vantati tesori auriferi del paese più che conquista

territoriale, spedizione disastrosa condotta per anni fra stenti

ed ostacoli insormontabili, impresa in cui religione superstizione

avidità orgoglio e tenacia indomabile s'uniscono insieme a darci uno

dei quadri più smaglianti dello spirito di avventura dell'epoca, uno

dei tipi più genuini di avventuriero spagnuolo: guidato dalla febbre

dell'oro attraverso il continente, il De Soto non vi trovava e scopriva

che la sua tomba, il grande fiume Mississippi da lui risalito fino

al Missouri; e la sua salma, in esso gettata dai superstiti nel 1542,

pareva quasi consacrare alla conquista spagnuola l'intera vallata del

gran fiume.

Diversi i moventi ma triste del pari era nel 1549 la fine del

domenicano Cancello, invano recatosi nella Florida per convertirvi gli

indigeni: pareva che la morte medesima stesse a guardia della penisola

infausta contro l'orgoglio castigliano, che vittorioso in ogni parte

altrove non riusciva qui a conquistare un paese imbevuto ormai di tanto

sangue d'_hidalghi_ e tanto calorosamente agognato.

All'orgoglio castigliano non tarda anzi a contrastare il passo quello

della nazione rivale, la Francia. Una colonia ugonotta, guidata da

un ardito navigatore di Dieppe, Giovanni Ribault, intraprende l'opera

ideata dall'ammiraglio Coligny, che sognava di fondare in America un

impero francese protestante quale rifugio dei perseguitati ugonotti,

sbarcando nel 1562 alla Florida: Forte Carlo fu detta la colonia e

Carolina il paese, in onore di Carlo IX.

La fame e gli stenti fecero naufragare l'impresa, che fu ripigliata

con più fervore all'arrivo di una nuova comitiva di emigrati ugonotti

nel 1564 sotto il comando del Laudonniere, e parve dover riuscire

al ritorno del Ribault sbarcato con granaglie strumenti e coloni. La

classe inferiore dei coloni si componeva di spregevoli avventurieri,

i quali fecero della colonia regalata alla madrepatria dalla fede e

dall'entusiasmo un nido di pirati, che gabellavano per patriottismo la

preda delle navi spagnuole.

Ma ecco alla sua volta ridestarsi contro questi eretici francesi

il fanatismo coloniale e religioso spagnuolo nel feroce capitano

Pedro Melendez de Aviles, il quale ottiene da Filippo II la carica

di governatore della Florida con tutti i vantaggi relativi al patto

di conquistarla in tre anni, ridurla al cattolicesimo mediante

l'introduzione di preti e gesuiti, e colonizzarla: abituato alle stragi

ed ai saccheggi, il restauratore del dominio spagnuolo e della chiesa

cattolica nella Florida assale e massacra senza ombra di scrupolo

i coloni francesi e prende possesso in nome del re di Spagna di

tutta l'America settentrionale, procedendo subito alla fondazione di

Sant'Agostino, la più antica città degli Stati Uniti attuali.

Il governo francese non si mosse per vendicare i coloni massacrati e

la Spagna grazie al delitto del Melendez rimase signora incontrastata

di questi territori, non ostante il tentativo fatto nel 1568 dal

coraggioso guascone Domenico de Gourgues di vendicare col massacro di

coloni spagnuoli quello dei suoi compatriotti.

Nonchè però crearvi una civiltà nuova, la Spagna era incapace di

colonizzare in modo duraturo un lembo solo del vastissimo paese, che

nelle carte spagnuole dell'epoca ad essa è assegnato col nome generico

di Florida, dal Golfo del Messico al Canadà. Anche in questo, come in

altri campi della sua attività, il carattere di quella nazione offriva

un singolare miscuglio d'ingorda avidità e di fanatismo religioso:

navigando alla volta dell'Occidente i suoi eroi, pieni ancora dello

spirito cavalleresco e dell'entusiasmo della crociata secolare contro

i Mori, credevano in buona fede di muovere ad una nuova crociata, in

cui la più brillante fortuna sarebbe stato il premio immediato della

loro pietà. Miniere d'oro e di argento inesauribili, fiumi dalle

sabbie preziose, provincie ed imperi da guadagnare in poche settimane

colla punta della spada, città dai templi e dai palazzi d'oro da

saccheggiare, popolazioni deboli ma ricchissime da convertire alla

fede ed asservire alla corona cattolica, ecco quanto sognavano questi

avventurieri nella loro esaltata fantasia, ecco quanto loro mostravano

coll'esempio i più fortunati, i Pizzarro ed i Cortez. Non eccesso

di popolazione in patria, non bisogni commerciali od industriali,

non idealità religiose politiche o morali spingevano verso il nuovo

mondo questi fanatici d'oro di gloria militare e di conquista, i

quali la propria esaltazione ed ambizione non i destini di un popolo

portavano seco: ben potevano essi mantenersi nelle Indie Occidentali,

nel Messico, nell'America meridionale, dove l'oro la fertilità

straordinaria del suolo lo sfruttamento spietato degli indigeni e ben

presto dei Negri appagava immediatamente la loro ingordigia; ma non

già in un paese, dove solo una lotta senza tregua contro la natura e

gli indigeni avrebbe strappato al suolo le ricchezze inesauste, dove

la fortuna sarebbe stata premio del lavoro non già della semplice

conquista.

Ponce de Leon, de Soto, Melendez e simili avventurieri coloniali, per

quanto esuberanti di vita, erano rappresentanti troppo genuini della

loro stirpe per dar vita ad una civiltà nuova, che avrebbe dovuto

basarsi su principi diametralmente opposti a quelli della società

spagnuola dell'epoca.

I Francesi. — Più atti senza confronto degli Spagnuoli a colonizzare

tali paesi sarebbero stati per le loro condizioni sociali e

psicologiche i Francesi, se il loro governo distolto dalle lotte

religiose e politiche, che ardevano in patria, non avesse lasciato

miseramente svanire l'occasione, come vedemmo, di fondare nella

parte meridionale del Nord-America un immenso impero coloniale. Più

fortunati invece riuscirono essi nella parte settentrionale, dove

dall'esplorazione del golfo di San Lorenzo, per opera di Dionigi

d'Honfleur nel 1506, è un succedersi per tutto il secolo XVI di viaggi

e scoperte dovute alla loro intraprendenza, al loro amor proprio

nazionale.

