XI.

Nel focolare della vecchia torre dei tizzi ardevano lentamente

mettendo nell'oscurità della vasta stanzaccia chiarori incerti,

ballonzolanti. Si udivano due russi formidabili, simili ai rumori di

due seghe che mordessero nel legno a rilento, ed or s'alternassero or

si confondessero. Metteva l'uno Sciaverio, avvolto nel cappotto,

rannicchiato sulle asserelle del letto, con la testa appoggiata sullo

strapunto abballinato; l'altro mastro Vanni, seduto al fuoco, a testa

china, la sudicia barbaccia sul petto, e le mani penzolanti tra le

gambe, illuminato dalla luce azzurrognola dei tizzi, la quale gli dava

un aspetto fantastico di stregone.

Fuori, l'acqua cadeva come Dio la sa mandare, mentre il vento e il

mare pareva facessero a chi potesse urlare di più.

--Che tempaccio da cani! borbottò il vecchio aprendo a un tratto gli

occhiacci rossi, e dando uno sguardo bieco alla porta scossa

furiosamenente dal vento: poi ricadde nell'immobilità e tornò ad

assopirsi.

L'altro seguitava a russar sodo.

Trascorse un quarto d'ora circa.

Tom.... tom.... In quel fracasso risonarono due formidabili picchi.

Mastro Vanni si destò in sussulto, e stette a origliare.

--M'è parso d'aver sentito picchiare.... disse tra sè: e lo prese un

forte batticuore. Chi poteva essere a quell'ora e con quella razza di

tempo?

Tom.... tom....

S'alzò, e in punta di piedi andò a riscotere Sciaverio. Chi è in

difetto è in sospetto: Sciaverio fece un balzo come se nell'aprir gli

occhi avesse visto gli sbirri, e tutto arruffato e stravolto, saltò

alla gola di mastro Vanni.

--Compare.... Scia.... gorgogliò il vecchio quasi soffocato,

afferrandolo per le braccia, compare Scia.... verio, son io.... che

diavolo fate....

--Vi venga la peste! esclamò l'altro a bassa voce, rimettendosi: si

sveglia così la gente! non so che mi è parso.... Che cosa c'è

dunque....

--Picchiano.

Tom.... tom....

--Sentite? continuò mastro Vanni. Chi può essere a st'ora e con sto

tempo?...

--Tom..... tom....

--Che sia successa qualche diavoleria, e....

--Sst, fece Sciaverio; poi con voce minacciosa gridò:

--Chi è?

--Io.... aprite.

--A st'ora non s'apre a nessuno: andate per i fatti vostri.

--Son io, compare Sciaverio: mastro Pasquale.

E questo nome s'udì chiaro, come se chi era dietro la porta l'avesse

gridato con la bocca sul buco della serratura.

Era proprio il roccellese, avvolto nel suo straccio di cappotto,

fradicio mezzo, e inzaccherato come un cane.

Grandi esclamazioni di piacere dei due birboni rinfrancati, ressa per

sapere che ci fosse di nuovo, come era andato l'affare.

Ma il mafioso badava a sfogarsi col tempo, con delle bestemmie da

turco: si levò il cappotto, e andò ad appenderlo a un cavicchio, si

levò il berrettaccio unto, e con una pezzuola si messe ad asciugarsi

l'acqua e il sudore: finalmente pronunziò un «tutto è andato bene» che

allargò i cuori di que' due galantuomini. Mastro Vanni andò a prendere

una bracciata di legna secche, che buttò sul fuoco; poi sedettero, e

il roccellese cominciò il suo racconto.

Si rifece da capo. Partiti dalla torre un'ora prima che aggiornasse,

come sapevano, avevano cavalcato sino a Cozzo di Lampo: lì consegnata

la lettera a un amico per portarla al fattore della Rocca, erano

andati a Basalaci, nel fondo d'un altro amico, dove erano restati

parte del giorno, e la notte. L'indomani all'alba erano partiti per i

Gancitani, dove, con l'aiuto di Dio erano arrivati senza cattivi

incontri. Acquattati fra pietroni in una certa lista sopra lo

stradale, avevano veduto venire i due individui che dovevano portare

il danaro. Nicola era andato a incontrarli: e dopo un'ora di

confabulazione con uno di essi, era tornato dicendo, che i Savarella

tenevan duro, egli aveva dovuto ridurre la somma. Però era l'ultima

concessione che faceva, si sarebbero adoperati i mezzi violenti se il

sabato non avessero portato ottomila onze ai Gammisini. Basta,

contrariamente alle sue parole, ai Gammisini s'era contentato di due

mila e cinquecent'onze. Però la cosa non gli pareva tanto liscia....

