ALFRED DE MUSSET.

[311] Il cardinale De Luca (_De locis montium_), Giovanni Marchetti

(_Del denaro straniero che viene a Roma e se ne va per cause

ecclesiastiche; calcolo ragionato_. Roma 1800) asseriscono che, pei

bisogni della sola Germania, da Paolo III a Paolo V, il tesoro

pontifizio spese 16 milioni di scudi; dovendo per ciò non solo erogare

quanto ne riceveva, ma creare i debiti, noti col nome di _Luoghi di

monte_.

[312] _Teotimus, de tollendis malis libris_, 1549.

[313] Rabelais francese, che non so bene se si facesse buffone per

abbattere, od abbattesse per far il buffone sapendo che in Francia si

ride sempre del partito vinto, sparnazzò celie col vaglio, adorava la

_divina bottiglia_, e domandava di legger in cattedra sopra la

ubbriachezza lucida. Passato a Roma, facea rider di sè il papa e i

cardinali, mentre raccoglieva onde rider di loro nel suo _Pantagruele_,

libro stranamente audace, dove non la perdona tampoco a Cristo. Eppure

morì curato, fra il clero a cui tanto avea nociuto.

[314]

_Julius est Romæ; quis abest? date, numina, Brutum:_

_Nam quoties Romæ est Julius, illa perit._

Vedi _Klag und Vermahnung gegen die übermässige, unchricstliche Gewalt

des Pabst in Rom_.

[315] _Das weltiche Regiment gehört dem Kaiser zu, das geistlich

Christo, seinen Apostolen, und allen evangelischen Predigern, welche

predigern Christi Lehren_. HUTTENI _Conquæstiones ad Carolum imperatorem

et principes Germaniæ_.

[316]

_Manch Advocat und Auditor_

_Notarius, Procurator,_

_Die Bullen geben, sprechen Recht_

_Dero jeder hat sein G'sind und Knecht_

_Und nehmen täglich ein_

_Von Teutschen unser Schweiss und Blut;_

_Ist das leiden, und ists gut?_

[317] _Lapides noctu migrant, nihil hic fingo. Principes romani imperii,

imo orbis totius cuncti sollicitantur pro æde Petri, in qua duo tantum

opifices operantur, et alter claudus_.

[318] _Dirumpamus vincula eorum, et projiciamus a nobis jugum ipsorum_.

[319] Reuclin aveva studiato il greco a Firenze e a Milano sotto il

Calcondila.

[320] Com'è stile de' polemici, qui Erasmo prende per tipo qualche

esagerato. Il famoso ed elegante teologo Paolo Cortese da Modena, avendo

detto in una lettera al Poliziano che bisogna seguire per esemplare

Cicerone; il Poliziano, con gran forme di stima lo confuta; e quegli

risponde non aver voluto dire altro se non che devesi imitare il modello

più perfetto, non già contraffarlo. _Quæ stultitia esset, cum tam varia

sint hominum ingenia, tam multiplices naturæ, tam diversæ inter se

voluntates, eas velle unius ingenii angustiis astringi et tamquam

præfiniri?_ Ep. POLITIANI, L. VIII, 16, 17.

[321] Probabilmente era Tommaso Fedro Inghirami, custode della

biblioteca Vaticana, _dictus sui sæculi Cicero_; nel quale riconosceva

_mira in dicendo tum copia tum auctoritas_ (Ep. 4, lib. XXIII), e che

tanti manuscritti avea disepolti dalla libreria di Bobbio.

[322] _Utinam prodisset ingens illud opus adversum Averroem, impium_ καὶ

τρὶς κατάρατον. Epistola del 15 novembre 1519.

[323] Ep. Latimerio.

[324] _Ego Romæ his auribus audivi quosdam, abominandis blasphemis

debaccantes in Christum et in illius apostolos; idque multis mecum

audientibus, et quidem impune. Ibidem multos novi, qui commemorabant se

dicta horrenda audisse a quibusdam sacerdotibus aulæ pontificiæ

ministris, idque in ipsa missa, tam clare, ut ea vox ad multorum aures

pervenerit_. Ep. XX, lib. 35.

[325] «Rimanga a Giulio la gloria della guerra; abbiasi egli le sue

vittorie, abbiasi i magnifici trionfi, che io non dirò quanto s'addicano

a pontefice. Ben dirò che la gloria di lui, qual ella si fosse, andò

unita all'eccidio e al dolore di moltissimi; gloria più vera partorirà a

Leone la pace restituita al mondo, che non a Giulio tante guerre,

dappertutto suscitate gagliardamente o felicemente condotte». _Dulce

bellum inexpertis_. Esagerazione di biasimo e di lode, per deficenza nel

sentimento della verità.

