LA VEGLIA

Alla soglia del salottino debolmente rischiarato dal trepidante lume

di una candela, apparve Rosina, con in mano la scodella del brodo nel

quale aveva sbattuto un rosso d'uovo.

Sembrava ch'ella si fosse fermata nella tema di venire respinta.

Poi, guardando con aria supplichevole la sua padrona, le si avvicinò,

e venne a posare sul tavolino, davanti a lei, con mano incerta, la

scodella.

Le due donne si guardarono negli occhi e dettero insieme in uno

scroscio di pianto. La signora Costanza singhiozzava e il voluminoso

petto le ansimava pesantemente, affranto. Le lacrime di Rosina

sgorgavano come da una polla, copiose e grandi; era il bel pianto

del bimbo il suo, erano perle che il tesoro della sua anima candida

generosamente elargiva, a dovizia. Che cosa avrebbe voluto dire alla

sua amata padrona! Ma non riusciva che a piangere; non riusciva che ad

esprimere così il suo dolore, e il suo amore.

La signora Costanza era una donna di quarant'anni, grossa, di media

statura, non bella, ma con una facciona sanguigna di donna franca e

sincera che subito le conciliava la simpatia. Aveva occhi grandi, neri,

vivaci, e capelli neri ancora completamente.

Rosina era secca, lunga, senza nessun garbo femminile nella persona,

un po' ricurva dalla vita alle spalle; con una faccia stretta,

rettangolare, dei lunghissimi denti da cavalla, e degli occhi gialli

inespressivi. Cogli scarsi capelli, di nessun colore, tirati sopra la

testa e alle tempie che le formavano dietro un miserabile tortellino.

A vederla così, di primo colpo, con l'ampia sottana di percalle a gala

in fondo, un giacchetto fuori di moda, con una lunga fila di bottoni

davanti, le si potevano dare fino a cinquant'anni ma non ne aveva che

trenta. Uno di quei poveri esseri che non furono mai giovani, uno di

quei corpi che passarono inosservati dinanzi a tutti, come se natura li

avesse abilmente fatti per celarvi il tesoro di un'anima splendente di

divina bellezza.

Quel nome di Rosina era così poco adatto a lei, le sue carni terrastre,

cosparse di lentiggini, come potevano ricordare le morbide voluttuose

sfumature di quel fiore? E nella figura non c'è davvero fiore al mondo

che le potesse rassomigliare; essa poteva tutt'al più somigliare ad un

asparagio.

Tremava dinanzi alla sua povera padrona, avrebbe voluto dire tante

cose, oh! il suo cuore era colmo di tenerezza, ma non sapeva che

piangere. — Un po' di brodo — Voleva dire — Sono due giorni che non

ha mangiato, che non ha voluto prendere nulla.... Anzi, si poteva dire

che i giorni fossero otto addirittura. — Si era tante volte provata ad

esortarla, questa volta aveva portato direttamente il brodo, sperando,

senza parlare, ch'ella avrebbe accettato di buttarlo giù.

Dalla scodella, posata sulla punta del tavolinetto da lavoro, le spire

calde salivano su su, e Rosina le guardava attraverso le belle lacrime

trasparenti. Ma la signora Costanza continuava i suoi singhiozzi senza

nulla vedere nulla guardare.

Poche ore prima le avevano portato via per sempre il suo Anselmo;

bravo, caro uomo, esemplare marito, a soli quarantasei anni, per una

violenta infiammazione di petto, in otto giorni era già al cimitero.

La signora Costanza, dopo la perdita di chi era tutto per la sua vita,

rimaneva desolatamente sola, e da uno stato di agiatezza piombava in

serissimi imbarazzi finanziarî.

Il signor Anselmo morendo non lasciava che un sincero rimpianto dietro

di sè, un disperato dolore, ma nessun diritto, per la vedova, del suo

buon impiego governativo che solamente da diciotto anni esercitava.

Erano stati sposi diciotto anni prima, erano venuti in quella casa

felici, vi avevano vissuto nel più perfetto accordo una vita serena e

tranquilla. Dopo tre anni la signora Costanza aveva preso seco Rosina,

una bambinetta di quindici anni, di Calamecca, su, sulle montagne

del Pistoiese; l'aveva scovata un anno che era andata lassù a passare

un mese dell'estate col marito. E come aveva saputo indovinare nella

scelta; fosse intuizione di quella brava donna, o fosse il fortunato

caso, ella aveva inciampato in un tesoro ma aveva saputo gelosamente

custodirlo. La piccola montanara, dalla sua alpestre miseria, si era

assuefatta al nuovo stato che le era sembrato fin dal principio di

signora addirittura. Tutto le era sempre parso troppo, e i due coniugi

l'amavano come la terza persona della loro famiglia. Raramente la

lasciavano in casa sola, se la portavano quasi sempre con loro, a fare

scampagnate, e qualche volta, in carnevale, anche al teatro.

Sradicata così tenera pianticella, Rosina, era cresciuta

nell'adorazione per i suoi padroni buoni, aveva imparato a cucinare,

stirare, a far tutte le faccende con tanto amore, quanto non ne avrebbe

potuto sentire per la sua stessa casa, era una donna impagabile, non si

fermava mai, trovava sempre qualche cosa da fare nel lindo appartamento

che fra donna e padrona tenevano lucido come uno specchio.