Lo spirito d'avventura l'ambizione la gelosia contro il fortunato

rivale fanno trovare presso Francesco I la migliore accoglienza ai

disegni di Giovanni da Verrazzano, che s'impegna di scoprire la

via al mistico regno del Catai per l'occidente; ed il navigatore

fiorentino nel 1524 sbarca sulla bassa spiaggia della odierna

Carolina settentrionale, esplora senza naturalmente trovare la via

agognata le coste americane dal 34º grado al 50º e colla descrizione

particolareggiata di esse, la prima comunemente nota, mandata al

re da Dieppe al suo ritorno, dà maggior aire ai sogni fantastici di

ricchezze e di conquiste. Il disegno del fiorentino è ripreso poco

dopo da un favorito del monarca, da Filippo di Brion-Chabot, che

al desiderio di raggiungere la meta invano sognata dal Verrazzano

accoppia lo zelo di convertire alla chiesa cattolica gli infedeli del

nuovo mondo per compensarla delle anime sottratte a lei dall'eresia di

Lutero e di Calvino: Giacomo Cartier, audace navigatore di San Malò,

è scelto a tradurre in atto i suoi disegni; ed il Cartier, dopo aver

una prima volta nel 1534 toccato il San Lorenzo, in un secondo viaggio

condotto dal 1535 al 1536 dava il nome al golfo di San Lorenzo e fra

lo stupore e lo sbigottimento degli Indiani della regione si spingeva

coi suoi fino alla loro capitale Hochelaga, un misero villaggio

d'una cinquantina di edifici fatti con tronchi d'alberi, là dove ora

sorge Montreal, nome dato a quel monte dallo stesso Cartier, il quale

chiamava il fiume «fiume di Hochelaga o fiume del Canadà» dal nome

generico che in indiano significava città o villaggio.

Una croce ed una bandiera coi gigli fissata sul suolo, ecco quanto

lasciava il Cartier ad affermare il dominio francese nel futuro Canadà,

portandone via dei miseri selvaggi attirati con inganno sulle navi,

perchè dessero fede colle loro parole al racconto delle meraviglie

vedute e dei tesori ancor più meravigliosi destinati ai Francesi.

Quando pertanto un gentiluomo della Piccardia, Giovanni de la Roque,

signore di Roberval, riprende i disegni del Chabot, ottenendo dalla

corte fra gli altri titoli pomposi quello di vicerè e luogotenente

generale del Canadà, il Cartier si presenta come il più adatto capitano

generale del futuro vicereame e l'organizzatore della spedizione, i cui

proventi dovevano andare per 1/3 agli autori di essa, per 1/3 al re e

per 1/3 a coprire le spese occorse.

Lasciata l'Europa nel maggio 1541 con un equipaggio reclutato per

buona parte nelle prigioni, il Cartier vi faceva ritorno un anno

dopo, abbandonando al proprio destino e vicereame e vicerè: carestia

e scorbuto decimavano le genti del Roberval, che rimpatriato si recava

poi una seconda volta in America nel 1549 per trovarvi una fine a noi

non meno ignota di quella dello stabilimento da lui fondato sul S.

Lorenzo.

Ancora meno di questo poi riusciva il tentativo consimile fatto

più tardi nel 1598 da un gentiluomo della Brettagna, il marchese de

la Roche, nominato egli pure luogotenente generale del territorio

transatlantico; mentre il tentativo calvinista, fatto come vedemmo nel

frattempo nel sud, non aveva lasciato di duraturo che la denominazione

di Carolina data ad un paese molto più vasto dell'attuale Carolina.

Al cadere pertanto del secolo XVI le pretese della Francia su tutta

quella parte del Nord-America, che nelle carte dell'epoca si chiamava

_Francesca_ o _Canadà_ o _Nuova Francia_, al nord della spagnuola

_Florida_, ben più vasta anch'essa dell'attuale, non avevano altro

corrispondente nei fatti che la pesca della balena e del merluzzo da

parte delle barche francesi insieme con quelle delle altre nazioni

occidentali, pesca cui s'era associato oramai il commercio lucroso

delle pelli di orso e di castoro e dei denti di tricheco, su scala

così vasta che intere flottiglie partivano per esso dal porto di

San Malò. La gloria di gettare le basi reali della grande per quanto

effimera potenza francese nel Nord-America era riservata ad un eroico

biscaglino, Samuele di Champlain.

Se infatti il progetto di fondare un grande impero francese nel

nord-America, riaffacciatosi più vivo di prima all'ambizione francese

durante il regno felice di Enrico IV, sembrava naufragato per sempre

dopo il nuovo ed infausto tentativo del marchese de la Roche, una molla

diversa ma non meno potente spingeva la Francia alla colonizzazione,

la prospettiva di lauti guadagni commerciali: un mercante di San

Malò, il Pontgravè, era l'anima di tali imprese, per le quali nel 1603

fondavasi a Rouen una compagnia di mercanti, che sceglieva per dirigere

la spedizione il Champlain, uomo di profonda cultura marinaresca, di

spirito penetrante, di perseveranza infaticabile, di coraggio indomito,

il quale aveva già concepito nei suoi precedenti viaggi nel nuovo mondo

il luminoso per quanto prematuro disegno d'un canale interoceanico

nell'America centrale e se n'era fatto il banditore presso la corte ed

il ceto dedito alle imprese coloniali.

Quando il Champlain ritornava in Francia da questa spedizione, senza

aver trovato più alcuna traccia di Hochelaga e dei compatriotti

ivi rimasti, Enrico IV, revocate tutte le concessioni commerciali e

coloniali precedenti, aveva già dato a un suo ciambellano, Pietro de

Monts, il permesso di colonizzare La Cadie o Acadia, nome con cui fu

designato il territorio americano estendentesi dal 40º al 46º grado di

latitudine nord, cioè dalla attuale Filadelfia fin oltre Montreal.

