IV.

Il giorno appresso continuarono le feste nel parco del duca.

Enrica, mentre la mattina era nella serra, avea ricevuto una lettera,

gettata nel grembo di lei da un fanciullo, che s'era poi dato a

correre come un capriolo.

Sulle prime Enrica fu tentata di buttar via quella lettera senza

aprirla: ma un forte presentimento la vinse.

La lettera era di Roberto Jannacone; egli le annunziava il suo

ritorno; le dava convegno nel luogo più inaccesso del parco.

In quel luogo eravi un altissimo precipizio formato da due pareti

rocciose, o in fondo di esse gorgogliava il mare.

Era stato gettato un ponte da una parete all'altra; un piccolo ponte

di ferro leggero con bassa spalliera.

Molti e molti, a non dir presso che tutti, aveano paura di passar da

quel ponte e preferivano di pigliar i viottoli più lunghi per arrivar

dove voleano, anzi che andar da un luogo sul quale v'erano tante

superstizioni.

Come luogo di convegno era scelto benissimo; nessuno avrebbe

disturbato i due nel loro colloquio.

A Enrica, nel legger quella lettera, che conteneva espressioni di

tanto amore, ed era nel tempo stesso sì imperiosa, avvampò il volto di

sdegno.

Costui la credea proprio cosa sua; non nutriva ormai il menomo dubbio

su' suoi diritti.

Ciò irritava la superbia di lei.

Parlò con Cristina e deliberò di andare al convegno; risoluta a

ingannarlo, a perderlo, se occorresse, a far tutto, pur ch'egli

rinunziasse a lei. L'altro vi si recava invece con l'animo che, magari

il mondo dovesse perire, egli non avrebbe rinunziato ad essa.

Mentre le feste continuavano nel parco, Enrica e Roberto si trovarono

presso il ponte, che era chiamato dell'_Inferno_: attorno a loro erano

boschetti di alberi.

Si rivedevano dopo molti mesi.

Roberto era cresciuto di forza e di bellezza: aveva acquistato una

certa eleganza.

Appena scorse Enrica, le mosse incontro tutto baldanzoso e

soddisfatto.

Ma fu sorpreso di trovar Enrica in tale stato di abbattimento,

d'aspetto sì cagionevole: sì fredda e altera.

Le parole d'entusiasmo gli si gelarono sul labbro.

Enrica si reggeva appena in piedi.

Senza quel convegno, ella si sarebbe già coricata.

--È questa l'accoglienza che mi fai,--disse il figlio di Cicillo

Jannacone,--dopo una separazione sì lunga.... Non ti ricordi ciò che

mi dicesti nel momento della mia partenza?...

--Mi resta poco da vivere, Roberto,--incominciò, dissimulando,

Enrica.--Io non posso più esser la moglie d'alcuno: sono gravemente

ammalata. Mi ami tu?

--E me lo domandi? non v'è amore più forte, più tenero, più

appassionato del mio. In tutti questi mesi non ho cessato di pensare a

te un solo istante: il mio cuore ha sempre palpitato a' ricordi della

nostra affezione.

--E bene: io ti domando una gran prova di amore.

--E io sarò felice di dartela, io che non voglio ormai più separarmi

da te, o che spero ottenere tu mi segua ne' miei viaggi.... Fra poco

io sarò ricco, già sono stimato, e ho un grado di cui ognuno può

tenersi onorato.... Non sono più soltanto il misero figliuolo d'un

contadino del duca.... Ma hai parlato al duca, a tuo padre, del nostro

matrimonio?

Enrica si mordeva le labbra.

--Ho detto che aspetto da te una gran prova d'amore.

--Potevi rispondermi se hai parlato al duca del nostro matrimonio....

Tu comprendi la mia impazienza.... Quanto a darti prove d'amore,

allorchè tu sii mia moglie in faccia al mondo, tu sai già non ve n'ha

alcuna che mi potesse sembrar troppo grande.... Hai parlato, dunque, a

tuo padre?