Quando la piccola domestica venne da Calamecca, con la sola camicia di

dosso, un abito di finta flanella, e un paio di scarpe coi chiodi, la

signora le cucì subito ella stessa, la biancheria, lavorarono insieme

ai vestiti, grembiuli, calze, tutto. Rosina nulla aveva dimenticato.

Il suo salario, prima di sei lire al mese, era giunto fino a dodici, le

quali venivano per tre buoni quarti risparmiate dalla sobria donna.

E ora? Una ventata malefica capovolgeva una felicità, bisognava

sopportarne il rovescio.

*

* *

Passato il primo stordimento del dolore la vedova incominciò a

guardarsi attorno: era d'uopo pensare, e senza indugio, al da farsi;

non un parente, non un amico intimo al quale domandare appoggio e

consiglio, rimaneva con le diecimila lire portate in dote, e le cinque

che il buon padre le aveva lasciato morendo. Il vecchio giudice negli

ultimi anni della sua vita aveva economizzato il centesimo per lasciare

qualcosa alla sua unica ed amata figliuola.

Ora la padrona, seduta al suo tavolinetto da lavoro, nel bel salottino

arredato con ricercatezza e tenuto con scrupolosa cura, in quella

stanzetta che aveva albergato per diciotto anni la sua felicità,

fissava dentro gli occhi Rosina, incerta, passiva di fronte alla

sciagura; si guardava dipoi attorno come avesse voluto dire: — La mia

bella casa, la mia roba, che ho tanto amata, che abbiamo messa assieme

poco alla volta, che ho curato religiosamente, pulita.... ecco....

bisogna dire addio a tutto, vendere tutto, dar di bacchio a ogni cosa,

e andarsi a rifugiare in una sola e povera stanza.... Con quindicimila

lire di capitale! Che rendevano, al quattro per cento, seicento lire

all'anno. Lavorare. Non c'era altra via, bisognava lavorare. E come?

Che? Cucire, era l'unico lavoro adatto; cucire biancheria, chè era

assai buona cucitrice. Andare a cercare il lavoro, andarlo a riportare,

ascoltare pazientemente i rimproveri, specialmente finchè non fosse

divenuta esperta lavorante.

Questi propositi sconvolgevano addirittura il cervello di Rosina, la

sua signora era così in alto nel suo intelletto, ch'ella non vedeva

nemmeno una relazione fra il dire e il fare cose di questo genere,

come se uno ci venisse a dire che la Regina d'Italia domani anderà a

spazzare le strade di Roma.

— Finire il capitale? Eppoi? Gettarsi nell'Arno. — Ma la signora

Costanza non era donna da far questo, era troppo sana, troppo

equilibrata; si sentiva forte anche di fronte alla sventura. — Mettere

le quindicimila lire in un'industria, aprire un piccolo commercio?

Ma non c'era tutto il pericolo di finirle e rimanere sul lastrico

addirittura?

In tutti questi pensieri che le turbinavano per il cervello, uno

scendeva a straziarle il cuore: bisognava abbandonare Rosina. Lei non

era buona che a fare le faccende di casa, sapeva cucire malamente,

venuta dalla montagna dove non aveva fatto che la guardiana di pecore.

Bisognava lasciarla, trovarle una casa degna di lei, e depositare il

tesoro. La povera donna lo capiva, se ne stava dinanzi alla padrona

fissa, coi suoi occhi giallastri, pronta a tutto! Oh! se non fosse

stata così timida, così povera di spirito, sarebbe andata a mangiare il

fuoco sulla piazza della Signoria per portare i soldi da campare lei

e la sua signora. E un'altra cosa le dava uno scoramento grandissimo,

l'abbatteva, l'avviliva: bisognava anche lasciare la casa, quelle

stanzette testimoni della sua felicità, che glie ne avrebbero giorno

per giorno suggerito i ricordi più cari, più belli, alle quali avrebbe

confidata la sua sventura ricevendone conforto, come da chi la conobbe

sotto la buona stella, dove tutto le parlava di lui, del suo adorato

sposo, dove lo aveva amato la prima volta; la camera dove gli aveva

chiuso gli occhi per sempre, dove, dopo una vita serena e tranquilla,

le era sembrato di dover morire insieme.

Ed ora, uno già morto, ancora giovane, l'altra sbatacchiata nel turbine

della vita e per chi sa quanto ancora!

Questa agitazione durò vari giorni; finalmente, una mattina, la vedova

alzandosi si avvicinò a Rosina con fare risoluto; la donna le stava

davanti senza trarre il respiro, i suoi occhi esprimevano il terrore;

certo, la signora le avrebbe data la sentenza: bisognava separarsi per

sempre.

— Rosina — le disse con voce tremante, commossa — io non ho più che te,

ti voglio bene come ad una sorella, come ad una figliola, io non posso

pensare nemmeno di abbandonarti, so che tu mi vuoi lo stesso bene, lo

so, mia cara, mia amata Rosina. — La donna, che aveva contenuto le

lacrime fino a quell'istante, non ne potò più, le traboccarono. Dai

suoi occhi scendevano rotoloni fino in terra, come avessero dovuto

rotolare anche sul pavimento. — Lo so, Rosina mia, lo so, tu sei un

angelo, noi non saremo d'ora in avanti che due sorelle, niente altro,

trovata la via d'uscita, forse ho trovato il mezzo di rimediare senza

dover rinunziare a quello che mi è più caro: a te e alla mia casa.

