«Che scarabocchio orribile! non mai vidi il secondo.
«Sbassarsi arte è per vincere talvolta in questo mondo.
_Versi tolti da una commedia._
Bracy già trovavasi nella grande ala del castello, allorchè vi
giunse il Templario. «M'immagino» il primo disse al secondo «che
questo sgraziato squillo abbia disturbato il vostro colloquio amoroso
come lo ha interrotto a me. Ma pare che voi ve ne siate stôlto con
fatica, poichè giugnete più tardi, onde conchiudo che il vostro primo
abboccamento avrà avuto miglior esito del mio.»
«Ah! non v'ha dunque accolto favorevolmente la erede Sassone!»
«Per la reliquia di san Dunstano! lady Rowena, lo giurerei, ha inteso
dire che non posso reggere alla vista d'una donna piagnente.»
«Oibò! il capo d'una compagnia franca scompigliarsi per le lagrime
femminili! Però alcune gocce di quest'acqua cadute sulla fiaccola
d'amore giovano anzi ad avvivarne la fiamma.».
«Fossero state alcune gocce! Ma la povera giovinetta ha versati pianti
da spegnere un braciere. Non si son mai veduti tanti contorcimenti di
braccia, nè tanto diluvio di lagrime dopo la morte dei quattordici
figli di quella santa di cui ci parlava non ha molto il priore
Aymer; credo santa Niobe. La bella Sassone era invasata da un demonio
acquatico.»
«E la mia Ebrea da una legione di diavoli, perchè un diavolo solo,
fosse anche stato Satanasso in persona, non valeva ad inspirare una
sì indomabile fierezza, una risolutezza così ostinata. — Ma dove andò
Frondeboeuf? Ch'ei non abbia intesa questa sonata di corno?»
«Sarà sicuramente a negoziar coll'Ebreo, il quale avrà strillato sì
forte da coprir colla sua voce lo squillo del corno. Dovreste saperlo
per esperienza: un Ebreo quando gli si chiede di pagare un riscatto,
e tale qual certo non si starà dal pretenderlo il nostro amico, manda
urla sì disperate, che sfido venti corni e altrettante trombette
a farsi ascoltare. Ma non può tardare l'amico; perchè la sua gente
non sapendo ove fosse, si è data d'intorno a cercarlo per tutto il
castello.»
Frondeboeuf arrestato nel mezzo della tirannica sua fazione, come
vedemmo, e che si fermò poi alcuni istanti per comprendere il motivo
del suono uditosi, entrò nella sala quando Bracy terminava il discorso.
«Vediamo qual sia la cagione di questo maladetto interrompimento»
dispettosamente questi dicea. «Ecco una lettera arrecata, son pochi
istanti, da un messo, e scritta in sassone, se non m'inganno.»
La contemplava egli e la girava per tutti i versi, come se il cambiar
luogo alla carta, gli avesse giovato ad intenderne il contenuto.
Finalmente la rimise a Bracy.
«Queste son per me note magiche» disse Bracy che possedea la sua buona
parte dell'ignoranza comune quasi a tutta la nobiltà di quel secolo.
«Il cappellano di mio padre si era assunto d'insegnarmi a scrivere, ma
vedendo che invece di formar lettere io abbozzava sulla carta ferri di
lance e lame di sciabola, giudicò ben fatto rinunziare all'impresa.»
«Date a me questa lettera» disse Bois-Guilbert; «noi Templarii siamo
una specie di cherici[37]: il valore in noi va congiunto a qualche po'
di sapienza.»
«_La Reverenza Vostra_ dunque» soggiunse Bracy «renda a noi utile
la sua dottrina.... In somma, che ne fa sapere di bello questo
scarabocchio?»
«Una disfida in tutte le forme, un vero cartello» rispose il Templario.
«Ma per la madonna di Betlem è il cartello più straordinario di quanti
sieno passati mai sotto il ponte levatoio d'un castello baronale, se
però non è solamente lo scherzo d'un qualche matto.»
«Lo scherzo d'un qualche matto!» sclamò Frondeboeuf. «Vorrei ben
vedere che vi fosse uom tanto ardito di fare il matto con me sopra tale
argomento?... Leggete di grazia, ser Templario.»
«Vi servo:»
«Io, Wamba, figliuolo di Witless, buffone del nobile e libero uomo
Cedric di Rotherwood, detto il Sassone, ed io Gurth, figliuolo di
Beowolf, guardiano di porci...»
«Siete pazzo?» sclamò Frondeboeuf interrompendo immantinente il
leggitore.
