Il Feldwebel Karl Sigismund Schwarz giaceva nel pendio interno di un
cratere, sotto un cielo vespertino cosparso di nuvolette rosse. Aveva
gli occhi chiusi, ma non dormiva. Stava dicendo a sè stesso che
bisognava muovere il braccio sinistro. Aveva qualche cosa di anormale
quel braccio; un peso infinitamente grave pareva schiacciarlo; se lo
sentiva plumbeo e infocato. Certo bisognava muoverlo; bisognava alzarlo
e agitarlo nella fresca aria serale perchè vi tornasse la circolazione.
Sì, sì, tra un momento avrebbe mosso il braccio.
Presa questa decisione, Feldwebel Karl Sigismund Schwarz si sentì in
diritto di riposare da tanto sforzo mentale, e si addormentò.
Si risvegliò più che mai deciso che bisognava muovere il braccio. E per
muovere il braccio cosa bisognava fare? Dov'era questo braccio? E lui
stesso, Karl Sigismund Schwarz, dov'era?... E cos'era quel violoncello
che gli suonava così da vicino?... Se lo sentiva vibrare profondamente
nelle orecchie e nella testa: «Zuum... zuum-zuum... zuum-zuum....»
Ah, un momento!... Ecco -- adesso sapeva dov'era. Era a Charlottenburg,
nel Caffè des Westens e il direttore d'orchestra -- l'ungherese Makowsky
-- suonava il contrabasso. Precisamente. Zuum... zuum-zuum... Gli altri
dell'orchestra aspettavano il loro turno per cominciare... Ma intanto
cosa diavolo aveva al braccio?
Gemette forte e fece per alzarsi sul gomito destro. Non vi riuscì. Ma
nel volgere la testa scorse a pochi passi da lui un uomo in uniforme
belga, steso a terra col profilo rivolto al cielo.
Ma allora -- si disse Schwarz -- non si era a Charlottenburg? No; si era
nelle Fiandre, vicino a un'infetta città chiamata Ypres, e lui stava
sdraiato in una buca fatta da una mina.
Gettò di traverso un'occhiata al belga; poi urlò forte:
«Olà! dite un po' -- cos'ho io al braccio?»
Ma costui non rispose, nè si mosse; e Schwarz riflettè che probabilmente
non capiva il tedesco, e che più probabilmente era morto.
Allora Karl Sigismund Schwarz si riabbandonò supino, e stette ad
ascoltare il contrabasso che gli ronzava nella testa.
Il tramonto purpureo era svanito in un crepuscolo grigio, quando a sua
volta il belga aprì gli occhi. Sospirò e si rizzò a sedere; e vide
sdraiato accanto a sè, colle gambe tese e inerti, con un braccio
sfracellato e il volto incrostato di sangue, un tedesco ferito.
Costui aveva gli occhi aperti, e il belga lo salutò con un cenno del
capo. «_Eh bien? Ça va, mon vieux?_»
«_Verfluchter Schweinehund_,» rispose il tedesco. E Florian Audet, non
comprendendo l'improperio gli fece un altro amichevole cenno col capo.
Poi tacquero entrambi, occupato ognuno dai propri pensieri.
Florian cercò di comprendere ciò che era accaduto. Mosse prudentemente
un braccio; poi l'altro; poi i piedi e le gambe. Indi si spostò un poco
colle spalle. Tutto pareva sano. Non sentiva che un dolore sordo alla
nuca, una specie di crampo che gli saliva fino alla sommità del cranio.
Del resto in complesso niente di male.
Oh, come mai si trovava qui? Riordinò alla meglio gli sconnessi ricordi;
c'era stato l'ordine di attaccare... Lui e i suoi soldati si erano
slanciati sulla bianca via di Ypres, e traverso i campi verso il sud....
poi -- poi un formidabile rombo, una scossa immane....
Ed eccolo a giacere in questa buca, colla terra smossa che ogni tanto
gli scendeva a cascate sulla testa e sulle spalle. Chissà il resto della
sua compagnia dov'era e come era andato l'attacco?... Si udiva ancora,
non molto lontano, il fragore di spari.
Florian tentò di rizzarsi in piedi, ma pareva che il terreno si alzasse
con lui; non poteva staccare le mani da terra. Il cratere e il cielo gli
turbinavano d'intorno e dovette tornarsi a sdraiare.
