»A che o prodi, l'indugio? Il valor sia
»Che a que' merli ne adduca; e ognun fra noi
»Per sì nobil cagion spento, ministri
»Generoso sgabel della sua salma
»A chi ne sopravvive. In sulle vette
»Di quella rocca, fuor dell'anglo omai,
»Stendardo all'aure non si spieghi, e gridi
»Stupito il passeggier, che in miglior' destre
»Non unqua i suoi vessilli Anglia commise.
_Shakspeare._
Comunque assai poco fidasse in Ulrica Cedric, pur non avea mancato, fin
d'allora che uscì dal castello, di partecipare le cose intese da questa
femmina al cavalier Nero e a Locksley, i quali provarono contento non
lieve in ascoltando com'entro la rocca vi fosse persona che all'uopo
ne avrebbe loro agevolato l'ingresso. E fin da quel punto s'erano
accordati col Sassone sulla necessità di tentare l'assalto, anche ad
onta di svantaggiose possibilità, poichè per vero dire miglior via
non offerivasi di liberare i prigionieri caduti nelle mani del barbaro
Frondeboeuf.
«Il real sangue d'Alfredo è in pericolo» disse Cedric.
«L'onore di nobile donna è in pericolo» diceva il cavalier Nero.
«E quand'anche non avessimo altro scopo che di liberare quel povero
servo, quel fedele Wamba» disse Locksley «metterei piuttosto in rischio
un membro del mio corpo, che lasciar cadere un capel solo della sua
testa.»
«E altrettanto farei io» aggiunse l'eremita di Copmanhurst. «Vedo
non esser egli che un matto, ma, signori miei! a un tal matto che si
comporta con tanto accorgimento e prontezza d'animo, onde avrei più
gusto di votare un fiasco di vino e mangiare una fetta di prosciutto
in sua compagnia, che standomi insieme coll'uomo il più sapiente.
Sì, fratelli carissimi, ve lo dico, un tale matto non mancherà mai nè
d'un religioso che preghi per lui, nè d'un guerriero che lo difenda,
sintantochè io potrò intonare un salmo o scoccare una freccia.»
E dicendo tai cose, folleggiava colla pesante labarda, che facea
volgersi a molinello al di sopra del capo coll'agevolezza onde un
giovine pastore usa all'uopo medesimo la sua bacchetta.
«Molto bene! stimabile religioso» disse il cavalier Nero; «molto bene!
San Dunstano in persona non potea parlare di meglio. Or ditemi, caro
Locksley, non trovate voi opportuno che il nobile Cedric si prenda
l'incarico di comandare l'assalto?»
«No, in fede mia» sclamò Cedric: «non ho mai studiato l'arte nè di
assalire nè di difendere questi asili della tirannide, che i Normanni
vennero ad ergere nella sfortunata nostra contrada. Combatterò
nella prima fila, e se non ho capacità a prestar servigio di abile
condottiero adempirò qual si dee gli obblighi d'un buon soldato.»
«Poichè vi piace così, nobil Cedric» soggiunse Locksley «m'assumo io la
parte di condurre gli arcieri, e fatemi appiccare al più alto di questi
alberi, se i soldati che si mostreranno sui bastioni dell'inimico, non
verranno infilzati da tante frecce quanti stecchi di garofani si vedono
per le feste di Natale sopra un prosciutto.»
«Ciò è parlar bene, o Locksley» disse tosto il cavalier Nero; «e se tra
questi valorosi avvene che vogliano seguire un vero cavaliere, poichè
tale titolo posso darmi, m'incarico di condurli all'assalto con tutto
lo zelo d'un soldato e giovandomi della esperienza che le mie fatiche
m'hanno acquistata.»
Così essendosi fra loro scompartite le fazioni i tre capi, fu dato il
primo assalto, di cui i miei leggitori intesero le conseguenze.
Quando il fortino fu preso, il cavaliere Nero ne mandò avviso a
Locksley, raccomandandogli nel medesimo tempo far mostra di voler
assalire dall'altra parte per tenere in faccende gli assediati, e
impedir loro di riunir le forze per operare una sortita, intesa ad
impadronirsi nuovamente del perduto fortino. Perchè venire assalito
era la cosa cui men desiderasse il cavalier Nero in tal congiuntura,
sapendo di comandare soldati volontarii per la maggior parte,
indisciplinati e non avvezzi alla guerra, ne' quali era bensì l'ardor
che voleasi ad incominciar un assalto, ma non la fermezza necessaria
a chi un assalto dee sostenere. Aggiugneasi, che quasi tutti essendo
mal forniti d'armi, aveano ogni svantaggio nel combattere contra vecchi
guerrieri quai si erano i difensori del castello, invigoriti da quella
fiducia che inspirano superiorità d'armi e superiorità di sapere.
