Ad ammirare questa splendida Roma, questo magnifico pontefice, questo
secolo d'oro, questa terra prediletta dalla natura[310], venivano
persone d'ogni paese; vi venivano dotti e curiosi, suntuosi e devoti;
chi aspirava a benefizj o ad onorificenze; chi volesse venerare le
reliquie di libere civiltà antiche, o quelle de' martiri; chi inebriarsi
de' godimenti, od ottenere perdonanza di gravi peccati. Nessuno
considerava compiti i suoi studj, se non li coronava con un viaggio in
Italia, dove assisteva alla restaurazione delle arti per mezzo
dell'imitazione, agli incrementi della scienza per opera del Mattioli,
del Cesalpino, dell'Aldrovandi, esploratori della creazione materiale,
del Fracastoro, del Falopio, dell'Eustachio, creatori dell'anatomia, fra
i concittadini del Colombo, del Cabotto, di Americo Vespucci. E tutti,
ma principalmente i Tedeschi, stupivano di quella libertà nella
discussione, dello scherzo, del dubbio su punti, altrove venerati in
silenzio; del vedere in vulgare insegnata la scienza, e fino tradotti i
libri santi.
La Germania colla sua conversione aveva contribuito grandemente a
consolidare il primato papale: indi col rivoltarsi contro Enrico IV
aveva ajutato ad effettuare il robusto concetto di Gregorio VII. Ma poi,
dal continuo mescolarsi di essa nelle vicende italiane era stata acuita
la naturale antipatia delle istituzioni e delle nature germaniche contro
le latine; e i nostri odiavano i Tedeschi come prepotenti, essi
disprezzavano noi come fiacchi, e nella superiorità dell'ingegno non
voleano riconoscere altro che furberia e mala fede.
La Germania strillava che tanto suo denaro fluisse a Roma[311], e viepiù
dacchè questa, postasi a capo della resistenza contro i Turchi, di nuove
imposte e decime doveva gravare per imprese che poi non sempre si
assumevano, non riuscivano a prospero fine. Enea Silvio Piccolomini, che
fu poi papa, ebbe a vergare molte lettere in proposito scusando i papi
per questa necessità di tener fronte al nemico comune: ma la dieta
d'Augusta nel 1510 levò alte querele sopra le esigenze pontifizie,
minacciando una generale rivolta contro il clero, se non vi si
riparasse.
Lo spirito latino che riunisce, e il germanico che separa, aveano
lottato incessantemente: e mentre quello avviava all'unità giuridica,
politica, religiosa, attuata anche nell'istituzione dell'Impero, questo
tendeva a separare, sia nei feudi, o nei Comuni, o nelle minute
signorie; e già pensava farlo nella religione, reluttando alla primazia
papale e all'accentramento romano. Che se l'opposizione religiosa in
Italia era ironica, beffarda, scettica, negava ma sottometteasi; in
Germania all'incontro procedea positiva, credente, collerica, e non
proponevasi solo di restaurare, ma di demolire per rifabbricare. Ai
nostri spettava il merito d'aver disonnato la ragione col pensiero,
colla libertà dell'arte, collo studio dei classici; ma la Germania,
dotata della curiosità scientifica, non del sentimento della bellezza
formale, apponeva ai nostri di cercare il risorgimento letterario, non
il filosofico; sprezzava l'arte italica, quanto gl'Italiani
vilipendevano la scienza tedesca: infelice divorzio, per cui questa
inarridì a segno da parere destituita d'ogni applicazione vitale, mentre
la letteratura nostra riducevasi a un trastullo, a uno svago dello
spirito. Nè aveano torto i Tedeschi quando la appuntavano di scostumata,
e Puyherbault diceva[312]: «A che buoni cotesti scribacchianti d'Italia?
Ad alimentare il vizio e la mollezza di cortigiani azzimati e di donne
lascive; a stimolare le voluttà, infiammare i sensi cancellare dalle
anime quanto v'ha di virile. Di molto siamo debitori agli Italiani, ma
da loro togliemmo anche troppe cose deplorabili. I costumi di colà
sentono d'ambra e di profumo; le anime vi sono ammollite come i corpi; i
libri loro nulla contengono di gagliardo, nulla di degno e potente, e
piacesse a Dio avessero tenute per sè le opere loro e i loro profumi!
chi non conosce Giovan Bocaccio, Angelo Poliziano, il Poggio, tutti
pagani piuttosto che cristiani? A Roma Rabelais immaginò il suo
_Pantagruele_, vera peste de' mortali. Che fa costui? Qual vita mena?
