Ora la verità vera è che da quando l’umanità uscì dai limiti

Neera

Le Idee di una Donna

_MILANO_

LIBRERIA EDITRICE NAZIONALE

_Via Santa Margherita, 5_

1904

_I diritti di riproduzione e di traduzione

appartengono all’Autore._

S. T. E. P.

SOCIETÀ TIP. EDIT. POPOLARE

MILANO

VIA S. PIETRO ALL’ORTO N. 16.

_INTENDIAMOCI_

_Se qualcuno mi domandasse a bruciapelo: Lei è femminista? — dovrei

rispondere: Adagio colle parole; ed a mia volta domanderei: Le

piace l’acqua? A questa domanda che è pure tanto semplice non mi

meraviglierei di trovare il mio interlocutore imbarazzato, poichè

l’acqua incomincia colla goccia di rugiada tremolante nel calice

di un fiore, va alla fonte che disseta, al bagno che ristora, alla

irrigazione che feconda, fino allo straripamento che sforza, atterra, e

conduce alla rovina ed alla morte._

_Dicevo dunque: adagio colle parole. Nella mia modesta opera letteraria

ho sempre studiato i desideri e le aspirazioni della donna, la nobiltà

delle sue attitudini e della sua missione, i suoi amori, i suoi

dolori, i suoi disinganni, i suoi trionfi; nè rifuggii dall’agitare i

ceppi che le stringono qualche volta i polsi, oh! molto allentati nel

decorso dei secoli, e per ciò solo comprovanti che l’umanità segue il

suo corso ascendente senza bisogno di violentarla. Il grido di dolore

che il poeta raccoglie dal cuore stesso degli uomini e solleva nel suo

canto ha la portata del raggio che illumina e riscalda; è benefico, è

umano. Ma il monopolio che se ne vuol fare a base partigiana con mezzi

violenti offende la coscienza di chi nella vita mira a qualche cosa di

più alto che non sieno le materiali conquiste._

_I capitoli che raccolgo in questo volume mi vennero suggeriti

osservando e ascoltando l’onda del femminismo che si avanza e nel quale

non ravviso affatto il mio ideale di progredita femminilità. È troppo

maschile per essere del femminismo sincero. Gli sforzi che si fanno per

uguagliare l’uomo mostrano chiaramente che la donna non si riconosce

più nella integrità del proprio valore, ed è questo valore suo che

difendo con schietto ardore, dedicando i miei sforzi alle donne che

accettano con semplicità e nobilmente la loro grande missione, facendo

cioè del femminismo vero._

_Scritti a intervalli questi capitoli si sarebbero forse avvantaggiati

in un rimaneggiamento di forma e di struttura se io avessi di mira

il valore letterario dell’opera, ma volendo parlare da cuore a cuore

penso sia meglio lasciare alle pagine sgorgate dall’entusiasmo la loro

freschezza di improvvisazione e di conversare amichevole._

NEERA.

_IL CONCETTO MATERIALISTA NELLA FELICITÀ_

Sulla tomba di Ruskin è stato detto che la specie di religione da esso

fondata, più che religione della Bellezza il di cui culto può restare

solitario, fu religione dell’Armonia, la quale ha una ben più vasta

portata sociale.

Così si ristabilisce un po’ d’ordine nell’elevato concetto della

Bellezza, materializzato e immiserito da una pleiade di sedicenti

esteti che vogliono imprigionare la Bellezza in date forme e farne

il monopolio di pochi privilegiati a cui dovrebbe accarezzare i sensi

raffinati e freddi; mentre nella significazione di Ruskin e di qualche

altra anima ardente la vera bellezza, la bellezza ideale fecondatrice,

larga di felicità agli uomini, non è la sensazione, squisita se

si vuole ma povera, che un capolavoro d’arte dà agli iniziati o

la sensazione più grossolana ed egualmente fredda degli appetiti

soddisfatti; non infine un tributo che dalle cose viene a noi, sibbene

una scintilla che dall’animo nostro partendo si slancia verso le cose e

le comprende e le ama. Mi spiegherò meglio con un esempio.

In una delle bellissime novelle di Francesco Domenico Guerrazzi è

descritta una città toscana all’epoca del Rinascimento, dove abitava

una donna di tale avvenenza che allorquando usciva per le vie nella

cornice delle vesti magnifiche, vedendola “il popolo poeta esultava„

e questa esultanza di un popolo naturalmente composto di persone

meno favorite per colei che riuniva in sè tutti i favori della

sorte, ci dà esattamente la psicologia di quel momento storico. Il

popolo poeta aveva nella mente una visione di bellezza e trovandosela

viva e vera dinanzi agli occhi, il sentimento dell’ammirazione gli

procurava una gioia che il popolo nostro non comprenderebbe più

perchè alla ammirazione, sentimento ideale, è subentrata la smania

dell’eguaglianza e l’inquietudine del possesso. Venendo a mancare

agli uomini l’ammirazione pura, si rompe una delle più soavi armonie

che rendessero bella la vita. La donna che faceva esultare il popolo

toscano del Cinquecento al solo apparire in mezzo ad esso, se si

mostrasse in una delle nostre città, rischierebbe di essere insultata

o per la sua stessa bellezza, o per le sue vesti, o per quel complesso

di superiorità e di fortuna che va a rintracciare i più bassi istinti

dell’uomo moderno, continuamente richiamato al materialismo da un

prosaico concetto della felicità.

E non è da incolparsi di ciò la miseria, come taluno vorrebbe, perchè

non solo verso il benessere va la brama, ma va contro tutto ciò che

emerge con una specie di rabbia distruggitrice e, per dire la vera

parola, di invidia, la quale non bisogna confondere col bisogno.