--Mio padre è tornato soltanto ieri....

--E tu avresti già dovuto parlargliene.

Enrica tremava, non sappiamo se di rabbia, di commozione, di

sofferenza.

--Stanotte io ero entrato nel parco per l'impazienza di riveder questi

luoghi, di farmi udire da te, di mostrarti ch'io non poteva occuparmi,

se non di te.... Ho corso rischio di essere ucciso come un ladro... e

tu sei così indifferente.... Ma non hai coraggio di parlare a tuo

padre? Gli parlerò io stesso....

--Oh, impossibile!--esclamò Enrica inorridita.--Vi sarebbe fra te e

lui una scena tremenda: come potrebbe egli perdonare a te suo

servitore....--Enrica fece spiccare la parola,---di aver abusato

d'ogni sua generosità verso la tua famiglia, di aver osato ciò che hai

osato?...

Roberto si sentiva, come schiaffeggiato da quelle parole.

Ma era anch'egli d'animo altero.

--Bisognava pensarci prima!--rispose risoluto.--Che tu non credessi io

fossi uno di questi vagheggini imbecilli, che voialtre donne del bel

mondo burlate a piacer vostro e cuoprite di ridicolo.... Enrica, io

sono pronto a dare per te tutto il mio sangue, a goccia a goccia; sono

pronto, se occorre, a seppellirmi vivo, a entrare in una tomba con te,

per sfuggire ogni contrarietà... ma cederti ad altri, rinunziare al

mio diritto... mai. Sai ch'io t'ho conquistata.... Tu mi costi

umiliazioni, oltraggi, ingiurie d'ogni maniera, prima del nostro

amore; dopo, ansie crudeli, notti insonni, il sacrificio di tutto me

stesso a un solo scopo.... Tu sei la mia idea fissa... sei la sola

cosa che desidero, che amo, che voglio possedere; ogni ostacolo che mi

si opponga, se non potrò sormontarlo, lo spezzerò....

La sua veemenza faceva paura.

Protese un braccio per stringer la vita di Enrica....

Essa schivò quella carezza.

--Non ti riconosco!--mormorò Roberto pallidissimo.--A bordo, nelle mie

notti insonni, vedevo spesso uno spettro, un cadavere, con una gran

ferita, tutto sangue... Enrica,--disse Roberto angosciato e come fuori

di sè,--tu vuoi la mia rovina: sento che qualche cosa di terribile si

prepara.

Enrica provava un'interna soddisfazione di quelle parole; sembrava che

esse corrispondessero a certi suoi perfidi disegni.

--No; essa riprese, simulando molta mansuetudine,--non bisogna andar a

questi eccessi. Dobbiamo ragionar più freddamente. Che amore è il tuo,

se non può sopportar un piccolo indugio? Parlando a mio padre, in

momento inopportuno, io posso guastar tutto e in modo irrimediabile....

Che ne parli tu, non v'è, ripeto, neppur da pensarci. Egli potrebbe

chiuder me in un convento: e chi sa in qual parte d'Europa seppellirmi

per tutta la mia vita, chi sa dove, senza che tu sapessi più nulla di

me: e contro di te che non potrebbe fare? Il duca non ti concederebbe

mai l'onore di un duello: ti vorrebbe trattar di certo come un

malfattore... e, se ben pensi, la tua condotta giustificherebbe...

forse... a sua severità.

Roberto sentiva la febbre: le tempie gli martellavano: il sangue gli

bolliva come lava nelle vene.

Pure egli ebbe ancora la forza di contenersi.

--Enrica,--disse, rattenendo la sua indignazione,--io ti trovo molto

cambiata.... Io mi aspettavo un'accoglienza entusiastica, da

innamorati: io avevo avuto la debolezza--la parola gli sfuggì--di

credere alle tue promesse: ora mi vedo dinanzi una donna che pare si

vergogni di me, arrossisca della nostra passione, abbia distrutto nel

cuor suo le memorie del nostro amore....

