CAPITOLO V.

«E che? Un Ebreo non ha forse mani, organi,

sensi, affetti, passioni? Che differenza

dunque vi è tra lui e gli altri uomini? Non

si nudriscono tutti degli stessi alimenti?

Non temono tutti le ferite delle medesime

armi? Non sono sottoposti alle stesse

malattie, guariti dagli stessi rimedi,

infreddati e scaldati da un comun verno,

e da una state comune?» _Il mercante di

Venezia._

Osvaldo, che non tardò ad essere di ritorno, avvicinatosi all'orecchio

del padrone, gli disse: «Lo straniero è un ebreo, di nome Isacco

d'York. Degg'io farlo entrare nella sala?»

Wamba, che nella vicinanza in cui trovavasi, udì la domanda, si fece a

dire coll'ordinaria sua libertà: «Incarica Gurth di far le tue veci. Un

guardiano di porci è il degno cerimoniere d'un ebreo.»

«Santa Maria!» sclamò il Priore facendo un segno di croce. «Un

miscredente, un Ebreo dovrebbe essere ammesso alla nostra presenza?»

«Un cane d'Ebreo» disse nel tempo stesso il Templario «avvicinarsi a un

difensore del Santo Sepolcro!»

«Per dio!» Entrò in mezzo Wamba; «se non m'inganno, i Templarii son più

ghiotti delle sostanze che della compagnia degli Ebrei.»

«Chetatevi, miei degni ospiti» soggiunse Cedric; «non sia mai detto che

nel mio castello si ricusi ospitalità a chicchessia. Poichè il Cielo

ha sopportato per tanti anni la presenza di tutta intera la nazione

giudaica non possiamo noi per poche ore sofferir quella d'un individuo

di tale razza? Non per ciò alcuno di questa assemblea sarà obbligato

a conversare seco, od a mangiare in sua compagnia. Si può dargli

una tavola a parte; a meno che» sorridendo aggiunse «que' signori

forestieri del turbante non volessero riceverlo in brigata con loro.»

«Ser _Franklin_» prese a dire il Templario «i miei schiavi saracini

sono buoni Mussulmani, e disprezzano gli Ebrei quanto possa farlo

qualunque Cristiano.»

«In fede mia!» sclamò Wamba «non vedo il perchè i seguaci di Maometto

abbiano da avere tanto vantaggio sovra questo popolo eletto di

Domeneddio.»

«Lo metteremo a mensa con te, o Wamba» soggiunse Cedric; «un matto e un

Ebreo sono fatti l'uno per l'altro.»

«Ma il matto» replicò Wamba «saprà alzare un bastione che impedirà

d'avvicinarsi all'Ebreo» e ciò dicendo s'impadronì del resto d'un

prosciutto che stava sopra la tavola.

«Silenzio!» disse Cedric «egli giugne.»

Introdotto con poche cerimonie, agitato da timore e da titubazione che

gli si leggeano nella fisonomia, e facendo a più riprese profondissimi

inchini per tutti i versi, si avvicinò all'estremità inferiore della

tavola un vecchio magro e d'alta statura, comunque il continuo abito di

curvarsi glie l'avesse in tal qual modo accorciata. Vivaci e regolari

ne erano i lineamenti, aquilino il naso, neri gli occhi e scaltriti,

alta e corrugata la fronte; e la lunga barba, e i grigi capelli

avrebbero prestato un aspetto venerando a costui; ma consideratane

in ogni parte la fisonomia, annunziava questa con troppo evidenza,

com'egli apparteneva ad una razza, che fu nel durare di quel secolo

d'ignoranza abborrita da un popolo credulo e pieno di pregiudizi, e

perseguitata da una nobiltà ingorda e invidiosa delle altrui ricchezze,

odio e persecuzione, che, com'è da credersi, diedero agli Ebrei

un'indole loro propria, i cui principali distintivi erano, per non dir

peggio, la viltà e la cupidigia.

Le sue vesti, che, a quanto appariva, furono danneggiate assai dalla

pioggia, si stavano in un grande mantello scuro sovrapposto a tonaca

d'un colore di porpora carico. Portava stivaloni foderati di pelliccia,

un cinturino da cui pendeano un piccolissimo coltello da caccia ed

un calamaio. Il suo berrettone era giallo e d'una particolare forma

riquadra, tal quale prescrivevasi in allora agli Ebrei per distinguerli

dai Cristiani. Ma questo berrettone ei si levò rispettosamente

nell'atto di entrare.

