E' piacevole cosa, in un mite pomeriggio settembrino, starsene seduti
nella verde quiete di un giardino in Inghilterra. Piacevole è
sorseggiare il thè e discorrere del tempo e della guerra, mentre i
passerotti avventurosi vi saltellano vicini sull'erba vellutata, e una
lieve brezza vi porta, misto a un profumo di reseda, il lontano alito
del mare.
Così pensavano nella loro anima pacata le due sorelle, Miss Jane e Miss
Julia Corry, volgendo intorno gli occhi azzurri, sereni, soddisfatti a
mirare i prati, i passerotti, il servizio d'argenteria, i crostini
imburrati, e la loro migliore amica Miss Lorena Marshall, venuta da
Harrow a prendere il thè con loro e di cui le serene pupille brune
riflettevano la stessa pacata felicità.
Tutte e tre avevano, sotto alle ravviate chiome grige, il viso ancora
giovane; tutte e tre avevano entro il severo petto verginale un cuore
impressionabile e tenero; tutte e tre avevano attraversato l'esistenza,
contegnose ed impeccabili, senza deviare mai dalla più rigorosa
anglosassone convenzionalità.
Erano sublimemente ingenue, divinamente caritatevoli, e inflessibilmente
austere.
«E' piacevole cosa, invero,» ripetè Miss Julia colla sua voce in
falsetto un po' querula. Essa era la più giovane delle tre -- aveva
appena quarantacinque anni -- e sua sorella e l'amica la trovavano di
vedute assai moderne. «Ammetto che anche sul Continente non si sta male,
se si passa l'estate nella Svizzera e l'inverno a Montecarlo --»
«Oh! Julia, cosa dici!» interruppe scandolezzata Miss Jane. «Perchè
parli di Montecarlo? Se non ci siamo rimaste che un quarto d'ora?»
«Tanto peggio!» ribattè la ribelle Miss Julia. «Dovevamo rimanerci di
più. Il mare era di un'azzurrità di sogno, e le _toilettes_ di quelle
donne! -- una rivelazione! Tuttavia, come dicevamo, l'Inghilterra resta
pur sempre....»
Noi tutti sappiamo ciò che resta sempre per il cuore delle inglesi
l'Inghilterra. E nell'enumerazione dei pregi e privilegi di quella beata
isola sarebbe trascorso piacevolmente tutto il pomeriggio, se non veniva
Barratt, il domestico, ad annunziare l'arrivo di altre visite.
Era Lady Mulholland e sua figlia Kitty che giungevano in dog-cart da
Windford, ed ora s'affrettavano attraverso il prato, colle gonne
fruscianti, i cappelli infiorati e le velette di trina al vento.
Si rifece il thè per loro ed esse portarono la loro nota nuova alla
conversazione.
«Figuratevi che siamo state a trovare la signora Davidson,» disse Kitty.
«A proposito, non pensate anche voi di prendervi in casa qualche
profuga?» chiese Lady Mulholland a Miss Jane. «I Davidson ne hanno presa
una.»
«Ma come! I Davidson ne hanno presa una?» esclamò Miss Marshall.
«I Davidson ne hanno presa una!» fecero eco Miss Jane e Miss Julia
Corry.
«Sicuro,» disse in tono un po' sarcastico Lady Mulholland. «E mi pare
che se loro si permettono di tenerne una in quella meschina casa che
hanno, ce lo potremmo permettere anche noi.»
«Già; sono di gran moda oggi i rifugiati,» osservò Kitty a Miss Lorena
Marshall. «Tutte le migliori famiglie ne hanno.»
«Sì, ma via! I Davidson!...» esclamò Miss Marshall. «Come mai possono
permettersi questo lusso?»
«Hanno licenziata la cameriera,» spiegò Lady Mulholland, «e fanno fare
da sguattera a questa povera donna belga.»
«Che a casa sua,» saltò su a dire Kitty, «era una signora
dell'aristocrazia. Molly Davidson mi ha assicurato che è veramente una
gran dama! Marchesa, contessa, o che so io.»
«Già;» soggiunse sua madre. «Mi hanno anche detto che i letti li rifà
molto male.»