--T'inganni,--riprese la giovane.--Già vedi come io soffro: e tu con

queste violenze accresci il mio martirio.

--Violenze?--interruppe Roberto, che credeva esser riuscito, con

sforzo sovrumano, a serbare la calma.--No, io non sono violento: no,

io sono innamorato, appassionato, io ti adoro sino alla frenesia: io

non posso più separarmi, più staccarmi da te: io debbo passar tutta

tutta la mia vita a' tuoi piedi, obbedendoti come uno schiavo,

indovinando ogni tuo cenno, ogni tuo desiderio, ogni tuo ordine; io

posso, se vuoi, inalzarmi nell'onore, ne' gradi, migliorarmi con lo

studio: sento che avrò la volontà, la forza, per piacer a te, di

giungere molto in alto: ma se tu credi altrimenti, se la mia vita

dev'esser tutta assorta in un amore sensuale, in un amore di fuoco per

te, se io debbo essere il docile strumento d'ogni tuo capriccio, il

tuo ludibrio; il trastullo d'ogni tua fantasia, io son pronto anche a

questa esistenza, che ad altri potrà parer vile: io ti sacrificherò,

se occorra, l'onore, la dignità: io lascerò si dicano di me i maggiori

vilipendii: che tu mi hai comprato, che mi satolli come una bestia che

ti dà piacere: tutto sopporterò: rinunzierò a' beni maggiori,

all'amicizia, alla stima: solo il mio istinto, il mio cuore, i miei

sensi, non consentiranno mai... ch'io ti ceda ad altri, che mi separi

da te... No, no! Maledizione! guai a chi s'interponesse fra noi!

E Roberto singhiozzava come un fanciullo.

Avrebbe destato commozione in chiunque veder piangere in tal modo

quell'uomo sì forte, sì prestante, sì altero.

Enrica stropicciava le foglie rosee, che cadevano da' fiori di un

albero sul suo abito bianco.

Essa le distruggeva indifferente, come distruggeva le rosee illusioni

di Roberto.

--Ritorno--continuava Roberto--dopo un lungo viaggio: cerco parlarti:

tu ti presenti come una padrona, come una signora dinanzi al suo

servo, non come una sposa innanzi all'uomo che ha davanti a Dio su di

lei il massimo tra i diritti.... Poichè il padrone qui sono io!--disse

Roberto in uno de' suoi impeti selvaggi,--e accerchiandole il collo,

la accostò a sè, con una stretta di ferro, di quelle che Enrica già

conosceva, e la baciò lungamente, da vero padrone di lei, sulle

labbra.

Essa tremava: era divenuta in volto bianca come il suo abito: quel

bacio di fuoco l'avea subito richiamata ad altre sensazioni e altre

idee: ma incontanente il suo orgoglio le attuti.

--Dianzi ho cercato abbracciarti...--insisteva Roberto,--, e tu mi hai

sfuggito, e vuoi ch'io sia calmo!

La scena andava troppo in lungo.

Enrica cominciava ad esser inquieta: non sapea più come tener a bada

quell'innamorato sì pieno di foga.

Giungevano fino a loro i suoni e le grida di coloro che pigliavan

parte alla festa nel parco: ma verso quel punto, com'abbiamo detto,

nessuno mai si avvicinava.

A' loro piedi s'inabissava il precipizio, mugghiava il mare.

Enrica avea preparato un tranello, degno del suo animo raffinatamente

perverso, e ora trepidava un poco sulla riuscita di esso.

Ella avea detto, con diabolica perfidia, al suo corteggiatore, il

conte di Squirace, che, a una cert'ora, ella sarebbe stata presso il

ponte che traversava il precipizio.

--Oh!--avea esclamato il bellimbusto, e avea fatto intendere che ve

l'avrebbe presto raggiunta.

Il vanaglorioso credeva ad un convegno d'amore. Enrica gli aveva

insinuato:

--Se, per caso, io parlassi con altra persona, non vi mostrate:

nascondetevi in uno de' boschetti: però, se vi accorgeste che io

avessi bisogno di aiuto, accorrete a difendermi....