L'accoglienza trovata in quel momento da Isacco fu di tal natura,

che avrebbe avuto onde consolarsene il più inviperito nemico della

tribù d'Israele. Cedric, comunque l'Ebreo il salutasse più d'una

volta con rispettosissimi modi, non gli rispose fuorchè con un gesto,

indicandogli ch'ei potea sedersi alla tavola bassa, ove però non

fu alcuno che gli volesse dar luogo; anzi ad ogni lato d'essa cui

presentavasi, facendo il giro in modo di supplichevole, ciascuno

sporgea in fuori i gomiti, e si stringea contro al vicino, e i servi

sassoni, continuando a gustare di buon appetito la loro cena, non si

prendevano nessun fastidio della fame che tribolava l'uom sopraggiunto.

I frati laici della comitiva del Priore faceano grandi segni di croce

riguardando con santo orrore costui che a lor giudizio era un intruso,

e i Saracini quando l'ebber da presso, arricciando disdegnosamente i

mustacchi, portarono la mano al pugnale, siccome ultimo espediente ad

evitare la lordura, di cui la vicinanza dell'Ebreo li sozzava.

Gli è probabile che Cedric, mosso da quelle cagioni medesime, per

cui volle si aprissero le porte del suo castello a questo figlio d'un

popolo disgraziato da Dio, avrebbero anche dato ordine alla sua ciurma

di accoglierlo con minore scortesia; ma per mala ventura dell'Ebreo,

il nostro Sassone stava allora tutto assorto in una discussione

nata di recente col Priore sulle differenti razze de' cani, e sulla

convenevolezza del confonderle, argomento da cui Cedric non potea

naturalmente disviarsi per saper se un Ebreo sarebbe o no andato a

letto a digiuno.

Mentre Isacco ricevea da questa brigata un trattamento, pari a quello

che la sua proscritta nazione otteneva da tutti i popoli della terra,

la sola persona cui mettesse compassione lo stato di quel tapino fu

quella stessa che sotto la cappa del cammino vedemmo seduta ad una

picciola tavola avvicinatagli onde mangiasse intanto che si rasciugava.

Immantinente alzatosi il pellegrino, sì gli disse: «Vecchio, prendi

questo luogo, i miei abiti sono asciuttati, e vedo i tuoi ancor molli

d'acqua; io son sazio e tu devi aver fame.» Detto ciò, raccolse i

tizzoni sparsi nell'immenso spazio di quel focolare, e pose egli

stesso sulla picciola tavola quanta parte di vivande poteva occorrere

a sfamare l'Ebreo; poi, senza aspettarne i ringraziamenti, andò a

collocarsi all'estremità inferiore della sala, o avesse egli qualche

ragion particolare di cambiar luogo, o quello dov'era gli sembrasse

per allora troppo vicino ad un oggetto, cui tutta era volta la sua

benevolenza.

Se fosse vissuto a quei giorni un pittore capace di dipingere con

naturalezza gli atteggiamenti diversi di quegl'individui, non v'ha

dubbio, che avrebbe trovato un eccellente modello per raffigurare

sotto umane spoglie il Verno in quel Giudeo, curvo dinanzi al fuoco,

e sollecito di appressarvi le mani increspate e tremebonde ed inteso

ad asciugare le stillanti sue vesti. Poichè questi si fu alquanto

riscaldato, sedette innanzi alla sua picciola mensa, e cenò con

un'apparenza d'appetito e di soddisfazione, da cui bene scorgeasi

quanto necessaria fosse a lui quella cena.

Intanto che Cedric e il Priore continuavano la loro dissertazione

intorno i cani, lady Rowena conversava con una delle sue ancelle,

e l'altero Templario, volgendo a vicenda gli occhi, or sulla bella

Sassone, or sull'Ebreo, parea meditasse alcuna cosa rilevante per

proprio conto.

«Mi fa maraviglia, degno Cedric» dicea in quel tempo il Priore, «come

ad onta della predilezione in che avete il vostro idioma, certamente

vigorosissimo, non abbiate fatto grazia al francese-normanno per quei

vocaboli che appartengono alla caccia. Non credo esservi lingua, che

prevalga sopra l'ultima nel poter offerire voci variate ed acconce ad

esprimere quante idee presenta questa gradevolissima fra l'arti del

diletto.»