Avevano mandati lui e Santo a far la guardia, essi perciò non avevano

visto nulla di quel che avevano fatto i compagni con quello che

portava i denari. Nicola s'era scusato con dire, che i danari glieli

aveva portati Pietro Carollo, un amico a cui non si poteva dare una

negativa, tanto più che stava col barone *, e l'istesso barone aveva

mandato a dire che accettassero le sue preghiere, facessero a modo

suo: il Barone era una persona grande, comprendevano.... Poi s'erano

messi a fare un certo conto senza sugo.... tanto a questo, tanto a

quest'altro; tanto per quello, tanto per quell'altro.... un vero

pasticcio in cui non aveva compreso un'acca. Si figurassero! Nicola,

fra l'altre, aveva detto, che bisognava dare cent'onze all'uomo del

Barone, e i palermitani ad approvare! Cent'onze a colui per aver

portato semplicemente la somma, e che razza di somma! e a loro che

avevano ideato, maturato, condotto a bene l'affare rischiando la

pelle, che cosa toccava? Cento vent'onze per uno!... cento vent'onze!

Era credibile?

--Basta i pesci grossi mangian sempre i pesci piccoli!

E dietro quest'osservazione filosofica, consegnò a Sciaverio e a

mastro Vanni duecento quarant'onze.

I due birboni intascarono il danaro tutti scontenti, mentre mastro

Pasquale ciondolava il capo come per dire, lo vedete in che mani siamo

capitati? E però Sciaverio voleva fare, e voleva dire.

Quella era una porcheria che non s'era letta mai, con i compagni non

s'agiva così. Che pezzi di ladri! o perchè non se n'andavano al passo

a spogliar la gente? Ma lui, sangue della maiorca, non l'ingollava,

no, non l'ingollava! voleva andare in cerca di quella carogna di

Nicola, voleva, per dirgli il fatto suo fuor de' denti: o era più

ladro di Santo Dima, o non sapeva che voleva dire fare il brigante.

Ladro, s'aveva spogliato i compagni, e queste cose non si fanno;

dappoco, se l'era lasciato prendere per minchione dall'uomo del

Barone, o anche dal diavolo; lui, nei suoi piedi, avrebbe messe le

spalle al muro, e, o duecento mila lire, o duecento mila lire! se no

tagliava a pezzi il sequestrato, e un po' per volta lo faceva

pervenire alla famiglia, sangue....

Mastro Vanni, asciugandosi gli occhiacci rossi con la pezzuola

sudicia, metteva buone parole. Non eran cose nemmen da pensarci

quelle! volevan fare la guerra tra fratelli? dar questo mostruoso

spettacolo al mondo? far ingrassare i nemici? Via, mastro Pasquale

s'era potuto ingannare. Non si giudicava così.... su due piedi, e alla

leggiera in cose sì gravi, lui non contava Nicola un tal uomo.

Allora mastro Pasquale, per amor della pace, disse anche la sua,

arrivò fino a confessare che s'era potuto ingannare.... che non

avrebbe messo certo le mani nel fuoco ad accertare la cosa.

Così Sciaverio si calmò.

Bisognava liberare il sequestrato e presto, quella razza di mercanzia

il meno che si può tenere è il meglio, non si sa mai quel che può

accadere da un momento all'altro. Mastro Pasquale era venuto anche per

questo. S'alzarono. Ognuno si levò il fazzoletto di tasca, lo piegò a

punta, se lo mise sul volto, e l'annodò dietro la nuca in modo che non

si vedessero che i soli occhi sotto il berretto: si misero i cappotti,

e sulla testa i cappucci: mastro Vanni andò a accendere una lanterna,

prese una corda, e così camuffati, sinistramente brutti a vederci,

spostarono il letto, alzarono la ribalta, e si calarono per il buco.

