Nel focolare della vecchia torre dei tizzi ardevano lentamente
mettendo nell'oscurità della vasta stanzaccia chiarori incerti,
ballonzolanti. Si udivano due russi formidabili, simili ai rumori di
due seghe che mordessero nel legno a rilento, ed or s'alternassero or
si confondessero. Metteva l'uno Sciaverio, avvolto nel cappotto,
rannicchiato sulle asserelle del letto, con la testa appoggiata sullo
strapunto abballinato; l'altro mastro Vanni, seduto al fuoco, a testa
china, la sudicia barbaccia sul petto, e le mani penzolanti tra le
gambe, illuminato dalla luce azzurrognola dei tizzi, la quale gli dava
un aspetto fantastico di stregone.
Fuori, l'acqua cadeva come Dio la sa mandare, mentre il vento e il
mare pareva facessero a chi potesse urlare di più.
--Che tempaccio da cani! borbottò il vecchio aprendo a un tratto gli
occhiacci rossi, e dando uno sguardo bieco alla porta scossa
furiosamenente dal vento: poi ricadde nell'immobilità e tornò ad
assopirsi.
L'altro seguitava a russar sodo.
Trascorse un quarto d'ora circa.
Tom.... tom.... In quel fracasso risonarono due formidabili picchi.
Mastro Vanni si destò in sussulto, e stette a origliare.
--M'è parso d'aver sentito picchiare.... disse tra sè: e lo prese un
forte batticuore. Chi poteva essere a quell'ora e con quella razza di
tempo?
Tom.... tom....
S'alzò, e in punta di piedi andò a riscotere Sciaverio. Chi è in
difetto è in sospetto: Sciaverio fece un balzo come se nell'aprir gli
occhi avesse visto gli sbirri, e tutto arruffato e stravolto, saltò
alla gola di mastro Vanni.
--Compare.... Scia.... gorgogliò il vecchio quasi soffocato,
afferrandolo per le braccia, compare Scia.... verio, son io.... che
diavolo fate....
--Vi venga la peste! esclamò l'altro a bassa voce, rimettendosi: si
sveglia così la gente! non so che mi è parso.... Che cosa c'è
dunque....
--Picchiano.
Tom.... tom....
--Sentite? continuò mastro Vanni. Chi può essere a st'ora e con sto
tempo?...
--Tom..... tom....
--Che sia successa qualche diavoleria, e....
--Sst, fece Sciaverio; poi con voce minacciosa gridò:
--Chi è?
--Io.... aprite.
--A st'ora non s'apre a nessuno: andate per i fatti vostri.
--Son io, compare Sciaverio: mastro Pasquale.
E questo nome s'udì chiaro, come se chi era dietro la porta l'avesse
gridato con la bocca sul buco della serratura.
Era proprio il roccellese, avvolto nel suo straccio di cappotto,
fradicio mezzo, e inzaccherato come un cane.
Grandi esclamazioni di piacere dei due birboni rinfrancati, ressa per
sapere che ci fosse di nuovo, come era andato l'affare.
Ma il mafioso badava a sfogarsi col tempo, con delle bestemmie da
turco: si levò il cappotto, e andò ad appenderlo a un cavicchio, si
levò il berrettaccio unto, e con una pezzuola si messe ad asciugarsi
l'acqua e il sudore: finalmente pronunziò un «tutto è andato bene» che
allargò i cuori di que' due galantuomini. Mastro Vanni andò a prendere
una bracciata di legna secche, che buttò sul fuoco; poi sedettero, e
il roccellese cominciò il suo racconto.