[326] Suo padre, ammiraglio veneto, essendo mal riuscito nella guerra

contro i Turchi, fu accusato e messo in carcere a Venezia. Il figlio

cardinale ve l'accompagnò, sorreggendone la persona e le catene, e

supplicava i senatori a ricever lui in prigione in sua vece, almeno

permettergli di starvi con esso. Non l'ottenne: il padre per allora ebbe

l'esiglio, e poi anni dopo, rimesso in onore, fu doge. Il cardinale avea

tradotto varie omelie di san Giovanni Grisostomo.

[327] Epistol., pag. 357.

[328] Ep. 5, lib. X. Un altro famoso erudito visitò allora l'Italia,

Guglielmo Budeo di Parigi, mandato da Francesco I al papa. Egli stesso

racconta: «Due volte fui a Roma, e le insigni città d'Italia e i dotti

uomini di colà vidi di passaggio più che non gli udissi; e i professori

delle migliori lettere salutai quasi dal limitare, cioè per quanto fu

possibile ad uomo che scorreva l'Italia in fretta, e non per libera

missione» (_Epist_. ERASMI 30, lib. II). Il Varillas (_Hist. de Francois

I_) racconta che «l'accademia di Roma, che mai non era stata così pulita

dal secolo d'Augusto in poi», gli fece accoglienza straordinaria, ed

egli acquistò bentosto la famigliarità del papa, perchè era eccellente

sovrattutto nella cognizione delle antichità greche di cui sua santità

si piccava di conoscere. E soggiunge che gli faceva objezioni, dond'egli

aveva occasione di sfoggiar dottrina; il che garbava al papa, desideroso

di tirar in lungo i negozj e di nulla conchiudere. Ne' suoi scritti,

principalmente _De asse_, si avventa contro la sregolatezza del clero,

ma fu sempre avversissimo ai novatori, e nel libro _De transitu

hellenismi_ (1535) esorta Francesco I a conservarsi fedele cattolico, e

loda la famosa processione, nella quale al re fu dato lo spettacolo di

molti eretici bruciati.

[329] Fra le meraviglie che Cristo predisse a san Francesco, v'era la

promessa che, chi malvolesse all'Ordine serafico, non vivrebbe mezza

l'età sua: e ciò s'era avverato poc'anzi nel cardinale di Sion, quel

prelato guerresco che tanta sciagurata parte ebbe nelle guerre d'Italia.

Per principale opera di esso (narra il dialogante), quattro Domenicani

erano stati bruciati a Berna nel 1509, perchè con finte visioni aveano

indotto il sarto Jezer a professare come rivelatogli, che Maria Vergine

ebbe il peccato originale; e quando Jezer si avvide della frode, essi lo

avvelenarono nell'eucaristia. Riferisco questo fatto perchè, come in

troppi altri, s'imputerà il sant'Uffizio d'avere arso uomini per

un'impostura o per un mistero, tacendo che il fece per delitto comune,

aggravato da un'empietà che desterebbe orrore fino in quest'età nostra,

tollerantissima in fatto di colpe, quant'è intollerante in fatto di

sbagli o di dissensi.

[330] _Marquardi Gudii et doctorum virorum ad eum epistolæ_. Utrecht

1697.

[331] Nella Vergine Misogamo: _Quemadmodum nemini suadere velim ut, quæ

se in hoc vitæ genus conjecerit, luctetur emergere, ita non dubitem

hortari puellas omnes, præsertim indolis generosæ, ne se temere eo

præcipitent, unde post sese non possint explicare_.

[332] _Pugnent qui volent, ego censeo leges majorum reverenter

suscipiendas, et observandas religiose, velut a Deo profectas, nec esse

tutum, nec esse pium de potestate publica sinistram concipere aut serere

suspicionem. Et si quid est tyrannidis, quod tamen non cogat ad

impietatem, satius est ferre quam reditiose seluctari_. Ἰχθυοφαγία.

[333] _Paraclesis in Novum Testamentum_.

[334] Ep. 30, lib. I.

[335] Nelle note al c. 19, XII di san Matteo dice corna del celibato

monastico: al c. 6 di san Giovanni si avventa contro gli Ordini

mendicanti.

[336] _Quum Paulus III statuisset in futurum synodum aliquot eruditos in

cardinalium numero allegere, propositum est et de Erasmo. Sed

objiciebantur impedimenta; valetudo ad obeunda munia inutilis, ac census

tenuis. Ajunt enim esse senatusconsultum, quo submoventur ab ea

dignitate quibus annui reditus sunt infra tria ducatorum millia. Nunc

hoc agunt ut onerent præposituris me... reclamantem, ac manibus

pedibusque recusantem, ac perpetue etiam recusaturum_. Lib. XVII., epp.

28 e 25.