Tutto il giorno a bere, fare all'amore, socratizzare; trae al fiuto
delle cucine, lorda d'infami scritti la miserabile sua carta, vomita un
veleno che lontano si diffonde in ogni paese, sparge maldicenze e
ingiurie su ogni ordine di persone, calunnia i buoni, dilania i savj; e
il santo padre riceve alla sua tavola cotesto sconcio, cotesto pubblico
nemico, schiuma del genere umano, tanto ricco di facondia quanto scarso
di senno»[313].
E a Roma erano venuti a scuola quei che in Germania restaurarono gli
studj classici; Rodolfo Agricola di Friesland, professore ad Eidelberga,
che volle finir sua vita in un convento di Francescani; Lodovico Vives,
vantato per acuto giudizio, come il Buddeo per ingegno. Ma molti vi
moveano guerra arguta all'ignoranza de' monaci, o fossero umanisti come
Erasmo, o cavalieri come Hutten.
Questo Ulrico di Hutten, tutto entusiasmo pel suo paese, fece suoi studj
a Pavia; poi messosi soldato, qui scese con Massimiliano imperatore, fra
le orde che passavano le Alpi ustolando agli ori de' nostri palazzi,
agli argenti delle nostre chiese. Poeta e guerriero, portava sopra del
morione l'alloro, di cui l'imperatore avealo donato con seicento
zecchini; e indispettivasi contro quest'Italia, che ricusava d'essere
tutta dell'imperatore tedesco. Mosso con questo per distruggere Venezia,
lo aizzava contro quel _popolo di rane_, cui bersagliò in due poesie
_Marcus_ e _De piscatura Venetorum_, oltre una _Epistola Italiæ ad
Maximilianum_. In un epigramma introduce l'Italia a dire ad Apollo: «Tre
mi fanno la corte; uno pien di mala fede, l'altro di vino, il terzo
d'orgoglio. Poichè m'è forza sottomettermi, dimmi qual giogo sia meno
grave. — Il veneziano è perfido sempre, rispose Apollo: sempre
orgoglioso il francese; il tedesco non è sempre ubriaco: a te la
scelta».
Combattendo, cantando, amorazzando scorre l'Italia, cogliendo un morbo
che gli costò spasimi e denaro. Fra Roma e Viterbo assalito da sei
Francesi, li pose tutti in fuga benchè ferito, sul che scrisse un
epigramma _In quinque Gallos a se profligatos_; sentendo a Roma beffare
la Germania da sette giovani, li sfida tutti; fa un trattato storico
sulla continua reluttanza dei papi verso gli Imperatori: nella _Trinità
romana_ per rendere odiosa la Corte pontifizia, sostiene che da Roma si
riportano tre cose; mala coscienza, stomaco guastato, borsa smunta; che
tre cose ivi non si credono, l'immortalità dell'anima, la risurrezione
dei morti, l'inferno; che di tre cose vi si traffica, grazia di Cristo,
dignità ecclesiastiche e donne.
Attaccò lite con Erasmo da Rotterdam, che rispose _Spongia Erasmi
adversus aspergines Hutteni_: fece una _Oratio ad Christum pro Julio II
ligure pontifice_; scrisse pure gli _Apophtegmata Vadisci et Pasquilli
de depravato ecclesiæ statu_; ripubblicò il trattato del Valla contro la
donazione di Costantino, e più tardi la bolla di Leone X contro Lutero
con glosse interlineari e marginali mettendola in ridicolo, e fu detto
il Demostene tedesco per le sue filippiche contro il papa. Più si
divulgarono le sue _Epistolæ obscurorum virorum_, ove imprestava il
linguaggio dell'ignoranza e i sofismi della malizia ai monaci con
tant'arte, che molti non s'accorsero fosse ironia.