Il nuovo luogotenente generale d'Acadia, al quale coll'autorità di

vicerè ed il monopolio del commercio delle pelli, cosa ben ostica

ai mercanti francesi dei porti dell'Atlantico, era stato concesso

di reclutare a forza vagabondi malandrini e prigionieri pei suoi

equipaggi, armava una spedizione che doveva conquistare e colonizzare

il paese per fini commerciali, convertendone al cattolicesimo

gl'indigeni; disegno per cui il De Monts, quantunque calvinista,

conduceva seco dei preti cattolici: il Champlain il Pontgravè ed il

barone di Poutrincourt furono a lui compagni nell'impresa iniziatasi

nel 1604.

Dato il nome a Port-Royal, che fu concesso in dono al Poutrincourt,

ed al fiume S. Giovanni, fondato uno stabilimento col nome di Santa

Croce alla foce del fiume omonimo, il De Monts ed il Champlain si

spinsero verso sud in cerca di clima più dolce e terre più fertili,

esplorando in nome della Francia le coste ed i fiumi dell'attuale Nuova

Inghilterra fino al capo Cod; ma, non avendo trovato un luogo adatto

per costruirvi la capitale, ritornarono a Port-Royal, dove fondarono

una nuova colonia. Nel frattempo i nemici del De Monts lavoravano ai

suoi danni, eccitati e comperati per di più da quei commercianti e

pescatori dei porti normanni bretoni e guasconi, che la esclusione dal

lucroso commercio delle pelli aveva danneggiato ed irritato oltremodo.

Il De Monts tornava allora in Francia per sventare tali trame; ma

ciò nonostante il monopolio concessogli veniva revocato ed i capi

dell'impresa fallita, che primi tra gli Europei avevano tentato fondare

nel nuovo mondo una colonia agricola pure servendosi a tal fine di

pessimi elementi sociali accanto ai buoni, approdavano vinti ma non

domi a S. Malò nell'ottobre del 1607.

Il barone di Poutrincourt, non volendo rinunciare ai suoi disegni,

otteneva dal re Enrico IV la conferma del donativo di Port-Royal, ma

i suoi piani venivano ostacolati dalla potenza dei Gesuiti i quali,

fiutata nella Nuova Francia un nuovo e più vasto campo alla loro

attività, volevano servirsi della grande influenza già acquistata alla

corte per ridurre quel territorio sotto il loro dominio.

Il Poutrincourt, buon cattolico ma tutt'altro che amico dei Gesuiti,

non volle saperne di condurli seco nel nuovo mondo, dove si diede

con zelo all'opera di convertire gli Indiani per dimostrare che anche

senza i Gesuiti potevasi cristianizzare la Nuova Francia; ma l'intrigo

e la tenacia della compagnia di Gesù, cui l'assassinio di Enrico IV

rendeva più potente, la vincevano sopra l'energia del barone sfornito

di mezzi e nel gennaio del 1611 i Gesuiti salpavano trionfanti per la

Nuova Francia dopo che il padre Briard ebbe comperato per 3800 lire in

nome della «Provincia di Francia della Compagnia di Gesù» il diritto

di partecipare all'impresa del Poutrincourt cui s'erano associati due

mercanti ugonotti di Dieppe!

Esaurite ben presto le risorse del Poutrincourt, la bella e virtuosa

marchesa di Guercheville, Antonietta de Pons, dama d'onore di Maria de'

Medici e grande fautrice dei Gesuiti, comperava da lui il diritto di

partecipare alla sua impresa, dal De Monts a corto lui pure di denari i

suoi diritti sull'Acadia, mentre si faceva donare dal giovane re Luigi

XIII tutti i paesi dell'America settentrionale, dal fiume San Lorenzo

alla Florida! Così la Compagnia di Gesù, di cui la pia marchesa non

era che il _medium_, divenne padrona di gran parte del suolo dei futuri

Stati Uniti.

La compagnia si accingeva subito all'opera; ma la prima impresa

inspirata da essa falliva completamente, giacchè la colonia fondata

nel 1613 dal Saussaye sulle coste del Maine veniva aggredita

da un avventuriero inglese, Samuele Argall, capitano d'una nave

contrabbandiera, che s'impadroniva coll'astuzia associata alla violenza

delle lettere regie contenenti i pieni poteri dati al Saussaye: i

coloni sopraffatti a tradimento venivano parte uccisi, parte lasciati

su un cannotto in balia delle onde, parte condotti prigionieri. Fornito

in seguito a ciò di una piccola flottiglia dal governatore inglese

della Virginia, l'Argall saccheggiava e incendiava gli stabilimenti

francesi, quantunque non vi fosse guerra tra Francia ed Inghilterra,

assalto brigantesco, ammantato per giustificarlo dei pretesi diritti

inglesi su quelle coste, col quale s'iniziava per quanto inavvertita

la lotta secolare tra Francia ed Inghilterra pel possesso del

Nord-America.

Se l'iniziativa presa dalla marchesa di Guercheville in favore dei

Gesuiti non riusciva a dare alla Francia un vasto dominio nel nuovo

continente, ben vi riusciva la costanza eroica dei predecessori di

essa, del Champlain in prima linea.

Il tenace de Monts infatti, riuscito dopo molta fatica nel 1608 ad

ottenere un nuovo monopolio commerciale per la durata di un anno, aveva

armato due navi affidandole l'una al Pontgravè, perchè commerciasse

cogli Indiani e nella vendita delle pelli trovasse i mezzi finanziari

dell'impresa, l'altra al Champlain perchè fondasse la progettata

colonia ed esplorasse l'immenso paese.

Risalito quindi di nuovo il S. Lorenzo, il Champlain fondava un

fortilizio in legname alla confluenza del fiumicello S. Carlo col S.

Lorenzo, su un promontorio che circondato da due parti dalle acque

formava come una fortezza naturale. Questo punto strategico per

eccellenza, sul quale sorge oggi la città di Quebec, doveva servire

al Champlain di base commerciale da un lato, prestandosi esso in modo

mirabile a chiudere a qualsiasi concorrente il bacino del San Lorenzo

ed a monopolizzare così il traffico delle pelli, di base militare

dall'altro per compiere le scoperte e conquiste ch'egli intendeva di

fare, sempre fermo nel duplice intento di trovare la nuova via per

l'Oriente e di strappare al demonio le tribù selvagge d'America.