Molti anni prima che tali questioni fossero diventate di dominio

pubblico, mi ricordo che passeggiando una volta con un amico di casa

sul Corso dove sfilavano le carrozze, egli uscì a dire: “Ecco, quando

io vedo questi signori in carrozza, mi viene rabbia e vorrei essere

io al loro posto.„ Rimasi colpita e quasi offesa da queste parole

che non rispondevano affatto alle mie sensazioni, provando io invece

un momentaneo diletto se la carrozza era bella, generosi i cavalli

e armonica col tutto la dama; e solo un movimento di disgusto mi

scuoteva quando codesta armonia era guastata da una parte mancante di

bellezza. Procedendo nella passeggiata, l’amico invidiava i palazzi che

si trovavano sulla nostra via, il viaggio che un terzo si accingeva

a fare, e lui no, per modo che la stessa passeggiata che a me era

fonte di immagini graziose, di estetiche compiacenze, si tramutava

nell’obbiettivo del suo cervello in un seguito di piccole sventure

piene di veleno. Ora essendo la mia e la sua condizione perfettamente

uguali in cospetto della vita, risulta evidente che la diversa

interpretazione nostra era nulla più che un effetto di temperamento.

Ma è d’uopo convenire che il temperamento, questo termometro della

psiche, al pari della salute che è il termometro del corpo subisce le

influenze dominatrici, tanto che in tempo di peste si ha efflorescenza

di bubboni e in tempo di utopia egualitaria perfino il grillo

dell’eguaglianza dei sessi — e questo è certamente, quantunque vecchio,

un fenomeno interessante sopra tutti per i rapporti intimi che lo

legano a tutti gli altri. Fu già osservato che esso si presenta nei

tempi moralmente più bassi, quasi che, rimasto deserto di forze divine

il santuario dell’anima, le potenze nemiche vi si concentrino dando

convegno ai più meschini istinti, rivestendo le spoglie ivi lasciate

dal fuggitivo iddio, bruciando i sacri aromi rimasti in fondo ai

turiboli.

Il femminismo è una parola vuota di senso quando non si riferisce alla

questione complessa e multipla nella forma, ma unica nella sostanza,

che è la maternità; eppure questa parola vuota di senso serve di

bandiera a una quantità di aspirazioni le più disparate, proprio da

quella vescica floscia che essa è, che ognuno riempie a sua guisa e

piacere; e se anche c’è qualche piccola idea buona, la soffocano sotto

un frasario falso e ampolloso, e perciò destinato a dispiacere agli

spiriti equilibrati.

Dall’articolo di fondo che vuol redimere la donna, sollevarla e

renderla pari all’uomo — gran mercè della modestia! — alla quarta

pagina dei giornali dove si presentano invariabilmente per commesse

o per governanti _signore distinte_, la confusione degli attributi

è diventata un fatto corrente. Non più le persone di servizio si

annunciano colle qualità antiche di fedeltà e di devozione; esse ora

si compiacciono di farsi chiamare signore distinte. Alle signore poi

non basta più l’essere belle, intelligenti, buone e come tali allietare

e nobilitare la vita dell’uomo; sembra a loro che il còmpito d’amore

per cui furono create e che esercitarono fin qui con tanta sapienza le

scemi di fronte ai diritti ed a non so quali bisogni intellettuali i

quali, pare, sarebbero colmati esercitando le professioni maschili. Una

aberazione di simil genere, quantunque in senso inverso, ci fu altra

volta offerta da quel tipo curioso di degenerato che era il fratello

di Luigi XIV. Questo principe, che si copriva di veli e di profumi

come una donna, invece di ammirare la bellezza delle signore amava

egli stesso di essere ammirato; niente eragli più caro di un elogio

sulla sua bellezza e sulla sua eleganza, e se fu per un momento geloso

di sua moglie, lo fu solamente perchè era più bella e più elegante di

lui. Effemminato lo chiamarono — e con maggior ragione del titolo di

femministe che si dà ora alle donne in procinto di mascolinizzarsi.

Egli è che in realtà il femminismo non esiste. Esistono delle

questioni economiche e morali che interessano in egual modo i due

sessi, che si scioglieranno o almeno si miglioreranno migliorando le

condizioni generali dell’uomo, considerato quale esso è dalla scienza

e dal sentimento un tutto insieme indivisibile parte maschio e parte

femmina, ma indivisibile. Le esperienze hanno pur rivelato che la vita

embrionale risulta dalla fusione di due masse di sostanza plastica,

_nessuna delle quali considerata isolatamente ha vita propria_. A che

cosa può condurre allora un movimento che va a ritroso delle leggi

naturali, che urta l’armonia, distrugge la bellezza ed è smentito dalla

scienza?

Parlare di superiorità e di inferiorità a proposito dei sessi è un

vaniloquio indegno di chiunque piegando la fronte sotto il bacio

materno si è sentito sfiorare dall’ala del mistero. E chi non ha

sentito questo non comprende nulla della vita.

Ma veramente ecco il punto press’a poco dal quale eravamo partiti.

La comprensione materialista della vita è quella che la intorbida su

su fino alle origini. La Bellezza discesa dal suo altare di idea e

perseguitata da desiderî concupiscenti qual femmina da trivio è resa

infeconda; l’ammirazione inquinata dall’invidia perde la sua potenza

benefica. È come se si spezzassero le stelle per farne dei fanali; le

case degli uomini non ne sarebbero abbastanza illuminate e mancherebbe

al cielo il suo splendore. Non è pertanto giusto incolpare unicamente

il sesso che una volta dicevasi gentile e che aspira a farsi chiamare

forte, di una malattia che è generale. Quantunque i femministi dicano

che la resistenza di molte donne alle idee nuove non è altro che il

risultato della educazione autoritaria che da secoli pesa su di loro, è

lecito pensare invece che tutta l’agitazione cosidetta femminista non

sia altro che la coda del serpente e le innovatrici che si immaginano

di guidare sieno semplicemente guidate, anzi trascinate dalla follia

egualitaria che spira sulla fine del nostro secolo tormentato.

Ma è pure dalle donne, dalle vere, semplici, sante, amorose donne

che deve partire il primo coraggioso grido di: Basta! Coraggioso

veramente poichè ha da muovere incontro a nemici e ad amici, incontro

all’attrattiva della novità e di fantastiche promesse dietro le

quali si appigliano via via una folla di appetiti nobili, ignobili

e mediocri, tanto che l’armata dei femministi ha veramente tutto

il carattere delle truppe raccogliticcie dove può essere che si

trovi l’eroe, ma dove si affratellano del pari il manutengolo e il

tagliaborse. Coraggioso grido quello delle donne che oseranno resistere

alla torbida fiumana! Una volta di più esse mostreranno di essere le

degne compagne dell’uomo vigilando l’urna dell’ideale deposta nelle

loro mani.