«Povera creatura!» sospirò Miss Jane.
«Secondo me,» proseguì Lady Mulholland, «è assurdo che i Davidson si
diano il lusso di avere una contessa forestiera a rifare i loro letti,
mentre noi, che abbiamo delle discrete entrate e delle case decenti,
stiamo a guardare. -- Grazie, cara, due pezzi di zucchero. -- Difatti,
oggi ho scritto al Comitato offrendo ospitalità ad una famiglia di due o
tre persone.»
«Quanto sei generosa!» esclamò Miss Jane; e Miss Julia fece una timida
carezza alla mano grassoccia di Lady Mulholland che reggeva la tazza di
thè.
«Noi altre, a dir vero, non ci avevamo ancora pensato,» si scusò Miss
Jane. «Ma se possiamo in qualche modo soccorrere queste infelici, lo
faremo con molto piacere.»
«Oh, certo! Siete così angeliche!» esclamò l'impulsiva Kitty,
circondando d'un braccio robusto le rigidette spalle di Miss Jane e
schioccandole un bacio sulla guancia.
Miss Jane arrossì di piacere.
«E allora, che passi si fanno per avere una di queste profughe?» chiese
Miss Lorena Marshall. «Anch'io potrei trovar posto per qualcuna in casa
mia. Anzi, non mi spiacerebbe affatto. Sono lunghe le serate per me che
vivo sola; e riprenderei volentieri un po' di conversazione francese.»
Lady Mulholland, a cui ella s'era rivolta, indugiò alquanto a
rispondere; quindi in tono piuttosto asciutto disse: «Potete scrivere al
Comitato per i rifugiati, a Kingsway; oppure al Consolato Belga.» Vi fu
una pausa. «I Davidson devono averla avuta dalla Lega pel suffragio
femminile. La prevengo però,» soggiunse guardando con occhio frigido la
signorina Marshall, «che il Comitato, a quanto mi si dice, è
particolarmente rigoroso. S'informa per filo e per segno sul conto di
coloro che vogliono i profughi. Non li manda, così, a chiunque ne faccia
domanda.»
Vi fu un nuovo silenzio; quindi Lady Mulholland e sua figlia si alzarono
e presero commiato.
A Miss Julia, che le accompagnò fino al cancello, la signora osservò a
bassa voce: «Ma guarda un po' che impertinenza! Quella Miss Marshall che
ha il coraggio di voler prendersi in casa una profuga! Lei!... Col suo
passato!»
«Che passato?» chiese stupita Miss Julia, spalancando gli occhi cilestri
un po' sbiaditi. «Che cosa dici mai?!»
«So ben io cosa dico,» ribattè l'amica con una crollata del capo che
fece fluttuare ai venti il velo di trina bianca. «So ben io!... cara
Julia, credimi: quando si vive tanto tempo all'estero» -- e Lady
Mulholland scosse vicino al naso di Miss Julia un indice sapiente e
ammonitore -- «c'è sempre qualche cosa sotto! Qualche gatta che ci cova.
-- Dunque addio. Vi aspetto mercoledì al thè in casa mia.»
E la gentildonna salì in carrozza seguita dalla sorridente Kitty,
lasciando Miss Julia muta ed esterrefatta sotto gli alberi del suo
giardino.
Dopo qualche istante di dolorosa riflessione Miss Julia ritraversò il
giardino colla fronte pensosa e l'animo turbato. Ma come! Nè lei nè sua
sorella si erano mai preoccupate del passato di Miss Lorena Marshall.
Era prudente questo?
Miss Marshall a vero dire non evocava per nulla l'idea di un passato;
tanto meno di un passato esotico, che alla mente di Miss Julia e di Miss
Jane si associava vagamente a un terribile libro intitolato -- «Pour
lire au bain» -- che era loro capitato in mano, ed a certi lochi
infernali chiamati Bullier e Tabarin.
No; il pudico cappellino nero, correttamente assiso sulla capigliatura
color pepe e sale di Miss Marshall non mostrava invero la più lontana
parentela con quei folli «petits bonnets» che si buttano al disopra dei
mulini in un momento di giovanile ebbrezza. Le sue solide scarpe a tacco
basso e punta quadra respingevano risolutamente ogni idea che il piede
così giudiziosamente calzato avesse potuto un tempo scendere danzando la
fiorita china del peccato.