Sorse dal tonante oriente la notte, e spense il crepuscolo.
Frattanto il Feldwebel Karl Sigismund Schwarz era di nuovo nel Caffè des
Westens. Sì, sì, era perfettamente così. Il Caffè des Westens.
L'orchestra di centomila contrabassi gli rimbombava nelle orecchie, ed
egli batteva, a tempo colla musica, il suo braccio pesante sul marmo
della tavola; e gridava al cameriere Max che gli portasse qualche cosa
da bere.
Max arrivava correndo e gli porgeva un vassoio carico di bevande: grandi
schoppen ghiacciati di Münchener e Lager, e bicchieri colmi di limonata
gelida -- scegliesse. Quale voleva? E Karl non poteva decidersi. Colla
gola arsa, collo stomaco in fuoco dalla sete stava a guardare quelle
fresche bibite, le birre gelide, le limonate aspre e ghiacciate -- e
sentiva di non poter prenderne una per non lasciare le altre. Avrebbe
voluto versarle tutte insieme sul fuoco che gli ardeva dentro.
Vediamo.... beverebbe prima la birra -- no, prima la limonata -- no,
prima la birra....
D'un tratto si avvide che la Wasserleiche -- (sapete bene, la
Wasserleiche del Caffè des Westens.... quella donna che chiamano
«l'Annegata» perchè ha l'aspetto così cadaverico, le carni così
verdognole, come se fosse rimasta sott'acqua due giorni e poi
ripescata...) ebbene, l'Annegata si slancia sul cameriere e lo
abbraccia. E giù i bicchieri dal vassoio!... Ping! -- pang! -- giù
tutti! tutti fracassati! -- Ping! -- pang!
Quando mai si è sentito dei bicchieri fare un fracasso simile?... E non
restava più nulla da bere; nulla -- in tutto il mondo!...
Allora il Feldwebel Schwarz si mise a piangere. Egli stesso si udiva
gemere e mugolare mentre l'Annegata gli pizzicava il braccio...
E poi non era Max che l'Annegata aveva abbracciato. Già, quella non
abbracciava mai gli uomini. No; era la sua amica Mélanie, che adesso
stava lì anche lei e rideva colla bocca aperta come ne aveva il vezzo,
mostrando il palato roseo e i piccoli denti da lupacchiotto, bianchi e
aguzzi.
Il cameriere Max susurrò a Karl Schwarz che se voleva qualche cosa da
bere doveva fare la corte a Mélanie. Allora per lusingare quella
viperetta Karl volle cantare la canzone della famosa contessa sua
omonima:
_«Unter Bäumen_
_«süsses Träumen_
_«liebte Gräfin_
_«Mélanie!»_
Ma, strano a dirsi, invece di quelle parole gliene venivamo sulle labbra
delle altre:
_«Die Flundern --_
_«Werden sich wundern.»_
Cantò innumerevoli volte questo brano di romanza da Cabaret senza mai
arrivare a finirla. Il cameriere Max, sdraiato per terra in mezzo ai
bicchieri rotti, applaudiva rumorosamente.
Era insopportabile il fragore di quegli applausi; gli penetravano nel
cervello, gli spaccavano il cranio.... e Mélanie frattanto non gli dava
nulla da bere. Allora cercò di abbracciarla, ma l'Annegata, che non
permetteva a nessuno di abbracciare Mélanie, si slanciò su di lui
rabbiosamente e gli morse il braccio.
Karl gridò per lo spasimo; e allora anche Mélanie si curvò su di lui,
mostrando i suoi denti da lupo, ed anche lei lo morse al braccio.
Gli strappavano, gli sbranavano le carni; non gli riusciva di liberare
il braccio da quelle due terribili creature.
«_Verdammte Sauweiber!_» urlò. E quell'urlo stesso lo svegliò.
Vide il cielo notturno tempestato di stelle: e là accanto giaceva ancora
la figura prona del belga. Probabilmente -- pensò Karl -- quelle belve,
Mélanie e l'Annegata, avranno azzannato e sbranato anche costui.
