AL CORTESE LETTORE

Poche letture son più gradevoli, a parer mio, delle narrazioni di

viaggi; le quali, oltre al diletto che arrecano, tornerebbero eziandio

utilissime per le notizie che ci porgono de' luoghi a noi sconosciuti,

de' varii costumi delle genti e delle svariate e strane regioni del

mondo, se non vi fossero a larga mano tante favole mescolate, da

isgradarne talvolta i più fertili romanzi che ci abbiamo. Radi son

coloro, che di simili materie trattarono, che ne vadano al tutto

esenti; chè se cotesto difetto abbonda ne' primi nostri scrittori, è

pur comunissimo eziandio ne' moderni, i quali fra alcune verità ci

raccontano tante capricciose bugie, da penar molto a prestar fede

infino a quello, che pur di prima giunta ci si appresenterebbe non

inverisimile.

Passandomi affatto de' moderni, de' quali non è qui luogo tener

ragione, toccherò brevemente de' principali fra gli antichi, che, o

scrissero in origine nel volgar nostro, o in esso traslatarono viaggi

altrui; i quali se pure largheggiarono di menzogne, se per bene non

sono aggiustati in geografia, in istoria; se errarono di nomenclature,

e così va dicendo, serbarono tuttavia quella eleganza e proprietà di

linguaggio, e quella ingenuità e semplicità di narrare, che indarno

o rado si cercherebbero negli scrittori da poi. Il primo libro di

simil fatta che noi abbiamo in volgare e de' più famosi è senza dubbio

il _Milione di Marco Polo_, il quale intraprese il suo viaggio nel

1272 o circa. Quell'opera, tradotta dal francese nel nostro idioma,

come prova il ch. sig. prof. cav. Adolfo Bartoli nella sua dotta

Prefazione anteposta alla ristampa che di quell'aureo volume fece il

Le Monnier nel 1863, riguardasi la più antica e la più importante tra

le descrizioni di viaggi nell'età di mezzo, che ci abbiamo in volgare.

A cotesta, per cronologia procedendo, tien dietro il breve _Itinerario

ai paesi Orientali di fra Riccoldo da Monte di Croce_, religioso

domenicano, che lo scrisse verso la fine del sec. XIII in lingua

latina, volgarizzato poscia nel 1350, o in quel torno da Anonimo. Il

beato Odorico da Pordenone nel Friuli vien terzo per ordine di tempi,

il quale ci descrisse un suo _Pellegrinaggio_ nel 1318. Vogliono alcuni

che egli il dettasse in lingua volgare, e ne adducono buone ragioni,

ma prove più sufficienti assai contraddicono alla prima asserzione, e

inducono a credere che l'originale suo fosse propriamente dettato in

lingua latina, e da questa tradotto da Anonimo non molto dopo. La qual

versione fu poi resa di pubblico diritto in Pesaro per Girolamo Soncino

nel 1513 col titolo di: _Odorichus de rebus incognitis_; libretto

oggi irreperibile: una parte fu da me posta fuori, secondo codd.

Riccardiani, Magliabec. e Palatini, nel 1866. Il quarto finalmente

si è Giovanni da Mandavilla, uno de' più copiosi fra gli antichi, che

imprese i suoi viaggi nel 1322. Onde, quantunque ei non sia da riporre

tra gli scrittori nazionali, tuttavia avendosi del suo libro una

buona traslazione volgare, anzi un rifacimento e una larga parafrasi

dell'originale, fatta, per mio avviso, sul finire del sec. XIV o al

più sul cominciare del susseguente XV, parmi in certo modo debbasi

considerare quasi lavoro italiano; avvenendo per poco in tali casi come

d'una pianta esotica trapiantata sul nostro suolo, la quale, quantunque

di provenienza straniera, pur col tempo, educata e allevata nel

nostro clima, diventa indigena e di natura nostrale; onde io intendo

collocarlo tra le descrizioni presso che originali che abbiamo nella

nostra letteratura; sicchè mi confido, che niuno vorrà imputarmelo a

colpa.