Steso sullo strapunto, Savarella dormiva un sonno agitato come se

avesse la febbre. Appena velati gli occhi, s'era messo a sognare che i

suoi carnefici armati di coltelli e pistole, l'inseguivano

nell'istesso angusto sotterraneo.

Egli correva correva in giro anelante, con l'angoscia nel cuore.

L'afferravano.... si svincolava con la forza che dà la disperazione....

lo riafferravano.... si svincolava di nuovo, si rimetteva a correre....

Così per ore ed ore pareva a lui. Ma le forze gli venivano meno, il

corpo, dalle gambe in su, gli si faceva pesante come di piombo,

sentiva piegarsi sotto le ginocchia, sinchè ansimante, madido di

sudore, cadeva, e gli assassini gli si facevan sopra. Nel voltarsi

atterrito, vedeva branditi sulla sua testa coltelli e pistole, vedeva

delle facce sinistre dove si leggeva l'intendimento implacabile di dar

morte. Egli rannicchiato contro la parete, facendosi riparo delle

mani, con i capelli irti sulla fronte, apriva la bocca a un grido

straziante.... e sentì una detonazione, e gli parve come se un colpo

di mazza gli avesse sfracellato il cervello.... Si destò in sussulto.

Restò immobile, a guardare con gli occhi torbidi, spalancati, come un

uccello abbacinato: glie li percoteva una striscia di luce vivissima.

Dietro a quella luce, nell'oscurità parevagli di sgorgere in confuso,

ritte due ombre nere, sinistre.

--Sono morto, pensò in un baleno. Dove sono? E l'angoscia che gli

stringeva ancora il cuore, diede luogo a un terrore misterioso.

--Alzatevi, disse una voce cupa e soffocata.

Egli non si mosse.

--Alzatevi, ripetè l'istessa voce, e questa volta una mano si posò

bruscamente sul suo braccio, e lo scosse. Allora sveglio del tutto a

quel tocco, comprese. Erano i briganti che gli stavano davanti, uno

dei quali teneva in mano una lanterna. Ubbidì senza aver fiato di dire

una parola, assalito da un altro terrore: n'era certo, venivano per

ammazzarlo: pensò alla famiglia, raccomandò l'anima a Dio, e aspettò

con quella rassegnazione di chi, fra tanti pericoli, abbia avuto il

tempo di assuefarsi all'idea della morte.

Lo bendarono, gli misero il cappotto, in mano un capo della corda

ch'avevano portata, raccomandandogli di tenervisi come guida per

camminare, un di loro terrebbe l'altro capo.

--Andiamo, disse l'istessa voce. E si mossero.

Dunque dacchè lo menavano via, non volevano ammazzarlo, lì era chiaro:

l'ammazzerebbero fuori, in qualche punto remoto per risparmiarsi la

fatica di trasportarvelo cadavere. E il povero don Bastiano, fatto

questo pensiero si sforzò d'andar loro dietro alla meglio. Così

vennero su nella stanzaccia. Mastro Vanni andò ad origliare all'uscio,

l'aprì, sporse il capo fuori, tornò a dire che tutto era tranquillo.

Sciaverio avanti, tenendo sempre un capo della corda; il ricattato

dietro, tenendo l'altro; ultimo mastro Pasquale; chi più chi meno

trepidanti, uscirono dalla torre e si messero nella via, tra 'l vento,

e l'acqua che or li sferzava da un lato or dall'altro.

Gira, rigira, inciampa, scivola, dopo tre ore di faticoso cammino per

viottole alpestri, infossate e sassose, si fermarono finalmente: e

l'infelice perduto per l'indugio la calma e la rassegnazione;

sballottato dalla speranza alla disperazione; dal dubbio alla

certezza, dall'angoscia più orribile ad una calma passeggiera: credè

arrivato l'ultimo suo momento.