Bisognava tenerle lontane ad ogni costo. Perciò egli dovette seguitare a
cantare colla sua gola arsa ed arida:
_«Die Flundern,_
_«Werden sich wundern...»_
_«Die Flundern_
_«Werden sich wundern...»_
Gli pareva che queste parole dovessero esercitare qualche occulto potere
contro le sue tormentatrici; e così egli continuò a ripeterle per tutta
la notte.
. . . . .
Verso le due del mattino Florian Audet riaprì gli occhi e girò il capo
per guardarsi intorno. La voce del tedesco ferito -- una voce rauca e
rantolante -- l'aveva strappato al sonno; o al deliquio, forse. Ora,
desto, si domandava vagamente che cosa mai potessero significare quelle
parole continuamente ripetute: «_Die Flundern werden sich wundern...._»
Forse era qualche frase nazionale, un grido di vittoria o di sfida, come
sarebbe: «La libertà o la morte!» o «Tutto per la Patria!» Certo doveva
essere qualche cosa di simile.
Il suono mugolante di quelle parole gli si conficcò nel cervello.
Girando appena il capo Florian vedeva, alla sua sinistra, la figura
supina del nemico, colle molli gambe distese, i piedi abbandonati
rivolti in su negli scarponi gialli infangati, e udiva nel respiro già
rantolante il suono spezzato di quelle parole: «Die Flundern.... werden
sich wundern....»
Una subitanea immensa pietà lo invase, pietà di quel corpo spezzato
accanto a lui, pietà di sè stesso, pietà del mondo intero. Con uno
sforzo eroico, poichè gli pareva di avere le membra infrante, egli si
volse sul fianco e si trascinò penosamente vicino al moribondo.
Quando l'ebbe quasi raggiunto riposò alquanto, poi si cercò indosso la
fiaschetta del cognac, la trovò, l'aprì e tendendo il braccio l'accostò
al viso del morente.
«_Prends, bois!_» disse. Ma il tedesco non si mosse ed in breve il
respiro rantolante cessò.
Florian mosse le mani plumbee e si trascinò ancora più vicino all'altro;
con un immenso sforzo riuscì a passargli un braccio sotto al capo
sollevandoglielo un poco. Allora, alla scialba luce del giorno nascente,
vide sgorgare da una ferita che quell'uomo aveva alla testa un fiotto
scuro che gli piovve giù per la faccia.
Il tedesco aprì gli occhi: che cosa facevano ora quelle donne
diaboliche? Gli versavano del vino caldo sulla testa?... Traverso quel
tiepido velo scarlatto gli occhi morenti fissavano Florian pieni di
infinito terrore e smarrimento.
Un'onda di mortale debolezza e nausea invase Florian. Allentò il
braccio, e su di esso ricadde all'indietro la spaventosa testa
insanguinata del nemico. Florian si abbattè accanto a lui svenuto.
Così giacquero per lunghe ore, fianco a fianco, come fratelli -- il vivo
e il morto, l'ufficiale belga col braccio intorno al soldato tedesco. E
così due militi della Croce Rossa li trovarono nei brividi dell'alba,
allorchè scesero a sdruccioloni entro il pendio del cratere portando tra
loro una barella ripiegata.
Erano entrambi giovanissimi i due militi; avevano troncato a mezzo i
loro studi di filosofia all'Università di Bonn allo scoppio della
guerra, lasciando da parte Kant e Hegel per intraprendere un rapido
corso di chirurgia. Il più giovane dei due -- che aveva i capelli biondi
come il miele -- si dilettava a scrivere delle insensate poesie latine
ch'egli asseriva essere nello stile di Lucrezio.
Deposero la barella. Stettero silenziosi e immobili a guardare quelle
due figure irrigidite nel fraterno abbraccio; quell'atteggiamento
narrava tutta la storia dell'agonia. La mano di Florian poggiava sul
petto del tedesco morto tenendo ancora nelle dita rilassate la
fiaschetta aperta del cognac; il volto sanguinoso del loro camerata
posava fidente sul braccio ripiegato del nemico.
Un'emozione profonda strinse alla gola i due che guardavano. Il più
giovane -- quello che scriveva i versi latini -- si chinò e pose la mano
quasi invocando una benedizione, sulla fronte pallida di Florian.
Trasalendo si volse al compagno.
«E' vivo!» esclamò.