Si rifece da capo. Partiti dalla torre un'ora prima che aggiornasse,
come sapevano, avevano cavalcato sino a Cozzo di Lampo: lì consegnata
la lettera a un amico per portarla al fattore della Rocca, erano
andati a Basalaci, nel fondo d'un altro amico, dove erano restati
parte del giorno, e la notte. L'indomani all'alba erano partiti per i
Gancitani, dove, con l'aiuto di Dio erano arrivati senza cattivi
incontri. Acquattati fra pietroni in una certa lista sopra lo
stradale, avevano veduto venire i due individui che dovevano portare
il danaro. Nicola era andato a incontrarli: e dopo un'ora di
confabulazione con uno di essi, era tornato dicendo, che i Savarella
tenevan duro, egli aveva dovuto ridurre la somma. Però era l'ultima
concessione che faceva, si sarebbero adoperati i mezzi violenti se il
sabato non avessero portato ottomila onze ai Gammisini. Basta,
contrariamente alle sue parole, ai Gammisini s'era contentato di due
mila e cinquecent'onze. Però la cosa non gli pareva tanto liscia....
Avevano mandati lui e Santo a far la guardia, essi perciò non avevano
visto nulla di quel che avevano fatto i compagni con quello che
portava i denari. Nicola s'era scusato con dire, che i danari glieli
aveva portati Pietro Carollo, un amico a cui non si poteva dare una
negativa, tanto più che stava col barone *, e l'istesso barone aveva
mandato a dire che accettassero le sue preghiere, facessero a modo
suo: il Barone era una persona grande, comprendevano.... Poi s'erano
messi a fare un certo conto senza sugo.... tanto a questo, tanto a
quest'altro; tanto per quello, tanto per quell'altro.... un vero
pasticcio in cui non aveva compreso un'acca. Si figurassero! Nicola,
fra l'altre, aveva detto, che bisognava dare cent'onze all'uomo del
Barone, e i palermitani ad approvare! Cent'onze a colui per aver
portato semplicemente la somma, e che razza di somma! e a loro che
avevano ideato, maturato, condotto a bene l'affare rischiando la
pelle, che cosa toccava? Cento vent'onze per uno!... cento vent'onze!
Era credibile?
--Basta i pesci grossi mangian sempre i pesci piccoli!
E dietro quest'osservazione filosofica, consegnò a Sciaverio e a
mastro Vanni duecento quarant'onze.
I due birboni intascarono il danaro tutti scontenti, mentre mastro
Pasquale ciondolava il capo come per dire, lo vedete in che mani siamo
capitati? E però Sciaverio voleva fare, e voleva dire.
Quella era una porcheria che non s'era letta mai, con i compagni non
s'agiva così. Che pezzi di ladri! o perchè non se n'andavano al passo
a spogliar la gente? Ma lui, sangue della maiorca, non l'ingollava,
no, non l'ingollava! voleva andare in cerca di quella carogna di
Nicola, voleva, per dirgli il fatto suo fuor de' denti: o era più
ladro di Santo Dima, o non sapeva che voleva dire fare il brigante.
Ladro, s'aveva spogliato i compagni, e queste cose non si fanno;
dappoco, se l'era lasciato prendere per minchione dall'uomo del
Barone, o anche dal diavolo; lui, nei suoi piedi, avrebbe messe le
spalle al muro, e, o duecento mila lire, o duecento mila lire! se no
tagliava a pezzi il sequestrato, e un po' per volta lo faceva
pervenire alla famiglia, sangue....
Mastro Vanni, asciugandosi gli occhiacci rossi con la pezzuola
sudicia, metteva buone parole. Non eran cose nemmen da pensarci
quelle! volevan fare la guerra tra fratelli? dar questo mostruoso
spettacolo al mondo? far ingrassare i nemici? Via, mastro Pasquale
s'era potuto ingannare. Non si giudicava così.... su due piedi, e alla
leggiera in cose sì gravi, lui non contava Nicola un tal uomo.
Allora mastro Pasquale, per amor della pace, disse anche la sua,
arrivò fino a confessare che s'era potuto ingannare.... che non
avrebbe messo certo le mani nel fuoco ad accertare la cosa.
Così Sciaverio si calmò.
Bisognava liberare il sequestrato e presto, quella razza di mercanzia
il meno che si può tenere è il meglio, non si sa mai quel che può
accadere da un momento all'altro. Mastro Pasquale era venuto anche per
questo. S'alzarono. Ognuno si levò il fazzoletto di tasca, lo piegò a
punta, se lo mise sul volto, e l'annodò dietro la nuca in modo che non
si vedessero che i soli occhi sotto il berretto: si misero i cappotti,
e sulla testa i cappucci: mastro Vanni andò a accendere una lanterna,
prese una corda, e così camuffati, sinistramente brutti a vederci,
spostarono il letto, alzarono la ribalta, e si calarono per il buco.