«Per san Luca! leggo quello che è scritto» rispose il Templario, e
continuò indi l'incominciata lettura:
«Ed io Gurth, figliuolo di Beowolf, guardiano di porci presso il
detto Cedric, col soccorso de' nostri collegati e confederati, che
nella presente querela fanno con noi causa comune, e soprattutto col
soccorso del valoroso cavaliere nominato per adesso il _Neghittoso
Nero_, facciam noto a voi, Reginaldo di Frondeboeuf, e ai vostri
confederati e complici, quali che siano, come essendovi senza nessuna
ostile intimazione, e senza averne manifestato il motivo, illegalmente
e colla forza impadroniti della persona del nostro signore e padrone,
il suddetto Cedric, e parimente della persona della nobile e libera
donzella lady Rowena d'Hargottstand, con anche di quella del nobile
e libero uomo Atelstano di Coningsburgo, e finalmente delle persone
di alcuni uomini liberi, vassalli e servi presso di loro; d'un certo
Ebreo, nominato Isacco di York, della sua figlia e d'un incognito
ferito, trasportato entro lettica, e de' cavalli, delle mule e delle
bagaglie, che appartenevano a queste persone; i quali nobili e liberi
uomini, nobile donna, vassalli, servi, ebreo ed ebrea e suddetto
incognito, erano in pace con sua Maestà, e viaggiavano sulla strada
maestra del re; noi domandiamo e pretendiamo che le suddette nobili
persone, vale a dire Cedric di Rotherwood, Rowena d'Hargottstand
e Atelstano di Coningsburgo, i loro vassalli e servi, i suddetti
ebreo, ebrea ed incognito, colle mule, coi cavalli, colle bagaglie
appartenenti a ciascuno de' soprannominati, ci sieno consegnati
nell'ora medesima in cui verranno recapitate le presenti, o consegnati
a quelli che noi incaricheremo di riceverli, senza che alle persone
restituite venga arrecato o torto od ingiuria, così nelle loro persone
come nei loro averi; alla quale intimazione, se non corrisponderete vi
protestiamo di riguardarvi quai traditori e malandrini, e di adoperarci
col cuore e col corpo, combattendo o assediando o in qualsisia altro
modo, alla vostra distruzione. Su di che preghiamo Dio vi abbia nella
sua santa custodia.»
«Sottoscritto da noi, la vigilia della festa di san Vittoldo, sotto
la grande quercia di Hartill-Walk, essendo scritte le presenti dal
reverendo fratello in Dio, servitore della Madonna e di san Dunstano,
l'eremita di Copmanhurst.»
A' piedi di tale cartello vedeansi un berrettone da matto
grossolanamente delineato con una nota che indicava questo simbolo
tener luogo della sottoscrizione di Wamba, figliuolo di Witless,
e sotto sì rispettabile emblema una croce per supplire all'altra
sottoscrizione di Gurth, figliuolo di Beowolf, indi in carattere svelto
a quanto appariva, ma assai cattivo, le parole: _Il Neghittoso Nero_;
finalmente una freccia molto ben disegnata ed intesa ad accennare che
fra i confederati trovavasi l'arciere Locksley.
I due cavalieri ascoltarono da cima a fondo la lettura dello
straordinario manifesto, e si guardavano con istupore l'un l'altro
credendo quasi non indovinarne il vero significato. Bracy fu il primo
a rompere il silenzio abbandonandosi ad un grande scoppio di risa, cui
fece coro benchè più moderatamente il Templario. Frondeboeuf fu il solo
a mantenersi in serietà, e mostrò anzi qualche impazienza della voglia
che aveano di ridere fuor di tempo que' suoi amici.
«Vi parlo schietto, o cavalieri» lor disse «fareste meglio pensando al
partito da prendersi in tal circostanza, che perdervi a ridere sì mal a
proposito.»
«Frondeboeuf» disse gaiamente Bracy «è ancora sbalordito dalla caduta
fatta ad Ashby. Perciò solamente lo mette in pensiere un cartello
benchè venuto da un mandriano di porci.»
«Per san Michele, o Bracy!» rispose Frondeboeuf «vorrei che tale
avventura riguardasse voi solo. Questi furfanti non si sarebbero
compromessi con una impudenza al di sopra di quanto si può immaginare,
se non sapessero d'esser ben sostenuti. Le nostre selve non mancano di
cacciatori e banditi, e so che costoro nulla meglio desiderano quanto
il vendicarsi della severità che adopero nel mantenere in vigore le
leggi intorno la caccia. Basti io vi dica, mi limitai, non è molto,
contro uno di questi ribaldi, preso in fragranti, a farlo attaccare
alle corna d'un cervo selvaggio che lo mise morto in cinque minuti. Lo
credereste? I maladetti lanciarono contro di me più frecce, di quante
ne ebbe lo scudo che fu bersaglio agli arcieri nel torneo d'Ashby.