Vedrà il lettore qual era il terribile disegno di Enrica e di quali

risoluzioni ella avesse l'animo capace.

In fatti, il conte si avvicinava, tutto baldanzoso: uno scudiscio in

mano: una gardenia all'occhiello.

Udì la voce di Roberto, e si nascose, com'Enrica gli aveva indicato.

Roberto si era inginocchiato dinanzi alla giovane e le diceva:

--Un'altra cosa mi ha colpito: il trovarti così accasciata, così

disfatta. Qual è il motivo?... Che cosa ha logorato una parte della

tua floridezza?

Enrica mostrava che quelle osservazioni la annoiassero.

--Ma tu sei sempre bella, anche così,--aggiunse l'innamorato, che

l'attirava a sè, le premea la vita, i ginocchi: e lo invadeva un

fremito al sentire, sotto l'abito leggerissimo indossato da Enrica,

non ostante il pallore e la stanchezza del volto, molto più della sua

floridezza ch'egli non avrebbe pensato.

--Però vorrei sapere il motivo perchè sei sì affranta e sì

debole...--continuava.

Enrica cercava allontanarlo da sè: e finalmente gli disse, tanto per

guadagnar tempo, e perchè realmente ciò voleva, in estremo, alla

disperata, se altro partito non riuscisse:

--Ecco qual è il mio pensiero. Tu devi ripartir subito... e per un

lungo viaggio. Fa di star lontano ancora da questi luoghi tre, quattro

anni, di crescere in grado, in fortuna.... Io aspetterò.... Lascia che

si parli di te, di ciò che farai: mio padre ne avrà certo compiacenza.

Egli, se può esser rigoroso, intrattabile su certi punti, è poi

abituato a considerare tutti i suoi servitori come della sua

famiglia...--aggiunse con qualche sprezzo.--E chi sa non perdoni,

quando la sua collera abbia anni per raffreddarsi.

Non stiamo a dire se Roberto fosse turbato.

--Io sono già tua sposa dinanzi a Dio,--continuò la

dissimulatrice,--lo sarò un giorno dinanzi a tutti.... In questi anni

saprò trovar un momento propizio per parlar a mio padre; mi getterò a'

suoi piedi: gli racconterò ciò che fu: ch'io ti scelsi, non già che tu

mi prendesti a forza....

--Basta, Enrica,--esclamò Roberto con voce concitata, vibrante di

rabbia, di passione, di disgusto.--Ho tutto capito in un istante....

Tu sei una traditrice....

E i suoi occhi corruscavano: e le sue mani or si accostavan verso

Enrica, or egli le ritraeva come inorridito.

--Tu vuoi perdermi: tu speri che in tre, quattro anni, io, che esco

ora per miracolo da un naufragio, possa lasciar la vita.... Oh!...

E, scorgendo che Enrica non faceva alcun energico segno di diniego:

--Creatura perversa,--continuò,--sento che tu farai la rovina di me e

de' miei.... E l'ho più volte sentito nella mia solitudine.... Già,

fin dal principio, fin da' giorni delle nostre ebbrezze, la tua

bellezza, la tua avidità del piacere, la crudeltà che avevi spiegato

contro di me, mi facevan paura....

Avea i capelli irti, il sudore gli grondava dalla fronte, si muoveva

com'un uomo che non sa più dominarsi.

--Senti,--disse, prendendo Enrica per le mani e costringendola ad

alzarsi,--io potrei farti cadere in ginocchio: poichè tu sei qui

davanti al tuo vero signore: all'uomo che ti ha posseduta e che ti

vuole possedere per sempre.... Ciò è irrevocabile!... Non ho più la

mia ragione: tu me l'hai tolta: sono in preda a una vertigine

tremenda.... Nella mia famiglia abbiamo nelle vene le fiamme del

vulcano: e, in questo punto, vedi, mi salgono al cervello.... Io ti

faccio ormai due proposte: le uniche ch'io possa e voglia farti

nell'estremo cui siamo giunti: o tu ti risolvi a partir subito con

me... so una strada che ci menerà in un attimo fuori del parco... ti

alzerò io sulle mie braccia sopra un muro... e fuggiremo senza che

nessuno ci veda.... Usciremo dai possessi del duca: ti porterò subito

palesemente a Napoli... come mia moglie... e vi saremo in poche ore.