«Venerabile Priore» soggiunse Cedric «vi rispondo non curarmi punto di

tai parole ricercate che vengono d'oltremare. Non ho bisogno di esse

per gustare i piaceri della caccia nelle nostre foreste.»

«L'idioma francese» entrò allor in campo il Templario, adoperando

quel tuono prosontuoso e autorevole che gli era sì famigliare «non

è solamente l'idioma proprio della caccia; esso è parimente quello

dell'amore e della guerra, atto così a cattivarsi il cuor delle donne

leggiadre, come a spargere il terrore fra gli inimici.»

«Ser cavaliere» fu pronto allora Cedric nel rispondergli «colmate la

vostra tazza e quella del Priore, e permettete intanto ch'io risalga

ad un tempo rimoto da noi per trent'anni. Tal quale era a quei giorni

Cedric, egli non aveva d'uopo di frascherie francesi per farsi ben

intendere all'orecchio di giovane donna, e i campi di Northallerton

possono far fede se il grido marziale de' Sassoni fu inteso per mezzo

alle file dell'esercito scozzese, quanto il possa essere quello del

più ardimentoso fra i baroni Normanni. Viva la memoria de' prodi,

che combatteron in quella giornata! Fatemi ragione, diletti miei

ospiti» e colmato in ciò dir fino all'orlo un nappo di vino, continuò

con ardor sempre crescente. «Sì: quell'innalzamento di scudi fu ad

ognor memorando, cento bandiere sventolavano su i capi di quei famosi

guerrieri; il sangue sgorgava da ogni banda a torrenti, nè v'era chi

non preferisse la morte alla fuga. Un bardo sassone avrebbe nominato

_la festa delle Spade_ un tal giorno; o l'adunamento dell'aquile che

si lanciavano sulla lor preda, e avrebbe detto quel suon di guerra più

soave all'orecchio che non i canti festevoli d'un convito nuziale. Ma

i nostri Bardi or più non vivono, e le nostre imprese vanno a perdersi

in quelle d'un'altra schiatta. Persin la nostra lingua, il nostro

nome persino, stanno sul punto di spegnersi, nè rimane che un vecchio

abbandonato da tutti» accennando sè stesso «a gemere tale sciagura.

Coppiere, paggi[6], empite i bicchieri. Su via, ser Cavaliere. Vivano i

prodi in armi! Vivano, qualunque ne sia la patria e la lingua, vivano

i valorosi campioni, che danno oggidì maggiori prove di coraggio nel

combattere per la Croce!»

«Parrà forse tropp'alto questo dire in uomo insignito di tale simbolo

venerabile» e intanto Bois-Guilbert accennava la croce ricamata sul

suo mantello. «Ma a chi fra i difensori dell'augusto vessillo potrebbe

concedersi la palma, se non è ai miei generosi fratelli d'armi, ai

campioni del Santo Sepolcro, ai prodi cavalieri del Tempio?»

«Ai cavalieri ospitalieri» soggiunse il Priore: «ho un fratello in

quest'ordine.»

«Non m'intendo avvilire la loro fama» disse il Templario «ma credo...»

«Credo nostro zio» soggiunse interrompendo Wamba «che se Riccardo

Cuor-di-Leone avesse avuto bastante giudizio per far a modo d'un matto,

sarebbe rimasto in casa propria co' suoi buoni Inglesi, e avrebbe

lasciato l'onore di liberare Gerusalemme a questi bravi cavalieri, chè

essi in fatti toccava più da vicino tale faccenda.»

«Nell'esercito inglese adunque» si fece a chiedere Rowena «non eravi

alcun guerriero, il cui nome meritasse di stare a confronto de'

cavalieri del Tempio e degli altri di S. Giovanni?»

«Perdonatemi, leggiadra signora» rispose il Templario; «il monarca

inglese condusse con sè molti prodi, i quali non cedevano in valore se

non se a quelli che furono il perpetuo baluardo di Terra Santa.»

«_I quali_ non cedevano _a nessuno_» sclamò il pellegrino, avvicinatosi

quanto basta per intendere tali discorsi, che diè a divedere quanto il

movessero ad impazienza. In quel momento tutti gli sguardi in lui si

conversero, ma non era possibile distinguerne i lineamenti del volto,

nascosto superiormente sotto le larghe ale di quel gran cappello, e

nella parte inferiore coperto dal mantello entro cui con grande cura

avvolgeasi.