Ebbene! Engelredo!» si volse ad uno scudiere che vide entrare nello
stesso momento «sono andati a fare scoperta come ordinai? Si sono presi
dati certi sul numero di questi sciagurati?»
«A quanto si può giudicare» rispose lo scudiere «sono almeno
dugent'uomini, radunati nel bosco rimpetto al castello.»
«Va benissimo!» soggiunse Frondeboeuf. «Ecco, miei garbati cavalieri
a che mi son cimentato per compiacervi, per prestarvi il mio castello
divenuto teatro alle vostre frascherie! Vi siete regolati con tanto
bella prudenza, che m'avete raccolte d'intorno tutte le vespe di questo
contado.»
«Dite piuttosto tutti i pecchioni» soggiunse Bracy: «una banda di
vili, d'infingardi, che invece di procacciarsi il pane con un lavoro
qualunque, vivono ne' boschi a spese de' daini che ammazzano, e dei
viandanti che costoro svaligiano. Son pecchioni, ve lo ripeto, privi di
pungolo.»
«_Privi di pungolo!_» riprese a dire Frondeboeuf. «Di grazia, che nome
date voi a quelle frecce lunghe tre piedi contro cui non vale armatura
se non è di Spagna, e sicure di colpire il bersaglio, non fosse largo
più di mezza _corona_?»
«Vergognatevi, ser cavaliere» sclamò il Templario. «Pensiam piuttosto a
raccogliere la nostra gente ed a fare una buona sortita. Un cavaliere,
uno de' nostri armigeri basta a mettere in fuga una ventina di questi
sgraziati.»
«Basta certo» rispose Bracy. «Ma mi vergognerei a sollevare sol la mia
lancia contro di tale ciurmaglia.»
«Voi direste bene, se si avesse che fare con Turchi o Mori, ser
Templario, o con contadini francesi, valoroso Bracy. Ma costoro sono
inglesi, bravi, ottimi arcieri, nè avremmo sovr'essi altro vantaggio
fuor di quello fornitoci dalle nostr'armi e da' nostri cavalli,
vantaggio ancora che ne gioverebbe di poco ogni qual volta avessero
il giudizio di tenersi nei boschi. Poi che parlate or di sortita?
Se appena abbiam gente a sufficienza per difenderci nel castello! I
migliori de' miei armigeri, non meno che la vostra compagnia franca, o
Bracy, or trovansi a York. Qui mi rimane una ventina d'uomini, compresi
anche quelli che v'accompagnarono nella vostra ideata spedizione.»
«Vorrei però sperare» soggiunse il Templario «che i vostri timori
non si estendessero tanto da pensare che questi malandrini possano
attrupparsi in numero bastante da prendere d'assalto il castello!»
«Ciò non dico, benchè non mi sia ignoto come costoro sono guidati da un
capo ardito a tutto; ma fortunatamente per noi non hanno nè macchine
da guerra, nè scale per tentare quello che dite; mancano in oltre di
esperienza militare, quindi il mio castello può sfidare i loro sforzi
congiunti.»
«Dovreste fare una cosa» soggiunse lo schernitore Templario. «Spedire
un messaggio ai vostri confinanti per sollecitarli ad armare la loro
gente in soccorso di tre cavalieri, che stanno entro la forte rocca di
ser Reginaldo Frondeboeuf, assediati da un matto e da un guardiano di
porci.»
«Lo scherzo non viene a tempo, ser di Bois-Guilbert, e se il volessi,
non avrei nemmeno confinanti a cui volgermi. Malvoisin è a York con
tutti i suoi vassalli; dite lo stesso degli altri miei colleghi, e
sarei a York io medesimo senza questa vostra infernale intrapresa.»
«Ebbene» si fece a dire Bracy «gli è meglio inviare a York, e mandare
a' nostri che tornino addietro. Codesta ciurmaglia non resisterà cinque
minuti tosto che veda spiegata la bandiera d'una compagnia ardimentosa,
e sollevate le lance de' miei prodi fratelli d'armi.»
«E chi poi s'incarica del messaggio?» domandò Frondeboeuf.
«Verrà trattenuto, perchè... lasciate a que' mascalzoni la cura
d'impossessarsi d'ogni sentiere! Però!... mi suggerisce ora un'idea»
aggiunse dopo avere pensato un istante. «Ser Templario, voi dovreste
sapere scrivere come leggete bene. Se potessimo trovare il calamaio
del mio cappellano, morto l'ultime feste di Natale, in mezzo ad un
bordello!...»