Giulio II, pontefice armato, non gli parve solo un'anomalia, ma un
tiranno, un sarmato di folta barba, di capelli arruffati, di occhio
fiero, di labbra incollerite; invoca un Bruto che ne liberi Roma[314];
ogni città che il papa prende, è un usurpazione ai diritti di Cesare; a
Cesare spetta la dotta Bologna; a Cesare la città de' sette colli; a
Cesare Parma e Piacenza, dove i suoi antecessori resero giustizia; a
Cesare il governo temporale, lo spirituale a Cristo, a' suoi apostoli ed
ai predicanti evangelici, che annunziano la dottrina di Cristo[315]. A
Roma, centro del sapere e delle arti belle, asilo de' profughi di
Grecia, palestra de' sapienti di tutto il mondo, ove dipingeasi la
Sistina, ove adunavansi la biblioteca e il museo vaticano, non iscorge
che una folata d'avvocati, di giuristi, di procuratori, di bollisti, che
succhiano il sangue della Germania[316]: fra tanti cardinali e prelati
non vede una figura tedesca, bensì fra' mulattieri, portacqua, mozzi di
stalla: attorno alla fabbrica di San Pietro non trova a lavorare che due
operaj, un de' quali zoppo[317]. Tant'è vero che ognun vede quel solo
che vuol vedere. Ma egli se ne indigna, ed esclama: «Spezziamo i nostri
ceppi, gettiamo via il costoro giogo», e la parola collerica, formulata
in bei versi, tuona nella Germania, che risponde: «Spezziamo i ferri,
sottraiamo il collo all'Italia, degenere, avvilita»[318] e gloriandosi
di tale guerra, egli adotta per motto _Lo osai_ (_Jch hab's gewagt_).
Di maggiore attenzione vuolsi onorare Erasmo di Rotterdam (1467-1536).
Talento universale; non devoto ad alcuna teorica filosofica, pure di
spirito filosofico, a questo accoppiava lo spirito comico, che adoprò a
osteggiare di tutta forza la scolastica, ancora dominante in Germania,
in contraddizione dell'altro insigne filologo Reuclin[319] volendo
fondare una teologia ampia e illuminata. Coll'edizione de' Padri e della
Bibbia e coi commenti a questa diede impulso all'interpretazione
razionale delle sante scritture secondo il senso letterale; e se, per
fare onta ai teologanti, dava importanza alla erudizione, questa diresse
a intento pratico con libera indagine.
Più solita lode gli si dà di buon umanista. Talmente invaghito de'
classici, che non avrebbe voluto altro parlare che il latino e il greco,
trovando barbari tutti gli altri linguaggi; in Italia si astenne
dall'imparare nemmanco le frasi più famigliari, tanto che ne corse
pericolo della vita; disapprovava che ai fanciulli s'insegnasse il
francese, idioma barbaro e strano, che scrive diverso da quel che
pronunzia; rinunciò una cura in Inghilterra per non parlare inglese;
neppure mai capì la favella di Basilea, dove fece sì lunga dimora.
A tacere le edizioni e i commenti di tanti autori, fra le opere
precettive scrisse il _Ciceroniano_, per ribattere que' saccenti
italiani, che non tolleravano nessuna parola se non usata da Cicerone; e
mette in caricatura un di costoro, che da sett'anni non avea letto altro
che Cicerone; nel suo studio teneva unicamente il busto di Cicerone;
sigillava coll'effigie di Cicerone; in quattro enormi volumi avea
registrate tutte le parole adoprate da Cicerone, tutte le diverse
accettazioni di ciascuna, tutti i piedi e le cadenze con cui cominciano
e finiscono i periodi di Cicerone; conchiude col lepido racconto
dell'iniziazione d'un cittadino romano in un circolo di ciceroniani a
Roma[320].
Enumerando i tanti dotti che conobbe in ogni parte di quest'Italia, dove
Lutero non imbatteva che ignoranti e briaconi, dice avere, davanti a
Giulio II, inteso un oratore fare una predica, in cui nominava Giove
ottimo massimo che tutto muove colle sopraciglia, e paragonava il papa a
Decio, a Curzio, ad altri che per la patria furono prodighi della vita;
il meno che parlò fu della morte di Cristo, e le parole e i sentimenti
applicò solo sull'autorità di Cicerone, e l'uditorio ammirò costui
d'avere parlato così romanamente e ciceronianamente[321].
Già illustre in Germania, in Francia, in Inghilterra, Erasmo era venuto
in Italia nel 1506: a Torino ottenne la laurea dottorale; rimase un anno
a Bologna, dove ha potuto conoscere Alessandro Farnese, Ottone Tuchses,
Stanislao Oslo, Cristoforo Madruzzi, Ugo Buoncompagni, scolari circa
quel tempo, e dappoi cardinali e l'ultimo anche papa; cacciatone dalla
peste, vide Padova, piena di tanti eletti ingegni, che voleva
intitolarla l'Italia dell'Italia; e nella cui Università si usava piena
licenza nell'interpretare Aristotele e i suoi commentatori. Eccitava
Ambrogio Leone professore a Napoli a pubblicare la sua grand'opera
contro Averroè[322].