Giovanni Mandavilla o da Mandavilla dunque, da s. Albano in

Inghilterra, cavaliere dello sperone d'oro, intraprese i suoi viaggi

nel 1322, insieme con altri amici, e visitò tante regioni d'Oriente,

quante forse e più non si facesse altri. Godè la protezione del Soldano

di Babillonia, che è a dire dell'imperatore del Cairo (perchè a que'

tempi il Cairo chiamavasi _Bambillonia_), secondo che egli stesso ci

narra alla pag. 101 di questo primo volume, ove apprendiamo che gli era

conceduto di potere entrare a veder tutte le cose sante di Gerusalemme

_per la virtù delle lettere del Soldano, nelle quale era speziale

comandamento a tutti e suoi sudditi_, che lo lasciassero _entrare dove_

egli voleva. Notevoli, fra l'altre cose, sono le parole che il Soldano

gli disse, risguardanti i depravati costumi de' cristiani, che leggonsi

alla pag. 168 pur di questo primo volume, che voglio qui interamente

riportare: —

E però io vi voglio dire quello che mi disse una volta el Soldano

al Cairo. Egli fecie votare la sua camera d'ogni maniera di

gente, di signiori e d'altri baroni, perchè voleva parlare con

meco di secreto. Domandommi: In che modo si governono e cristiani

nel vostro paese? Io risposi: Bene, per la divina grazia. E lui

mi disse, che veramente non fanno, perchè i vostri prelati non

istimono il servire a Dio: egliono doverebono dare esemplo di ben

fare a la comune gente, e doverebono andare a' templi a servire

a Dio; e egli vanno tutto dì per le taverne giucando, beendo e

mangiando, a modo di bestie. E così e cristiani si sforzono, in

ogni maniera che possono, di barattarsi e ingannarsi l'un l'altro;

e sono tanto superbi, che non si sanno vestire, nè contentarsi

mai; perchè quando vestono corto, e quando lungo; or larghi, ora

stretti; e quando ricamati, e quando intagliati, et in ogni modo

si divisano con cinture e con livrere, e con truffe e con buffe; e

egliono doverebono essere semplici e umili e mansueti e meritevoli

e caritativi, sì come fu Iesù Cristo, nel quale loro credono. Ma e'

fanno el contrario e a rovescio, e son tutti inclinati a malfare;

e tanto sono cupidi e avari, che per poco argento e' vendono e

figliuoli, le sorelle e le loro propie moglie per fare meritrice;