«Secondo me, è una malvagia e crudele calunnia,» mormorò Miss Julia; e
appena fu sola con la sorella gliene parlò.
Anche Miss Jane respinse sdegnata l'ingiuriosa insinuazione, e quando
nella serata il Reverendo Smyth, curato di Pinner, venne per discutere
con loro i preparativi di un imminente concerto di beneficenza, le due
sorelle confidenzialmente chiesero la sua opinione. Da quanto tempo
conosceva egli Miss Marshall? Ne aveva udito parlare prima ch'essa
venisse a Pinner? Gli pareva possibile ch'ella avesse un passato? Un
passato.... continentale?
Il giovane Reverendo sorrise, e disse che secondo lui tale sospetto era
ridicolo e poco caritatevole.
«Lei dirà, caro Mr. Smyth,» disse Miss Jane, «che mia sorella ed io
siamo due zitellone noiose, dalle idee ristrette --» il curato fece un
gesto di cortese protesta.
«Già; bisogna compatirci. Siamo zitellone noiose dalle idee ristrette,»
ripetè Miss Julia.
Era questa una frase prediletta dalle due signorine Corry; la dicevano
ad ogni istante -- un po' per farsi contraddire e un po' per una specie
d'umiltà che sta assai vicina all'orgoglio. Non era già un segno
d'indubbia superiorità il riconoscersi dei difetti? E poi questa
«ristrettezza d'idee», non è quasi sinonimo di «nobiltà d'idee,» quando
significa il giusto aborrimento d'ogni volgarità e sconvenienza?
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Quando, il mercoledì seguente, le due signorine Corry andarono a rendere
la visita a Lady Mulholland trovarono la sala di ricevimento piena di
gente. Tutta Pinner e Hatch End e Harrow si dava convegno ai thè di Park
House.
Le due sorelle entrarono, un po' timide; Lady Mulholland, molto
circondata e prodigandosi a tutti, le accolse con distratta gentilezza.
Kitty, gaia e affettuosissima, offrì loro con premura il thè.
C'erano anche le Davidson. («Che pessimo gusto hanno nel vestire,»
osservò Miss Jane a Miss Julia; «nessuno porta il raso per l'afternoon
tea!») Madre e figlia Davidson formavano il centro di un gruppo di
persone, e, rosse in viso, stavano narrando la serie di guai avuti con
la loro profuga contessa belga.
«Anzitutto non era affatto contessa,» diceva Dolly Davidson, con broncio
puerile.
«E poi non era nemmeno belga,» soggiunse la povera signora Davidson,
scotendo il capo piumato. «Mi stupisco che la Lega per il Suffragio
Femminile ce l'abbia mandata. Figuratevi che ci confessò, partendo,
d'essere una artista di varietà, nata a Linz! E non sapeva parlare che
il tedesco e lo czeco. Dire che noi abbiamo sempre creduto che parlasse
fiammingo!»
Le ascoltatrici dissimularono appena sotto un'apparenza di lieve
commiserazione i loro sorrisi di giubilo. Ah, che meritata lezione! Ma
come?! Questa insignificante Clara Davidson (Davidson padre aveva
qualche oscuro impiego nella city) si era data tante arie con quella sua
contessa! Ed ecco che doveva confessare d'aver ospitata una
canzonettista austriaca!
«Mia povera cara amica!» esclamò Lady Mulholland. «Come avete fatto a
liberarvene?»
«Ma...» balbettò la infelice signora Davidson arrossendo, «venne un uomo
-- un brutto tipo -- a cercare di lei tardi l'altra sera, e fecero molto
chiasso in anticamera. Non so se litigavano o altro...»
«Poi sono andati disopra tutt'e due,» aggiunse la loquace Dolly
Davidson. «La mamma ha mandato su Reggy a chiamarli.» Reggy, un torpido
adolescente che in quel momento aveva la bocca piena di torta, arrossì
-- «per dire che dovevano scendere e andar via subito. Ma Reggy rimase
su, e quando sono salita io a cercarlo l'ho trovato che guardava dal
buco della chiave.»