L'altro a sua volta toccò la fronte del belga; poi ne sollevò la mano
inerte per sentirgli il polso.
Inginocchiati accanto a lui gli versarono dell'acquavite in bocca; indi
con tutti i mezzi noti alla scienza, muti, tenaci, persistenti lo
contesero alla morte; dopo qualche tempo un tremulo soffio di vita alitò
su quelle labbra cenericcie e le spente pupille azzurre oscillarono in
uno sguardo vago.
I due tedeschi si rimisero subito in piedi. Finchè il belga giaceva
svenuto col braccio attorno al collo del loro morto compagno, egli era
per loro un eroe e un amico. Ora, vivo, con gli occhi aperti, era il
loro nemico e prigioniero.
Gli rivolsero la parola, non scortesemente, in tedesco; poi, un po' più
bruschi, in francese. Ma quegli non rispose. Una stupefazione torpida lo
teneva; sembrava paralizzato. Non poteva nè parlare nè reggersi in
piedi. Allora lo sollevarono e lo posero sulla barella.
«Poveraccio,» mormorò il più giovane accomodandogli lungo i fianchi le
braccia inerti, e indicando al compagno la manica dell'uniforme belga
inzuppata di sangue tedesco. «Poveracci! Potevamo tralasciare di
salvarlo. Per mandarlo a quell'inferno di Wittemberg, tanto valeva --»
«Già. Povero diavolo,» mormorò l'altro.
«Senti un po'» esclamò il biondo poeta, «e se gli lasciassimo una via di
scampo? Perchè non abbandonarlo al caso?... Affidarlo al capriccio della
sorte?...
. . . . .
Florian non seppe mai in qual modo e per quali circostanze egli venne a
trovarsi sdraiato su una coperta da campo in una cascina per metà
demolita. Alzando il capo indolenzito per guardarsi intorno vide accanto
a sè, per terra, una scodella di latte, una pagnotta e del cognac. Vi
era anche un pacchetto di sigarette, qualche fiammifero ed una tavoletta
di cioccolatta. Bevve avidamente il latte, ingoiò un sorso di cognac e
si levò in piedi. Traballava e aveva la vista torbida; una terribile
vertigine gli dava nausea allo stomaco; tuttavia potè reggersi in piedi
e stette così ritto qualche istante appoggiandosi con una mano al muro
calcinato. E tutt'a un tratto si avvide di essere completamente nudo.
Intorno a sè non una traccia d'indumento, non una vestigia della sua
uniforme. Nulla.
In mezzo al pavimento stava un paio di scarpe gialle e fangose che gli
ricordavano quelle vedute ai piedi del tedesco ferito sul pendio del
cratere. Queste scarpe e la coperta di lana grigia stesa per terra, ecco
tutto ciò che avrebbe potuto mettersi indosso.
Nulla rimaneva di quanto era stato suo; perfino il cognac era in una
fiaschetta che non aveva mai veduto.
Florian si guardò intorno nel luogo deserto; notò le mura sbrecciate e
crollanti, demolite da bombe ed obici; in un angolo un aratro rotto e
rugginoso e qualche arnese agricolo poggiavano al muro. Null'altro. Dopo
breve riflettere Florian si decise a mettere quelle scarpe. Poi finì il
latte, il pane e il cognac. Finalmente annodò in un angolo della coperta
la cioccolatta, le sigarette ed i fiammiferi, poi avvolgendosi la ruvida
flanella grigia intorno al corpo uscì ad affrontare il mondo.
Era un mondo vuoto e desolato. Sulla strada fangosa che attraversava la
pianura non si vedeva che il gonfio cadavere di un cavallo. Giudicando
dal sole Florian si disse che potevano essere le sette del mattino. Gli
parve di riconoscere la località: doveva trovarsi a due o tre chilometri
dal terreno di combattimento del giorno innanzi. Sì, ecco, lì, a
sinistra, la via bianca e diritta che va da Poperinghe a Ypres.... ben
riconosceva quel duplice filare di alberi...
Ed ora, dove andare? In quale direzione si trovavano le linee belghe?
Florian si sentiva ancora assai debole, le ginocchia gli tremavano e nel
cervello vuoto non aveva che una confusione di suoni insensati. Le
parole che il tedesco morente aveva continuato a ripetere per tutta la
notte gli ronzavano nella testa incessantemente, ed anch'egli si trovava
a mormorarle sommesso: «Die Flundern werden sich wundern...»