Alle bellezze del nostro cielo, all'ubertà del suolo, alla squisitezza
delle arti belle non sentesi preso; dell'entusiasmo, dei dotti non solo,
ma dell'intera città quando si scoperse il Laocoonte, neppure un motto
egli fa in lettere, dove avverte attento la quantità fallata d'una
sillaba, o l'interpretazione mal côlta d'un versetto. Pure onorava i
nostri ingegni, sino a fare sinonimo italiano e dotto: _mihi Italus est
quisquis probe doctus est, etiam si apud Ibernas_[323]. Di qua delle
Alpi riconosceva già infranto il giogo dei Tomisti, degli Scotisti,
degli Aristotelici; che se nelle moltitudini e nell'insegnamento
ufficiale abbondavano pregiudizj, errori, superstizioni, era concesso
combatterli sul serio o voltarli in beffa.
E a quest'ultimo partito s'appigliò Erasmo, con quel genio burlevole che
è tanto micidiale alla verità, quanto opportuno per demolire. E come i
beffardi, poco bada alla verità.
Egli accerta che a Roma pretesero dimostrargli, non corra divario tra
l'anima delle bestie e degli uomini; avere udito colle proprie orecchie
bestemmiare Cristo impunemente, e detti orrendi pronunziarsi fino da
ministri della reggia pontificia, e proprio nella messa e ad alta
voce[324]: accuse generiche, e che il buon senso repudia.
Ma mentre credea trovare qui la tranquilla sede delle arti e della
dottrina, s'imbattè nella guerra recata dalla turpe lega di Cambrai;
Bologna assediata da Giulio II che poi vi fa ingresso trionfale; pel
quale anche in Roma festeggiasi il marziale pontefice. A glorie sì poco
dicevoli dava poi Erasmo risoluta disapprovazione negli _Adagia_, con
eloquenza risentita esponendo i danni della guerra, e viepeggio tra
Cristiani, e la stoltezza degli uomini che affiggono merito all'uccidere
e farsi uccidere; e vi raffaccia Leone X, agnello a nuocere, leone
contro gli empj, e tutto occupato a rimettere in concordia i
principi[325]. A Roma lo accolsero i cardinali, principalmente quelli di
San Giorgio e di Viterbo, e Matteo Langio vescovo d'Albano, e il De
Medici che presto divenne Leone X; il cardinale Campeggi gli regalò un
anello con diamanti, pel quale Erasmo gli scriveva: «Il fuoco dell'oro
mi sarà sempre simbolo della tua presenza cardinalizia, e la gratissima
luce del diamante mi rappresenterà sempre la gloria del tuo nome». Il
cardinale Domenico Grimani, che aveva una biblioteca di ottomila
volumi[326], lo considerava come un luminare della Chiesa di Cristo, e
non che prodigargli cortesie, pareva prendersi soggezione del povero
frate; gli esaltava i begli orizzonti nostri, il dolce clima; e che il
suo posto doveva essere fra i grecisti, i poeti, i pittori che
attorniavano Giulio II.
Roma, che affaticavasi a rigenerare gli spiriti mediante la forma, nel
marmo scolpito ammirava la natura idealizzata; Erasmo, come Hutten, come
Lutero e gli altri tedeschi, cercava Dio nell'uomo, non nelle opere
d'arte; sapeagli d'idolatria l'ammirazione plastica, e che nocesse al
movimento spiritualista il volgersi al marmo anzichè alla scrittura.
Questi disdegni erano rimbalzati dagli Italiani, che consideravano per
barbari que' Tedeschi, i quali non faceano dipinture sì belle, non
verseggiavano così squisito, non usavano il latino ciceroniano. Pure
Giulio II offrì ad Erasmo una carica in corte; ed egli in fatti
desiderava pigliare stanza nella gran città, per godervi i vantaggi
della biblioteca papale, mentre «fra noi (dicea) si penuria di libri
sacri greci: la stamperia Aldina non ci diede quasi altro che autori
profani: a Roma i buoni studj han non solo tranquillità, ma anche
onorificenze»[327].