Iniziatore della politica francese di attirare nell'orbita della

propria influenza le tribù indiane, il Champlain, invitato dagli Huroni

abitanti sul lago omonimo, s'intrometteva nelle lotte fra questi,

alleati agli Algonchini, e le tribù loro affini degli Irochesi, stretti

nella terribile lega già ricordata delle Cinque Nazioni. Pochi colpi

sparati dal Champlain, che durante la spedizione scopriva il lago

omonimo, e dai pochi suoi compagni, se mettevano in rotta i terribili

Irochesi spaventati da tale novità, acquistando così alla Francia

la gratitudine e la simpatia degli Huroni e d'altre tribù, gettavano

d'altra parte il seme di future lotte sanguinose tra coloni ed indiani.

Ritornato in Francia col Pontgravè nel 1610, il Champlain aveva fatto

ad Enrico IV un rapporto soddisfacentissimo; tanto che il De Monts,

il quale si trovava egli pure alla corte invano adoperandosi per farsi

rinnovare il monopolio, aveva risolto, d'accordo cogli antichi compagni

di lotta, di continuare a ogni costo per proprio conto l'ardita

impresa.

Il Champlain, ottenuta carta bianca, salpava di nuovo pel Canadà,

aiutava di nuovo gli Huroni contro gli Irochesi, fondava un fortilizio

col nome di Place Royale non lungi dall'odierno Montreal e, tornato in

Europa, cercava d'infiammare del suo entusiasmo coloniale il principe

Carlo di Borbone, il quale infatti, creato luogotenente generale della

Nuova Francia, affidava i suoi poteri al Champlain. La vita di questo

non fu più sino al giorno della sua morte che un apostolato costante a

favore della colonizzazione della Nuova Francia, le cui sorti posavano

solo sul suo entusiasmo, sul suo ardimento, sul suo genio. Mentre in

Francia, dov'egli si reca quasi ogni anno, l'opera sua si spiega nel

ricercare calorosamente nuovi proseliti, nel raccogliere sussidi armi

danari coloni, nel mettere insieme compagnie mercantili interessate

al traffico delle pelli; di là dall'Atlantico essa è tutta rivolta

ad esplorare il paese, a crearvi nuovi stabilimenti, a convertirlo al

cattolicesimo, a difenderlo dagli assalti inglesi, a far della potenza

francese il perno ed il centro d'una vasta lega fra tutte le tribù

erranti del Canadà contro i comuni nemici, i terribili Irochesi delle

Cinque Nazioni, contro i quali egli spesso combatte dando prove d'un

coraggio personale non inferiore al suo genio.

La fede del Champlain riusciva a trionfare e la sua opera poteva dirsi

ormai assicurata, quando dopo mille tentativi di colonizzazione si

fondava finalmente nel 1627 sotto gli auspici dello stesso Richelieu,

che se ne metteva alla testa, una società di 100 mercanti detta

«_Compagnia della Nuova Francia_» con un capitale di 300,000 lire e

due navi da guerra regalate dal re. Essa otteneva a perpetuità e con

poteri sovrani l'intero paese dalla spagnuola Florida al circolo polare

col monopolio perpetuo del traffico delle pelli ed un monopolio di

15 anni per ogni altro ramo di commercio: in compenso era obbligata

a trasportare subito da 200 a 300 artigiani e lavoranti nella Nuova

Francia, accrescendo il numero di essi fino a 4000 prima del 1643, ed

a provvedere questi coloni di terreni coltivabili, mantenendoli intanto

pei primi tre anni; i coloni poi dovevano essere francesi e cattolici;

proibita d'allora in poi agli Ugonotti l'entrata nel paese ed espulsi

quelli della setta ivi domiciliati; obbligata la compagnia a tenere tre

preti almeno per ogni stabilimento.

Gli Ugonotti fuggiaschi meditarono allora d'impadronirsi della Nuova

Francia e riuscirono infatti, sotto bandiera inglese, a conquistare

Quebec invano difesa audacemente dal Champlain: la città veniva però

poco dopo restituita alla Francia e ritornava la capitale dei possessi

della Compagnia, rappresentata dal Champlain fino alla sua morte.

Con lui si spegneva la notte di Natale del 1635 una delle figure più

nobili di quella storia coloniale pel solito intessuta di delitti e di

sangue, un soldato audace ed un leale politico, un grande esploratore,

un credente ardentissimo senza esser bigotto, un conquistatore senza

essere massacratore, un cavaliere senza macchia e senza paura.

Per opera sua i fondamenti della potenza francese erano ormai gettati

nel Nord-America, ma l'edificio posava su basi troppo mal fide per

essere duraturo. L'assolutismo della vecchia dinastia capetingia e

la potenza dei Gesuiti, che erano ormai ritornati in America e si

erano dati col solito entusiasmo spinto fino alla sete del martirio a

convertire gl'indiani per fondare in quelle regioni un nuovo Paraguay,

una monarchia feudale ed un sacerdozio sovrano, erano puntelli troppo

tarlati dall'opera dei secoli per resistere all'onda impetuosa delle

nuove idee, agli assalti vigorosi d'una razza incarnante quello spirito

nuovo, che andava ormai aleggiando sulla vecchia Europa ed aveva

trovato un focolare di sviluppo e d'energia nella stessa America, nello

stesso territorio diviso fra le pretese francesi e quelle spagnuole:

sulle rive dell'Atlantico, tra gli Allegani ed il mare, s'erano

stanziati o si stavano stanziando Inglesi Olandesi e Scandinavi.