Il materialismo non è da temersi finchè resta al suo posto tra

l’argilla e il fango; non lo ha allora che chi lo vuole e quando lo

vuole. Pericolosi al contrario sono quei sentimenti che la materiale

origine nascondono sotto alle parvenze idealistiche, perchè assai

facilmente per tal modo travolgono anche coloro che non vorrebbero

essere travolti. Questo caso è specialmente difficile da combattere

perchè l’avversario è in buona fede e credendo fermamente di camminare

verso il sole trova per lo meno puerile l’avvertimento di guardarsi

dalle tenebre.

Così dobbiamo, non v’ha dubbio, a una degenerazione del sentimento

ammirativo l’eccesso di produzione letteraria che si riscontra ai

nostri giorni. I venticinque lettori che si immaginava di avere

Alessandro Manzoni crebbero smisuratamente di numero e non si adattano

più alla parte di lettore. Essi potevano essere lettori ideali e non

se ne sono accontentati, preferendo a torto di divenire scrittori

mediocri. Chi non vede qui che sotto parvenza di coltivare meglio

l’ideale lo si offende continuamente e lo si danneggia? È la solita

confusione degli attributi, per cui si annette pregio alla forma colla

quale si rivelò a noi l’ingegno o la bellezza di un’altra persona e

che noi crediamo di raggiungere entrando, con concetto materialistico,

nella stessa forma.

E di quale gretto materialismo non è circondata la teoria socialista

diffusa nel popolo? Anche qui si è spezzata la stella per farne dei

fanali, argomentando che il popolo non comprende le idee elevate,

dimentichi che il raggio di una stella per l’appunto guidò i pastori

alla culla di Dio. No, senza un grande ideale non si arriva al cuore

del popolo! Dal mito di Orfeo che cantando commoveva le pietre,

fino alla propaganda del poverello d’Assisi, era l’idealità di una

gran passione che passando attraverso a un temperamento eccezionale

raggiungeva nei più umili e nei più meschini la dormente scintilla

della Bellezza e la rinfocolava unendola alla gran fiamma. Ma

pretendere di ottenere un risultato alto appoggiandosi alla debolezza

degli uomini anzichè alle loro forze, e volerli guidare al meglio

mediante l’atrofia delle qualità più nobili congiunta allo sviluppo

quasi mostruoso degli istinti minori, è opera sterile per la felicità.

Io leggevo con grande tristezza le pagine propagandiste di uno dei

più noti scrittori nostri che per venire in aiuto della sua recente

fede non sapeva trovare altro argomento se non quello di porre a

raffronto il salotto elegante di un ricco colla apparizione, sulla

soglia, di un operaio; e con singolare abbondanza di colori sceglieva

tutti i rosei per il salotto, tutti i neri per l’operaio, dilettandosi

nell’antagonismo sì che per ogni ninnolo nuovo aggiunto da un lato

scopriva uno sdruscio nell’altro, e i mobili artistici del salotto

venivano a singolar tenzone colle macchie sparse abbondantemente

sul camiciotto dell’operaio, del quale commiserava fin anco le

mani indurite. Per ultimo tocco l’autore del bozzetto aveva ricorso

alla pioggia, mostrando asciutto il salottino e bagnata la schiena

dell’operaio. Ora, se non ho avuta la fortuna di farmi comprendere fin

qui, cercherò di completare il mio pensiero dicendo che se le persone

d’ingegno diffondono tali sentimenti superficiali e meschini, qual

meraviglia se coloro che li raccolgono li immiseriscono ancor più,

e se posta la questione su basi cotanto materiali nessuna luce possa

sprigionarsi da essa? In tanto furore d’uguaglianza perchè si dimentica

che il solo diritto di un uomo di fronte a un altro uomo è il diritto

di avere un’anima alta? Perchè si continua a parlare volgarmente al

popolo colla pretesa di educarlo? Se quell’operaio entrando nella

casa del ricco non sa far altro che invidiare le cornici dorate e i

morbidi tappeti e nessun sentimento di dignità personale sa trovare

in se stesso, è un pover’uomo indegno affatto del nostro interesse.

Per fortuna vi sono, fuori dei libri, operai che sentono nobilmente

in se stessi e non si considerano nè infelici, nè umiliati per qualche

macchia sul camiciotto e per qualche callo alle mani.

Il Grande che disse: “Tu solo, o ideale, sei vero„ annunciò un assioma

da pensatore, non un sogno da poeta come parrebbe. Nell’idea, in

tutte le idee, c’è una grandiosità incorporea che può qualche volta

trovarsi a suo agio nella mente solitaria del genio, ma che si frantuma

miseramente e cade in polvere se obbligata ad entrare nella mente

degli uomini comuni. Così si dissolvono le religioni, così si stanno

ora alterando i significati della pietà e quelli ben più importanti

dell’armonia fra i bisogni materiali e i bisogni ideali, onde

l’agitazione femminile è uno dei sintomi più gravi.

“Colui che possiede le divine facoltà dell’anima è un essere grande,

qualunque sia il posto che egli occupa nel mondo„; sono parole di

Chaning, il moralista americano, di quell’America che noi siamo

abituati a considerare sotto il solo aspetto di terra dell’oro. Perchè

dunque nulla si fa per sviluppare codeste facoltà dell’anima e si

concentrano invece tutti gli sforzi sulla istruzione che è tutt’altra

cosa, assai, ma assai meno importante e precisamente nella proporzione

di un’anfora di fronte all’essenza? Deh! cercate di possedere

l’essenza prima, l’anfora verrà poi. Che se anche non venisse, la virtù

dell’aroma agirebbe pure in qualche modo, mentre un recipiente senza

scopo non può essere che un inutile ingombro nella vita.

All’anima, all’anima volgano le loro cure le donne! È questa

l’ammalata, è questa la povera, è questa la pericolante. Ma l’anima

non sta in un diploma conquistato, nè in un gruzzolo di denari contesi

all’uomo. Poichè, da quando il mondo ebbe una storia, sempre vi furono

donne meravigliose di saggezza, non è da ritrovare in escogitazioni

nuove il segreto di ciò. Le donne hanno smarrito la loro via; tornino

indietro e la cerchino.