«Sostengo» replicò il pellegrino con tuono forte e fermo di voce

«che i cavalieri inglesi dell'esercito di Riccardo non la cedevano

a nessuno di quanti sguainarono la spada in difesa di Terra Santa. E

dico di più, che dopo la presa di san Giovanni d'Acri, il re Riccardo

aperse un torneo, ove cinque cavalieri si cimentarono contro qualunque

assalitore, e che in quella giornata ognun d'essi fece mordere la

polvere a tre antagonisti, fra i quali si trovarono sette cavalieri del

Tempio; e ser Brian di Bois-Guilbert sa meglio d'ogn'altro com'io dica

la verità.»

Non vi sono espressioni bastanti a dipignere la rabbia che annuvolò

maggiormente il volto non mai sereno del Templario all'udire tai detti.

Preso da furore e da confusione ad un tempo, come senza volerlo portò

la convulsa mano all'elsa della sua spada, e l'avrebbe sguainata, se

non gli fosse tosto suggerito alla mente, che un atto di violenza in

quel luogo non poteva andar impunito. Cedric, consentaneo alla sua

indole rettissima e franca, e per l'altra parte poco uso ad abbracciare

diverse idee in un istante medesimo, giubilò tanto in udendo le lodi

de' propri concittadini, che non s'avvide del furore venuto ad invasare

il suo ospite.

«Pellegrino» sclamò egli «ti fo dono di questa smaniglia d'oro, se

mi sai additare i nomi de' valorosi cavalieri, che con tanta dignità

sostennero l'onore dell'Inghilterra.»

[Illustrazione: _Pellegrino, esclamò egli, ti fo dono

di questa smaniglia d'oro, se mi sai additare i nomi de'

valorosi cavalieri, che con tanta dignità sostennero l'onore

dell'Inghilterra._]

«Io ve gli additerò senza l'uopo di ricompensa, chè ho fatto voto sino

ad un tal dato tempo di non toccare oro giammai.»

«Porterò la smaniglia per voi, se volete» soggiunse tosto il buffone.

«Il primo d'essi così per onore come per grado e coraggio era il prode

Riccardo, re d'Inghilterra.»

«Gli perdono» disse allora Cedric «gli perdono se discende dal tiranno

Guglielmo.»

«Il secondo il conte di Leicester, il terzo ser Thomas Multon di

Gislandia.»

«Almen quest'ultimo vanta origine Sassone!» sclamò tutto trionfante

Cedric.

«Il quarto ser Foulk Doily.»

«Sassone questi ancora, almeno da lato di madre» interruppe Cedric,

che lo ascoltava con avida attenzione, e che in favore de' trionfi

riportati dai suoi isolani condotti da Riccardo dimenticava in parte

l'odio concetto contro i Normanni.

«Il quinto ser Edwin Turneham.»

«Vero Sassone per l'anima di Hengist!» sclamò Cedric, che non capiva in

sè pel contento. «E il sesto! qual era il nome del sesto?»

«Il sesto» rispose il pellegrino dopo una pausa che parve ei facesse

per raccogliere la sua mente «il sesto era un giovane cavaliere,

men famoso, men distinto degli altri, e fu accolto in quella nobile

comitiva per compirne il numero anzichè qual soccorritore all'impresa.»

«Ser pellegrino» disse allora Bois-Guilbert «dopo esservi ricordato sì

bene di tant'altre cose, questa smemorataggine viene un po' tardi per

tornarvi di giovamento. Ebbene! Pronunzierò io medesimo il nome del

cavaliere, innanzi a cui la fatalità della mia lancia, e un passo falso

del mio cavallo, mi costrinsero a ripiegare. Questi fu il cavaliere

d'Ivanhoe, nè alcuno ve n'era fra gli altri cinque, che in sì verde

età avesse acquistata più rinomanza. Nondimeno sosterrò, promulgherò ad

alta voce, che s'egli oggi si trovasse vicino a me, e volesse giostrar

meco nel torneo che sta per aprirsi, gli concederei qualunque vantaggio

d'armi, nè temerei perciò sfavorevole a me l'esito della tenzone.»