Amalia Polidori! — E disse questo nome e cognome come una rivelazione,

come s'esso avesse virtù, per il solo fatto di essere pronunziato, di

salvare la situazione.

— Tu la conosci?

— Sì — rispose netto la donna come chi giura, non arrivando a capire,

ma pronta ad accettare ad occhi chiusi qualunque proposta.

— È ragazza.

— Sì.

— Lei, come vive? Sai che non ha che trenta lire al mese di pensione

che le lasciò il padre, niente altro, trenta lire capisci, che

miseria! Nel suo quartierino di quattro stanze colla cucina ha due

dozzinanti, con essi ricava la pigione di casa e le rimane qualche

cosa da aggiungere al suo franco al giorno. Ha ormai vicino a

cinquantanni ed è da vent'anni che vive così, le camere rendono bene.

Amalia paga trecento lire all'anno di pigione e ne ricava forse più

di quattrocento, e tira avanti, è una donna che con un uovo campa un

giorno, ma io sono in condizioni migliori, ho di più, eppoi siamo in

due. Non abbiamo bisogno di nulla, la casa è questa, noi ci mettiamo ad

affittare.

— Sì.

— Dimmi Rosina, tu sei disposta a dividere con me il bene e il male di

questa vita?

— Sì. — La donna diceva il suo «sì» quando la padrona diceva la

penultima sillaba della sua frase, e lo diceva alzando la testa,

chiudendo gli occhi, come ricevesse l'ostia santa, o come ingoiasse

un ignoto boccone disposta a trangugiarlo per la salvezza del mondo, a

qualunque costo, fosse anche una presa di stricnina.

— Noi.... dobbiamo andare incontro a tutto! Può darsi che qualche

giorno dobbiamo contentarci di un magro desinare....

— Sì.

— E se un mese.... io non avessi da darti le tue dodici lire?...

— Sì — rispose anche stavolta Rosina.

— Oh! — Aggiunse poi — io non le voglio più, mi parrebbe di rubarle.

— Ma vedrai, vedrai.... — continuò la vedova sollevandosi alla speranza

— vedrai che il buon Dio ci aiuterà.

Ed ora incominciamo a stabilire qualche cosa. Bisogna, naturalmente,

che io rinunzi alla mia camera, eh! questo è un sacrificio

indispensabile; è la stanza più bella di tutto il quartiere, eppoi...

a me basta di vederla, di andare a farci la pulizia, di avere sempre i

suoi mobili; qualcuno me ne terrò, il letto forse. Quanto credi che in

una città come Firenze si possa pretendere di una camera così grande,

con due finestre, e così bene ammobiliata?

— Non lo so.

— Mettiamo trenta lire al mese, e mettiamone anche venticinque, sono

già trecento lire all'anno. Del salotto buono? È più piccolo, ma

arioso, quando ne abbiamo fatta una camerina vien sempre una bella

stanza, mettiamo di affittarlo a venti, a quindici, sono centottanta

lire anche di questo; e, naturalmente, bisogna ridurre a camera da

letto anche il salotto da pranzo; mettiamo altre duecento lire, si va

sulle settecento lire all'anno, ne paghiamo seicento.... Eppoi chi ci

dice che non affittiamo meglio? Abbiamo calcolato dei prezzi minimi.

A noi rimane il salottino da lavoro, che diventerà camera mia, la tua

camera, e la cucina. Seicento lire mie, più cento sono settecento che

sarebbero.... aspetta.... sarebbero circa due lire al giorno.... Eh!

Certo, bisognerebbe fare di più per andare avanti bene, almeno due lire

e mezzo.... Cercheremo di tenere alti i prezzi. Ma se poi ci rimangono

sfitte?

— Signora — esclamò Rosina già rinfrancata all'idea luminosa della

padrona — perchè non affitta anche il salottino da lavoro?

— E io dove vado a dormire?

— Nella mia camera, è bella, grande, c'è aria, luce.... Ci porta un po'

della sua mobilia buona....

— E tu?

— O non c'è lo stanzino?

— Ma ti pare!

— Un letto c'entra benissimo, quando ci sta il letto e la mia cassina

io sono contenta.... c'è il finestrino, è comodo anzi per me, accanto

alla cucina, gli attrezzi li mettiamo sul palco morto.

— Questo vedremo, insomma la via è trovata, domani vado dal padrone.

Una sola cosa mi spaventa: chi metteremo in casa? Pensa come bisogna

stare attenti! Amalia Polidori una volta mi raccontò un certo fatto

che se accadesse a me, ne morirei dal dolore e dalla vergogna. Ma

lei è sola capirai, deve forzatamente assentarsi, affitta a chi le

capita, purchè paghino, poveretta! Noi siamo in due non lasceremo la

casa nemmeno un minuto, sapremo fare il fatto nostro.... Eppoi.... il

Signore ci aiuterà, non sono donna da farmi canzonare molto facilmente.