«Se non m'inganno» si fece a dir lo scudiere rimasto ad un angolo della
sala nel durare della discussione «se non m'inganno questo calamaio, lo
ha conservato la vecchia Barbara, come una memoria di quel sant'uomo.
L'ho intesa dire esser egli stato l'ultimo ad usarle uno di que' tratti
d'urbanità, che le donne gradiscono tanto dagli uomini.»
«Corri dunque a cercarlo» gli comandò tosto il padrone «e allora ser
Templario, vi detterò io la risposta da farsi a questo cartello così
pieno di tracotanza.»
«Gli risponderei più di buon grado colla punta d'una lancia che con
quella d'una penna» rispose questi. «Nondimeno sia fatta la vostra
volontà!»
Apprestato tutto quanto vi voleva per iscrivere, Frondeboeuf dettò le
seguenti cose a Bois-Guilbert, sedutosi innanti una tavola.
«Ser Reginaldo Frondeboeuf, e i nostri cavalieri suoi collegati e
confederati, non accettano disfide venute loro dalla parte di vassalli,
servi o banditi. Se colui che assume il nome di _Neghittoso Nero_
ha vero diritto agli onori della cavalleria, dee sapere che si è
digradato da sè medesimo col mettersi in tal compagnia; nè può quindi
domandare verun conto a cavalieri di nobil lega. Quanto ai prigionieri
che abbiamo fatti, vi sollecitiamo per un moto di cristiana carità,
a mandar loro un prete, se vi riesce di rinvenirlo, il quale possa
ascoltarne i peccati e riconciliarli con Dio, perchè è nostra mente
deliberata vengano decollati in questo giorno medesimo. I loro capi
collocati su i nostri baluardi proveranno in qual lieve conto da noi si
tengan coloro che hanno tai difensori. Il solo servigio, vi ripetiamo,
che possiate prestare ai medesimi è d'inviar loro un prete, perchè li
conforti nell'ultim'ora.»
Dopo che tal lettera fu piegata, Frondeboeuf la fidò allo scudiere,
affinchè la trasmettesse al messo apportatore della disfida, il quale
stava aspettando risposta alla porta del castello.
Compiuta per tal guisa la propria commissione, l'araldo de' confederati
tornò al quartier generale posto all'intorno di una venerabile
quercia, distante dal castello tre gittate d'arco all'incirca. Colà
Wamba e Gurth co' loro ausiliari, il Cavalier Nero, Locksley e Fra'
Giocondo, aspettavano impazienti di sapere qual risposta verrebbe fatta
alla loro intimazione. Li circondava a qualche distanza molta mano
d'arcieri, i cui abiti e le audaci fisonomie additavano la consueta lor
professione: più di dugento erano già riuniti, ed altri ancora se ne
aspettavano. Quelli fra essi che venivano riconosciuti siccome capi,
si contraddistinguevano soltanto dal rimanente di quella truppa per
una penna attaccata al berrettone; chè quanto all'uniforme, all'armi,
a tutto in somma l'aggiustamento, l'un dall'altro non si poteva
discernere.
In questo mezzo, un'altra banda, ma non sì forte nè in armi nè per
disciplina, adunavasi in quel luogo; ed erano i vassalli di Cedric,
che uditone appena l'imprigionamento, si fecero accompagnare da grande
numero di contadini de' dintorni, tutti ansiosi di salvare, chi
un ottimo padrone, chi un generoso compatriotta. Erano loro uniche
armi le falci, i coreggiati, gli attrezzi degli aratri, ed in fine
ogni strumento d'agricoltura, perchè i Normanni, conformatisi in ciò
all'ordinaria politica de' conquistatori, non avean permesso ai Sassoni
di conservare o di portar armi. Laonde sì fatta truppa non potea per
sè medesima incutere grande spavento agli assediati; ma crescendo il
numero degli assedianti ne rendea più formidabile l'apparenza, ed in
essi aggiugnea quello zelo di cui era infiammata ella stessa per una
causa cotanto giusta.
Ai capi di questo esercito raunaticcio venne consegnata la lettera del
Templario, ed ebbe incarico l'eremita di farne lettura.
«Pel pastorale di san Dunstano!» sclamò il degno anacoreta «per quella
beata verga che ritrasse più agnelle smarrite all'ovile di quante alcun
altro santo ne abbia fatti entrare nel Paradiso, io non intendo nulla
di questi scarabocchi, nè saprei fin dirvi se sia scrittura araba o
francese.»