Gli pareva di essere ancora nelle spire di un sogno faticoso e
incoerente. Doveva fare un grande sforzo mentale per persuadersi che
realmente lui, Florian, s'aggirava per il mondo vestito d'un paio di
scarpe e d'una coperta da campo. Probabilmente nulla di tutto questo era
vero. «Probabilmente» -- si disse Florian -- «io sono ferito, sono in un
ospedale con qualche lesione al cervello, e questo è parte del mio
delirio.» Era inverosimile, era impossibile che qualcuno potesse avergli
rubato tutti i suoi abiti lasciandogli in cambio il latte, la cioccolata
e le sigarette. Come conciliare la viltà da parte di chi lo aveva
derubato quand'era incosciente, collo spirito di fraternità e di affetto
dimostrato nell'avergli fatto trovare a portata di mano latte e cognac,
cioccolatta e sigarette?... Era tutta una cosa assurda e fantastica.
«Di due cose, l'una,» ragionò Florian procedendo nella direzione di un
bosco che vedeva non lontano, e inciampando ad ogni passo nella sua
coperta: «o sono stato la preda di un pazzo, oppure sono io che in
questo momento non ho la testa a segno... («Die Flundern werden sich
wundern.»)
Dovette fare un enorme sforzo per non dire quelle parole insensate ad
alta voce; sentiva che se le diceva sarebbe impazzito davvero. Gli
pareva che finchè se le teneva chiuse dentro al cervello ne era padrone
lui, ma guai se gli sfuggivano di bocca: sarebbero diventate più forti
di lui, e certamente avrebbe continuato a dirle e a ripeterle come quel
povero tedesco delirante... Ah, sì; decisamente non aveva il cervello a
posto; bisognava tenersi bene in freno. Non bisognava.... «Die Flundern
werden sich wundern.»
D'un tratto vide uscire dal bosco dei soldati a cavallo. Li riconobbe
subito per una pattuglia tedesca. Pensò di tornare indietro e
nascondersi nella cascina; ma ormai era tardi. Già l'avevano scorto e
venivano a grande galoppo verso di lui.
«Basta; la partita è persa,» disse Florian tra sè e sè; l'avrebbero
preso. Già non poteva uccidere nè sè stesso nè altri con un pezzo di
cioccolatta e un pacchetto di Josetti. Sostò, incrociò le braccia e
attese, ritto e immobile, il loro arrivo. («Die Flundern werden sich
wundern.»)
Gli otto o dieci cavalleggeri arrivavano al galoppo e Florian potè
notare anche da lontano il loro sbigottimento alla sua vista. Gli
gridarono qualche cosa in tedesco, ma egli non rispose. Ritto, come una
statua egli disse a sè stesso che incontrerebbe il suo fato con dignità.
Ma non aveva fatto i conti col suo grottesco abbigliamento. Due soldati
smontarono ed uno di loro gli rivolse la parola in tedesco, mentre tutti
lo guardavano da capo a piedi con un largo sorriso.
Ma l'altro -- un giovane ufficiale -- imponendo bruscamente agli altri
di tacere si volse a Florian con fosco cipiglio e gli domandò in
francese cosa diavolo facesse vestito così.
«Dov'è la vostra uniforme?» chiese, aggrottando minaccioso le ciglia.
Anche Florian aggrottò le ciglia e lo fissò senza rispondere. Aveva
deciso che non aprirebbe bocca. («Die Flundern werden sich wundern.»)
L'ufficiale diede un ordine; due soldati lo presero per le braccia e gli
strapparono da dosso la coperta. Egli rimase così, nelle sole scarpe,
nudo alla grande luce del giorno, col viso, le mani e i capelli
imbrattati di fango. Era una forte e magnifica figura d'uomo.
L'ufficiale e gli uomini avevano rivolto la loro attenzione al nodo
nell'angolo della coperta. Lo sciolsero e vuotarono del suo contenuto
quella tasca improvvisata. Si guardarono l'un l'altro; poi riguardarono
l'uomo nudo. Il cioccolatto era tedesco; le sigarette erano tedesche; le
scarpe erano tedesche. -- E l'uomo cos'era?