Profittò di tale pausa per far costruire un ponte di legno ch'ei
divisò gettar per traverso alla fossa, e col soccorso del quale sperava
superarne il varco ad onta di tutti gli sforzi degli assediati; lavoro
che portò via un tempo non tanto breve, del qual ritardo non si dolsero
que' duci; tanto più che dava ad Ulrica agio migliore di porre in opera
il disegno di procurare un divagamento agli assediati, comunque di
questo divagamento gli assediati ignorassero la natura.
Terminato appena il ponte; «Non è più luogo ad indugi» disse il
cavalier Nero; «il sole volge all'occaso, ed ho per le mani affari sì
premurosi, che non mi permettono rimanere un giorno di più presso di
voi. Aggiugnete, essere quasi impossibile cosa che da York non giunga
un corpo di cavalleria in soccorso degli assediati, onde fa d'uopo
con uno spacciativo ardimento terminare questa bisogna. Che un di voi
pertanto si trasferisca presso Locksley commettendogli in mio nome di
dare una fiancata di frecce all'altro lato del castello e trarsi avanti
in atto di chi vuole assalire. Voi, prodi Inglesi, seguitemi al vero
assalto, e siate presti a gittare il ponte non sì tosto vedrete aprirsi
la porta di soccorso del fortino, attraversate con coraggio sulle orme
mie questo ponte, ed aiutatemi a fracassare la porta di soccorso che
impedisce l'ingresso al castello. Se v'è fra voi chi abbia men caro
un tal genere di fazione, o che non sia abbastanza fornito d'armi per
cimentarvisi, corra a guernir le alture del fortino, e indiriga le
frecce contro chiunque si mostri sui bastioni del castello. Nobile
Cedric, volete voi assumere il comando degli arcieri?»
«No, per l'anima d'Everardo!» rispose il Sassone. «Non ho la passione
di condur gli altri. Ma i miei posteri carichino d'ogni imprecazione
la mia tomba, se non seguo immediatamente quel primo che mi addita il
cammino. Quei che si battono, si battono per la mia causa, nè si dica
mai ch'io rimasi al retroguardo.»
«Pensate però, nobile Sassone, che non avete nè giaco nè sarcotta, e
che ogni vostra difesa sta in un legger elmo, in un piccolo scudo, in
una spada.»
«Tanto meglio!» ei rispose «sarò più spedito alla scalata di queste
mura. Non fo per darmi vanto, ser cavaliere; ma voi vedrete in tal
giorno che un Sassone sa presentare il petto alle pugne con quanto
ardire può essere in un Normanno armato di una corazza di Spagna.»
«Orsù dunque in nome di Dio, che invoco proteggitore! Si apra la porta
di soccorso del fortino! Si getti il ponte!»
Tutt'a un tratto s'aperse la porta che conducea dal fortino alla fossa,
e posta come vedemmo rimpetto all'altra di soccorso del castello.
Si gettò il ponte; ma non permettea questo che più di due persone vi
marciasser di fronte. Non ignorando il cavalier Nero quanto rilevasse
il prendere il nemico per via di sorpresa, vi salì egli il primo, e
subito dopo Cedric, che scevri d'ogni danno giunsero all'opposta riva,
ove incominciarono a menar colpi d'azza contra la porta del castello, e
il poteano meglio, che per una felice combinazione li sicuravano dalle
frecce o dalle frombole degli assediati le tavole dell'antico ponte
disfatto per ordine di Frondeboeuf e collocate a guisa di puntelli di
contro al muro. Coloro che venivano dietro essi non godendo d'eguale
riparo, erano esposti ai colpi degli assediati; laonde i due che furono
primi caddero nella fossa trafitti dalle frecce normanne; il quale
esempio tanto gli altri atterrì, che volsero precipitosamente i passi
al fortino.
A rischiosissima condizione quindi trovaronsi il cavalier Nero e
Cedric, e il pericolo sarebbe stato maggiore, se gli arcieri che
guernivano le alture del fortino non avessero di continuo tribulati
a furia di frecciate gli armigeri de' bastioni; talchè questi non
si facevano vedere che per lanciare alla ventura una freccia e
scomparivano tosto; la qual cosa lasciò ai due capi più respiro di
quanto ne dava a sperare la circostanza di quel momento. Ciò nullameno
non era lieve il rischio cui soggiacevano, e diveniva allora più grave.