[337] Il Flaminio dice che «Lo scriver bene, massime nella lingua

latina, è tanto difficile, che dovremmo mirar quasi come cosa miracolosa

un buon scrittore, ma siamo tanto ignoranti che non sappiamo discernere

gli eccellenti da' plebei: e subito che l'uomo nelle sue composizioni

schifa i vocaboli barbari e frateschi, pensiamo ch'egli scriva bene

latino; e da qui nasce che, non solamente il vulgo, ma eziandio molti

che per le città hanno fama di buona dottrina e di buon giudizio,

ammirano lo stile di Erasmo, del Melantone, e di certi nostri italiani,

li quali non seppero mai, nè forse sapranno ciò che sia la bellezza,

l'eleganza, la purità e la copia della lingua latina». _Lettere

vulgari_.

[338] SADOLETI, Ep. 2. lib. XVII.

[339] Ep. 1 e 2, lib. IV.

[340] Fra le sue celie è notevole questa: _Deputatos appellant Galli,

opinor quod male putati sint, aut certe plus satis putati_. De

colloquiorum utilitate.

[341] _Dialogus cujuspiam eruditissimi festivus sane ac elegans, quomodo

Julius II pontifex maximus post mortem cœli fores pulsando, ab janitore

illo D. Petro intromitti nequierit_. Tutti però ne lo credettero autore,

sebbene altri lo attribuissero a Fausto Anderlino, e meglio a Hutten. È

certo una delle più argute satire. Giulio II s'infuria perchè san Pietro

non vuole introdurlo, ed enumera meriti, che tali non sono agli occhi

del santo, il quale gli chiede la ragione delle sue guerre contro

Bologna, contro Ferrara, contro i Veneziani, che aveano usurpato una

parte del patrimonio di san Pietro. Questa denominazione fa non poca

meraviglia all'apostolo, che ogni ben suo avea lasciato per seguire

Cristo. E si meraviglia ancora che la Chiesa adunata in concilio non

abbia deposto un tal papa. Giulio risponde, non poterlo essa nè per

omicidio, nè per fornicazione, nè per bestemmie, nè per simonie; e

soggiunge:

Il concilio! fremereste d'orrore se sapeste cosa proponeva.

_San Pietro_. Cioè?

_Giulio_. Fremo ancora di rabbia. Questi scellerati voleano

ricondur la Chiesa nostra, così florida e opulenta, ai giorni di

sua miseria e delle frugali virtù. Voleano che i nostri cardinali,

potenti e doviziosi come principi, ritornassero gli umili e poveri

diaconi d'un tempo: che si spogliassero i vescovi dei loro

palazzi, del fasto, delle carrozze, e si mettesse sul trono papale

non il più ricco, ma il più degno.

_San Pietro_. Questi scellerati parlavano come Quello di cui tu ti

chiami vicario. Ma quai sono i nemici che tu volevi cacciar

d'Italia?

_Giulio_. I barbari.

_San Pietro_. Che bestie sono coteste che chiami barbari?

_Giulio_. Sono uomini.

_San Pietro_. Uomini dunque; ma non cristiani.

_Giulio_. Anche cristiani; ma cos'importa?

_San Pietro_. E perchè li chiami barbari?

_Giulio_. È il nome che noi italiani diamo agli stranieri.

_San Pietro_. Eppure Cristo è morto per tutti gli uomini; la sua

croce gli ha resi tutti eguali.

_Giulio_. E' non è morto pei Francesi, che disprezzano i nostri

fulmini, e ridonsi delle nostre bolle. Passi per gli Spagnuoli,

che ci adorano in ginocchio, come noi mandiamo ad essi vasi d'oro,

stocchi benedetti, bolle, ed essi ci ripagano con oro e soldati.

_San Pietro_. Il tuo regno è di Satana, non di Cristo. Chi si fa

vicario del mio maestro, dee attendere solo a seguire gli esempj

di esso.

_Giulio_. Nulla è più nobile che veder ingrandita la Chiesa.

_San Pietro_. La Chiesa si compone di tutti i cristiani; e tu la

scomponi soffiando guerre e discordie.

_Giulio_. Che parli di popoli cristiani? noi chiamiam chiesa le

basiliche, i preti, e principalmente la Corte di Roma, e me pel

primo, che son capo della Chiesa.....

Segue un bizzarro confronto fra la Chiesa umile e povera de' tempi di

san Pietro, e la suntuosa e potente di Giulio; quello si gloria d'aver

guadagnato migliaja d'anime a Cristo; questo d'aver arricchito la

Chiesa. San Pietro lo manda a fabbricarsi con quelle ricchezze un

paradiso, chè in questo e' nol riceverà. Giulio minaccia por l'assedio

al paradiso, ed entrarvi di forza coi 60 mila uomini che perirono nelle

sue guerre; onde alfine san Pietro dice non meravigliarsi se, con tali

uomini a capo, sì pochi or giungano al paradiso.

[342] Avremo a parlarne di nuovo. Possono vedersi

AD. MUELLER, _Vita di Erasmo di Rotterdam_. Amburgo 1828.

LIEBERKUEN, _De Erasmi ingenio et doctrina_. Jena 1860.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 48 / 82 题