Tu entrerai in una casa, ove è preparata la camera nuziale.... E il

duca verrà là, se vuole e se crede, a strapparti dalle mie braccia....

Vedremo!... Acconsenti?...

Enrica non avea più parole; cercava con occhi furenti l'aiuto,

aspettato: dentro di sè scherniva quell'uomo forte, entusiasta, che

pur, ella confidava, dovesse esser vittima degl'intrighi preparati da

una debole donna. E Roberto lesse ne' suoi sguardi quel furore e

quella fredda malignità.

--Non acconsenti?--esclamò con voce cupa, e scuotendola con una

stretta vigorosa.--E bene... ci getteremo tutt'e due in

quell'abisso,--e la trascinava verso il ponte,--il mare c'inghiottirà:

inghiottirà la mia immensa passione, la tua ferocia, il tuo

tradimento.... Ti concedo soltanto due minuti di tempo per dir la tua

scelta!... Creatura sleale.... Io ti punirò del male che avresti

potuto fare a tanti....

--E chi vi dà questo diritto di punire?--gridò il conte di Squirace,

facendosi innanzi, e agitando lo scudiscio che aveva in mano.--Con

qual diritto avete osato alzar gli occhi sino alla duchessa, voi, il

figlio d'un suo villano?... Ho tutto udito, Roberto Jannacone!

--Signor conte, voi arrivate in mal punto,--rispose Roberto

concitatissimo.--Non curo le vostre ingiurie: sono quelle d'un uomo

indegno di stima, d'un gentiluomo che si disonora, appiattandosi per

ascoltare un colloquio. Vi disprezzo tanto che non saprei come

addimostrarvelo.... Ma prendete un buon consiglio: tornate per la

vostra strada....

--No, villano!... Io rimarrò qui per tutelare la purezza, l'onore, la

vita della duchessa: per ricondurla a suo padre e salvarla dalle mani

di un assassino....

--Signor conte,--ribattè Roberto, pestando un piede,--non abusate

della mia pazienza! Essa non è molto grande!

--Venite con me, signorina,--aggiunse il conte di Squirace, porgendo

il braccio ad Enrica, che subito vi si appoggiò.--E continuò:

--Io ardo di raccontare al duca, a tutti, le prodezze di questo ladro,

che dopo aver tentato, costringendovi a un matrimonio infame,

profittando della vostra inesperienza, impadronirsi d'una parte delle

ricchezze del duca, ora vi minacciava di morte. Il villano non è

agitato dal delirio di posseder voi; come tutti i pari suoi, cupidi,

avari, insidiatori dell'altrui, egli mira al vostro scrigno....

Diciamo tutto al duca: e a voi, signorina,--esclamò il nobile

rifinito,--offro io il mio nome per riparare un passato, in cui non

avete nessuna colpa....

Roberto rivolgeva per la mente i pensieri più truci. Gli era sembrato

a un tratto che lottava col conte di Squirace e che le sue mani erano

lorde di sangue.

Enrica vedea ben avviati i suoi disegni: voleva spingere quella scena

più oltre, inasprire il conflitto; e con arte infernale, soggiunse:

--No, signor conte, voi non direte nulla a mio padre... ve ne

supplico... morirei di dolore e di vergogna....

--No: il duca, almeno, deve saper tutto: e insieme concerteremo il

modo di schiacciare questo... rettile velenoso!

E, senza sapere ciò che faceva, il conte alzò il suo scudiscio su

Roberto.

Il vaso, già pieno sino all'orlo, traboccava.