Malgrado di ciò; malgrado che si deliziasse di que' facili costumi, e a
Fausto Anderlini descrivesse le voluttà, «per le quali (diceva) non gli
rincrescerebbe rimanere dieci anni fuori del tetto paterno»[328], fra
breve mosse per l'Inghilterra, traversando il Comasco, le Alpi Retiche e
Coira. Lungo il viaggio sbozzò il suo _Elogio della Pazzia_, dove
schizza veleno contro gli ecclesiastici; e, quel che parrà strano a chi
non intende i tempi, lo finì in casa di Tommaso Moro gran cancelliere
d'Inghilterra, il quale perì martire del cattolicismo, e sotto la
protezione del famoso cardinale Wolsey, del vescovo di Rochester, di
altri prelati, irremovibili cattolici.
In quell'_Elogio_ pajono oggi triviali, a forza d'essere ripetuti, ma
allora sonavano arguti e nuovi i motti contro il traffico delle
indulgenze, le espiazioni per l'anime purganti, l'efficacia di certe
formole, il culto di certi santi, ove si trasformò Polifemo in
Cristoforo, Ippolito o Ercole in Giorgio: burlava quelli che, se han
visto un san Cristoforo, credono che quel giorno non morranno di mala
morte; che torneranno salvi dalla guerra se recitino certe preci
all'effigie di santa Barbara; che accendono candelette a sant'Erasmo per
far guadagni. Così berteggia le insulse quistioni de' teologi, le
sottili loro distinzioni, le dispute di parole, l'intolleranza d'ogni
dissenso, quasichè nè il battesimo, nè l'evangelo, nè Pietro e Paolo, o
Girolamo e Agostino, nè l'aristotelicissimo Tommaso renda cristiano,
bensì l'assenso di costoro, i quali altrimenti sentenziano una
proposizione di scandalosa, o poco riverenziale, o eretica. E per tali
sofisterie si disistimano; han professata l'apostolica carità, e si
odiano pel differente colore della tonaca, o il differente modo di
cingerla. E qui sul vario vestire e sull'interminabile nomenclatura
degli Ordini, sulle salmodie, sui digiuni, sul sudiciume, sulla
moltiplicità delle regole, e il predicare a sottigliezze o a sillogismi,
e con mescolanze strane, egli s'abbandona a celie tanto facili quanto
insulse. Meglio attacca quelli che, sulla fiducia delle indulgenze,
addormentano la coscienza, e quasi con l'oriuolo misurano la durata del
purgatorio, calcolandone a minuto i secoli, gli anni, i giorni. Non v'è
mercante, o soldato, o giudice che, rubati migliaja di scudi,
coll'offrirne uno non creda tergere «ogni labe dell'alma ed ogni ruga».
Rincalza questo bersagliare ne' _Colloquj_. Dall'Eco fa dichiarare i
monaci sciocchi (_monachos_-αχος), che cercano il sacerdozio per l'ozio;
beffa i Domenicani di intitolarsi cherubici e i Francescani serafici, e
contro questi si scaglia irreposatamente. Nelle _Esequie Francescane_
favoleggia la loro storia, con poca riverenza al fondatore dell'Ordine e
alle sue stimmate, e alla liberazione di tante anime dal purgatorio nel
suo giorno, e veemente inveisce contro l'avarizia e ricchezza di que'
suoi, i più mendichi fra' mendicanti. E quando uno degli interlocutori
domanda all'altro se non s'accôrse che taluni ridessero a quelle scene,
risponde, s'accôrse, ma supponeva fossero «di quegli eretici, di cui
oggi formicola il mondo»[329]. Nel _Pellegrinaggio_ volta in canzone le
visite ai santuarj non solo, ma il culto de' santi e di Maria. Nei
_Funerali_ atteggia le esequie di un soldato, arricchito con mezzi
illeciti, che in punto di morte chiama i cinque Ordini mendicanti e il
curato, i quali s'abbaruffano finchè rimangano soli due Ordini, dai
quali il morto viene sepolto solennissimamente, dopo avere obbligato la
moglie e i figliuoli a fare i voti, e dividere l'immenso retaggio tra
Francescani e Domenicani. Nell'_Ictiofagia_ un penitente non vuole
gustare carne nè ova, sebbene gliene prescriva il medico, e intanto non
si fa scrupolo di eludere un creditore con falso giuramento.