Ciò che ora esse vogliono non vale la pena del cambio. Quand’anche

riuscissero a fare quello che fa l’uomo, chi farebbe quello che non

vogliono fare più? Esse credono di offrire buon giuoco al loro orgoglio

e mai furono tanto umili confessando implicitamente di non aver fatto

fin qui nulla che valga. Dicono che la casa, coi costumi moderni, non

basta alla loro attività; ed ecco il punto debole, ecco il concepimento

materialista: come se la casa nel suo profondo significato morale

potesse avere la benchè menoma attinenza coi fornelli a gaz e colle

macchine da cucire. So che i femministi dicono: “Ma stanno forse più

in casa le donne? Non escono esse buona parte del giorno a far visite e

chiacchiere inutili? Escano dunque l’altra parte per correre ai nostri

Comitati, Associazioni e Leghe„. Singolar modo invero di ragionare;

paragonabile a un tale che possedendo due soldi venisse a perderne uno

e gittasse il secondo dalla finestra.

Modesta pensatrice cui move unicamente il desiderio della verità,

io leggo sempre con attenzione quello che scrivono i miei avversari

per sostenere la loro opinione, disposta a ravvedermi se trovassi

nelle loro argomentazioni un solo pensiero alto, un vero ideale per

gli uomini: ma confesso di non averlo trovato mai. Se gli uomini

fossero migliori delle donne, oh! di certo queste dovrebbero fare il

possibile per eguagliarli, ma poichè sono semplicemente diversi ed in

tale differenza sta la legge armonica della natura che a tutto ciò

che è vitale assegna una particolare funzione, nessuna nobile meta

può raggiungere la donna nella concorrenza. Di tutte le altre ragioni

addotte non conviene tener conto quando si agitano problemi morali di

ordine così elevato.

Rimanga la donna al suo posto da cui ha fatto tanto bene all’umanità,

da cui ne farà ancora col resistere allo spirito volgare che ne

circonda da ogni lato e che anche lei tenta, vestendo, naturalmente, le

bianche forme di un angelo liberatore. La vera schiavitù dalla quale

ella deve liberarsi sta nel concetto materialista della felicità, sta

nel credere che il suo ingegno produrrebbe migliori frutti e maggiori

soddisfazioni le darebbe in cattedra anzichè in casa; e credere che

ella sarebbe più utile a se stessa ed all’uomo guadagnando del denaro;

e non capire e non sapere ed avere dimenticato di quale delicatezza,

di quale ardore misterioso sia circondata la sua missione sulla

terra, così splendida e meravigliosa che ella potrà, sì, degenerando,

esercitare i lavori maschili, ma nessun uomo saprebbe mai tra la più

grande elevazione preparare i miracoli che ella compie nel silenzio del

suo amore. Sono miracoli intimi, invisibili, imponderabili, non hanno

nome, non si possono misurare nè descrivere, ma sono il suo genio, sono

l’opera sua, il suo privilegio, il suo segreto. L’intelligenza della

donna non deve disperdersi altrove perchè altrove non c’è bisogno di

lei e qui, nel focolare, nel tempio, quando ella sarà lungi entrerà la

morte.

Già possiamo vedere gli effetti della propaganda femminile materialista

in uno dei paesi dove si è maggiormente sviluppata, nel Belgio. Laggiù,

nelle malinconiche borgate dense di opifici e di fabbriche, dove

sulle case basse tutte uguali non aderge la maestà della chiesa e dove

solo brillano di luce sinistra i fanali delle taverne, uomini e donne

conducono la medesima vita di officina, fuori della casa. Le donne sono

rappresentate al Consiglio del lavoro e dell’industria, hanno diritto

al voto, percepiscono lo stesso salario dell’uomo, ma avviene questo:

che l’uomo privato della sua responsabilità di capo della famiglia,

privato del sentimento generoso della protezione e della forza, si

dà più che mai all’alcoolismo e poichè la donna non rappresenta più

per lui alcuna gentilezza di ideale, non gli par vero di scaricarle

addosso tutti i pesi e di vivere alle sue spalle. Conseguenza logica e

fatale di una dottrina che soffoca ogni elevazione per sostituirvi il

basso raggiungimento di un livello comune dove l’animalità primitiva,

atterrate le barriere in cui l’avevano costretta le conquiste della

civiltà, ritorna con tutti i suoi istinti selvaggi.

Oh! il momento veramente ispirato per una nuova Giovanna d’Arco,

per una guerriera dell’ideale, che cinta di virtù femminili movesse

alla novissima battaglia e contro questo preteso femminismo fatto di

ambizione e di materialità bandisse il verbo d’amore che è il segreto,

la potenza, la superiorità del suo sesso. E vorrei che non fosse, come

Giovanna d’Arco, sterile, ma che la maternità le avesse già rivelato la

via luminosa della donna attraverso i secoli.

_LA DONNA E LA CULTURA_

Sopra un punto importante della questione occorre insistere e non deve

arrestarci la considerazione che le cose le quali stiamo per dire

possano per avventura essere già state dette, perchè il bene morale

consiste, piuttosto che nella ricerca del nuovo, nella ripetizione

costante di due o tre verità immutabili; persuadiamoci di questo:

“Importa poco che un’idea sia vecchia e recente. È vera? È falsa? Ecco

ciò che interessa„.

Falso senza alcun dubbio è il modo col quale i femministi presentano

la questione, imperniandola sopra un criterio di inferiorità della

donna che nessuno seriamente si sogna di ammettere, ma che offre loro

buon gioco per schierarsi a paladini di una causa che non esiste.

Incominciando a dire che la donna è ritenuta inferiore, si preparano

la scala per slanciarsi a liberarla da cotesta prigionia ipotetica

ed arrivano alla conclusione che inferiore veramente è, ma per colpa

dell’uomo il quale l’ha sempre dominata ed oppressa.