«S'egli si trovasse vicino a voi» rispose il pellegrino «non esiterebbe

un istante ad accettare la vostra disfida. Ma nel presente stato di

cose gli è inutile turbar la pace di questo albergo con menar vanti

sul successo d'una pugna, che voi ben sapete non poter accadere. Se

mai Ivanhoe facesse ritorno dalla Palestina, m'offro mallevadore io

medesimo, che verrà vosco al paragone dell'armi.»

«Buon mallevadore!» rispose il Templario. «Qual è il pegno che date di

ciò?»

«Questo reliquiario» soggiunse il pellegrino presentando all'istante

una scatoletta d'avorio di prezioso lavoro; «questo reliquiario entro

cui si racchiude un minuzzolo di legno della vera croce, che io portai

meco dal monastero del monte Carmelo.»

Il Priore di Jorvaulx fece tosto il segno del cristiano, nel che lo

imitò il rimanente della brigata, eccetto l'Ebreo, i Maomettani e il

Templario. Costui non dando alcun indizio di aver per cosa santa quella

reliquia, si tolse una catenella d'oro dal collo, che gettò nel mezzo

della tavola, sì dicendo: «Il Priore conservi questo mio pegno insieme

all'altro di quello sconosciuto vagabondo; e valga ciò ad autenticare,

che se mai il cavaliere d'Ivanhoe metterà piede nell'Inghilterra,

gli farà d'uopo corrispondere alla disfida di Brian di Bois-Guilbert;

disfida che s'ei non accetta, scriverò il nome di lui come quello d'un

vile su tutte le pareti delle commende del Tempio in Europa.»

«Non avrete sì fatta briga» soggiunse Rowena, rompendo improvvisamente

il silenzio. «Poichè in questa sala niuna voce s'innalza a favore

d'Ivanhoe assente, si farà ascoltar la mia. Affermo che questo

cavaliere non ricuserà mai verun cartello d'onore, e se la mia debole

guarentigia valesse a crescer prezzo all'inestimabile pegno offerto

dal devoto pellegrino, interporrei a mallevadori il mio onore e il mio

nome, nel sostenere che Ivanhoe non ricuserà il cimento di cui dimostra

tanta vaghezza questo cavaliere orgoglioso.»

Una folla d'affetti che lottavan fra loro nell'animo di Cedric, lo

ridussero al silenzio nel durare di una tal discussione. L'orgoglio

di lui soddisfatto, il risentimento, e la perplessità si pigneano a

vicenda sulla fronte del _Thane_, e l'un di questi sentimenti all'altro

si succedea come nuvole che urtate da impetuoso vento si risospingono.

In questo mezzo, tutti i servi, ne' quali l'udire il nome del sesto

cavaliere avea prodotto un effetto siccome elettrico, stavano immoti e

cogli sguardi curiosamente fissi sul loro padrone; il quale solamente

all'udire gli accenti di Rowena parve ricordarsi d'improvviso che il

tacere oltre non gli s'addicea.

«Nobile Rowena» soggiunse «tal parlar vostro non è convenevole. Se

fosse d'uopo d'altri pegni, io medesimo, comunque giustamente sdegnato

contro mio figlio Ivanhoe, farei il mio onore mallevadore del suo;

ma nulla manca al pegno della disfida, anche adattandosi alle regole

bizzarre della normanna cavalleria... Non è egli vero, priore Aymer?»

«Verissimo;» questi rispose: «la santa reliquia, e la preziosa catena

verranno deposte nel tesoro del nostro convento, e vi rimarranno

inviolabili fin all'esito della disfida.»

A tai detti facendo nuovamente il segno della croce, Aymer consegnò il

prezioso reliquiario a frate Ambrogio, uno de' monaci del suo seguito,

e con minori cerimonie, e forse con più interno soddisfacimento, mise

le catenella in una saccoccia, che foderata di pelliccia profumata

aprivasi sotto il suo braccio sinistro. — «Nobile Cedric» soggiunse

indi «il vostro vino è tanto squisito, che mi fa risonare all'orecchio

il concerto di tutte le campane del mio convento. Permettetene di

portare un brindisi a lady Rowena, poscia di ritirarci per prendere

alcun poco di riposo.»