I dozzinanti avranno tutto il rispetto, tutte le cure da parte nostra,

ma dovranno fare altrettanto da parte loro, se no, fuori! Pensa Rosina,

moglie di un alto impiegato del governo, un pezzo grosso dei Sali e

Tabacchi, figlia di un giudice, dover dar via delle camere! Il destino!

Intanto noi non affitteremo che a uomini, questo s'intende.

— Uomini! — Ribattè Rosina impugnando risolutamente questa bandiera per

la prossima campagna.

*

* *

Erano trent'anni che la signora Costanza affittava le camere. La sua

casa venne frequentata fino dal principio da persone della migliore

specie, alti impiegati, studenti di scienze sociali o di medicina,

professionisti.

Essa era una padrona un po' dispotica, ma i dozzinanti vi si trovavano

bene, come nella loro famiglia. Le camere erano tenute con tale

meticolosa proprietà, con tale nettezza, che nulla avevano di comune

coi soliti dubbî letti di dozzina. Era scrupolosa fino all'eccesso,

esigeva il massimo riguardo per la mobilia, la biancheria, le

tappezzerie, e sopratutto bisognava tenere un contegno da gentiluomini

perfetti. La sua camera, quella di Rosina, perchè questo angelo in

veste di serva era voluta andare per forza nello stanzino accanto

alla cucina, era proprio davanti alla porta d'ingresso, e sentiva

tutti ritornare la sera, il suo uscio rimaneva socchiuso, e quando

un dozzinante era novizio, ella dava due buoni colpetti di tosse le

prime sere, perchè capisse bene che non era possibile non rispettare la

legge, e di passarla liscia in caso contrario. Da quando era entrato

il primo ospite, la casa non era stata lasciata un solo minuto; il

portinaio, il padrone, gl'inquilini, tutti avevano rispetto e lode per

la loro inquilina, si sapeva per tutto il vicinato che il suo quartiere

era un santuario, che con quei principî si potevano affittare quante

camere si voleva e rimanere vere signore da doversi fare tanto di

cappello. Tutti le mostravano una grande deferenza; questa simpatica

donna piena di energia, onesta fino all'esagerazione, che aveva saputo

risolvere un così difficile problema con tanta dignità, meritava

veramente il plauso e la simpatia ch'ella riscuoteva da tutti.

Le sue camere furono ricercatissime. Il comm. Tabacchini, consigliere

di corte d'Appello, vecchio scapolo, vi morì dopo 17 anni che vi

abitava, era divenuto come persona della famiglia, la signora Costanza

lo aveva assistito fino all'ultimo momento proprio in quella camera

dove aveva assistito un tempo il suo indimenticato Anselmo. E anche

questo vecchio spirò nelle sue braccia benedicendo la sua assistenza

cristiana di vera sorella, e le lasciò in ricordo oggetti di molto

valore.

Sempre tutto affittato, anche il salottino da lavoro che era riuscito

un gioiello di camerina; e gl'introiti erano via via aumentati,

e per quanto il padrone di casa avesse poco alla volta portata la

pigione fino a ottocento lire, la signora Costanza col suo lavoro era

riuscita negli ultimi anni più che a raddoppiarla. Rosina fu l'angelo

custode. Non si stancava mai di lavorare, pulire, lustrare, curare la

biancheria, gli abiti, le scarpe dei dozzinanti, ella amava tutto ciò

che era lì dentro, tutto le era caro quando si trovava fra quelle mura;

le sue dodici lire ci furono sempre, le portava di sei in sei mesi

alla Cassa di Risparmio felice di accumulare dei soldi che potevano

un giorno venire a bisogno alla sua signora. Oh! come sarebbe stata

felice di fare quel sacrifizio, e rendere tutto quello che le era stato

dato. Ma non c'erano di questi bisogni, la barca andava a vele gonfie,

le due donne vivevano comodamente pure lavorando dalla mattina alla

sera e non uscendo che per le spese e le faccende indispensabili e la

domenica, una alla volta, per la messa. La mattina c'era da preparare

la colazione per tutti, il caffè nero, o caffè e latte, a seconda, e

anche quelli erano piccoli guadagni per la padrona, e Rosina a fine

mese riscuoteva le sue mance, che giungevano qualche volta a otto e a

dieci lire, e andavano ad accrescere il suo patrimonio.

Insomma la tranquillità si era poco alla volta ristabilita in quella

casa dopo una bufera di quel genere.

La signora Costanza era divenuta intima di Amalia Polidori, la

benedetta ispiratrice della salvezza; le aveva talvolta mandato dei

buoni inquilini serî, sicuri, di quelli che aveva imparato a conoscere

lei, ma non si sarebbe certo riguardata dal riderle sul muso se l'amica

avesse osato proporgliene uno dei suoi. Amalia Polidori, veniva, da

trenta anni, immancabilmente la domenica nel pomeriggio, e, con Rosina,

parlavano delle loro faccende, sopratutto dei loro ospiti. Qualche

volta si fermava anche l'uno o l'altro di essi a far due chiacchiere.