_Gli Inglesi._ — Era appena terminata, può dirsi, la guerra delle Due

Rose, che l'Inghilterra approfittava della tranquillità assicuratale

dalla mano energica di Enrico VII per sviluppare le sue industrie e

allargare i suoi commerci ristretti fino allora più che altro ai mari

settentrionali: così, mentre da un lato le fiere inglesi attiravano

in gran numero i mercanti lombardi, dall'altro la città trafficante

di Bristol, chiamata dai contemporanei la Lubecca o Venezia inglese,

diventava e per la sua postura occidentale e per le tradizioni sue

commerciali, quale centro della pesca nei mari d'Irlanda, il centro

maggiore di quel vivace spirito d'intrapresa, che ben s'accordava coi

disegni del monarca geloso delle grandi risorse fruttate alla Spagna

dalle scoperte marittime dell'epoca.

Ed un mercante veneziano infatti residente a Bristol, Giovanni Caboto,

induceva senza fatica il re inglese a concedergli nel 1497 una patente

di monopolio coloniale, che desse a lui ai figli ed eredi il diritto

esclusivo di percorrere a proprie spese i mari dell'ovest dell'est

e del nord, prendendo possesso delle nuove terre da scoprire quali

vassalli della corona inglese; salvo l'obbligo pei concessionari di

sbarcare nel porto di Bristol al ritorno da ogni viaggio e di pagare

alla corona il quinto dei profitti di esso.

Il primo viaggio, come del resto i seguenti, non apportò al Caboto

alcun lucro, ma in compenso egli s'acquistava la gloria imperitura

di aver scoperto per il primo il continente nord-americano e dava su

questo all'Inghilterra tutti gli eventuali diritti, che derivavano

secondo lo spirito dell'epoca dalla priorità della scoperta.

Se mancarono quindi i vantaggi immediati, non andò perduto per

l'avvenire di quella nazione l'impulso dato alla marineria britannica

dalle scoperte di Giovanni e più ancora del figlio Sebastiano Caboto,

che nel 1498 toccato una seconda volta il Labrador si spingeva lungo

la costa americana fino all'attuale Maryland, e più tardi, messosi alla

ricerca d'un passaggio al nord-ovest, entrava nella baia denominata un

secolo dopo dall'Hudson.

La posizione geografica, lo sviluppo considerevole della popolazione,

la passione dei viaggi e delle scoperte propria dell'epoca con tutti i

sogni romantici ad essa inerenti, la gelosia per le scoperte spagnuole

e la necessità di difesa marittima contro quel popolo, l'esercizio del

commercio sulle coste dell'Africa, la politica di Enrico VII curante

degli interessi commerciali nonostante il suo tirannico governo, e

più ancora quella di Elisabetta animata dall'intento di assicurare al

paese il primato nei mari, erano tutte cause che dovevano spingere

l'Inghilterra ad assecondare prima e continuare poi anche nei mari

del nuovo mondo, come in quelli settentrionali dell'antico, l'opera

iniziata dal suo «grande pilota» e da lui condotta, con costanza

non inferiore al suo genio, sino alla morte. Marinai e lavoratori,

scienziati ed avventurieri fanno delle terre d'oltre Atlantico

l'oggetto del loro pensiero, la sede dei loro castelli dorati: ed

ecco nel 1576 e negli anni seguenti i viaggi nei mari polari d'America

organizzati, qualcuno a spese della stessa Elisabetta, dalla tenacia

indomita del Frobisher, che considerava la scoperta del passaggio del

N. O. «come la sola cosa al mondo che vi fosse ancora da fare e che

potesse procurare ad un genio distinto la gloria e la fortuna», viaggi

importanti per le scoperte geografiche più che per i risultati pratici,

che si ridussero al trasporto di vascelli carichi di pietre scambiate

per oro dall'ingordigia febbrile degli esploratori; ecco le prodezze,

segno anche queste dei tempi, di Francesco Drake, vero pirata a danno

dei nemici dell'Inghilterra, il quale, inteso a saccheggiare dal 1577

al 1580 i forti spagnuoli dell'Oceano Pacifico, prende piede per il

primo sulla costa occidentale dei moderni Stati Uniti, denominandola

_Nuova Albione_; ecco infine dei progetti non di semplice scoperta

e conquista di terre americane ma di colonizzazione vera e propria

con sir Umfredo Gilbert, che nel suo «_Discorso per dimostrare il

passaggio di Nord-Ovest per il Catai e le Indie Orientali_» scrive:

«Noi potremmo abitare una parte di quei paesi e trasportare colà quella

gente bisognosa, che adesso disturba la nostra società, e per le tristi

condizioni in patria è portata a commettere misfatti e cattive azioni,

talchè ogni giorno la vediamo salire il patibolo».

Ottenuto un brevetto abbastanza largo, per quanto concepito secondo

le teorie commerciali dell'epoca, e riunita una schiera di emigranti

volontari, il Gilbert metteva alla vela per l'America nel 1579 una

prima volta, ed una seconda nel 1583 ma senza alcun risultato; in

quest'ultimo viaggio anzi naufragava egli stesso, mentre seduto a poppa

con un libro tra le mani incoraggiava filosoficamente i suoi colle

parole «per mare come per terra siamo del pari vicini al cielo»!

Ai rischi di tale spedizione aveva partecipato un fratellastro del

naufrago, Gualtiero Raleigh, il quale in quell'elevato patriottismo,

in quella gelosia dell'onore della prosperità del progresso

dell'Inghilterra, che lo facevano l'antagonista inesorabile delle

pretese spagnuole, trovava la forza di volontà per continuare e

compiere ad ogni costo l'opera del Gilbert. Se Elisabetta nella

speranza di un iperboreo Perù nei mari glaciali d'America favoriva le

spedizioni polari, il Raleigh animato dalle idee stesse del Gilbert non

risparmiava sacrifici pur di colonizzare a vantaggio del proprio paese

il nuovo mondo, diffondendone al tempo stesso in Inghilterra in tutti i

modi la conoscenza ed ispirando per esso il più vivo interesse.