«Qual vergogna!» sclamò Bracy volgendosi ai soldati che gli stavano
intorno. «Voi vi date vanto di saper trarre una freccia, e sofferite
che due uomini soli mantengano il sito ove si collocarono sotto le
mura del castello! Demolite il parapetto del baluardo se di meglio far
non potete, e gettatene le pietre su i loro capi. Che si tarda? Leve
e piuoli! Incominciate da questo» indicando loro un masso che quattro
cavalli appena avrebbero trascinato, e che facea corona al parapetto al
di sopra appunto della porta di soccorso.
In quell'istante medesimo fu veduta sventolare sulla torre d'occidente
quella rossa bandiera che Ulrica aveva additata a Cedric. Locksley fu
il primo ad accorgersene. Perchè, fin d'allorquando ei seppe che si
dava l'assalto, lasciò una parte d'arcieri per continuare quel suo
assalto d'apparenza, e venne col fiore de' suoi a prender parte nel
vero.
«San Giorgio!» sclamò egli «san Giorgio e Inghilterra! Affrettatevi,
o miei arcieri. Potete voi lasciar quel prode cavaliere e il nobile
Cedric a pericolar soli contra la porta del castello? Su via, eremita
di Copmanhurst! Fa prova che sai batterti come dir bene il rosario.
Avanti, prodi arcieri, fatevi avanti. Il castello è nostro! Abbiamo
corrispondenze con quei di dentro. Vedete quella bandiera rossa? È un
segnale di cui si convenne. Torquilstone è in nostro potere. Pensate
all'onore, pensate al bottino. Anche uno sforzo e siam padroni della
piazza.»
Terminando tali accenti diè il volto all'arco, e trafisse di freccia
un armigero che, giusta il comando avutone da Bracy, intendeva a
staccare l'enorme pietra del parapetto per farla dirupare su i capi di
Cedric e del cavalier Nero. Altro armigero prese il piuolo di mano al
suo collega spirante e continuava il lavoro incominciato dal primo,
allorchè il giunse una seconda freccia scoccata da Locksley, onde
precipitò nella fossa. Spaventato il rimanente degli armigeri, non si
trovava chi volesse venire per terzo; poichè ogni saetta lanciata dal
formidabile arciere portava morte con sè.
«Vili» sclamò Bracy «niun di voi osa avanzarsi? A me una leva!
M'assista san Dionigi!»
Postosi indi all'opera, la pietra scalcinata incominciava
manifestamente a crollare. Ella era sì smisurata che non solamente
avrebbe rotte le tavole sotto cui si riparavano i due cavalieri, ma
perfino il ponte gettato per traverso alla fossa. Comunque tutti gli
assalitori scorgessero lo imminente pericolo, non vi fu uom ardito fra
essi, e nè manco il gagliardo eremita, che osassero portar un piede sul
ponte. Locksley lanciò tre frecce contra Bracy, e tutte tre risonarono
e perdettero forza contra quella durissima armatura.
«Vada al diavolo la tua sarcotta di Spagna!» sclamò dispettosamente
Locksley. «Perchè non la fabbricò un armaiuolo inglese? Queste frecce
l'avrebbero trapassata come se fosse stata di tela o di zendado.» Indi
si mise a gridare con quanto avea fiato: «Compagni! amici! cavalier
Nero! nobile Cedric! ritiratevi! ritiratevi! un masso enorme vi piomba
addosso!»
Non ne fu udita la voce, perchè i colpi raddoppiati, che il Cavaliere
e Cedric menavano sulla porta, spegnevano ogn'altro strepito. Allora
il fedele Gurth si lanciò precipitoso sul ponte per tentare a rischio
della propria vita di avvertire il padrone sul pericolo che lo
minacciava; ma sarebbe giunto fuor di tempo, perchè la pietra spinta
innanzi dagli sforzi di Bracy, era all'istante di perdere l'equilibrio,
allorchè la voce del Templario gli arrestò il braccio quando stava per
darle l'ultima spinta.
«Tutto è perduto, o Bracy! il castello abbrucia.»
«Abbrucia! Siete pazzo?»
«Fra due minuti vedrete le fiamme sollevarsi al di sopra della torre
d'oriente. Cercai indarno di spegnerle.»
Brian di Bois-Guilbert spiegò in brevi cenni al compagno le
particolarità di una notizia tanto funesta con quella intrepidezza che
vedemmo essergli ingenita; ma non egualmente intrepido si mostrò in
quell'istante Bracy.
«Per tutti i santi del Paradiso!» sclamò egli «e qual partito ci
rimane? Fo voto d'offerire a san Nicolò di Limoges un candelliere di
purissimo oro se....»