Nella sua cameretta alla cui parete centrale in una grande cornice

dorata pendeva l'ingrandimento fotografico del suo Anselmo, e sotto, su

di una mensola in un vaso era perennemente qualche fiore, la signora

Costanza presiedeva la conversazione non perdendo mai l'occasione

di ribattere i suoi ottimi sistemi di ospitalità, specialmente con

inquilini nuovi, studenti, ch'erano quelli che sorvegliava di più, e

in faccia alla Polidori specialmente ch'ella riteneva troppo corriva:

— Lei se ne viene qua poveretta, e là chi sa che diavolo le combinano

i suoi studenti! Che disgrazia rimaner soli a questo mondo! — E così

dicendo guardava Rosina che le rendeva uno sguardo pieno d'amore. —

Sicuro, io che ho gente mille volte più seria della sua non lascerei

la casa mezzo minuto secondo.... mah! questione d'idee! E anche star

sempre sola come un cane? Eppoi chi le compra quel boccone da mangiare?

Ha ragione, è in condizioni peggiori delle mie, la compatisco, ma

io voglio dire che una vera signora può dar via alcune stanze della

propria casa rimanendo sempre una vera signora. Nessuno le potrà

mai dare dell'affittacamere! — Ecco la parola che le stava sopra la

testa come il nembo, oh! se mai uno al mondo glie l'avesse detta!

Sarebbe divenuta feroce! Avrebbe fatta una pazzìa; povera donna, era

il suo prestigio, la sua giusta dignità la respingeva, era con tutta

la forza della sua vita che aveva lottato per tenerla lontana da sè

quella rovente parola, per esserne immune! E immune se ne sentiva,

pure vivendo in sospetto, come chi in tempo di epidemia si guarda per

il corpo spasmodicamente col terrore di vederne comparire il primo

segnale.

— Vi sono persone che non affittano e le loro case non sono per questo

delle case perbene. Questione di persone.

E talora narrava la sua storia, i suoi begli anni felici, la sua

giovinezza, l'amore del vecchio giudice per lei, e levando la testa al

quadro come al cielo, l'amore del caro sposo, il rovescio di fortuna,

la sua disperazione, e si penetrava nel racconto, riviveva tutta la

sua vita, l'uditore doveva forzatamente dare segni di gioia prima,

di cordoglio poi, e di plauso infine. Rosina ad un lato della tavola,

ascoltava in silenzio, curva sul suo lavoro di calza o di rammendo, e

quando la signora raccontava nei minimi particolari la sua sciagura,

due grosse lacrime solcavano le guance della vecchia fedele compagna.

*

* *

Invecchiando però la signora Costanza, bisogna dirlo, era divenuta un

po' brontolona, anche coi dozzinanti più provati, troppo sofistica,

troppo spedita nell'osservare, nel riprendere. Rosina se ne accorgeva,

ma non avrebbe certo osato trovare un torto addosso alla sua padrona,

cercava di essere ancora più buona e premurosa, raddoppiava lei in

dolcezza cogli inquilini. Specialmente aveva preso un po' la fissazione

di vantare la specchiabilità della sua casa, i suoi sistemi di

rigore, severi, espliciti; quando i dozzinanti rientravano la sera,

forse per l'insonnia senile, faceva sempre a tutti quei colpettini

di tosse che erano divenuti un po' ironici ormai, pareva quasi ci si

divertisse. Lo avevano capito a sazietà che lì non si scherzava, che

non era possibile ritornarsene in nessuna compagnia, non importava

continuasse a logorarsi i polmoni di più. L'uscio era socchiuso, poteva

ascoltare in silenzio. Quella tossettina pareva proprio dire: — Voi

non me la fate, sono io che la faccio a voi! — Inoltre, ultimamente,

era stata poco cortese con qualche amico venuto a visitare uno dei

suoi ospiti. Che pure avendola riverita com'era d'obbligo e d'uso, era

stato ricevuto bruscamente. Si seccava ad aprire troppo di sovente la

porta. Pretendeva sapere vita morte miracoli dei visitatori, pretendeva

sentire quello che dicevano, quando se ne andavano dovevano passare

sotto il suo sguardo investigatore e diffidente.

— Questa è diventata la casa di Nazareth! Io non faccio il portiere!

Questi cialtroni non si puliscono mai le scarpe, vengono su dalla

strada ricoperti di pillacchere e mi portano il fango in casa; mi

sporcano tutto! Questo ha una faccia poco rassicurante! Quello non

si degna nemmen di salutare! Cosa sono io, la sua serva? L'altro

ha sgocciolato l'ombrello nell'ingresso! — Si sa, era la vecchiaia,

aveva ormai varcata la settantina, e le persone più care e più buone a

quell'epoca prendono dei difetti anche se non li ebbero mai.

*

* *

Amalia Polidori, che aveva varcata la settantina da assai più tempo

della signora Costanza, un bel giorno sentì una voce che la chiamava

a sè e le pareva di seguirla come in un sogno. — Tu hai finito di fare

l'affittacamere povera creatura, ora dormirai senza dover rifare più il

tuo letto e quello degli altri.

Un inquilino della Polidori, una mattina venne ad avvisare la signora

Costanza che la sua padrona stava male, e la buona amica corse ad

assisterla, le prodigò cure e medicine, le fu vicina di notte e di

giorno, e quando rimaneva a casa per riposarsi, andava Rosina presso

l'inferma, anch'essa aveva fatte parecchie nottate. E dopo quindici

giorni, pare che la buona vecchia cedesse all'insistenza dell'invito,

e cedesse il suo vergine corpo alla terra, e la sua bell'anima (perchè

no?) al cielo.