In quel buio d'inferno, tra gli urli degli elementi scatenati, gli si

presentò sinistro ed orribile: e sentì scolorarsi il viso, mancarsi le

forze.

Gli levarono il cappotto, gli levarono la benda, e la solita voce

cupa, questa volta minacciosa, gli disse:

--Questo è lo stradale che conduce al vostro paese: andate avanti,

senza voltarvi, se no siete morto.

Don Bastiano in prima non comprese: però subito dopo gli s'affacciò il

pensiero che se lo mandavan via, volevano liberarlo. Sentì rinascersi,

sentì allargarsi il cuore.... non gli pareva vero d'essersela cavata

finalmente.... libero.... libero.... davanti a lui l'esistenza che

aveva tanto rimpianto.... Non pensò che quella gente gli aveva fatto

passare brutti momenti, non che gli aveva estorto una grossa somma

provò una viva riconoscenza per loro, e un bisogno strapotente di

esternarla.

--Grazie, disse; signori miei, gra....

Ma la voce tagliò corto più minacciosa che mai, ordinandogli di far

presto senza tante ciarle inutili. I due principianti, come si vede,

non avevano per nulla la squisita gentilezza del maestro, vecchio

all'arte, e di buona scuola. Don Bastiano non se lo fece dire due

volte, e via svelto e forte come se non avesse durato alcuna fatica,

respirando l'aria umida a pieni polmoni, punto molestato da quella

pioggia ostinata, che gli batteva sul viso, e cominciava già ad

annuvolarlo.

Albeggiava allorchè arrivò a casa bagnato sino alla camicia. Afferrò

il martello del portone e picchiò a varie riprese. La gnora Santa che,

già alzata, s'era messa allora a spazzar la casa, venne ad aprire la

finestra e sporse il capo fuori. Ebbe a strabiliare.

--Don Bastiano!... esclamò picchiandosi il petto: Madre santa della

Gibilmanna! Don Bastiano....

Si ritirò in fretta, corse all'uscio della camera del canonico,

picchiò a buttarlo giù....

--È tornato il padrone, gridava quasi senza fiato, è tornato il

padrone....

Corse all'uscio della camera di don Ciccio e di don Salvatore....

--È tornato il padrone.... è tornato il padrone.... Poi via a

precipizio per le scale.

In men che non balena nella casa tutti furono svegli, e accorrevano

mezzo vestiti.

--Dov'è.... dov'è....

Fu una vera festa, un'allegrezza grande; abbracci, baci, lagrime,

domande mozze, risposte mozze, e nuove domande, e nuove risposte, ed

esclamazioni d'orrore, di pietà, di gioia, di ringraziamento a Dio ed

ai Santi protettori.... E dopo, questo tumultuoso sfogo di affetti,

condussero il giovine nella camera della madre, preparandolo per via

come meglio poterono a quella vista, avendo fede ch'essa guarirebbe al

vederselo davanti d'un tratto.

Nella stanza assettata ed estremamente pulita, dai vetri della

finestra penetrava la luce scialba di quella mattina piovosa, a

rendere più triste il quadro doloroso che si presentò agli occhi del

ritornato. Nel letto di ferro sotto al gran crocefisso tra due

reliquari a fili d'argento, sostenuta da un monte di cuscini, giaceva

l'ammalata col viso e le mani scarne abbandonate, che parevano di

cera. Aveva gli occhi chiusi: li aprì appena entrarono i figliuoli.

--Madre mia.... madre mia.... gridò don Bastiano correndo verso il

letto. Ma si fermò sbigottito.

--È Bastiano: disse Annuccia che gli veniva dietro: mamma, è Bastiano,

tornato finalmente....

La povera vecchia restò immobile, e non rispose: fissava i suoi

figliuoli con gli occhi sbarrati nel volto pallido ed affilato.

Bastiano guardò come un trasognato la sorella, il canonico, gli altri

fratelli già attorno al letto, muti e addolorati; il labbro gli

fremeva per la commozione: poi nascose un tratto la faccia tra le

mani, e diede in un pianto convulso.

I drammi de' campi Padre Don Giuseppe—La vendetta—Proprietari e fittaiuoli— Sequestro. · 第 62 / 69 题