«Sì, che adesso è tempo di parlar di voti! Ascoltatemi. Unite tutti
i vostri armigeri, e fate una sortita alla porta di soccorso. I soli
che abbiano passato il ponte sono quell'infernal cavaliere e uno de'
suoi compagni. Precipitateli nella fossa e assalite il fortino. Io
col rimanente della guernigione uscirò fuor della porta principale, e
gli darò l'assalto dall'altra banda. Se possiamo riguadagnare questo
riparo, spero vi ci manterremo sinchè ne arrivin soccorsi, o almeno
potremo venire a buona capitolazione.»[44]
«L'idea è ottima» disse Bracy «e vi prometto ben adempiere la parte che
mi assegnate, ma voi, Templario, vi terrete alla vostra?»
«In fede di cavaliere! Ma dalla parte del cielo! non perdete un
istante.»
Bracy, dopo avere adunati tutti i suoi in gran fretta, corse alla
porta di soccorso, ma non ebbe d'uopo di farla aprire, perchè all'atto
del suo arrivo questa cedea ai reiterati colpi de' due guerrieri, i
quali assalirono vigorosamente que' primi che si presentarono; e far
morder la polve a due d'essi fu pel cavalier Nero un istante. Gli altri
indietreggiarono a malgrado degli sforzi operati da Bracy a fine di
rattenerli.
«Infingardi!» gridò Bracy. «Due uomini soli basteranno a chiudervi
l'unica via di scampo che vi rimane?»
«Non è un uomo» esclamò un vecchio soldato, mentre studiavasi a parare
i colpi che vibrava il cavalier Nero sopra di lui; «egli è un demonio.»
«E se fosse anche il demonio, dovreste fuggire innanzi a lui per
andarvi a lanciar nell'inferno? Il castello è in fiamme! Sciagurati!
non lo sapete? La disperazione almeno vi somministri coraggio o
piuttosto datemi luogo. Voglio cimentarmi io medesimo con questo
formidabile antagonista.»
Bracy non dismentì in tale scontro la rinomanza che nelle guerre
civili di quei tempi erasi meritata. La soffitta arcata dell'atrio cui
la porta di soccorso mettea, rimbombava de' colpi che l'uno mandava
all'altro dei due campioni, i quali allora si battevano corpo a
corpo, Bracy colla spada, il cavalier Nero colla sua pesante picozza.
Finalmente il condottiere della compagnia franca ricevè tal colpo
che comunque rintuzzata ne fosse in parte la violenza dallo scudo
oppostogli, pure andando a percuotere l'elmo del cavaliere assai
violenza mantenne per rinversarlo.
«Renditi, Bracy!» gridò il cavalier Nero chinandosi sopra il corpo di
lui, e appressando al sito ove termina la corazza, quel pugnale onde
i cavalieri portavano il colpo di grazia ai lor nemici, e che venia
nominato _pugnale di grazia_. «Renditi, Maurizio di Bracy, renditi,
soccorso o non soccorso; ovvero sei morto.»
«Dimmi il tuo nome e fa quel che vuoi di mia vita» rispose il cavaliere
supino. «Mai non si dica che Maurizio di Bracy s'arrese ad uno
sconosciuto!»
Il cavalier Nero pronunziò alcune parole all'orecchio del vinto.
«Mi rendo, son vostro prigioniere, soccorso o non soccorso» soggiunse
Bracy, che al tuono dell'alterezza fe' succedere quello d'una
sommessione la più rispettosa.
«Trasferitevi al fortino, e ivi aspettate i miei comandi» gli disse in
aria autorevole il vincitore.
«Permettetemi prima rendervi consapevole di cosa che assai vi rileva»
si fece a dire Bracy. «Wilfrid d'Ivanhoe è ferito, è prigioniere,
morirà in mezzo all'incendio del castello se qualcuno non s'affretta a
correre in suo soccorso.»
«Wilfrid d'Ivanhoe prigioniero, ferito, in pericolo di morire! La vita
di tutti coloro che stanno nel castello mi sarà il mallevador della
sua. Ov'è? additatemi il luogo del suo carcere.»
«Questa scala a chiocciola conduce all'appartamento occupato da
Ivanhoe. Volete ch'io vi serva di guida?»
«No: andate ad aspettare i miei ordini nel fortino. Io di voi non mi
fido, o Bracy.»