E siccome morì che Rosina in persona era a farle la nottata, all'alba

spirò nelle candide braccia di quest'altra vergine ch'io non indugerei

a chiamare santa.

La signora Costanza andò ad eseguire di sua mano ogni pietoso atto

intorno alla salma dell'amica, e per la notte decise di fare lei

la veglia funebre. Senonchè tornata a casa per mangiare un boccone

espresse a Rosina un certo suo invincibile timore. Stare là sola, tutta

la notte con la morta.... in quella casa dove non c'era nessuno.... non

sapeva come mai.... le metteva un certo sgomento — Ci fossero almeno i

dozzinanti. — Ma appena la padrona si era ammalata uno aveva battuto il

trentuno, l'altro, uno studente, era andato a casa in vacanze. Rosina

insistè per fare lei da sola la veglia, — ma le pare, ma le pare! — e

l'avrebbe fatta con tutto il cuore e senza che la disturbasse nessun

triste pensiero, ma la padrona dopo averci un po' pensato pronunziò

l'ultima parola: — Andiamo tutte e due. — E la casa? — gridò Rosina ad

una notizia così strabiliante. Quella casa che per trent'anni non era

stata abbandonata un secondo, il cui onore era stato mantenuto alto

nella luce del sole con questo mezzo infallibile, ora la si abbandonava

per un'intiera notte.

— Stai sicura mia cara Rosina, la casa noi potremmo lasciarla d'ora in

avanti tutte le sere. Quando si semina virtù non si raccoglie vizio.

Eppoi non è che per una notte non c'è da dubitare. In trent'anni io

ho saputo insegnare alla gente come ci si comporta quando non siamo in

casa propria, e specialmente presso una signora a cui si deve tutto il

rispetto.

E sicura del fatto suo, orgogliosa, gonfia di raccogliere il frutto di

tanto virtuoso lavoro, decise di fare insieme con Rosina la veglia.

*

* *

Erano nella sua casa, in quel tempo, queste persone.

Un maggiore a riposo, gentiluomo verso i settanta, uomo spaventosamente

metodico, molto galante, e molto ciarliero pure parlando con una

lentezza ed una solennità imponentissime. Usava esso ogni riguardo

alla padrona, per la quale aveva complimenti severi, e colla quale

rimaneva, nei giorni di pioggia, in lunghi conversarî; facendo che,

molto a fiotti, la sua non breve esistenza sgorgasse dalle labbra, e

non sdegnando ascoltare con tutta gravità quella che torrenzialmente

ruzzolava fuori per quelle della vedova.

Poi c'era un dottore, assistente all'Ospedale di S. Maria Nuova,

giovine simpatico educato che non rimaneva in casa che per dormirci.

Vi era quindi uno studente di recitazione, romagnolo, tipo allegro,

si tirava su per brillante; la signora Costanza era stata molto dura

nell'accettarlo, il direttore della scuola di recitazione aveva scritto

di suo pugno una lettera raccomandandoglielo, ma non era troppo nel

suo calendario, e fu talvolta eccessivamente rustica con lui, egli

osò alzare la voce, lei lo rimesse al posto di santa ragione. Non che

fosse un cattivo ragazzo, tutt'altro, ma uno sciatto di prima riga,

uno spensieratone incurabile, lasciava la stanza in condizioni da

far pietà, ci voleva la serena anima di Rosina a non andar su tutte

le furie, a non sentirsi montare il sangue alla testa ad entrarci la

mattina per rifarla. Scarpe, cappelli, biancheria, parrucche, libri

tutto una minestra, il giorno del giudizio! E non c'era verso di

ottener nulla da quel satanasso.

La quarta ed ultima persona era un poeta, astemio, poco più che

ventenne, bruno, una figurina esile squisitissima. Era il cucco della

vedova, di questo giovine prudente e delicato si sarebbe fidata

a lasciargli la casa una settimana intera. Lui le portava in dono

giornali, riviste, qualche volta della cioccolata e talora dei fiori,

che finivano, si sa, davanti al quadro del defunto marito. Ella n'era

commossa, conquisa, le ridevano i bulbi dei capelli quando il compito

giovine le strisciava i suoi inchini, faceva tre passettini di corsa

per stringerle la mano, salutarla, riverirla, e le snocciolava un

«signora» con una lunghissima «o» come si conviene ad una vera dama.

Non metteva punto in disordine la stanza, si scusava sempre e di tutto,

anche se non ce n'era bisogno, un inquilino d'oro, da tenerselo come la

rosa al naso.

Siccome gli altri erano fuori, la signora Costanza bussò alla porta

delle muse, che le vennero incontro domandando ansiosamente notizie

della signora Polidori. All'annunzio della morte il giovine poeta ne

fu così costernato, così affranto, che la vedova ne rimase incantata.

— Che angelica creatura — pensava, e quasi gli stava per porgere

coraggio.

— Senta, io le faccio una raccomandazione.

— Ma faccia, ma dica....

— Voglio fare la veglia alla povera Amalia, e siccome a star là

sola tutta la notte mi fa un certo effetto, cosa vuole, anch'io sono

vecchia, se ci fossero stati i dozzinanti....