La prima spedizione organizzata dal Raleigh ma condotta da altri ebbe

luogo nel 1584 senz'altro risultato che quello di prender nominalmente

possesso d'una parte della costa già detta dai Francesi Carolina,

regione chiamata ora Virginia in onore della vergine regina innamorata

del paese dalla descrizione fattale. L'anno dopo partiva sotto il

comando del Grenville una nuova spedizione di 7 navi con 108 coloni,

i quali ben presto sgomenti dei disagi sopportati abbandonavano la

colonia, non senza però aver gettato il primo germe della lotta tra

indigeni e bianchi col dare alle fiamme un villaggio di Indiani, rei

d'avere rubata una tazza d'argento. A guardia del possesso inglese

rimanevano nell'isola Roanoke una quindicina di uomini, ma di costoro

non ritrovava che le ossa una terza spedizione, condotta dal White nel

1587, la quale abortiva completamente essa pure per mancanza d'aiuti

dalla madre patria, spedizione famosa soltanto per aver dato al suolo

nordamericano il primo oriundo inglese nella nipote del governatore

Dare, denominata appunto Virginia. L'Inghilterra era allora impegnata

in una lotta per la vita contro l'_invincibile armata_, e d'altra parte

il Raleigh aveva esaurito tutto il suo patrimonio in questi tentativi

coloniali costatigli un 40000 sterline, senz'altro risultato diretto

che quello di introdurre in patria le patate ed il tabacco. Animato

però sempre dallo stesso entusiasmo, egli riusciva a costituire una

compagnia coloniale per venire in aiuto della Virginia; ma all'arrivo

della nuova spedizione, intrapresa nel 1590, nei paraggi di Roanoke

la colonia era scomparsa, ed essa come le spedizioni seguenti nonchè

fondare una stabile colonia non riuscì neppure a mettere in luce

la fine dei compatriotti, massacrati probabilmente dagli indigeni

od internati nel paese. I progetti del Raleigh fallivano così

completamente, spezzando la forte fibra del grande patriota, prima che

una ignominiosa condanna di morte venisse a compensarlo in modo indegno

dei servigi resi al suo paese: a lui rimaneva la gloria, come sempre

grondante di lacrime, dei precursori; di lui rimaneva il nome dedicato

per riconoscenza e venerazione circa due secoli dopo alla capitale

della Carolina del Nord. I primi timidissimi successi dell'opera, di

cui il Raleigh era stato l'apostolo infelice, dovevano riportarsi,

ironia del destino, sotto gli auspici dello stesso suo carnefice, del

tirannico Giacomo I.

Lo stato politico dell'Inghilterra si presentava ora quanto mai

favorevole alle imprese coloniali; chè la popolazione vi era

sovrabbondante, ed agli elementi più risoluti ed irrequieti di essa,

occupati dalla politica di Elisabetta in tante imprese di terra e

di mare, non rimaneva più dopo l'avvento al trono del timido Stuart

che l'alternativa di partecipare in qualità di mercenari alle lotte

straniere o di tentare l'alea del Nuovo Mondo. Gli ultimi viaggi, i

tentativi ripetuti di colonizzazione avevano fatto rivolgere sulla

Virginia gli sguardi di un gran numero di gente che eccelleva per grado

sociale, per istruzione, per spirito d'intraprendenza. L'interesse

pei progetti coloniali intepidito ma non spento negli associati del

Raleigh, tra cui anzi il più chiaro, Riccardo Hakluyt, lo storico

delle spedizioni marittime dell'epoca, aveva conservato tutto il

prisco entusiasmo nonostante i continui insuccessi. Nuovo impulso a

questa tendenza coloniale veniva nei primi anni del regno di Giacomo I

dall'energia del bravo esploratore Bartolomeo Gosnold, il quale aveva

iniziato nel 1602 una rotta diretta dall'Inghilterra al Nord-America,

abbandonando quella più lunga per Madera le Azzorre e le Indie

occidentali, e primo fra gli Inglesi aveva calpestato il suolo della

Nuova Inghilterra, esplorato subito dopo dal Pring e dal Weymouth.

Convinto per propria esperienza della fertilità del suolo

nordamericano, il Gosnold si era dato a sollecitare il concorso degli

amici per stabilirvi una nuova colonia ed era finalmente riuscito

a tirare dalla sua Edoardo Maria Wingfield, un piccolo commerciante

dell'ovest dell'Inghilterra, Roberto Hunt, un prete pieno di fermezza

e capacità unita a grande modestia, e John Smith, uno spirito di

avventuriero dotato d'una mente geniale e d'un grande cuore. La piccola

società andava così maturando il progetto della sognata piantagione,

quando i racconti del Weymouth accendevano vieppiù il desiderio già

vivo in un ricco ed influente inglese, sir Ferdinando Gorges, di

possedere un dominio di là dall'Atlantico, e questi guadagnava al

suo disegno il gran giudice d'Inghilterra, sir John Popham. La causa

della colonizzazione acquistava così dei difensori zelanti, i quali

indipendentemente dai partiti religiosi e politici nutrivano la

più ferma fiducia in un prospero stato da fondarsi per opera degli

Inglesi nelle regioni temperate dell'America settentrionale. Il re

d'Inghilterra, che troppo timido per agire era però troppo vanitoso

per rimanere indifferente e d'altra parte aveva già tentato nel

proprio paese una colonizzazione interna per diffondere nella Scozia,

nell'Irlanda e nelle isole Ebridi le industrie e la civiltà, quando

vide una compagnia di gente di affari e d'uomini altolocati, la quale

per l'esperienza d'un Gosnold, l'energia d'uno Smith, i lumi di un

Hakluyt, le ricchezze e l'influenza d'un Gorges e d'un Popham dava le

più serie garanzie, chiedere a lui la autorizzazione «di condurre una

colonia nella Virginia», incoraggiò senz'altro la magnifica opera ed

accordò per essa una patente larghissima. Due compagnie rivali, quella

di Londra e quella di Plymouth, dovevano colonizzare il territorio

americano compreso dal 34º al 45º grado di lat. nord, dal capo Fear

ad Halifax, salvo forse il piccolo cono dell'Acadia posseduto allora

dai Francesi. Alla prima delle due compagnie, composta di nobili di

personaggi influenti e di negozianti di Londra, veniva assegnata la

parte tra il 34º e il 38º vale a dire dal capo Fear alla frontiera

meridionale dell'attuale Maryland; alla seconda, composta di cavalieri

e di mercanti dell'Ovest, la parte tra il 41º ed il 45º: il territorio

intermedio doveva rimanere aperto a tutt'e due, col patto però, ad

evitare contese, che una zona neutrale di 100 miglia intercedesse tra

gli stabilimenti estremi delle due compagnie. Il solo obbligo imposto

ad esse era di prestare omaggio al re e di corrispondergli un canone

pari ad un quinto del prodotto netto dell'oro e dell'argento e ad un

quindicesimo del rame.