e sì si tolgono le moglie l'uno a l'altro, e non si mantengono

fede, anzi non osservono la lor legge, che Giesù Cristo à loro dato

per la loro propia salute. Così per li loro propii pecati ànno

perduta questa terra, che noi teniamo; e il vostro Dio sì ce l'à

data e concessa nelle nostre mane, non tanto per la nostra fede,

ma per li vostri peccati; perchè noi sapiamo di certo, che quando

voi servirete bene il vostro Dio, lui vi vorrà aiutare, e noi non

poteremo contro a voi. E ben sappiamo per profezia, che' cristiani

regnieranno in questa terra, quando egli serviranno al suo Dio più

divotamente che non fanno ora; ma mentre che eglino stanno in così

brutta vita e con tanti peccati, come e' sono al presente, noi non

abiamo punto dubbio di loro, perchè il loro Dio non gli aiuterà

punto. E allora gli adimandai qualmente sapeva così bene gli stati

d'intorno de' principi de' cristiani e il comune stato loro. E

lui mi rispose, che ciò sapeva per la gente che mandava per ogni

parte e in ogni paese, in guisa di mercatanti di pietre preziose,

di moscado e di balsamo, e altre cose per sapere el governo d'ogni

paese. Dipoi fece chiamare nella camera sua e signiori che prima

aveva cacciati fuori, e mostrommi quatro di questi che erono gran

signiori in quel paese, e quali sì mi divisarono così bene el paese

de' cristiani, come se fussino nati in detti paesi, e parlavano

franceschi nobilmente; e similmente il Soldano, di che molto mi

maravigliai. Ahi lasso! quanta vergognia e quanto danno è a tutti

e cristiani e alla nostra legge, che gente, che non ànno fede, nè

legge, ci vanno biasimando e ispregiando e riprendendo! Quegli che

per li nostri buoni esempli e nostra accettabile vita doverrebono

convertirsi a la fede di Iesù Cristo, sono per le tristizie

nostre e' nostri errori dilungati totalmente! Ma noi siamo per

li errori nostri e per le nostre trestizie estratti e dilungati

totalmente dalla vera o santa fede! Onde non è maraviglia, se

loro ci chiamono cattivi, perchè e' dicono el vero. Ma dicono,

che li saracini sono buoni e leali, però che egliono guardono

interamente il comandamento del santo libro Alcorano, che Dio li

mandò per lo santo messo e profeta Maometto; al quale dicono, che

l'angiolo Gabriello spesse volte parlava, mostrandogli la volontà

di Dio. —

Servì quindi _al soldo_ il Gran Cane Thonth o Thioulth _per ispazio di

XV mesi contro il re di Mauthi col quale avea guerra_. E, dopo molti

anni, ritornato _allo stanco riposo per cagione delle gotti antiche,

compilò e mise in iscritto_ le sue avventure _nell'anno di grazia 1357,

nell'anno tregesimo quinto ch'egli si partì di suo paese_.[1]

Quest'opera, secondo che da lui medesimo sappiamo, fu scritta

_totalmente in volgare, perchè molti intendono meglio in vulgare che in

latino_ (v. pag. 8). Or che cosa s'intenda proprio qui per _vulgare_

è chiaro, da che _vulgare_ chiamavasi comunemente la lingua romanza.

Descrisse dunque il Mandavilla cotesti suoi viaggi in lingua _romanza_,

ciò è a dire in _provenzale_ o francese. In essi, tra le verità

esagerate, mescolò tante di quelle fiabe, quante uomo può imaginare;

tal che fa maraviglia come potesse crederle egli stesso e presumesse

che altri avesse a dar loro fede. Ma tra le strane, per dinotarne

alcune, stranissima sopra tutte parmi la storia della figliuola

d'Ipocras trasmutata in un dragone lungo dugento torse; ogni torsa

equivale a dieci piedi, quindi il dragone sarebbe stato lungo duemila

piedi! La novella della donna dello sparviere è pur singolare, e la

descrizione dell'Arca di Noè; le Chiocciole dell'Isola di Talanoch;

la valle de' Giudei; la Caverna dei Diavoli; le virtù degli alberi del

Sole e della Luna; la descrizione del Paradiso terrestre; l'origine del

Presto Giovanni e altre insomma sono tanto marchiane, che ripugnano,

non dirò già alla critica, ma al senno comune. Ed è sì vero, che

lo stesso Mandavilla teme non altri possa mettere in dubbio le sue

asserzioni, ed il palesa apertamente là ove dice: _Chi mi vuol credere,

mi creda, se gli piace; e chi non vuol credere, sì lasci stare_. Anzi

vieppiù incalzando per guadagnar fede, altrove soggiugne: _Sappiate che

quello che io ò scritto si è la propria verità come se fussi il santo

Evangelio, benchè saranno molti, che non lo crederanno_. Si giudichi

da queste parole la buona fede e la persuasione intima di costui sulle

cose narrate.

Qui e qua ci andiam pure abbattendo eziandio in brevi lezioni

di fisica, di astronomia, di botanica, di geografia, di storia

ecclesiastica, del vecchio e del nuovo Testamento, e così va dicendo,

le quali ci dànno a conoscere per poco in che umil grado erano le

discipline scientifiche di que' tempi anche in Inghilterra. Con tutto

ciò è pur uopo confessare, che la lettura di questo libro eccita molta

curiosità e diletto, effetti che produr doveansi altresì nell'animo de'

nostri antichi, come il comprovano le non poche stampe che se ne fecero

e le isvariate traduzioni in tutte le lingue d'Europa.

Quest'opera può dividersi in due parti. Nella prima tratta l'autore de'