Ora la verità vera è che da quando l’umanità uscì dai limiti

sconosciuti ed ebbe una storia, quando sulla inconsulta brutalità del

selvaggio si vennero delineando i primi albori della coscienza, e via

via che la sostanza psichica quale sprigionata farfalla si librò dalla

conquista animale alle conquiste del pensiero, si vide la donna salire

lentamente insieme al suo compagno, assurgere, entrare con esso nei

nuovi mondi conquistati, così che mai, in nessun periodo del lungo

cammino percorso l’uomo si trovò solo — e quando occorse il sacrificio,

quando occorse l’eroismo, quando bisognò lottare, soffrire, morire,

la donna lottò, sofferse, morì con lui; morì con lui nell’esilio, sui

campi di battaglia, nelle prigioni, nella tortura, sotto la mannaia,

sulla forca.

Si può immaginare che le donne della storia antica, le donne romane,

le donne dei tempi di mezzo, le donne del Rinascimento, le donne della

Rivoluzione Francese, le donne del Risorgimento italiano, sieno messe

tutte a fascio come un batufoletto di cenci vecchi e mandate alla

cartiera dalla quale deve uscire sotto altra forma la donna nuova?

la donna forte cioè, la donna superiore? — poichè quelle altre che

dormono ora così serenamente nei loro sudari di martiri, nelle loro

vesti insanguinate o nei miti veli della loro spirituale bellezza —

esse che ispirarono poemi immortali, non furono che larve di donna?

No, non voi troppo lontane sotto la polvere dei secoli, eroine

antiche; ma voi dalle ceneri ancora calde, Teresa Confalonieri, Anita

Garibaldi, Adelaide Cairoli — e la interminabile falange di quelle

senza nome e senza storia, oh! benedette, la di cui immagine passò

come ultimo raggio all’ora estrema nelle pupille dei nostri Grandi,

mirate la povertà delle anime nostre; un diploma vogliono, un titolo

accademico.... E voi non eravate neppure maestre!

Ma lasciamo stare i morti o almeno quelli fra i morti che noi non

abbiamo conosciuti e guardiamoci attorno; cerchiamo nella nostra

memoria, fra i parenti, fra gli amici. Sono così disgraziati i

femministi da non trovare nelle loro famiglie, che donne senza

coscienza e senza dignità? Non hanno essi mai osservato nell’ambiente

della borghesia, e fra i piccoli artigiani e fra i contadini, dove i

mezzi sono scarsi, la cultura nulla, dove spesso l’uomo è accasciato

dal lavoro e dalla responsabilità, quale posto importante vi occupa

la donna? Non le hanno viste proprie mai le donne econome, laboriose,

serie, prudenti, amorose, pazienti e magari analfabete, ma ricche

a dovizia di quel sentimento tutto femminile che è l’abnegazione e

l’amore della casa? Non conoscono gli infiniti matrimoni nei quali

il valore intimo della donna supera di gran lunga quello dell’uomo e

lo supera precisamente in condizioni dove la cultura non ha nulla a

vedere? E nei negozi, negli affari, nelle contese, nelle questioni di

interesse, di opportunità, di convenienza, quante volte la moglie vede

meglio e più lontano del marito? Quante fortune pericolanti furono

salvate da una donna? Quante donne rimaste vedove, provvidero colla

maggiore saviezza al buon avviamento dei figli mentre nessun uomo

potrebbe fare altrettanto? E con una tale corona di meriti, con un

campo così fertile dischiuso alla sua operosità e già coperto di sì

ricca messe, dovrà la donna aspettare che la propria coscienza e la

propria dignità le vengano bandite da appositi Comitati? Ma sono cose

dell’altro mondo!

Sta bene che si combatta la frivolezza della donna, la civetteria, la

maldicenza, tale e quale come si possono combattere la grossolanità ed

altri difetti degli uomini e meglio ancora fare una guerra leale alle

colpe che i due sessi hanno in comune e che sono senza dubbio le più

numerose, ma pretendere che dopo diciannove secoli si debba tornare a

levare un’altra costola all’uomo per rifare la donna, ah! è troppo.

La singolare confusione che si fa ora tra senno e scienza, fra

criterio e cultura, contribuisce a spargere l’erronea credenza che

tanto maggiori saranno gli studi della donna e meglio soddisferà i

suoi obblighi di madre e di educatrice; modo questo assolutamente

ristretto e materiale di considerare una questione dove l’essenza

spirituale è tutto. Qualcuno che vale un po’ più di me ha già detto

che la fede nel libro scolastico è uno dei grandi pregiudizi del

secolo; (Spencer) ma si continua a credere che lo studio delle lingue

sviluppa l’intelligenza e tutto porta a temere che si continuerà per

un pezzo. Piccole famiglie di mezzi limitati vanno incontro a spese ed

a sacrifici gravi perchè si reputerebbero disonorate se non mandassero

le loro figliuole all’estero per educarsi e quando ritornano, sviate

dalla casa, lontane dalla madre, ricche di nozioni e povere di esempi,

povere di quel sentimento domestico che è la forza della donna e la

base della famiglia, che cosa volete mai che facciano se non ricercare

affannosamente fuori delle lor quattro mura il perchè della vita che si

sono lasciate sfuggire di mano?

Le parole hanno un destino crudele; le più nobili, le più sante fra

di esse, goccie preziose di un liquore che si dovrebbe conservare

nel più profondo sacrario della coscienza, sparpagliate da fanciulli

pazzi e crudeli corrono per il mondo, si infiammano, accendono voglie

inconsulte, vanità latenti, e sotto il bel nome sonoro di amore vanno

distruggendo e soffocando la radice stessa dell’amore che è la donna.

Vuole la donna riescire utile e compiere fino in fondo la sua missione?

Si alzi e tenda le braccia; nel breve cerchio della sua persona troverà

tanto bene da fare, silenziosamente, quanto le trombe di cento Comitati

non faranno mai. Ogni donna faccia così, e sarà per tutta la terra come

un onda propagata di piccoli cerchi armonici, come una rete di sottile

incanto dove si acquieteranno le ire degli uomini.

Quello che io domando non è facile, lo so, ma quello che propongono

i femministi è inutile, ed è peggio. Essi vogliono offrire alla donna

il posto della mosca che si immaginava di guidare il carro. Sanno bene

che il lento passo dei buoi e il sudore che gronda dai loro fianchi e

la preoccupazione del bifolco inteso a scrutare i solchi sono i soli

fattori del maestoso lavoro, ma la mosca, ronza, ronza, ronza e c’è pur

qualcuno che la prende sul serio.