Nell'_Inquisizione_ giunge fino ad asserire che pel cristiano basta il
credere al simbolo apostolico, al quale molti non credono a Roma; e a
chi abbia questa fede, la scomunica non reca pregiudizio, quand'anche
mangiasse diverse carni al venerdì. Nel _Naufragio_, mentre sulla nave
tempestata tutti urlano di terrore, e si votano a quanti han santi le
litanie, un solo non prega che Dio, non attende salute che da Dio. E
negli _Adagia_ e nel _Ciceroniano_ e nella _Bibbia_ greca non v'è male
che non dica contro i monaci, come rappresentanti l'ignoranza, la
ghiottornia, il libertinaggio; ed empì la letteratura e il mondo di
aneddoti bizzarri contro queste degenerate società, i quali accolti
senza disamina, ne crebbero lo scredito, e li posero senz'armi e senza
fiducia di fronte ai prossimi attacchi.
Gœtz di Berlichingen, nel quale Göthe personeggiò il medioevo cadente,
con cuor d'acciaio e mano di ferro difende contro il diritto nuovo la
feudalità, combattuta dall'esercito imperiale e dall'insurrezione de'
villani, e si crede ancor potente a fiaccarlo. Ma come vede in man di
suo figlio un libro, questo prodotto della neonata stampa lo getta nella
disperazione, sentendo perito l'antico mondo da che un figliuolo di
barone preferisce alla spada il libro, forza nuova che tutto invaderà. E
questa forza, benedetta e cullata dai papi, or si voltava contro di loro
efficacissima. Perocchè, se scherzi di petulanza eguale a quella
d'Erasmo erano stati usati dai nostri novellieri e satirici, i costoro
libri sfogliavansi da pochi, mentre adesso vi veniva ausiliaria la
stampa, e dei _Colloquj_ si diffusero ventiquattromila esemplari,
milleottocento dell'_Elogio della Pazzia_ la prima volta; poi ben
trentuna edizione e i graziosi intagli dell'Holbein lo resero popolare.
Per conseguenza in Erasmo personificavasi il nemico de' frati, e a lui
si dirizzavano quanti aneddoti e fatti comparissero in proposito, come
testè faceasi al Gioberti di quelli contro Gesuiti. Il giureconsulto
milanese Andrea Alciato, che, essendo professore a Bourges, aveva avuto
scolaro Calvino, e che, al leggere la _Diatriba_ di Lutero contro la
Sorbona smascellavasi dalle risa, asserendo che nulla di più arguto
erasi inteso da Aristofane in poi, al Mallio, che mostrava intenzione di
farsi francescano, diresse una lettera ove snudava gli abusi della vita
monastica, con libertà non minore di Erasmo. Francesco Calvi di
Menaggio, che col nome di _Minicius_ vendeva libri a Pavia, e che anfanò
per diffondervi quelli di Lutero, spedì subito quella lettera ad Erasmo,
e pensava farla pubblicare dal Frobenio di Basilea, editore delle opere
eretiche. Del che fra corrucciato e scherzoso, l'Alciato gli scriveva:
«Ah tristo di Calvi! ah capital nemico mio se ciò farai! Che mi varranno
le veglie e i tanti studj? Se tu mi propini questo veleno, vorrei
piuttosto esser morto. Lutero, i Piccardi, gli Ussiti e gli altri nomi
d'eretici non saranno così infami come il mio, se tanto avvenga. Non
sai, o fingi non sapere la potenza di questi cucullati, l'arabbattarsi,
il declamar dal pulpito, l'esecrazione fra il popolo, le detestazioni e
gl'infiniti guaj che (gli Dei me ne scampino) ricadran sul mio capo?
Intenterò processo d'ingiuria, prima a te come corifeo, poi ad Erasmo,
poi al Frobenio; invocherò uomini e Dei; moverò ogni pietra per
iscagionar me, e imputare voi soli»[330].
Erasmo feriva anche i vescovi, che, dimentichi del nome, affidano il
gregge di Cristo a frati; e i papi, che «tanto avrebbero a operare se
pensassero ad esser vicarj di Cristo, cioè emularne la povertà, gli
stenti, la dottrina, la croce, lo sprezzo della vita; invece non si dà
viver più soave e men cruccioso del loro: e credono aver soddisfatto a
Cristo quando, in mezzo a scenico apparato e cerimonie fastosissime, coi
titoli di beatitudine, di riverenza, di santità, trinciano benedizioni o
scagliano anatemi. Padri santissimi, a nessuno mostransi tanto rigorosi
come a chi intacca il patrimonio di san Pietro: con tal nome chiamano i
campi, le borgate, i dazj, le giurisdizioni, e per esse guerreggiano,
spargono il sangue; e mentre la Chiesa fu fondata, confermata, cresciuta
col sangue, or la sostengono col ferro».