— S'immagini!

— Ho deciso di far venire anche Rosina.

— Ma certo.... lei deve bene aver qualcuno, le pare, star là sola tutta

una notte....

— Già. Rosina viene dopo, a buio, quando ha finito di far le faccende.

Quella povera diavola è sola come un cane.

— Ah! Poveretta!

— È giusta che finisca così, senza che nessuno pensi al suo cadavere,

nulla, una santa creatura come quella?

— Ancora giovane!

— Oh per questo, felice lei, ha finito di tribolare!

— Oh! Ma lei ha ragione. Ma signora, signora, com'è buona, com'è

caritatevole, — e strascicava quell'«o» il poeta. — Avrei potuto

accompagnarla io, tenerle compagnia, avremmo vegliato assieme.

— Troppo, troppo buono, mi raccomando la casa, la prego, so che non

c'è pericolo, conosco con chi ho da fare, in ogni modo mi raccomando.

Alle otto tornerà anche il signor maggiore, glie lo dica lei che siamo

andate via, lui lo sa già che è morta. Domattina saremo qui presto,

Rosina lascia tutto preparato.

Verso le sette, tutta vestita di nero, con una sciarpa nera in testa

anche Rosina lasciò la casa.

— Signorino mi raccomando, io vado via. — Il poeta si fece alla porta.

— Domattina vengo per la colazione e per i panni, è per non farla star

là sola tutta la notte poverina, ha capito? io volevo che mandasse me,

non ha voluto. Si è strapazzata tanto in questi giorni. Arrivederlo

signorino.

*

* *

Nella stanzuccia bislunga e disadorna come un pezzetto di andito,

miseramente arredata, sul suo lettino di ferro, la povera Amalia

Polidori giaceva vestita di nero. Le mani composte al petto stringevano

il crocifisso.

Sul comodino erano accese due candele in due candelieri di vetro, sul

cassettone altre due in due candelieri d'ottone.

Il lettino era rasente al muro, all'altro muro, sedute l'una accanto

all'altra, la signora Costanza e Rosina pregavano. Col rosario fra

le dita passavano le orazioni lentamente; erano avvolte, l'una in un

grosso scialle, la signora in un'ampia mantella pellicciata, ed aveva

il cappello in capo perchè faceva molto freddo. A momenti la padrona

quasi si appisolava, allora Rosina le sorreggeva lo scaldino sulle

ginocchia per paura che le si rovesciasse addosso, ma poi sussultando

riprendeva le preghiere, il suo animo però non era tranquillo, il

gelido spettacolo della morte la turbava, si faceva forza per ritrovare

la padronanza di sè, e considerare serenamente l'amica morta.

Rosina invece no, serena dinanzi a quel fatto naturale, guardava con

occhio calmo quel corpo esanime, e su quella fronte bianca pareva vi

leggesse la parola: pace. Non aveva nemmeno sonno, ed era la seconda

notte che vegliava.

A certi momenti dicevano il rosario assieme, poi la padrona si fermava

assorta nei suoi pensieri; e la donna continuava sola sottovoce. —

Certo, di me non sarà questo squallore, Rosina farà le cose come si

deve, oh! ne sono più che sicura. — Ella da tanti anni aveva fatto il

suo testamento in favore di Rosina, e pareva pregustare la immensa

meraviglia che ne avrebbe provato quell'angelo, e la sua eterna

gratitudine. — Il maggiore, o chi al suo posto, era fissato, avrebbe

dovuto cedere la stanza, quella dove aveva amato la prima volta, dove

era morto il suo Anselmo, e da dove doveva essere presa per venire

trasportata al suo posto laggiù, vicino a lui, dove l'attendeva da

trent'anni! Eppoi.... i suoi dozzinanti non sarebbero certo fuggiti,

le pareva di vederli, attorno al suo letto, sarebbero venuti anche dei

loro amici, quelli che anche lei conosceva bene, sarebbero andati tutti

dietro alla sua bara come dei parenti, avrebbe avuto senza dubbio due

belle ghirlande: una di Rosina, una degli inquilini. Che differenza!

Eppure era stata anche lei una diseredata, come Amalia Polidori,

la differenza consisteva nell'aver saputo fare, tenere una donna,

essersela affezionata più di una figliola, più di una sorella,

questione di saper fare a questo mondo! Questa povera diavola, sola

come un cane, cambiando inquilini ogni sei mesi, ecco come è andata a

finire! Se non avesse avuto me sarebbe stata fresca! —

Tali pensieri la rincuoravano e riprendeva la preghiera con fervore,

incoraggiata. Ma quando furono le cinque la testa non le stava più su,

era stanca, finita. Rosina che non aveva avuto un sopore in tutta la

notte le diceva: — si appoggi, si appoggi qui a me. — Ma non voleva,

aveva paura di addormentarsi in quel luogo, aveva paura di doversi

risvegliare lì, non voleva dormire, e non ne poteva più. — Senti Rosina

— disse infine — non ne posso proprio più, mi sono strapazzata troppo

in questi giorni, facciamo così: io fra poco vado a casa, a momenti

farà giorno, scaldo il caffè per tutti e mi butto un po' sul letto, tu

m'aspetti qui, verso le dieci ritorno e vai via te, ma ora ho proprio

bisogno di sdraiarmi nel mio letto, mi bastano due o tre ore, faccio

colazione e vengo via, voglio rimanere fino all'ultimo oramai, alle

quattro e mezzo vengono a prenderla, il Signore vedrà che abbiamo fatto

il nostro dovere.