--Signor conte,--disse con voce rauca Roberto,--trovate modo di darmi

una soddisfazione pronta, immediata anzi: domandatemi scusa del vostro

affronto: umiliatevi dinanzi a me e a Enrica: placatemi,--seguitò con

spaventosa freddezza,--io ho già la febbre d'avervi tra le mie

mani.... Ho sete del vostro sangue....

--Sì,--interruppe pronta Enrica,--egli può parer vile d'aver

sopportato da voi sin ora tanta insolenza! Roberto non può esser vile:

nè forse potete, voi, gentiluomo di nascita, domandargli scusa.

--E che scusa,--rispose il conte,--che soddisfazione volete io conceda

al figlio di Ciccillo, il quale ingannava mio padre, vendendogli, come

buona, pessima biada per i nostri cavalli? Il duca penserà a esercitar

giustizia su questo villano.... Con la sua influenza può farlo

intisichire nel fondo di un carcere: può farlo ammazzare, come si

ammazza una bestia nociva: e accomodar tutto senza che nessuno si

disturbi.... È gente si vile che la loro carne val meno di quella d'un

quadrupede.... Va', canaglia, va'....

E alzò di nuovo il suo frustino.

Roberto si contorceva, si divincolava.

Allorchè il conte ebbe finito, fece un gesto per trascinar con sè

Enrica. Ella dette a Roberto uno sguardo indescrivibile, uno sguardo

esprimente voluttà, ferocia, provocazione: uno sguardo che diceva:--ti

lasci annientare così, mi ti lasci rapire!

Poi essa si staccò dal conte, corse, con atto finto, a gettarsi al

collo di Roberto: si strinse a lui sì forte che sentisse tutto il

rigoglio di quelle forme, che egli, nella sua sensualità, adorava; gli

si accostò alle labbra, spirandogli un alito di fuoco.

La trista sirena lo inebriava al delitto.

Enrica trovò modo di volgere un altro sguardo al conte di Squirace.

Egli, già imbaldanzito, non avea bisogno di quell'eccitamento.

Si fece innanzi per togliere Enrica dalle braccia di Roberto: e di

nuovo con male parole.

--Ah!--esclamò Roberto, che era fuori del senno e a cui Enrica avea

abilmente eccitato i sensi e la mente.--Tu aggiungi ingiuria ad

ingiuria: tu vuoi correre a far uno scandalo: tu vuoi rapirmi questa

donna, che è mia... mia: ch'io ho posseduta e possederò: te lo dico

col massimo orgoglio: tu non vuoi rispettare il mio uniforme, il mio

grado: tu insisti nel chiamarmi villano: e bene abbiti il villano....

Io torno figlio di Ciccillo; poichè tu hai insultato anche mio padre,

torno bifolco.... Eccomi a te....

E, gettato da sè l'uniforme, si slanciò sul conte. Egli si difendeva

e, irritato, percosse con lo scudiscio Roberto nella faccia.

L'onta, il furore inferocirono il giovane sì gagliardo.

Il conte l'avea ferito in un occhio.

Si rotolarono per terra: Roberto, forte come un leone, premeva sempre

sotto di sè il conte, che pur faceva sforzi grandissimi per liberarsi.

Si rialzarono, si riazzuffarono: Roberto era ubriaco di rabbia: tutti

e due inveleniti dall'odio; a poco a poco si accostarono al ponte: a

un urto di Roberto il conte di Squirace cadeva nell'immenso

precipizio, gettando un grido straziante: _all'assassino_! che risuonò

in tutto il parco.

Enrica era scomparsa.

Ella avea attirato il conte in quell'insidia: si era servita di lui

per eccitare Roberto: la vita di due uomini le sembrava ben poco per

sbarazzarsi di un solo fra essi, per assicurare la libertà de' suoi

piaceri, il fasto, la pompa del suo avvenire.