Io l’ho già detto altrove, però questa è appunto una di quelle verità

che conviene ripetere. Se si potessero aprire scuole di criterio, di

rettitudine, di senso morale, e si fosse sicuri di vederle frequentate

con profitto, varrebbe la pena di sopprimere una buona metà degli

edifici cittadini per convertirli a questo scopo; ma finchè le scuole

sono quelle che sono, cioè una fredda e indigesta distribuzione di

sapere in pillole e i maestri dei disgraziati obbligati a insegnare le

origini del Missisipì e la fondazione dei gonfaloni a fanciulli in cui

la coscienza è già guasta molte volte e la dignità già offesa, perchè

sventolare continuamente la bandiera malamente dipinta dell’istruzione

che tante magagne nasconde e nessuna risana? Cos’è mai l’istruzione

impartita così se non un abito di gala messo sopra a una persona senza

camicia? Che i ministri nel tracciare i loro programmi si allontanino

affatto dal criterio educativo, hanno torto, ma si capiscono; essi sono

oggi ministri dell’istruzione come ieri erano avvocati e domani chi

sa che cosa. Ma le donne, le educatrici nate, se perdono in tal modo

la bussola dove anderemo a finire? Esse hanno in mano la coscienza del

fanciullo, che è la sola cosa necessaria, e non se ne curano; ed hanno

l’istruzione della quale si può fare a meno, che forma tutto il loro

tripudio. Esse difatti vi parleranno sempre dell’intelligenza dei loro

figli, dimenticando che l’intelligenza non è che una impugnatura sulla

quale bisogna innestare una punta di ben terso acciaio se si vuole che

l’opera sua nel mondo sia profittevole.

Vi sono, certo, donne colte che hanno sentimento, passione, buon senso,

amore della casa e della vita intima; ma queste belle qualità femminili

le conservano ad onta della cultura, non per essa. Essa, la cultura

impartita a donne vane, leggere, superficiali, senz’anima e senza

criterio le lascia tali e quali colla saccenteria in più. Non è dunque

solamente inutile; è in molti casi anche dannosa.

Nè basta. La voce della scienza ha già avvertito che tutto lo sperpero

di forze fatto dalla donna per contendere all’uomo le occupazioni della

mente diminuisce il tesoro di energie intatte di cui la donna è per

così dire il serbatoio; forze eguali a quelle dell’uomo, ripetiamolo,

senz’ombra di inferiorità, ma destinate a diverso impiego; impiego dopo

tutto che alla natura preme assai più di ogni altro.

Mettiamoci bene in mente che una donna la quale porta con pazienza

per nove mesi un bambino e dolorando lo mette alla luce, indi lo cura

con intelligenza, lo circonda di soavità, lo cresce sano, gli forma

il carattere, gli fa amare la bellezza, lo educa alla morale, questa

donna ha dato al mondo un uomo giusto e sfido chiunque a fare opera più

grande.

Provvedere poi alle donne che non possono essere madri coll’insultarle

tutte e traviarne la missione, equivale al rizzare un ospedale e

scrivervi sopra: casa per i sani. Fate l’ospedale, se occorre, ma

abbiate il coraggio di chiamarlo ospedale. Per me tutto il movimento

femminista si riduce a ciò. E non credo che un corso di storia o una

dissertazione letteraria possano mai consolare una donna della sua

vita mancata; ma ancora più illogico mi sembra educare le fanciulle col

preconcetto che debbano restare zitelle; tanto varrebbe privarle appena

nate degli organi della maternità.

Noi le vediamo queste povere fanciulle trotterellare, cariche di

quaderni, dalla scuola alle accademie intanto che la madre se ne sta

in casa sola, oppure le segue docilmente facendo la spola innanzi e

indietro — necessariamente divise d’anima e di pensiero. Le vediamo

nella fresca età delle illusioni anemizzarsi sui banchi delle scuole,

piegare la morbidezza istintiva verso un rigido ideale cattedratico,

correre, affannarsi, profanare la loro femminilità in una gara

che sarebbe grottesca se non fosse sommamente dolorosa. Non i baci

impallidiscono le loro labbra, non le ansie misteriose del sesso

ricercano le loro membra: sono stanche, sono affrante, sono anemiche

senza avere compiuto nessuno dei loro doveri, senza avere affermato

nessuno dei loro diritti, povere tradite cui attende la nevrastenia.

Eppure non mancano le persone di buona fede che dicono ingenuamente: Ma

bisogna pur fare qualche cosa per le donne che non trovano marito! Ora

in tale circostanza una sola cosa potrebbe veramente riescire efficace:

trovare il marito. Se questo non si può, tutto il resto è fumo e rumore

vano; perchè mi vorrete concedere che isterilire sopra un calamaio

piuttosto che sopra una calza come si faceva una volta non muta affatto

la questione; e che l’infermo voltandosi sull’altro fianco si illuda di

diminuire le proprie sofferenze, come ragionamento da infermo si può

compatire, ma non sarà mai il ragionamento della scienza. Non serve

proprio dar fiato alle trombe e stendere dei programmi per cambiare

semplicemente di doglia, col pericolo già avvertito che la doglia

futura sia anche maggiore e di più gravi conseguenze che non l’antica.

So che i femministi citano volontieri le donne d’altri paesi. Piano

a ma’ passi — rispondo con una sentenza di casa nostra. Piuttosto che

uno studio profondo e un vero convincimento, io vedo in codesta mania

quella medesima che fa preferire le maniche a pallone quando è troppo

tempo che si portano le maniche piatte. Faccio una sola domanda: È

maggiore la moralità e l’idealità di quelle donne? Chi le ha conosciute

dice di no e dicono di no anche i fatti diversi delle gazzette di

quei paesi. Dove dunque non è progresso morale non è vero progresso.

Quanto all’essere felici, torniamo da capo. Le _spinster_ che tengono

conferenze e presiedono _meeting_ sono davvero più felici delle nostre

parenti che coltivano i loro gerani sul davanzale della finestra e

preparano delle trine all’uncinetto per il salotto domestico? Tutto

dipende dal punto di vista, ma anche questo non bisogna forzarlo.