Mise dunque la lettera nelle mani di Gurth, che scotendo il capo la
fece passare a Wamba. Questi la scorse coll'occhio imitando, a guisa di
scimia, le contorsioni che avea veduto fare qualche volta a chi credea
saper leggere, e persuaso dar ad intendere di possedere la medesima
abilità. Poi fatto uno scambietto presentò il foglio a Locksley.
«Se le lettere grandi fossero archi, e frecce le piccole» disse
l'arciere «potrei riuscire a qualche cosa; ma mi è tanto possibile
intendere questo scritto quanto colpire un daino lontano dodici miglia
di qui.»
«Vi farò dunque io da dottore» disse il cavalier Nero, e tolta la
lettera di mano a Locksley, la lesse alla presta, indi agli altri ne
spiegò in sassone il contenuto.
«Decollare il nobile Cedric!» sclamò Wamba. «Per la santa Croce! Ser
Cavaliere, siete ben certo di non ingannarvi?»
«No, mio degno amico» rispose il cavaliere «vi tradussi fedelmente
quanto si contien nella lettera.»
«Per san Tommaso di Cantorbery!» sclamò Gurth «ne è dunque forza
impadronirci del castello, dovessimo strapparne colle mani ciascuna
pietra!»
«Temo che le mie mani non sieno buone a questo lavoro» soggiunse Wamba
«e mi prendo piuttosto imbrattarle di calcina per rifabbricare un muro
colle pietre che avrai tu strappate.»
«Gli è uno strattagemma che costoro hanno ideato per guadagnar tempo»
soggiunse Locksley. «Non ardirebbero commettere un delitto, di cui
saprei fare una terribile vendetta.»
«Mi piacerebbe» allora disse il cavalier Nero «che alcuno di noi
potesse introdursi nel castello onde scoprire il numero e gli
apparecchi degli assediati. Anzi, poichè domandano che si mandi un
ecclesiastico ai lor prigionieri, sarebbe questa una bella occasione
pel nostro santo eremita di compiere un'opera buona, spettante al
suo ministerio, e ad un tempo di ottenere gli schiarimenti che ne
abbisognano.»
«Che la peste affoghi te e il tuo suggerimento!» sclamò il buon romito.
«Ho l'onor di dirvi, ser cavalier Neghittoso, che quando dimisi il
cappuccio di anacoreta, lasciai parimente con esso il mio latino e
la mia santità; e addossato una volta il giustacuor verde, voglio
piuttosto ammazzar dieci daini che confessare un Cristiano.»
«Ho ben paura» disse il cavalier Nero «che non si trovi fra noi un solo
capace di sostener la parte di prete.»
L'un guardava l'altro tacendo.
«Già lo vedo» entrò in mezzo Wamba «il matto dee sempre esser matto, e
toccherà al matto rischiare il collo in un'impresa che ai savi mette
paura. Sappiate dunque, miei cari cugini, che ho portata sopravveste
nera prima del berretton coi sonagli, e sarei a quest'ora frate, se
non mi fossi accorto d'aver l'ingegno necessario ad esser un matto.
Spero pertanto che coll'aiuto del cappuccio e della cocolla del degno
eremita, e per la virtù della scienza e della santità che saranno
sicuramente infuse a questi venerabili arredi, mi troverò in essere
di arrecare consolazioni e spirituali e terrestri, così al nostro buon
padrone Cedric come ai compagni della sua disgrazia.»
«Credi tu ch'egli abbia bastante accortezza a sostener bene una tal
parte?» domandò il cavalier Nero a Gurth.
«Non saprei dirvi nulla» questi rispose «ma se non riesce, sarà la
prima volta, che non avrà cavato buon partito dalla pazzia.»
«Metti dunque l'abito da eremita, mio bravo figliuolo» disse il
cavalier Nero «e fa che il tuo padrone ci renda conto dello stato del
castello. Debbono essere in pochi a difenderlo, e v'è a scommettere
cinque contr'uno che un assalto vigoroso e improvviso ce ne farebbe
padroni. Ma il tempo stringe. Ti affretta.»
«Intanto» disse Locksley, «noi ci serreremo sì addosso alla piazza che
non possa uscirne una mosca a portar altrove, fuorchè a noi medesimi,
le notizie di chi sta dentro. Tu puoi quindi, amico mio, assicurar que'
malvagi che pagherebbero caro, ma assai, un sol capello torto ai lor
prigionieri.»
«Pax vobiscum» disse Wamba della di cui acconciatura si prese incarico
l'eremita.
Indi composta l'andatura alla gravità dignitosa e solenne d'un prior di
convento, partì per eseguire la commissione che si era assunta.