Luoghi Santi e ci racconta quelle maraviglie stesse che ci narrarono

altri viaggiatori suoi contemporanei, cioè Simone Sigoli, Lionardo

di Niccolò Frescobaldi, Giorgio Gucci, Niccolò da Poggibonsi; e, più

innanzi, Mariano da Siena, Iacopo da Sanseverino, Niccolò da Este e

diversi altri. Nella seconda parte, che è dieci tanti più dilettevole,

introducendosi vie maggiormente nelle provincie e ne' regni orientali,

passa al Catajo, all'Indie, in Persia, e così via come dice il libro: e

ci narra assai di quelle stesse maraviglie che troviamo celebrate nel

_Milione di Marco Polo_, e più brevemente anche nel _Pellegrinaggio

del beato Odorico_. Qui pur ragionasi a lungo del Gran Cane con tanta

copia e magnificenza ed entusiasmo, che il Mandavilla non la cede punto

a Marco Polo; sicchè se il libro di Marco fu chiamato _Milione_ per

le inaudite ricchezze raccontate di quello imperatore, a buon dritto

anche _Milione_ cognominar si potrebbe questo del Mandavilla. La

quale magnificenza del Gran Cane non era certo maggiore all'altra del

Presto Giovanni, di cui afferma il nostro scrittore che alla sua corte

_ogni dì mangiano più di trentamila persone sanza quelli che vanno e

vengono_!

Essendo pertanto questo libro così variato e pieno di meraviglie,

compilato e messo fuori in tempi ne' quali assai più leggiermente

che poscia si amava udirle e si credevano, bene non istupiremo se con

avidità era cerco e letto e se in più lingue fu traslatato e reiterate

volte in ognuna messo a stampa. Del secolo XV se ne annoverano fino

a 27 edizioni, e cioè: otto in francese, quattro in latino, sei in

tedesco, e le altre in volgare. Il _Milione di Marco Polo_ non n'ebbe

allora che sole cinque; avvegnachè, procedendo ne' tempi, se ne

conoscano a' nostri dì ben 58. In inglese pure assai ne furon prodotte

nei secoli XVI, XVII e XVIII, e fra le altre molto stimata si è quella

di Londra del 1725, e l'altra eseguita a' tempi nostri del 1839. Ciò

nondimeno quest'opera nel testo volgare è divenuta rara per modo, che

indarno oggi potrebbesi dai curiosi possedere.

La rarità sua pertanto mi fece venir vaghezza di profferirla nuovamente

in luce, e a tale uopo consultai diverse edizioni, che tutte vidi,

qual più qual meno, sconciamente guaste e corrotte e piuttosto in

dialetto che in illustre volgare italico, all'infuori della fiorentina

edita nel 1492, nella quale un po' più che nell'altre è rispettata

la desinenza delle parole, quantunque essa pure non vada scevra da

molti difetti e lacune. Entratomi dunque allora nell'animo desiderio

più vivo di nuovamente pubblicarla, secondo investigazioni fatte,

seppi dall'egregio sig. Emilio Calvi, ufficiale nella Magliabec., da

me a tale uopo incaricato, che due codici di questo volgarizzamento

serbavansi nelle biblioteche fiorentine; uno nella Magliabechiana

suddetta (oggi Nazionale), cartaceo, di piccola lettera, senza veruna

data, ma, da quanto si può argomentare, di poco oltre la metà del

sec. XV, segn. Cl. XXXV, N. 221; l'altro nella Riccardiana, segn.

N. 1917, pur cartaceo, a due colonne, trascritto nel 1492, come il

copista medesimo dichiara in fine con queste parole: _Io Bartolomeo

di Benci da Dicomano al presente provigionato nella Rocca vecchia del

borgo Sansipolcro ho scritto questo libro, cioè finito di scrivere

questo dì XX di giugno 1492 a stanza di Raffaello di Michele di Corso

cittadino fiorentino_. In quest'ultimo mancano le rubriche che sono

nel Magliabechiano e nelle stampe, ed in varii luoghi diversi Capitoli.

Oltre a ciò sembrami di dicitura più moderna, ed apparisce chiaramente

che il trascrittore vi fece delle aggiunte, allargò la sintassi

e i concetti, e abbondò assai di glossemi. Onde per tutto questo

giudicai bene di attenermi al Magliabechiano (che feci diligentemente

trascrivere dal prefato sig. Calvi, quantunque nella ortografia men

buono) come più antico e consentaneo all'età in cui vuolsi riputare

appartenga il volgarizzamento, giovandomi tuttavia in pari tempo del

Riccardiano, di cui feci trar fuori le principali varianti, allor che

fui costretto dalla guasta lezione del testo che presi ad esemplare.