Nel durare di questo breve combattimento, e del breve colloquio che lo
seguì, Cedric, condottiero d'un corpo d'arcieri che aveva passato il
ponte, fra' quali si trovava l'eremita di Copmanhurst, inseguiva gli
armigeri del cavaliere normanno, disperati affatto e ridotti al massimo
invilimento. Alcuni d'essi domandarono quartiere, altri opposero una
inutile resistenza; la più gran parte fuggirono verso la corte del
castello.
Bracy, rimasto solo, seguì collo sguardo, da cui leggeasi umiliazione e
mestizia, il suo vincitore. «Ei non si fida di me» dicea fra sè stesso
«ma gli ho data io occasione di fidarsi?» Raccolse l'armi, trasse
dal capo l'elmo in segno di sommissione, e si trasportò al fortino,
consegnando la propria spada a Locksley che incontrò lungo la via.
In questo mezzo, progredì tanto l'incendio che ne apparvero manifesti
i segnali nell'appartamento ove Rebecca dava ad Ivanhoe le sue cure.
Fin d'allora che lo ridestò il fragore della seconda pugna, la buona
giovane israelita, per secondarne le istanti preci, tornò a mettersi
alla finestra affine di dargli le contezze di quanto accadea. Ma non
andò guari che densi globi di fumo uscendo dalla vicina torre, tolsero
la vista del campo di battaglia, e le grida _al fuoco! acqua! acqua!_
più assai delle grida de' combattenti si faceano udire in quella parte
di edificio.
«È il fuoco al castello!» gridò Rebecca. «Tutto è fiamma! Come
salvarci?»
«Fuggite tosto, o Rebecca» sclamò Ivanhoe; «mettete in sicuro i vostri
giorni; quanto alla mia vita non v'ha soccorso umano che vaglia a
salvarla.»
«Non fuggirò altrimenti» rispose Rebecca: «noi ci salveremo entrambi o
insiem periremo. Ma, Dio d'Abramo! mio padre! il mio povero padre! qual
sarà il suo destino?»
Nel medesimo istante si aperse la porta della stanza ove entrò il
Templario. Spaventoso ne era l'aspetto; infranta l'armatura e coperta
di sangue, arso in parte il pennacchio, che ne sormontava il cimiero.
«Ti trovo finalmente» egli disse a Rebecca «tu vedi com'io serbi la
promessa che ti ho data d'aver comune con te la prospera e la cattiva
sorte. Non rimane che una via di salute, ed ho affrontati ben cinquanta
rischi per venirtela ad additare. Alzati e tosto mi segui.»
«Non sarà ch'io vi segua sola» rispose Rebecca «ma se voi succhiaste il
latte di una donna, se qualche idea avete soltanto della carità, della
pietà, se il vostro cuore non è più duro dell'armatura che addossate,
salvate il vecchio mio genitore, salvate questo cavaliere ferito.»
«Rebecca» rispose il Templario colla feroce calma solita a mostrarsi in
costui «un cavaliere dee sapere far buon viso alla morte, sia che la
punta d'una lancia, sia che le fiamme glie l'appresentino. Quant'a un
Ebreo, chi diavolo vuol prendersi fastidio per un Ebreo?»
[Illustrazione: _In mezzo a così orrida confusione, Cedric
accompagnato dal fedele Gurth, che nel durar della mischia non
s'era mai scostato dal suo padrone..._ pag. 277.]
«Guerrier selvaggio!» sclamò Rebecca «morirò in mezzo alle fiamme
anzichè accettar tuo soccorso.»
«Solamente non ti rimarrà la libertà della scelta; mi fuggisti una
volta, non mi fuggirai la seconda.»
Detto ciò la prese fra le braccia portandola fuor della stanza, nè
facendo caso veruno de' suoi pianti, delle sue grida, e molto meno
curandosi delle minacce e delle imprecazioni d'Ivanhoe che esclamava
con voce di tuono: «Scellerato Templario, obbrobrio del tuo ordine!
lascia questa giovinetta, traditore Bois-Guilbert! tutto il tuo sangue
sconterà tale oltraggio.»
«Se non erano le tue grida, o Wilfrid» disse il cavalier Nero, che un
momento dopo entrò nella stanza, colla visiera dell'elmo sempre calata
«io non riusciva a trovarti.»
«Se siete cavaliere» Ivanhoe rispose «non pensate a me. Inseguite quel
vile rapitore, salvate lady Rowena; cercate conto del nobile Cedric.»
«Ciascuno a sua volta» rispose il cavaliere _dal catenaccio_[45] «ma
questa è la tua.»
Così dicendo s'impadronì d'Ivanhoe, trasportandolo colla medesima
facilità posta dal Templario nel condur fuori la Israelita, e giunse
alla porta di soccorso carico di questo peso, che consegnò indi alle
cure di due arcieri, rientrando di poi nella rocca per arrecare agli
altri prigionieri salvezza.