«Non è vero,» borbottò Reggy.
«Basta; abbiamo dovuto chiamare un policeman,» concluse rapida la
signora Davidson. «E' stata una cosa veramente spiacevole.»
Il penoso silenzio che seguì fu rotto da Lady Mulholland.
«Confesso,» disse, «che non è senza trepidanza ch'io attendo l'arrivo
dei miei profughi.»
«Quanti ne aspetti, cara?» chiese Miss Julia Corry.
«Quattro,» rispose lugubre Lady Mulholland. «Se potessi mandare un
contrordine!...»
«Ah, no!» esclamarono in coro tutte le amiche. «Una volta che le hai
invitate devi accettarle.»
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Arrivarono difatti il giorno seguente: una madre, magra e
insignificante, due ragazzotti taciturni e grassi, e una ragazzina
dall'aria furba, con due occhi vividi da furetto.
Si chiamavano Pitou.
Dal giorno che avevano abbandonato la patria, la casa e i beni -- questi
consistevano in un piccolo Restaurant in un'oscura viuzza di Bruxelles
esalante un effluvio perenne di ragoût di montone -- i quattro esuli non
si erano trovati troppo male.
Appena sbarcati in Inghilterra avevano appreso ch'erano degli eroi.
Erano stati acclamati, insieme ai loro compatrioti, quali salvatori
d'Europa. Con stupore non disgiunto da compiacenza avevano ascoltato i
discorsi pronunziati in loro onore, nei quali si assicurava che la
riconoscenza del mondo intero non avrebbe mai ripagato il debito che la
civiltà aveva contratto verso di loro.
Non c'era quindi da stupirsi se questi profughi -- come molti altri --
accettavano come di diritto e colla massima naturalezza tutto ciò che
veniva loro offerto.
Mangiavano tutto il giorno -- e nella notte tenevano accanto al letto
dei biscotti che all'indomani buttavano via. Esigevano burro e
marmellata a tutti i pasti; mettevano zucchero nel vino e acqua di fior
d'arancio nel latte; si lagnavano assai che il caffè non era buono.
Se faceva freddo si mettevano sulle spalle il mantello di lontra di Lady
Mulholland e le sciarpe di seta di Kitty. Parlavano poco, e sempre a
bassa voce tra di loro.
Passavano gran parte della giornata nel salotto, sdraiati in poltrona a
sfogliare le riviste illustrate. Scrivevano molte lettere e prendevano i
francobolli dal cassetto della scrivania di Lady Mulholland.
Non ringraziavano mai di nulla.
Perchè avrebbero dovuto ringraziare?
Non avevano forse salvato l'Europa? Se non erano loro, dove sarebbe a
quest'ora il mantello di lontra di Lady Mulholland? Se non era il Belgio
a quest'ora sui divani di casa Mulholland si sdraiavano gli Ulani; e
verrebbero gli Ussari della Morte a mangiarsi le conserve di casa
Mulholland, a servirsi di francobolli e a criticare il caffè. _Comment
donc!_
E non avevano essi, Pitou, per salvare l'Europa, abbandonato tutto? La
patria? La casa? Gli affari?...
Ben presto il meschino Restaurant nel Passage de la Pompe assunse nei
loro appassionati ricordi una magnificenza e un fasto di Grand Hôtel.
_Le souvenir, cet embellisseur_, con un rapido gioco di
prestidigitazione ne cancellava la sudicia insegna, faceva sparire
candele, limoni, sardine e mosche dalla vetrina d'entrata, costruiva
qualche piano di più, una facciata a colonne, e riempiva l'imponente
fabbricato di clienti ricchi e titolati.
«A proposito, come si chiamava il vostro Hôtel?» chiese un giorno Lady
Mulholland. «Noi, andando a Spa, abbiamo pernottato a Bruxelles; e mi
ricordo che abbiamo alloggiato in un eccellente Albergo. Il Britannique,
o il Métropole, o qualche cosa di simile.»
Madame Pitou si rivolse con un sospiro a sua figlia che soleva fare da
interprete:
«Toinon, dille tu il nome del nostro albergo,» sospirò. «Traducilo dal
francese.»