Steso sullo strapunto, Savarella dormiva un sonno agitato come se
avesse la febbre. Appena velati gli occhi, s'era messo a sognare che i
suoi carnefici armati di coltelli e pistole, l'inseguivano
nell'istesso angusto sotterraneo.
Egli correva correva in giro anelante, con l'angoscia nel cuore.
L'afferravano.... si svincolava con la forza che dà la disperazione....
lo riafferravano.... si svincolava di nuovo, si rimetteva a correre....
Così per ore ed ore pareva a lui. Ma le forze gli venivano meno, il
corpo, dalle gambe in su, gli si faceva pesante come di piombo,
sentiva piegarsi sotto le ginocchia, sinchè ansimante, madido di
sudore, cadeva, e gli assassini gli si facevan sopra. Nel voltarsi
atterrito, vedeva branditi sulla sua testa coltelli e pistole, vedeva
delle facce sinistre dove si leggeva l'intendimento implacabile di dar
morte. Egli rannicchiato contro la parete, facendosi riparo delle
mani, con i capelli irti sulla fronte, apriva la bocca a un grido
straziante.... e sentì una detonazione, e gli parve come se un colpo
di mazza gli avesse sfracellato il cervello.... Si destò in sussulto.
Restò immobile, a guardare con gli occhi torbidi, spalancati, come un
uccello abbacinato: glie li percoteva una striscia di luce vivissima.
Dietro a quella luce, nell'oscurità parevagli di sgorgere in confuso,
ritte due ombre nere, sinistre.
--Sono morto, pensò in un baleno. Dove sono? E l'angoscia che gli
stringeva ancora il cuore, diede luogo a un terrore misterioso.
--Alzatevi, disse una voce cupa e soffocata.
Egli non si mosse.
--Alzatevi, ripetè l'istessa voce, e questa volta una mano si posò
bruscamente sul suo braccio, e lo scosse. Allora sveglio del tutto a
quel tocco, comprese. Erano i briganti che gli stavano davanti, uno
dei quali teneva in mano una lanterna. Ubbidì senza aver fiato di dire
una parola, assalito da un altro terrore: n'era certo, venivano per
ammazzarlo: pensò alla famiglia, raccomandò l'anima a Dio, e aspettò
con quella rassegnazione di chi, fra tanti pericoli, abbia avuto il
tempo di assuefarsi all'idea della morte.
Lo bendarono, gli misero il cappotto, in mano un capo della corda
ch'avevano portata, raccomandandogli di tenervisi come guida per
camminare, un di loro terrebbe l'altro capo.
--Andiamo, disse l'istessa voce. E si mossero.
Dunque dacchè lo menavano via, non volevano ammazzarlo, lì era chiaro:
l'ammazzerebbero fuori, in qualche punto remoto per risparmiarsi la
fatica di trasportarvelo cadavere. E il povero don Bastiano, fatto
questo pensiero si sforzò d'andar loro dietro alla meglio. Così
vennero su nella stanzaccia. Mastro Vanni andò ad origliare all'uscio,
l'aprì, sporse il capo fuori, tornò a dire che tutto era tranquillo.
Sciaverio avanti, tenendo sempre un capo della corda; il ricattato
dietro, tenendo l'altro; ultimo mastro Pasquale; chi più chi meno
trepidanti, uscirono dalla torre e si messero nella via, tra 'l vento,
e l'acqua che or li sferzava da un lato or dall'altro.
Gira, rigira, inciampa, scivola, dopo tre ore di faticoso cammino per
viottole alpestri, infossate e sassose, si fermarono finalmente: e
l'infelice perduto per l'indugio la calma e la rassegnazione;
sballottato dalla speranza alla disperazione; dal dubbio alla
certezza, dall'angoscia più orribile ad una calma passeggiera: credè
arrivato l'ultimo suo momento.