Ci fu chi rispose ad Erasmo: la Sorbona lo imputò d'eretico per molte
proposizioni, ed egli se ne difese con un'_Apologia_ ai teologi di
Lovanio, dicendo che lo scopo de' _Colloquj_ era di porgere le formole
colle quali dir latinamente che che si fosse; ed essendo dialoghi,
bisognava serbasse il costume della persona introdotta. Venendo poi ai
particolari, cerca scagionarsi di proposizioni, in verità più che
ardite; per esempio, che la confessione sia un trovato de' caporioni
della Chiesa; che sia indifferente il mangiar qualsiasi cibo; e del
celiare sulle indulgenze, e più sui voti, e deridere l'intercessione di
Maria e de' santi. Aveva anche a contrapporvi altri passi, ove lodava
tutto ciò: riflette che il criticare gli abusi equivale ad approvar
l'uso: dice d'aver ammonito contro le false vocazioni, non contro
l'entrar monaca[331]; nella _Pietà puerile_ insegnato a ben udire la
messa, ben confessarsi; aver esortato a conservare le usanze de'
maggiori, quand'anche men lodevoli, e fin tollerare la tirannide,
piuttosto che avventarsi nelle rivoluzioni[332]. Non tace che certi
punti non erano ancora stati chiaramente definiti dalla bolla di Leon X,
e molti si discuteano liberamente prima dell'editto di Carlo V.
Nell'edizione del Nuovo Testamento diede esempio di sagace critica, di
grand'accuratezza nel confronto de' manuscritti; tanto più che la famosa
Bibbia Complutense era ancora in lavoro. Certo restò lontano dalla
critica odierna, dal culto letterale delle Scritture e dall'esegesi
audace che discute l'autenticità dei testi sacri, ma osava impugnare
l'impeccabilità della vulgata, sicchè sgomentò molti timorati, e trovò
gran contraddittori. Poi nelle note e nelle parafrasi cercò il senso e
lo spirito del libro santo, e desiderava fosse diffuso. «Il sole
illumina tutto il mondo. Perchè non altrettanto dee fare la dottrina di
Cristo? Io non la penso come quelli che non vorrebbero che la sacra
scrittura in vulgare si leggesse da' privati; quasi gl'insegnamenti di
Cristo fossero tanto astrusi da rimanerne solo capaci pochi teologi; o
quasi la sicurezza delle scritture dipendesse dall'ignorarle gli uomini.
Celino i re al popolo i misteri de' lor gabinetti; ma Cristo volle che i
suoi misteri ricevessero la maggior pubblicità. Vorrei vedere anche le
femminelle leggere l'evangelo e l'epistole di san Paolo, e che la
Scrittura venisse tradotta in tutte le lingue, e corresse nelle mani non
solo di Scozzesi e Irlandesi, ma fin di Turchi e Saracini»[333].
Ebbene, tutto ciò nol toglieva dalla grazia dei papi. Il cardinale De'
Medici l'avea sempre difeso quando i prelati sentivano punti e sè e la
religione: e mostrava lettere dove lodava la scienza e la virtù di
ciascuno. E quando divenne papa, Erasmo scriveva, da lui sperare
restituiti i tre precipui beni dell'umanità: la pietà cristiana, le
ottime lettere, la concordia del mondo cristiano, fonte e generatrice
della pietà e dell'erudizione[334]. Che se Leon X non gli attenne tutto
quello che aveagli fatto intravedere da cardinale, raccomandollo a
Enrico VIII, scrivendo che l'amore innato delle lettere eragli cresciuto
cogli anni, perchè osservò che quei che le coltivano sono attaccati di
cuore ai dogmi della fede, e ch'esse formano l'ornamento e la gloria
della Chiesa cristiana (10 luglio 1515). Di più fece coll'accettarne la
dedica della tradizione del Nuovo Testamento[335], col che lo pose a
schermo dalle accuse d'eterodossia, appostegli da Stunica, da
Hoogstraten, da Lee, da Carenza, da Egmont, da altri. Adriano VI gli
offrì un decanato: Clemente VII gli fece altre esibizioni e il dono di
ducento fiorini: Paolo III pensò elevarlo cardinale[336]; e ben lo
meritava egli se si badasse non al suo pensare e scrivere, bensì
all'esser egli promotore benemerito del gusto classico e degli studj
umanistici, benchè al severo gusto de' nostri il suo latino paresse di
lega men pura[337].