La direzione suprema delle colonie era affidata ad un consiglio di

nomina regia e revocabile, sedente in Inghilterra; l'amministrazione

era lasciata ad un consiglio locale sottoposto esso pure al controllo

regio, vera aristocrazia che non aveva da rendere alcun conto agli

amministrati del proprio operato. Il potere legislativo sia per gli

interessi generali che per quelli particolari era riservato al re, al

quale sarebbe spettata pure un'imposta sulle navi entranti nei porti

della colonia, imposta però che per 21 anni doveva essere consacrata al

miglioramento della colonia. Quanto agli emigranti, la carta stabiliva

le condizioni più favorevoli per l'occupazione delle terre e conservava

ad essi ed ai loro figli la cittadinanza inglese con tutti i diritti

ad essa inerenti pel caso di ritorno in patria, ma non offriva loro

alcuna garanzia di fronte agli agenti coloniali, se ne eccettui il

giudizio per giuria nel caso di reati punibili di morte. Quanto alla

religione era prescritto di conformarsi in tutto e per tutto alle

dottrine ed ai riti della chiesa d'Inghilterra. Quanto agli indigeni

infine si raccomandava di trattarli con bontà e di fare il possibile

per convertirli.

La compagnia mercantile non riceveva dunque che un territorio deserto

col diritto di popolarlo e di difenderlo: il monarca si riservava

il potere legislativo assoluto, la facoltà di nominare a tutti gli

impieghi e la prospettiva d'un'immensa rendita: gli emigranti, privi

della più elementare libertà, d'ogni franchigia elettorale, d'ogni

diritto di governarsi da sè, dovevano sottomettersi agli ordini d'una

corporazione commerciale, di cui non potevano far parte, all'autorità

d'un consiglio locale, di cui non potevano eleggere alcun membro, al

controllo d'un consiglio superiore ancora più estraneo ad essi, ed

infine agli abusi del sovrano! Tale la prima carta data nel 1606 al

paese, che doveva divenire il soggiorno prediletto della libertà e del

_self government_!

Coll'anno seguente, 1607, incominciava la colonizzazione inglese

in America. La compagnia di Plymouth falliva nell'intento, giacchè

le piantagioni, tentate in quell'anno alla foce del fiume Kennebec

nell'odierno Maine, venivano pel rigido clima abbandonate dai coloni

l'anno dopo, e questi per di più tornati in patria dissuadevano gli

altri dal ritentare la prova; ma ad ogni modo la bandiera inglese

sventolata sul forte di S. Giorgio, da essi per breve tempo occupato,

dava all'Inghilterra un nuovo titolo al possesso di quel paese.

I foschi colori, con cui i reduci delusi ne dipingevano i rigori

del clima e l'aridità del suolo, non vi impedivano un viaggio

d'esplorazione da parte del benefattore della Virginia, Giovanni Smith,

il quale nel 1614 ne rilevava le coste dalla foce del Penobscot al capo

Cod, dandogli il nome di N. Inghilterra, vi tentava nel 1615 un inizio

abortito di colonizzazione e, per nulla scoraggiato dall'insuccesso, si

dava ad una propaganda entusiastica in favore di essa nell'Inghilterra,

promettendo ai nobili vasti domini, alle municipalità lauti guadagni

commerciali, agli irrequieti ed agli oppressi libertà illimitata,

agli avventurieri soggiorni incantevoli, lucido aere acque tranquille

ai sognatori. L'entusiasmo di questo apostolo della colonizzazione

riusciva finalmente a trasfondersi nei membri della tramontata

compagnia di Plymouth, i quali aprirono trattative per rinnovare le

vecchie patenti con poteri analoghi a quelli della compagnia della

Virginia. Le rimostranze di questa e la gelosia dei Londinesi contro

gli Occidentali ritardavano fino al 1620 la concessione da parte di

Giacomo I della nuova carta, una delle più ampie non solo negli annali

americani ma in tutta la storia coloniale. Per essa quaranta sudditi

inglesi, tra cui i più ricchi ed influenti nella nobiltà e qualche

membro della stessa casa reale, venivano eretti, essi ed i loro

successori, in corporazione sotto il nome di «_Consiglio stabilito

a Plymouth, nella contea di Devon, per colonizzare, amministrare,

organizzare e governare la Nuova Inghilterra in America_». Il

territorio conferito ad essi come proprietà assoluta, con giurisdizione

illimitata, potere esclusivo di legislazione, facoltà di scegliere

tutti gli agenti e tutte le forme di governo, si estendeva in larghezza

del 40º al 48º grado di latitudine settentrionale ed in lunghezza

dell'Oceano Atlantico al Pacifico. Senza l'autorizzazione del consiglio

di Plymouth, dall'isola di Terranova alla latitudine dell'attuale

Filadelfia non un vascello poteva entrare in una rada, non si poteva

comprare una pelle nell'interno delle terre, nè pescarvisi un pesce

sulle coste, nè stabilirvisi alcun emigrante!

Date così le maggiori garanzie alla cupidigia dei proprietari, la

patente non prendeva neppure in considerazione i futuri coloni: essi

venivano lasciati alla più illimitata mercè d'una corporazione, che

tra i suoi poteri illimitati aveva quello di legiferare per essi e di

governarli! Due mesi prima però che questo odioso monopolio economico e

politico fosse nonchè attuato concesso, un manipolo eroico d'emigranti

inglesi erano salpati dal vecchio mondo per fondare nella Nuova

Inghilterra la prima colonia permanente, senza alcuna garanzia del

sovrano, senza alcuna carta della compagnia, senz'altro capitale che

le loro braccia ed il loro cuore. Tredici anni prima sotto auspici ben

diversi, ma con risultati non meno grandiosi la razza inglese aveva

gettato salde radici sul suolo meridionale dei futuri Stati Uniti

per non esserne divelta mai più. I coloni infatti della «compagnia

di Londra», sbarcati, nel 1607 pur essi, alla foce d'un fiume della

Virginia, chiamato James in onore del re, erano rimasti ed avevano

iniziato, nonostante le mille peripezie i disagi le sofferenze dei

primi tempi, la colonizzazione inglese sul continente nordamericano.