«Per la verga di Bromholme, ser Priore» rispose il Sassone «voi

dismentite la vostra fama. Mi si facea creder esser voi tal uomo

da lasciar sonare il mattutino innanzi separarvi dal fiaschetto, e

m'accorgo che a malgrado de' miei anni non siete buono di starmi a

petto. In fede mia quando era giovane, un fanciullo sassone di dodici

anni non si sarebbe tolto sì presto da tavola.»

Il Priore non senza buone ragioni persistette nel sistema di

temperanza, cui volle in quella notte adattarsi. Non solamente per

un dovere di sua professione, egli si credeva obbligato a mantenere

la pace, ma abborriva per indole ogni litigio. Fosse poi mosso tale

abborrimento da carità verso il prossimo, o da amor per sè stesso, non

si saprebbe dirlo, ma forse tal sua prudenza derivava da entrambe le

ridette cagioni. Ei temè in tal momento, e il temperamento impetuoso

del Sassone, e l'indole prosontuosa e disdegnosa del Templario, che

ne avea dato più d'una prova non terminassero finalmente con qualche

scoppio sgradevole. Con molto accorgimento pertanto ei si spacciò

facendo osservare che in una gioconda lotta di fiaschetti non era

prudente cosa il rischiare il proprio capo contro quello d'un Sassone,

si lasciò sfuggire lievemente alcuni detti che si riferivano al

carattere sacerdotale di cui era insignito; poi conchiuse insistendo

sulla convenevolezza di ritirarsi.

Fu dunque somministrata in giro l'ultima tazza; indi gli stranieri,

dopo avere inchinati profondamente Cedric e Rowena che si ritrassero

prendendo una porta di fondo nell'appartamento, s'accinsero a seguire i

servi, incaricati di condurre ciascuno nelle stanze assegnategli.

«Cane di miscredente» disse il Templario nel passar da vicino all'Ebreo

«non vai tu alla giostra?»

«Tale è il mio divisamento, nobile e venerabile Cavaliere» rispose

Isacco che umilmente lo salutò.

«Tu ci vai senza dubbio per divorare colle tue usure le viscere de'

nobili, e per mettere in rovina le donne vendendo loro frascherie

d'ultima usanza. Scommetto che sotto quel gran mantello tu nascondi un

sacco pieno, zeppo di _Shekel_[7].»

«Nemmeno un solo!» sclamò il Giudeo incrocicchiando ambo le mani,

e inchinandosi. «Nemmeno una monetuccia d'argento! Ne chiamo in

testimonio il Dio d'Abramo, e se mi trasferisco ad Ashby, gli è per

implorare soccorso da alcuni fratelli della mia tribù onde poter

pagare la tassa cui m'ha assoggettato lo Scacchiere degli Ebrei[8].

Non m'assista Giacobbe se mento! Io sono un uomo rovinato. E fino

il mantello che porto, ho dovuto farmelo imprestare da Ruben di

Tadcaster.»

Sorrise amaramente il Templario.

«Il cielo ti dia quella maledizione che è dovuta agli sfrontati

mentitori tuoi pari!» E detto ciò allontanossi, quasi vergognando di

rimaner più a lungo con esso. Raggiunti di poi i suoi schiavi Saracini,

diede loro alcuni ordini in una lingua straniera che le persone vicine

non potevano intendere. Il nostro Isacco rimase tanto stordito per le

cose dettegli dal Templario, che stava tuttavia curvato nella postura

la più umile, mentre Bois-Guilbert era già fuori della sala. Laonde

allora quando sollevò il capo, l'Ebreo aveva la fisonomia d'uomo

attonito e instupidito dal fragor di una fulgore scoppiata a' suoi

piedi.

Il Priore ed il Cavaliere vennero condotti ciascuno negli appartamenti

loro assegnati, avendo a guida l'intendente e il coppiere, preceduti

da due servi che portavano torce, e seguiti da due altri, carichi di

reficiamenti, caso che nella notte ne fosse occorso il bisogno a quegli

ospiti. Servi d'un grado inferiore furono quelli che indicarono, e agli

uomini di seguito di que' due personaggi, e agli altri forestieri, le

stanze ove avrebbero passata la notte.

[Illustrazione: _Attraversato un piccolo corritojo e saliti

sette gradini ciascun de' quali non era che una grossa trave

di legno, si trovò ad un tratto nell'appartamento di Lady

Rowena._ pag. 46.]

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 12 / 57 题