Il pio e dotto vescovo Sadoleto fin dal 1524 gli scriveva ringraziandolo
di avere scritto lettere piene di pietà e d'osservanza verso un papa
veramente sommo ed ottimo, la cui liberalità verso di lui sarebbe ancor
più grande se non si trovasse alle strette di tempi difficilissimi e fra
ingenti spese, ma cercherà luogo d'onorarlo e ingrandirlo. Si congratula
de' libri suoi, pei quali vivrà presso i posteri. E poichè scriveva che
lui già sul declino (_jam deficientem_) Dio solo potea beare, ravvisava
in ciò la pietà sua, ma non potea credere in calo l'uomo, di cui i
secoli celebrerebbero la memoria; frutto che non è da sprezzare, sebben
inferiore ai premj celesti[338]. Più tardi, lodandolo, l'esortava a
cessar dalle contese, e ommettere le cose che, sebbene non aliene dalla
vera pietà, contraddicono però alle inveterate opinioni popolari.
Entrambi piuttosto (soggiungeva) per quanto valiamo, ajutiam virilmente
l'afflitta fede cristiana. E altrove torna pregarlo a desistere dalle
contumelie, ed ammonire con affetto paterno, nè opporsi a certi popolari
culti d'immagini e di santi, che vengono da pietà, benchè sia meglio
fissar il pensiero in Cristo solo. E gli ricorda d'aver un tempo animato
il papa a concedergli un insigne sacerdozio in Germania, e questi
l'avrebbe fatto se non l'avessero distolto calunnie: e d'aver dissuaso
lo Stunica dallo scriver contro di esso[339].
Fatto è che ogni scritto di Erasmo era un avvenimento; e gli procacciava
come grandi amici, così grandi avversarj; ed egli ingrazianivasi prelati
e principi colle cortigianerie, e col metter sempre una frase che
medicasse la audace o pungente. Era re dell'ironia[340], ma per usarla
contro un privato si richiede o il coraggio del virtuoso, o la codardia
del calunniatore. Al carattere di Erasmo si affà meglio la satira
generale, a cui nessuno può contraddire, e da cui nessuno in particolare
rimarrà ferito; e dove non si potrà snudare la menzogna, perchè è
generica l'accusa. Taccerà d'ignoranza i frati di Germania, stando in
Inghilterra; di scostumatezza i frati d'Italia, dopo che d'Italia uscì;
questi ingiurierà in generale, ma lodando ciascuno in particolare; dirà
male de' papi, ma benissimo di Leon X e d'Adriano VI. Quando levò rumore
il _Dialogo tra Giulio II e san Pietro alle porte del paradiso_, ove
quello è accusato di briacone, omicida, scellerato, simoniaco, venefico,
spergiuro, rapace, lascivo, Erasmo protestò non esserne l'autore[341]. A
ciò è condotto chi sagrifica la verità all'opinione.
In effetto, egli prende i sette peccati capitali, e gli affigge come
abituali e comuni a chiunque porta cocolla, e sbizzarrisce in
istorielle, motti, quolibetti, in quegli aneddoti che il ricco, il dotto
ed il patrizio vulgo accetta senza esame, ripete senza discrezione, e
che il tempo tramanda alla non meno futile posterità.
Così, intanto che a Roma erano in favore i retorici, quando di
tutt'altro era bisogno, i teologi in Germania erano messi in burla da
Erasmo[342]. Ne' cui scritti e negli atti appare quanta fosse
l'oscillazione degli spiriti prima del concilio di Trento, e quanta la
confidenza nella ragione individuale. Erasmo poi professava non esser
disposto a morire martire della verità; e che, indotto in tentazione,
crede avrebbe imitato san Pietro. E in realtà egli non va catalogato fra
gli eresiarchi, come volle taluno; bensì fra que' malcontenti, che non
si prefiggono di distruggere, ma scalzano, danno impaccio al sistema
prevalente, senza averne uno da francamente sostituire. Abborrendo dalla
lotta, pareagli che anche il trionfo della verità saria compro troppo
caro col sangue; confida sempre ne' progressi della civiltà, e come
tanti altri, opina che la rivoluzione possa compiersi sulla carta o nel
gabinetto, senza che se ne intrometta il popolo; — il popolo, che invece
n'è il solo attore effettivo.