Al grido del conte di Squirace, librato nello spazio, succedette un

altro grido, proferito da Enrica, che ebbe pur la forza di urlare

contro il suo antico amante, contro l'uomo cui era unita da un vincolo

segreto: _all'assassino, all'assassino_!

Roberto era rimasto stordito per l'accaduto: egli avrebbe voluto

gravemente offendere, castigare il conte: non pensava ad ucciderlo,

almeno a quel modo: avrebbe voluto indurlo a un duello leale e lì,

poichè era sicuro della vittoria, sbramarsi del suo sangue, di cui,

come gli era uscito dal labbro, avea sete.

La gente incominciò ad accorrere da ogni banda. Un delitto, un delitto

nel parco!--ripetevano tutti inorriditi.

Fu trovato presso il ponte Roberto, che rimetteva indosso il suo

uniforme: fu trovato in terra il cappello del conte di Squirace; un

cappello verdastro, facilmente riconoscibile, e che avea, nel di

dentro, le cifre del frivolo e sfortunato gentiluomo.

Il duca era a capo della sua gente: e, accanto a lui, Emilio, la

guardia del parco.

Al vedere l'uniforme, che Roberto avea indosso, il duca ed Emilie

scambiarono uno sguardo.

--Che fate voi qui, Roberto?--disse il duca, severamente.

Roberto si confuse.

Avea il volto graffiato, le mani lacere in varii punti, i pantaloni

tutti cosparsi di polvere, la cravatta stracciata.

--Roberto!--esclamavano molti e molte,--lui l'assassino!

--Voi siete entrato qui nel parco anche stanotte... per compiervi

qualche azione trista... poichè, alle intimazioni di Emilio, siete

fuggito come un ladro e avete lasciato questo bottone, che manca al

vostro uniforme.... Perchè stanotte siete entrato nel mio parco?

Roberto taceva. Così i sospetti, anzi le ragioni di accusa si

accumulavano su lui: così si chiudea da sè in una rete, dalla quale

non avrebbe potuto uscire.

--Dov'è il conte di Squirace?--domandò il duca, guardando con orrore

il vicino precipizio, il mare gorgogliante nell'imo di esso e gettando

poi gli occhi sul cappello, che teneva in mano.

Anche a questa domanda Roberto non fiatò.

La gente gli si stringeva attorno, un po' minacciosa, un po' incredula

ch'egli fosse stato capace di commettere tale delitto.

--Vi ripeto: perchè vi trovato qui, perchè anch'oggi siete entrato nel

parco di nascosto?

Roberto ebbe un'idea: invocare la testimonianza di Enrica, sicuro che

essa l'avrebbe salvato.

Enrica si era fatta trovare presso al ponte, allorchè era giunto suo

padre insieme con gli altri: come per chiarir tutti ch'ella era stata

testimone dell'accaduto. Ora s'era posta accanto al duca e

s'appoggiava al braccio di lui.

--Signor duca,--disse Roberto, rompendo ogni esitanza,--c'è una

persona che può esser testimone autorevole, raccontare ciò che qui

avvenne, e perchè io sono entrato nel parco stanotte, e perchè mi ci

trovo adesso....

--E chi è questa persona?

--Vostra figlia!

--Enrica--esclamò il duca.--Tu hai veduto tutto, e puoi parlare?...

--Non avrei voluto parlare: non so perchè s'invochi la mia

testimonianza....

--Enrica!...--interruppe Roberto con una familiarità, che urtò il

duca, e spiacque a tutti gli astanti.

--E bene: già che debbo parlare, io parlerò,--disse Enrica, che si

teneva immobile e rigida, mentre due lacrime artatamente provocate le

rigavan le guancie.--Roberto Jannacone ha assassinato il conte di

Squirace....

Si alzò un grido d'indignazione e di orrore.

Roberto, accasciato da quel tradimento infame, rimase come un uomo

senza volontà, senza sentimenti, senza più che un sembiante di vita.

Avrebbe tutto creduto possibile, fuorchè una tale scelleratezza.

La Principessa · 第 14 / 42 题