La vita naturale fisiologica della donna è nella casa: se qualcuna

crede di battere altre vie, le ha sempre battute da che mondo è mondo

e nessuno impedirà di farlo anche adesso; ma erigere l’eccezione a

sistema, la medicina a pane quotidiano e propinarla alle giovani

creature che non chiedono altro che di vivere secondo i diritti

naturali, e far loro un torto di essere così, questo è l’errore funesto

delle nuove teorie.

Riassumendo la mia povera opinione domando: Che cosa vuole il così

detto movimento femminista? Migliorare la donna? ma se vediamo

colla storia alla mano e col solo nostro ricordo mirabili creature

riguardando le quali ogni donna deve umiliarsi e imparare! Provvedere

meglio all’educazione dei fanciulli? Ma se l’educazione non ha nulla a

fare coll’istruzione, tanto intima, raccolta, personale è quella, tanto

questa è parolaia, piazzaiola e pubblicamente infeconda! Contendere

all’uomo le sue funzioni? Ma perchè? Per aiutarlo no; egli non ne ha

bisogno. L’aiuto che egli ci domanda è di ben altra importanza e noi

affannandoci a volergli dare quello che non gli occorre lo verremo

gradatamente privando del solo bene che gli possiamo realmente offrire,

essendo primissima tra le leggi naturali quella che non permette la

concentrazione di forze in un punto senza affievolire le altre parti.

Variare l’occupazione delle donne che non avendo figli si annoiano in

casa?... Alla buon ora; questa piccola ragione potrebbe essere la vera;

ma è ben piccola per interessare ad essa tutto il mondo. Proprio non

vale la pena di una alzata di scudi. Basterebbe che quelle donne se

la intendessero tra loro senza gettare tanto biasimo e tanto disprezzo

sulle altre, senza pretendere di voler innalzare la loro piccola idea

più o meno pratica alle grandiose proporzioni di un ideale umano.

Resta la questione economica che si può dividere in due programmi, uno

finanziario l’altro morale. Quanto possa essere giovevole in tempi

di difficile impiego per l’uomo la concorrenza della donna, cioè la

moltiplicazione in tutte le carriere della già enorme falange degli

aspiranti è un quesito assai più che problematico. È dunque una guerra

che le donne vogliono muovere all’uomo, una specie di arena dove i

combattenti si contenderanno il pezzo di pane. Dicono che per la donna

questa attitudine è più nobile che non quella di ricevere il pane

dal padre, dal marito o dal fratello. Ora che due cani incontrandosi

intorno ad un osso giudichino in tal senso non mi fa meraviglia;

ma che l’uomo e la donna dopo tante lotte insieme combattute, dopo

tanto sangue e tante lagrime versate insieme, debbano ritrovarsi

in quella medesima attitudine animalesca è cosa che rattrista e che

impensierisce.

_AD UNA INCOGNITA_

(_APPENDICE_).

Ho ricevuto questo biglietto che trascrivo integralmente: “Benedetta la

voce che si eleva a difendere la vera ed unica superiorità della donna!

Benedetta la voce autorevole che proclama la santità della maternità!

Ma chi ha dovuto rinunziare al più bel nome che possa far sussultare

un cuore di donna, chi ha visto cadere a terra infranto un ideale tutto

amore, sarà condannabile, buona e valorosa Neera, se, pur rifuggendo da

ogni teatralità consacra l’ultimo resto della sua sterile giovinezza al

lavoro dell’intelligenza?„ Firmato: “Una donna„.

*

* *

Ecco dunque che per quanto ci si metta di buona volontà non si riesce

mai a farsi intendere da tutti. È scoraggiante, se vogliamo, non

sufficiente tuttavia per farmi desistere dal consigliare quello che io

credo il solo bene della donna. E a questa donna, a questa ignota, a

quest’una fra mille mi piace oggi rispondere perchè altre ne potranno

approfittare, considerando anzitutto che in una questione d’interesse

così generale, il caso isolato non ha alcun valore.

La mia gentile anonima ha dovuto rinunziare al più bel nome che possa

far sussultare un cuore di donna, ha visto cadere a terra infranto un

ideale tutto amore; poveretta, è assai da compiangere, ma ciò non ha

nulla di comune colla questione femminista.

Ella ha certamente tutto il diritto di consolarsi col lavoro

dell’intelligenza, come lo avrebbe a coltivar fiori, a visitare

ammalati, a occuparsi di opere benefiche, anche a viaggiare o a far

raccolta di francobolli, insomma tutto quello che le pare e piace. Chi

pensa mai a contrastarglielo? Resta però che tutte codeste belle cose

non sono altro che _fiches de consolation_, pannicelli caldi, cerotti

innocenti e che la ragione di esistere per la donna è precisamente

quella che all’anonima è mancata; una profonda sventura per lei, non

un’occasione di proclamare il progresso della donna per altre vie.

Cerotto e pannicelli caldi non possono mai essere un progresso, nè

una idealità; sono piccoli rimedi che ognuno di noi si applica il

più segretamente possibile rimpiangendo il tempo in cui non ne aveva

bisogno. I lavori dell’intelligenza che si fanno a caso disperato

entrano appunto in questa categoria umile ed oscura; sono affarucci

privati che non riguardano il pubblico. Ma poi la gentile anonima lo ha

già detto “rifuggendo da ogni teatralità„ ed io mi immagino di vederla,

questa donna infelice, raccolta in sè stessa, ascoltare e far sue le

grandi voci della natura o quelle che per il tramite dell’arte pochi

chiamati comunicano al largo pubblico dei sofferenti, e dar vita alle

due sublimi parole dell’intendere e dell’ammirare in cui una nobile

anima può trovare tanto diletto da riempirne l’esistenza. Così fosse

sempre l’intelligenza per la donna quale lampada votiva che illumina

il tempio, alla quale si rivolgono, sollevandosi, gli sguardi del

celebrante e gli sguardi dei fedeli.

E se le serene contemplazioni della mente, i lunghi raccoglimenti,

l’ammirazione silenziosa non bastano ad alcuni femminili spiriti

irrequieti, si donino essi ancora e sempre alle opere d’amore.