E perchè il mio lavoro riuscisse meno imperfetto che possibil fosse,

non trascurai eziandio di tener sott'occhi un'ediz. che io posseggo

del 1488 (e fu sopra la lettura di questa che mi nacque talento della

presente pubblicazione) fatta qui in Bologna per Ugo de Rugerii a

dì IIII di luglio; nè la su mentovata di Firenze per ser Lorenzo

de Morgiani et Giov. da Maganza, 1492; colle quali potei correggere

qualche parola, che pur coll'aiuto de' soli due codd. mss. non avrei

potuto. Or, conforme al mio costume, sapendo che cotesti son libri

che corrono soltanto per le mani degli eruditi e di coloro che fanno

speciale professione di lettere, conservai interamente la grafia de'

codd., avvegnachè assai disuguale e poco garbata, e con temperanza mi

adoperai in chiose filologiche e d'erudizione: mi limitai singolarmente

a notare certe varietà di lezioni, secondo che più o meno sembravami

necessario, non che gli errori manifesti non potuti correggersi nè

co' testi a penna, nè colle stampe, de' quali alcuni eziandio ho fatto

avvertito il cortese lettore con un _sic_ tra parentesi, incastrata nel

testo.

Nullostante tutte le prefate cure e sollecitudini, niuno reputi che

io presuma di offerire un lavoro propriamente compiuto e senza mende.

Per far cotesto si conveniva correggere gli errori di storia sacra e

profana che ci sono: quelli di astronomia, di geografia: si conveniva

raddrizzare nomi proprii, di città, di Provincie, d'Isole, di Reami;

contorti, contraffatti e imbarbariti in modo alcuni, da non potersene

agevolmente venire a capo, i quali intronati negli orecchi de' cani,

come diceva il Redi, gli farebbero spiritare: si conveniva infine

cernere il vero dal falso e additarlo. Io m'era accinto da prima

eziandio a questa fatica; ma visto poi che sarei andato troppo per

le lunghe e ne avrei portato una gravissima fatica senza adeguato

compenso, me ne fuggì l'animo e ristetti, anche perchè tutto ciò

avrebbe cresciuto per modo la giunta, da oltrepassare di gran lunga la

derrata; molto più poi che non pochi di cotali difetti sono comunissimi

a tutti gli scrittori di quell'età ed alcuni anche di facilissima

emendazione, in guisa che ciascuno, leggendo, potrà correggere di

per sè stesso. Di fatto chi non saprà volgere _Tiopia_ in _Etiopia_?

_Barimattia_ in _Arimatia_, _Roboas_ in _Roboam_, _Techia_ in _Tecla_

ed altri così fatti?

Mio precipuo divisamento si fu dunque quello di riprodurre in luce

e a buona lezione ridotto, per ciò che concerne in singolar modo la

dicitura, un aureo testo, fatto assai raro ed anche inintelligibile

nelle antiche edizioni, per le continue barbariche voci introdottevi e

per la frequente guasta lezione; un libro, per mio avviso, scritto con

uno stile piano, lucido, scorrevole, qual proprio si addice a storica

narrazione, e dove molti vocaboli si scoprono attinenti alle scienze

che non vidi giammai altrove, con frasi elegantissime, donde assai

profitto può derivarne agli studiosi delle nostre classiche lettere. Da

così fatta persuasione mosso, non facendo gran capitale di certe mende,

che veggonsi dal più al meno in tutti gli scrittori di quell'età,

io non dubito punto non questo libro debba incontrare nel genio

della repubblica letterata. Se ciò accada, io mi chiamerò abbastanza

appagato delle mie sollecitudini e andrò lieto per aver dato novella

vita a un'opera, che già da secoli dimentica e quasi sconosciuta se ne

giaceva.

Trattato delle più maravigliose cose e più notabile che si truovino

nelle parte del mondo, ridotte e raccolte sotto brevità nel presente

compendio dallo strenuissimo cavalieri a spron d'oro, Giovanni di

Mandavilla anglico, nato nella città di Santo Albano, el qual, secondo

che presenzialmente à vicitato quasi tutte le parte abitabile del

mondo, così fedelmente à notato tutte quelle più degnie cose ch'egli

à trovato e veduto in esse parte; e chi bene discorre questo libro,

arà perfetta cognizione di tutti e Reami, Province, Nazione e populi,

gente, costumi, legge, istorie e degnie antiquitate con brevità, le

quale, parte da altri non sono trattate, e parte più confusamente

d'alcuni gran valenti uomini sono state toccate; e a magior fede il

profato autore in persona è stato nel mille CCC.XXII, in Ierusalem;

in Asia minore, chiamata Turchia; in Armenia grande e nella piccola;

in Tarteria, in Persia, in Siria o vero Suria, in Egitto alto e nello

inferiore, in Libia, nella parte grande di Etiopia, in Caldea, in

Amazonia, in India maggiore, nella mezana e nella minore, in diverse

sette di Latini, Greci, Giudei, Barbari, Cristiani e infedeli e in

molte altre province, come appare nel trattato di sotto.