Benchè il fuoco si fosse dilatato dalla torre a molt'altre parti
di quell'edifizio, le fiamme non ebbero rapido progresso quanto il
potevano, a cagione della grossezza de' muri e della saldezza delle
volte che ogni stanza coprivano. Ma quelle porzioni di fabbrica
sulle quali usava minori devastamenti l'incendio, divenian teatro
di scene parimente spaventevoli, perchè la rabbia degli uomini ivi
dispiegava il proprio furore. Gli assedianti perseguivano di sala in
sala i difensori della rocca, e nel sangue degli armigeri del feroce
Frondeboeuf sbramavano la sete di vendetta che gl'infiammava contra
quanto apparteneva a costui. Invano taluno de' ridetti armigeri chiese
quartiere. Non fuvvi tra loro chi potesse ottenerlo. Altri pugnarono
da disperati e cara vendettero la propria vita. Rintronava l'aere del
romor dell'armi e de' gemiti, mentre ogni lastrico scorgeasi innondato
dal sangue de' feriti e de' moribondi.
In mezzo a così orrida confusione, Cedric accompagnato dal fedele
Gurth, che nel durar della mischia non s'era mai scostato dal suo
padrone, e gli salvò più d'un colpo che senza tal compagno non avrebbe
potuto evitare, trascorreva il castello cercando lady Rowena per ogni
dove; e fu tanto felice per trovarla in tal punto che avendo ella
perduto qual si sia speranza, si premea contra 'l seno la sua croce
da collo, e indirigeva al cielo preci ch'ella giudicava le estreme.
Affidatala a Gurth, gli comandò condurla entro il fortino. I nemici
in allora non erano più da temersi, nè le fiamme interrompevano ancora
tutti i passaggi.
Cedric pertanto continuava le sue indagini in quel recinto colla
speranza di rinvenire Atelstano, e deliberato ad affrontare qualunque
rischio per salvare l'ultimo rampollo della sassone dinastia. Ma prima
ch'ei giugnesse alla sala ov'era stato egli medesimo prigioniere, il
genio inventore di Wamba gli avea già suggerito modo di procacciare
libertà a sè e al compagno suo d'infortunio.
E ciò accadde nel tempo del secondo assalto, allorquando lo strepito
di voci e d'armi annunziava più violento il bollor della pugna. Il
matto in quell'istante si diede a gridare: _Vivano san Giorgio e
l'Inghilterra! Il castello è nostro._ E per rendere più spaventoso un
tal grido, che reiterò più d'una volta, percotea l'una contro l'altra
le vecchie armature sospese all'intorno di quella sala.
Una sentinella posta alla porta, il cui spirito era già in istato di
esagitazione, credè i nemici entrati in quella sala per una finestra,
e presa da spavento, e senza avvisare nè manco a chiuder la porta,
corse in traccia del Templario per arrecargli sì fatto annunzio.
Nulla pertanto impacciando la fuga de' due prigionieri, pervennero
ben tosto al cortile della rocca, divenuto esso pure teatro di pugne.
Molti di quegli assediati, parte a piedi, parte a cavallo, s'erano
raccolti attorno al feroce Templario con animo di tentare una ritratta
colla forza dell'armi, e d'assicurarsi la sola via di scampo che lor
rimanesse. Bois-Guilbert avea fatto sbassare il ponte levatoio; ma
ardua cosa e piena di pericoli diveniva il passarvi sopra, perchè
una mano di assalitori tenea il davanti della porta principale
del castello, onde togliere appunto qualunque via di fuggire agli
assediati; e alloraquando poi videro calato il ponte, si sforzarono
di penetrare per avere la lor parte di bottino innanzi che le fiamme
consumassero per intero la fortezza. Nel medesimo tempo quelli che
entrarono per la porta di soccorso, incalzavano quella stessa truppa,
che trovavasi così assalita in prospetto e alle spalle.
[Illustrazione: _Rinnegato Templario! Lascia in libertà una
donna che non se' degno sol di toccare; difenditi, capo banda
di ladri e di masnadieri!_ pag. 279.]