Pieno è il mondo di bambini abbandonati, di vite infrante, di cuori

sanguinanti, di malati, di ribelli, di traditi, di gente a cui manca il

sorriso e il bacio spirituale di una donna. Senza uscire dalla propria

casa la donna ha modo di beneficare i suoi parenti, i suoi dipendenti,

i vicini, gli amici, tutti coloro che vengono più o meno a contatto del

di lei cuore e del di lei criterio illuminato. Se in ogni casa vi fosse

una donna di proposito la quale non facesse altro che _presenziare alla

vita_ tanto basterebbe perchè una quantità di scogli venissero evitati

e sciolte le più gravi questioni della felicità.

Un viaggiatore arrivando presso una tribù selvaggia trovò tutti gli

abitanti schierati in processione attorno ad una vecchia la quale,

ornata di monili e di colori smaglianti, era fatta segno alle più

grandi ovazioni della tribù che le saltellava intorno con capriole

giulive e stridore assordante di grida e di istrumenti in segno

di omaggio. Il viaggiatore domandò subito chi era quella vecchia a

cui si rendevano insigni onori ed ebbe in risposta che si trattava

del suo funerale. Come? Seppellite i vivi? esclamò il viaggiatore

scandolezzato. E così era. La tribù, nomade, non potendo trascinare

in lunghi viaggi i vecchi e gli infermi, li uccideva al principio

di ogni spedizione, dando loro il contentino di un bel funerale

anticipato ed ubbriacandoli con tanto rumore e tanto lucicchio, che la

vittima stessa, stordita, camminava incontro alla morte come verso una

apoteosi.

Costumi selvaggi, non è vero, mia signora? eppure non vedo che sia

una cosa molto diversa quella che si sta ora preparando per noi. La

soppressione della donna e della famiglia: ecco a che tende il così

detto femminismo e naturalmente ci inorpellano con grosse parole

rimbombanti affinchè ci apprestiamo a morire con grazia. Un mio

avversario ebbe a dire una volta che per tre motivi soli si combatte

il femminismo. Lo combatte il Governo per gelosia di potere, lo

combatte l’uomo per gelosia di sesso, e lo combatte fra le donne, la

donna ignorante. Non appartenendo io dunque nè al Governo, nè al sesso

forte, è chiaro come il sole che le mie opinioni provengono dalla mia

ignoranza. Ebbene, quale donna ignorante reclamo il diritto di aver

paura della morte.

_LA PARTE DELLA DONNA_

Sempre mi sta dinanzi la casetta di Lazzaro in Bethania, sulla vetta

della collina, cinta di ulivi e di tamarindi. È là che Gesù in mezzo

a due donne tanto diverse l’una dall’altra pronunciò le sublimi parole

“Marta Marta, tu sei sollecita e ti travagli intorno a molte cose, ma

di una sola fa bisogno„.

Io sono persuasissima che tutte le donne le quali ora lavorano per la

questione così detta femminista ritengono fermamente di averla sepolta

la buona Marta con tutte le sue faccende domestiche e si immaginano

di essere Maria, Maria a cui Gesù disse “Tu hai scelto la buona parte,

quella che non ti verrà tolta„. Esse invece non sono che Marte moderne;

hanno abbandonato la rigovernatura delle stoviglie ma rigovernano

ancora e si affannano materialmente intorno a Gesù, invece di offrirgli

in silenzio l’ardore dell’anima — la sola cosa di cui fa bisogno.

Una singolare confusione di idee si è venuta ora sovrapponendo alla

nozione semplice e retta dei reciproci doveri e per ciò queste donne

chiedono: volete che noi viviamo lungi dall’anima del compagno,

insensibili alle vittorie e alle delusioni sue? e vivere accanto

all’anima del compagno, partecipare alle sue vittorie e alle sue

delusioni, vuol dire essere avvocato come lui, dottore come lui,

professore come lui, scrittore come lui, elettore, conferenziere,

mitingaio come lui; cioè interpretare la propria missione nel modo più

pedestre, più gretto, più egoistico, più contrario all’ordine ed alla

economia sociale, in cui i due sessi rappresentano due forze e due

energie opposte, come sarebbe a dire le radici e la vetta dell’albero,

entrambe necessarie ma per vie diverse alla completa fioritura di esso.

L’ideale è che la donna sia tanto unita all’uomo da non formare che un

essere solo, dunque una sola questione e un solo interesse: non capisco

il progresso della donna disgiunto dal progresso dell’uomo. Se l’uomo

ha progredito ha progredito con lui anche la donna per ineluttabile

legge di equilibrio naturale, e progredirà ancora, ma senza bisogno

di scindere quella che io chiamo causa comune. Fare ognuno la propria

parte con un medesimo fine, ecco ciò che si deve; ma ognuno la propria

parte.

Non è del resto da meravigliarsi che l’utopia dopo di avere debellato

lo spirito forte, il maschio, si attacchi allo spirito debole, la

femmina, e mieta abbondantemente in ogni campo e in ogni classe,

poichè essa ha veramente la superficie iridata degli specchietti per

allodole ed alle spostate offre la seduzione delle carriere libere,

alle infelici la speranza di riformare il loro destino, alle pedanti

la gioia di stendere dei programmi, alle sciocche il mezzo di apparire

intelligenti, a quelle che si annoiano una occupazione, a quelle che

_flirtano_ un campo nuovo da esplorare. Tutte credono di essere mosse

da un unico ideale grandioso e tutte non fanno altro che girare su se

stesse.

Certo vi sono anche anime elette che aspirano ad una perfezione i

cui germi stanno esclusivamente dentro di loro, e queste veramente

mi interessano e mi fanno compassione, come bravi soldati troppo

impazienti che si stancano e vanno sciupando le loro forze a

guerreggiare contro i fantasmi. Intanto abbiamo nel campo femminista

uno spettacolo non molto dissimile da quello che presenta il Santo

Sepolcro a Gerusalemme dove ardono quarantatre lampade: tredici per la

fede dei cristiani Greci, tredici per la fede dei cristiani Latini,

tredici ancora per i cristiani Armeni e quattro per i Cofti — tutti

persuasi di adorare il vero Dio.

Le idee di una donna · 第 1 / 8 段