«_Meschugge_,» mormorò il tenente, a spiegazione non della nazionalità
di Florian, ma della sua condizione mentale.
«Meschugge! Meschugge!» Ripeterono gli altri sghignazzando.
Tuttavia l'ufficiale sembrava incerto. Dopo aver fissato lungamente
Florian si volse a parlare a bassa voce cogli altri. Florian capiva che
discutevano di lui. A quale decisione arriverebbero? L'arresterebbero
come un astuto belga che, spogliatosi della sua uniforme, aveva rubato
le scarpe e la coperta ed ora si fingeva muto e demente? O lo
crederebbero un tedesco ammattito e lo manderebbero in un ospedale?
Meglio se fosse così. Certo sarebbe più facile la fuga da un ospedale
che da una prigione tedesca. Una prigione tedesca!... Florian digrignò i
denti. Dall'atteggiamento dell'ufficiale Florian lo giudicò incline a
quest'ultima decisione.
«Die Flundern werden --»
A momenti lo diceva forte! Sentiva nel palato una smania, un solletico,
quasi una necessità fisica di pronunciare quelle parole insensate. Erano
certamente quelle voci tedesche intorno a lui, era il suono gutturale di
quegli accenti che gliele strappavano di bocca. Già le sue labbra si
movevano a formularle....
L'ufficiale l'osservava intento.
Invano Florian strinse le labbra, morse la lingua tra i denti --
d'improvviso le grottesche parole gli scapparono dalla bocca: «_Die
Flundern werden sich wundern..._»
L'effetto di quella frase fu istantaneo e inatteso. Tutti ruppero in un
grande scoppio di risa; persino il fosco volto dell'ufficiale si spianò
in un largo sorriso.
I soldati ripetevano le parole, commentandole. «Avete sentito? _Die
Flundern!..._ Ah, bellissima! Sarà stata una canzonettista
dell'Ueberbrettel a mettergli i topi nel cervello!» E si smascellavano
dalle risa, battendogli le spalle nude e chiedendogli in quale Kabaret
avesse lasciato il cuore ed il senno.
Di quanto dicevano Florian non capiva una sillaba; ma questo capì: era
salvo. Almeno per il momento. Qualunque fosse il significato di quelle
parole, certo ad esse doveva la sua salvezza e l'ilarità amichevole di
quegli uomini. Per quanto ancor confuso e debole, ebbe la lucidità di
prenderà un'immediata decisione: se quelle parole l'avevano salvato non
ne pronuncerebbe altre.
E difatti fece così.
Un po' più tardi aggiunse un vocabolo di più al suo repertorio:
«Meschugge.» Florian stesso non aveva la più lontana idea del
significato di «Meschugge,» ma lo udì pronunciare molte volte dal
tenente prussiano e dai soldati che lo ricondussero, dignitosamente
avvolto nella sua coperta, alle linee tedesche.
«Die Flundern werden sich wundern,» e «Meschugge.» Con queste sei
parole, mormorate a intervalli tre o quattro volte al giorno, Florian
passò incolume il fronte e le retrovie tedesche; con questo frasario
entrò in un ospedale da campo prima, e poi in una infermeria di Liegi.
Ufficiali e medici lo visitavano, ridevano, gli battevano sulle spalle.
«_Famoser Kerl!_» Qui non c'era errore. Costui non poteva essere nè
belga, nè francese, nè inglese. Giammai un forestiero avrebbe potuto
scegliere dal ricco vocabolario tedesco proprio la parola «Meschugge,»
nè avrebbe scoperto nella letteratura poetica tedesca il verso dei
«Flundern.»
_Ach nein!_ bisognava essere un autentico figlio del Vaterland per
capirne puranco il significato. Questo bel matto arrivato fra loro in
costume adamitico e scarpe gialle era un Berlinese purosangue!... _Er
lebe hoch!_
***
E fu in questo modo che la famigerata Wasserleiche -- l'Annegata del
Caffè des Westens -- e la sua amica Mélanie salvarono la vita ad un
valoroso ufficiale belga.
Ed è questa, probabilmente, l'unica buona azione ch'esse abbiano mai
compiuta nella loro deplorevole e sciagurata esistenza.