Animato dalla disperazione, e incoraggiato dall'esempio d'un indomabile
condottiero, questo pugno d'uomini operò portenti; e poichè tutti erano
ben armati giunsero più d'una volta a respignere il nemico, benchè
inferiori ad esso di numero. La giovane ebrea, che uno degli schiavi
Saracini di Bois-Guilbert teneva dinanzi a sè sul suo cavallo, stava
in mezzo a quel gruppo, nè la confusione e il trambusto di tale istante
eran cagione al Templario di portar cure meno sollecite alla sicurezza
della medesima. Ond'era cosa non immeritevole d'osservazione, come
costui si trovasse ovunque i suoi soldati aveano d'uopo di soccorso
e d'incoraggiamento, poi rivenisse ad ogni istante presso la novella
sovrana de' suoi pensieri, coprendola col proprio scudo, e dimenticando
per essa la cura della personale difesa; e tantosto mettendo il grido
della battaglia, si lanciava nella mischia, e dopo gettato dall'arcione
alcuno fra' suoi più formidabili competitori, tornava presso di lei.
Atelstano, benchè irresoluto e indolente, siccome il leggitor non
lo ignora, non mancava però di prodezza. Laonde al vedere una donna
velata, che era scopo di tante premure al Templario, non dubitò
che ella non fosse lady Rowena; nè questa volta fu titubante nella
deliberazione di involarla a Bois-Guilbert, ad onta della gagliarda
resistenza che del certo gli facea mestieri affrontare.
«Per l'anima di sant'Odoardo!» sclamò «vo' sottrarre lady Rowena dalle
mani del perfido cavaliere, e queste mie gli daranno la morte.»
«Pensate bene a quanto siete per fare» gli disse Wamba «e badate a non
pescare invece d'un carpione una rana. Pel mio berrettone da matto!
quella donna è tutt'altra che lady Rowena. Osservatene solamente i
lunghi capelli neri, che le escono fuor del turbante, ondeggiandole
sulle spalle. Se non vi dà l'animo di distinguere nemmeno il bianco
dal nero, come volete essere capo di battaglia?» Ma non gli dava retta
Atelstano, onde Wamba così continuò: «In somma, se così vi piace,
fatevi innanzi, ma non io, per san Dunstano! vi seguirò; che non mi
garba farmi fracassar l'ossa senza sapere per chi. Nè pensate che siete
senza armatura e senza celata? O avvisereste che un berrettone di seta
fosse valevole schermo contra i colpi d'un acciaro di buona tempera?»
Wamba perdeva il suo fiato «Dunque _pax vobiscum_, valoroso Atelstano.
Chi ha sete se la cavi.» Dette le quali cose, lasciò il lembo della
veste del nobile Sassone, che fin qui s'era tenuta in pugno il buffone.
Impossessarsi d'una sciabola sfuggita allor dalle mani d'un moribondo,
far impeto sul drappello condotto da Bois-Guilbert, menar colpi a
destra e a sinistra, fu la bisogna d'un momento per Atelstano, cui
aggiugnea forza il furore. Giunto neanco a due passi di distanza da
colui ch'egli cercava, sclamò: «Rinnegato Templario! Lascia in libertà
una donna che non se' degno sol di toccare; difenditi, capo banda di
ladri e di masnadieri!»
«Cane!» rispose digrignando i denti il Templario «t'insegnerò io a
bestemmiare il santo ordine del Tempio di Sion.» Dopo i quai detti
fe' impennare un istante il suo corridore e il volse rapido contra
Atelstano, levandosi sulle staffe per dar più vigore al braccio nel
vibrargli un colpo spaventevole sulle tempia.
Wamba non ebbe torto nell'asserire che un berrettone di seta non fa
prova coll'acciaio. Il colpo menato dal Templario fu aggiustato con
tanta forza ad Atelstano, che mandò in ischegge, quasi fosse una
bacchetta di salice, la sciabola da questo opposta per pararlo, e il
cavaliere cadde a terra cogli occhi chiusi e privo di moto.
«_Beauséant! Beauséant!_» sclamò Bois-Guilbert con voce di tuono.
«Così perisca tutt'uom che ardisce denigrare i cavalieri del Tempio!»
Profittando indi della costernazione che la caduta d'Atelstano diffuse
tra i Sassoni gridò: «Chi vuol salvarsi mi segua!» E apertosi strada
verso il ponte levatoio, lo attraversò, seguito da' suoi Saracini e
da alcuni cavalieri. Nè scevra di rischio per esso fu tale ritratta,
perchè una mano d'arcieri accompagnò lui e il suo seguito con una
salva di frecciate. Ma per sua ventura in quel punto, gli arcieri più
vaghi di saccheggiare che di dar morte ad un fuggitivo non pensarono ad
inseguirlo.
S'indirisse verso il fortino, di cui credea tuttavia cosa possibile
si fosse impadronito Bracy, conforme al divisamento che di conserto
avevano immaginato.