TRATTATO BELLISSIMO DELLE PIÙ MARAVIGLIOSE COSE E PIÙ NOBILE CHE SI

TRUOVINO NELLE PARTE DEL MONDO, SCRITTE E RACCOLTE DALLO STRENUISSIMO

CAVALIERI A SPRON D'ORO, GIOVANNI MANDAVILLA FRANZESE[2] CHE VICITÒ

QUASI TUTTE LE PARTE DEL MONDO ABITABILI, RIDOTTO IN LINGUA TOSCANA.

Conciò sie cosa che la terra oltramarina, cioè la terra santa di

promissione, fra tutte l'altre terre sia la più eccellente e la più

degnia e donna sopra tutte l'altre terre, e sia benedetta e santificata

e consecrata del prezioso corpo e sangue del nostro signiore Iesù

Cristo; ivi gli piacque obumbrarse nella vergine Maria e pigliare

carne umana e nutrimento, e detta terra calcare e circundare co' suoi

benedetti piedi: qui volle fare molti miracoli, predicare e insegniare

la fede e la leggie a noi cristiani come a suoi figliuoli. E in questa

terra singularmente volle portare chaleffi[3] e strazii e soferire

per noi molti improperi. E in questa terra singularmente si volle

fare chiamare Re del cielo e della terra e dell'aere e dell'acqua,

e universalmente di tutte le cose che si contengono in quelle, e lui

medesimo si chiamò Re per ispezialitade di quella terra, dicendo: _Rex

sum iudeorum_, perchè questa terra era in quel tempo propia de' giudei.

E questa terra s'aveva lui scielta fra tutte l'altre terre per la più

degna e per la più virtuosa e per la migliore di questo mondo. Imperò

ch'ella è il cuore e il mezzo luogo di tutta la terra del mondo, sì

come dice il filosafo: le virtù delle cose stanno nel mezzo. In quella

medesima terra volle il Re celestiale usare la vita sua e essere diriso

e vituperato da' grudeli giudei, e volle sofferire passione e morte

per amor nostro e per riscuoterci e liberarci delle pene de lo 'nferno

e della orribile e perpetual morte per lo peccato del nostro primo

padre Adam e Eva nostra madre; però che verso lui non aveva meritato

male alcuno, imperò che lui mai non disse male, nè fece, nè pensò. E

ben volle il Re di gloria in questo luogo più che altrove sostenere

passione e morte, però che chi vuole publicare alcuna cosa, a ciò

che ciascuno lo sappia, egli la fa gridare e publicare in mezo della

città, a ciò che la cosa sia saputa e sparta da ogni parte. Similmente

il criatore del mondo volle sofferire per noi morte in Gierusalem,

la quale è in mezo del mondo, a ciò che la cosa fussi publicata e

saputa per tutto el mondo, el quale egli amò caramente per ricomperare

gl'uomini, i quali lui aveva fatti ad imagine e similitudine sua. E

questo fece per lo grande amore che lui aveva verso noi sanza alcuno

nostro merito; imperò che più cara cosa non poteva egli dare per noi

che il suo santo corpo e il suo santo sangue; la qual cosa offerse

tutto per nostro amore. Considerate un poco quanto fu l'amore, quando

per salvar noi si misse all'aspra e crudel morte, e mai non ebbe in sè

radice d'alcun male o peccato! e non dimeno volse per lo grandissimo

amore mettere il corpo suo alla morte per li peccatori! Pensi ognuno,

quanto amore egli ebbe inverso di noi, quando colui che era sanza

peccato e sanza colpa volse ricevere morte per le colpe nostre! E

certamente dee essere dilettevole e fruttifera quella terra che fu

rigata del prezioso sangue di Giesù Cristo! Questa è quella terra, la

quale il nostro Signiore ci promisse per eredità, e nella detta terra

volle murire per soddisfare e per lasciarla eredità a' suoi figliuoli.