Non ispirata nè al preconcetto politico di fondare un vasto impero

feudale e teocratico, come quello francese, nè all'errore economico

di limitarla a spedire nella madrepatria galeoni carichi d'oro e

d'argento, come quella spagnuola, ma alla nuova concezione coloniale di

fondare degli stabilimenti agricoli, essa racchiudeva in sè anche per

questo i germi d'un grande avvenire. «Qui non bisogna sperar nulla, se

non dal proprio lavoro» era la massima che predicava lo Smith, il padre

della Virginia, nella sua convinzione profonda che il vero interesse

dell'Inghilterra non era di cercar oro ed arricchirsi subitamente, ma

di dare nel lavoro vigoroso e regolare una solida base economica alla

nascente colonia.

Umili dunque, come vedremo meglio in seguito, i principii inglesi nel

Nord-America, ma tali per un complesso di cause materiali e morali da

giustificare i voli dell'immaginazione brittannica, che già sognava di

là dall'Atlantico un popolo nuovo avente l'inglese per lingua materna.

«Chi sa, diceva il Daniel, poeta laureato dell'Inghilterra all'epoca

di Elisabetta, chi sa dove col tempo noi potremo portare i tesori

della nostra lingua? In quali rive straniere noi manderemo il nostro

migliore e più glorioso prodotto per arricchire delle nostre risorse

selvagge nazioni? Quali mondi, in questo occidente ancora informe, si

civilizzeranno ai nostri accenti?» E lo Shakespeare, il grande tragico

che incarna in sè con lo spirito tutto dell'umanità quello particolare

del suo popolo, trasfondeva nell'opera sua e tramandava ai posteri

l'entusiasmo del momento, inneggiando a re Giacomo I, protettore delle

colonie, da lui paragonato «al cedro delle montagne che copre dei suoi

rami tutte le circostanti pianure». «Dovunque risplenderà la brillante

luce del sole, profetava l'amico del conte di Southampton, uno dei capi

della compagnia virginiana di Londra, appariranno la grandezza e la

gloria del suo nome, ed egli farà sorgere novelle nazioni».

Ed una nuova nazione per verità stava per sorgere dal vecchio ceppo

anglosassone sul continente nord-americano, una nazione, di cui per

maggior fortuna se il sangue inglese costituirà il cemento altri

elementi etnici, Olandesi e Svedesi in prima linea, presiederanno alle

origini, elementi troppo scarsi per non venire assorbiti da quello

predominante ma però sempre sufficienti a portargli nuovo contributo

di sane energie, di forze materiali e morali. Nè una nuova nazione

soltanto, ma una società nuova sorgerà quivi, una civiltà nuova,

che contrasterà con pieno successo a quella vecchia rappresentata da

Francesi e Spagnuoli il possesso del Nord-America.

Mentre le potenze più retrive della vecchia società europea, il

feudalesimo vinto ma non domo la monarchia trionfatrice e la chiesa

romana galvanizzata dal pericolo protestante, invadono in veste

di conquistatori più che di colonizzatori, da settentrione e da

mezzogiorno il Nord-America, coi loro _hidalghi_ coi loro nobili coi

loro soldati coi loro preti, rappresentanti genuini d'una vecchia

razza corrotta dal dominio mondiale e d'una classe parassita, usa ad

attingere i mezzi di vita dallo sfruttamento dei soggetti più che dal

lavoro, s'incunea nel cuore stesso del loro dominio, fra gli Allegani

predestinati dalla natura all'industria e l'Oceano aperto ormai dagli

uomini al commercio mondiale, nella parte più adatta del continente

allo sviluppo d'una grande civiltà, una forza nuova, che sorta,

lottando col passato in Europa, agguerrita dalla lotta viene a cercare

pel suo trionfo completo un vergine suolo, dove i ruderi del vecchio

mondo non soffochino i germogli della pianta novella, inceppandone

l'espandersi rigoglioso. Incarnano per di più questa potenza uomini

appartenenti a giovani razze, entrate allora allora nell'arringo

della civiltà dopo avere spezzato colla Riforma le ultime pastoie

che le avvincevano ancora al carro delle vecchie razze dominatrici,

uomini appartenenti di regola alle classi laboriose della società,

che sbarcano sul suolo americano per popolarlo e fecondarlo del loro

sudore anzichè per conquistarlo e sfruttarlo soltanto. È una nuova

concezione coloniale, che la razza germanica contrappone all'antica:

non già l'oro il saccheggio la distruzione la riduzione d'intere

popolazioni al servaggio per fornire all'Europa le merci di lusso dei

climi tropicali sono il fine di tale colonizzazione, ma la fondazione

di stati, lo stabilimento di colonie cristiane, la formazione per gli

oppressi e gli intraprendenti di luoghi di rifugio e d'abitazione, con

tutti gli elementi d'una esistenza nazionale indipendente. Così là,

dove la vecchia Europa colla sua monarchia feudale ed il suo sacerdozio

sovrano non cerca altro che un nuovo e più vasto campo alla conquista

e allo sfruttamento, proiettando sul nuovo mondo la sua storia di

ambizioni di guerre fratricide di infamie, quadro dai vivaci colori in

cui spiccano più smaglianti figure sovrane di santi di delinquenti e di

eroi; la giovane Europa cercava una patria, iniziando una storia nuova

di libertà spirituale e di progresso materiale, una società dove i

colpi di spada e la pompa dei titoli e i lampi del genio non creassero

dei piedistalli da cui dominare gli altri ma il lavoro oscuro tenace

e paziente di tutti assicurasse alla comune convivenza i maggiori

vantaggi.

Le origini degli Stati Uniti d'America · 第 17 / 38 题