«Bracy, Bracy!» gridò egli avvicinandosi. «Siete voi qui?»
«Sì,» rispose l'altro «ma vi son prigioniere.»
«Posso io soccorrervi?»
«No: mi è stato forza l'arrendermi, soccorso o non soccorso. Debbo
mantenere la mia parola. Salvatevi. I falconi sono mollati. Mettete il
mare tra voi e l'Inghilterra. Non ardisco dirvi di più.»
«Ebbene! poichè volete qui rimanervi, rammentate ch'io sono sciolto da'
miei obblighi. Quanto ai falconi poco men cale, quai che sian essi. Le
mura della commenda di Templestowe presentano tale asilo all'aghirone
da disfidar ivi le branche del falco.»
Preso indi galoppo, scomparve insieme col suo seguito.
Quelli fra i difensori della rocca, che per mancanza di cavalli non
poterono seguire il Templario, continuarono a difendersi piuttosto come
gente deliberata a vendere care le proprie vite, che mossa da speranza
di salvamento. Di fatto, vi periron sino all'ultimo d'essi. Il fuoco in
tale istante dilatava i suoi guasti per ogni dove del castello. Ulrica,
artefice dell'incendio, postasi sulla sommità di una torre, e simile ad
una delle furie dipinte dagli antichi poeti, intonava ad alta voce uno
di que' cantici guerrieri, di cui allorquando i Sassoni erano ancora
pagani, i loro _scaldi_ faceano rintronare i campi delle battaglie. I
lunghi capelli grigi di questa femmina le ondeggiavano attorno al capo
scoperto. Sfavillavano nei costei occhi l'ebbrezza della vendetta in
una e il fuoco di furente delirio ond'era invasata. Brandiva colla mano
una rocca, quasi una tra le Parche incaricate di regolare il destino
de' mortali, e di tagliarne il filo. La tradizione ci ha conservate
alcune strofe di questo barbaro inno, che facea le parole di quel canto
trionfale di Ulrica.
Figlie d'Engisto, le vostre faci
Auspici imploro; non già quai splendono
Per farsi scorta d'amante vergine
che del suo sposo s'affretta ai baci;
Ma in lor tremendi vampi ferali
Tutti d'inferno gli sdegni annunzino
All'atterrito stuol de' mortali.
Figlie del Drago, brandite acciari.
Non que' che al desco le dapi spartano
Fra convivali turbe festevoli,
Secure all'ombra d'ospiti lari.
Conversi ad altri fian ministeri
Or vostri acciari, che il sangue anelano
Del più feroce fra i cavalieri.
E mille ancora guerier mietete.
A me d'intorno sol morte aggirisi.
Oh lente fiamme nel render sazia
Di mia vendetta l'orribil sete!
Deh! alfin compiuta, fiamme, io la veda.
Nè mia presenza vi sia d'impaccio,
Che al furor vostro m'offersi in preda.
Le fiamme, avendo superato tutti gli ostacoli, s'innalzavano fino
alle nubi a foggia di sfolgoreggianti colonne, che poteano scorgersi
per molte miglia all'intorno; ogni torre, ogni edifizio a mano a mano
diroccava; talchè i vincitori costretti ad impor fine al saccheggio, si
assembrarono nel gran cortile del castello, contemplando quell'immenso
corpo di fuoco, il cui riflesso tignea i lor volti e l'armi loro d'uno
splendente color porporino. Alcuni tra i vinti, che avean cercato
entro l'ardente edifizio un asilo contro il furore de' lor nemici,
rimasero stritolati sotto quelle fumanti rovine, e fu scarsissimo
il numero di coloro che pervennero a salvarsi nel vicino bosco. La
torre, sopra di cui la sassone Ulrica erasi collocata, cadde per
l'ultima; laonde questa femmina fu veduta ancor lungo tempo stender
le braccia, e comporsi ad atteggiamenti di selvaggio trionfo, quasi
regina dell'incendio da essa creato. Ma finalmente precipitò pur questa
torre con orrendo fracasso, e seco Ulrica divorata dalle fiamme che
il tiranno della costei famiglia consunsero. Un silenzio inspirato da
raccapriccio regnò alcuni istanti all'aspetto di tale estrema scena,
silenzio che primo Locksley interruppe.
«Arcieri, la dimora de' tiranni non è più. Sia il bottino trasportato
al luogo solito delle nostre adunate sotto la grande quercia
d'Hartill-Walk! Allo schiarire della domane verrà scompartito fra noi
e i degni nostri confederati, che porsero l'opera loro ad un atto sì
luminoso di giustizia e di vendetta.»