E pertanto ciascun buon cristiano, il quale lo può fare, si doverebe

grandemente affaticare in conquistare la nostra sopra detta eredità,

e cavarla fuori delle mane degl'infedeli, e a noi apropiarla, perchè

noi siamo apellati cristiani da Cristo, el quale è nostro padre, e se

noi siamo suoi legittimi figliuoli, noi doverremo volere la ereditate

che lui ci à lasciata e trarla delle mani della gente strana a chi

non s'appartiene. Ma al dì d'oggi la maladetta superbia e la cupidità

e la invidia ànno totalmente e quori de' signiori terreni accesi

e infiammati, che più attendono al lasciare essa eredità ad altri,

che egli non fanno a ricuperare e acquistare la lor propia eredità e

peculio sopradetto; e la comune gente, che ànno volontade di mettere

quore e corpo e loro avere per far questo conquisto, non possono

sanza e signiori sopra loro alcuna cosa, perchè comunità sanza capo di

signiore, è come una multitudine di pecore sanza pastore, le quale si

spargono, e poi non sanno che fare si debino. Ma se piacessi al nostro

santo papa, che a Dio piacerebe bene che e principi terreni fussino in

buona concordia e con loro alcuni comuni, e volessino pigliare il detto

santo viagio d'oltramare, e io sono certo che in brieve termine sarebe

la terra di promissione racquistata e posta nelle mane de' veraci eredi

di Giesù Cristo. E perchè gli è gran tempo, che non è stato passaggio

generale oltrammare; e ancora perchè son molti che si dilettono d'udire

parlare di detta terra santa e di ciò pigliono piacere, io Giovanni

da Mandavilla, cavaliere, conciò sia cosa che io indegno sia, nato e

nutrito in Inghilterra, della città di santo Albano, il quale passai il

mare l'anno Mille CCCº. XXII, el dì di Santo Michele mi partii e andai

nelle torre d'oltrammare e stettivi grandissimo tempo et ò veduto e

circundato molto paese e molte diverse province e molte strane regione

e isole diverse, e ò passato per Turchia, per Armenia piccola e per la

grande, per la Tarteria, per Persia, per Soria, Arabia, per lo Egitto

alto e basso, per Libia e per una gran parte di Etiopia, per Caldea,

per Amazonia, per India minore, mezana e maggiore, e per multitudine

di diverse gente e diverse fede e luoghi e di diverse fazioni, di tutte

quelle terre e isole parlerò più a pieno ch'io poterò, e dimosterrò una

parte delle cose che vi sono, quando tempo sarà di parlarne, di quele

che io mi potrò ricordare, spezialmente per coloro che ànno disiderio

o intenzione di vicitare el nobile paese e città di Gierusalem e i

santi luoghi che sono quivi d'intorno; e così mosterrò el camino quale

poteranno tenere; imperò ch'io sono passato per molti e cavalcato

per la grazia di Dio con buona compagnia. E sappiate, che io arei

composto questo libro in latino per divisare più brievemente, ma perchè

molti intendono meglio in vulgare che in latino, io l'ò totalmente in

vulgare[4] composto, a ciò che ciascuno lo possa intendere, e a ciò

che gli signiori e gli altri cavalieri e gentili uomini, i quali non

sanno latino e sono stati oltramare, intendino, se io dico el vero o

no. E se io erro in discrivere, per non ricordarmi o per altra cagione,

che eglino mi possino corregere e megliorare, perchè le cose di lungo

tempo per non le vedere, spesso legiermente tornono in oblivione, e la

memoria umana non può ogni cosa apprendere e ritenere. Ora, col nome di

Dio glorioso, colui che vuole andare oltramare, vi può andare per più

vie, per mare e per terra, secondo el paese donde si parte; delle quali

vie la maggiore parte tornano tutte a un fine. E non intendete punto

che io voglia dichiarare tutti i luoghi, cioè città, castelle e ville,

per le quale si conviene passare, perchè farei troppo lungo parlare;

ma solamente d'alcuni paesi e luoghi principali, per li quali si debba

andare e passare, per la diritta via tenere.

I viaggi di Gio. da Mandavilla, vol. 1 · 第 6 / 104 题