Rosina strinse bene la mantella addosso alla sua padrona, le girò due

volte attorno al collo una sciarpa di lana. — Si copra bene per carità

— le ripetè mentre le faceva lume per la scala, e se ne ritornò sola e

tranquilla presso la donna morta a pregare.

*

* *

Era l'alba, un'alba cupa, erano ancora accesi i lampioni, ma per le

vie circolavano già i barrocci colle derrate alimentari che andavano

al mercato di S. Ambrogio. I lattai, col biroccino a cofano sotto al

quale il lampioncino acceso tremulava come una gocciola. Gli operai

attraversavano la città per recarsi al lavoro. Era quel primo movimento

frettoloso dell'alba invernale.

Quando la signora Costanza pigiò la chiave dentro la serratura le parve

di cascare addosso alla porta che si apriva, tanto aveva sonno, tanto

era stanca, tanto le sue vecchie ossa erano intirizzite. Anelava il

momento di potersi sdraiare sul suo buon letto.

Aprendo intravide della luce venir fuori dalla camera del poeta

presso la sua, un lume vi era acceso, la porta spalancata. Si udiva

l'orchestra di vicine e lontane respirazioni pesanti nel sonno. Fece

un passo, urtò in una sedia rovesciata, presso alla quale raccolse una

giacca da uomo, inciampò ancora in qualcosa che rotolò: una bottiglia.

Dall'orchestra di quelle respirazioni si alzò uno sbadiglio acuto, poi

alcune parole:

— C'è gente! Ehi! L'avevo detto io! Ci siamo addormentati! Ehi! Fufi!

Fufi! Sei morto? È giorno! Ah! Ah! Ah! La vecchia!

Battè forte gli occhi, fu desta d'un colpo. Una donna seminuda, con la

sola camicia e la sottana le fu davanti sulla soglia, nella penombra,

pareva sorridesse, dalla faccia trasognata, sembrò intravedere un

uomo rovesciato che dormiva attraverso un letto. Dalla porta vicina

fuggì come uno spettro un'ombra bianca ed entrò nell'uscio di fronte.

Un'altra ombra si fece alla porta ma non ne apparvero che due grandi

occhi ebeti esterrefatti.

Ombre, ombre, non più figure; grida sconnesse non più parole, singulti,

non più oscurità e grigio dinanzi agli occhi, ma tutti i colori dello

spettro ballanti una ridda spaventosa, penetrando nelle pupille lame

colorate acutissime accecatrici, raggi fusori nelle molecole del

cervello....

La vecchia corse due volte su e giù sobbalzando pesantemente per

il corridoio, afferrò la maniglia di una porta, sbatacchiandola,

sussultoriamente, entrò ballonzolando sulle gambe irrigidite come su

dei trampoli. Fu nel mezzo della camera, nell'aria calda e pregna di

fumo, dinanzi ad una poltrona dove un vecchio era sconciamente disteso,

seminudo, ravvolto in uno scialle, addormentato profondamente. Ella

pareva fare un gesto disperato per svegliarlo, pareva volesse emettere

un grido, ma le sue mani, come grinfie spiegate in alto, parevano

arranfare il cielo, e la sua bocca rimaneva aperta paurosamente

spalancata vuota e nera. Sobbalzò ancora tutta la persona in un

tremito sussultorio, orribile tarantella di morte, mentre alla soglia

apparivano e sparivano, si stringevano e si dilatavano occhi grandi

spauriti trasognati. I suoi immensi occhi neri come due altre bocche

parevano volere inghiottire quel vecchio che continuava il suo sonno.

Dalla gola le salì uno strappo come la corda di un violino troppo

tesa che si schianta, e cadde giù pesantemente nel mezzo della stanza

producendo un cupo rimbombo per tutta la casa.

La prima edizione del più pettegolo dei giornali portava questo

stelloncino di cronaca:

«_Stamani alle ore sette nella Via*** N.*** l'affittacamere Costanza

Chiodaroli veniva colpita da apoplessia rimanendo all'istante cadavere.

Essa veniva prontamente soccorsa dai suoi numerosi inquilini, e da

alcune.... signorine certa Nella B*** certa Olghina le quali, non si sa

come, si trovavano precisamente nella sua casa. Dette signorine per lo

spavento provato si sono date a gridare dalle finestre e per le scale,

mettendo sottosopra tutto il vicinato, e facendo accorrere gente anche

dalla via. La scena era delle più interessanti. Le brave ragazze appena

riavutesi dallo spavento subito si sono date, nel loro costume ridotto

ai minimi termini, a vegliare religiosamente la salma della povera e

compiacente padrona di casa. Non occorre aggiungere trattarsi di una

casa.... da thè. Il bello poi è questo, che il contado raccapricciato

dallo scandalo è indignatissimo contro la defunta che si era fatta

abilmente ritenere da tutti come una donna delle più scrupolose e

costumate. Nel suo genere ben inteso_».

Il Re bello · 第 19 / 24 题