In quel buio d'inferno, tra gli urli degli elementi scatenati, gli si
presentò sinistro ed orribile: e sentì scolorarsi il viso, mancarsi le
forze.
Gli levarono il cappotto, gli levarono la benda, e la solita voce
cupa, questa volta minacciosa, gli disse:
--Questo è lo stradale che conduce al vostro paese: andate avanti,
senza voltarvi, se no siete morto.
Don Bastiano in prima non comprese: però subito dopo gli s'affacciò il
pensiero che se lo mandavan via, volevano liberarlo. Sentì rinascersi,
sentì allargarsi il cuore.... non gli pareva vero d'essersela cavata
finalmente.... libero.... libero.... davanti a lui l'esistenza che
aveva tanto rimpianto.... Non pensò che quella gente gli aveva fatto
passare brutti momenti, non che gli aveva estorto una grossa somma
provò una viva riconoscenza per loro, e un bisogno strapotente di
esternarla.
--Grazie, disse; signori miei, gra....
Ma la voce tagliò corto più minacciosa che mai, ordinandogli di far
presto senza tante ciarle inutili. I due principianti, come si vede,
non avevano per nulla la squisita gentilezza del maestro, vecchio
all'arte, e di buona scuola. Don Bastiano non se lo fece dire due
volte, e via svelto e forte come se non avesse durato alcuna fatica,
respirando l'aria umida a pieni polmoni, punto molestato da quella
pioggia ostinata, che gli batteva sul viso, e cominciava già ad
annuvolarlo.
Albeggiava allorchè arrivò a casa bagnato sino alla camicia. Afferrò
il martello del portone e picchiò a varie riprese. La gnora Santa che,
già alzata, s'era messa allora a spazzar la casa, venne ad aprire la
finestra e sporse il capo fuori. Ebbe a strabiliare.
--Don Bastiano!... esclamò picchiandosi il petto: Madre santa della
Gibilmanna! Don Bastiano....
Si ritirò in fretta, corse all'uscio della camera del canonico,
picchiò a buttarlo giù....
--È tornato il padrone, gridava quasi senza fiato, è tornato il
padrone....
Corse all'uscio della camera di don Ciccio e di don Salvatore....
--È tornato il padrone.... è tornato il padrone.... Poi via a
precipizio per le scale.
In men che non balena nella casa tutti furono svegli, e accorrevano
mezzo vestiti.
--Dov'è.... dov'è....
Fu una vera festa, un'allegrezza grande; abbracci, baci, lagrime,
domande mozze, risposte mozze, e nuove domande, e nuove risposte, ed
esclamazioni d'orrore, di pietà, di gioia, di ringraziamento a Dio ed
ai Santi protettori.... E dopo, questo tumultuoso sfogo di affetti,
condussero il giovine nella camera della madre, preparandolo per via
come meglio poterono a quella vista, avendo fede ch'essa guarirebbe al
vederselo davanti d'un tratto.
Nella stanza assettata ed estremamente pulita, dai vetri della
finestra penetrava la luce scialba di quella mattina piovosa, a
rendere più triste il quadro doloroso che si presentò agli occhi del
ritornato. Nel letto di ferro sotto al gran crocefisso tra due
reliquari a fili d'argento, sostenuta da un monte di cuscini, giaceva
l'ammalata col viso e le mani scarne abbandonate, che parevano di
cera. Aveva gli occhi chiusi: li aprì appena entrarono i figliuoli.
--Madre mia.... madre mia.... gridò don Bastiano correndo verso il
letto. Ma si fermò sbigottito.
--È Bastiano: disse Annuccia che gli veniva dietro: mamma, è Bastiano,
tornato finalmente....
La povera vecchia restò immobile, e non rispose: fissava i suoi
figliuoli con gli occhi sbarrati nel volto pallido ed affilato.
Bastiano guardò come un trasognato la sorella, il canonico, gli altri
fratelli già attorno al letto, muti e addolorati; il labbro gli
fremeva per la commozione: poi nascose un tratto la faccia tra le
mani, e diede in un pianto convulso.