DISCORSO IX.

ERESIA SCIENTIFICA E LETTERARIA. PAGANIZZAMENTO DELL'ARTE, DELLA VITA.

ERESIA POLITICA.

Fra i tanti pregiudizj letterarj, con cui offuscano gl'intelletti le

deplorabili scuole odierne, v'è questo, che il medioevo fosse un'età

trista, melanconica, di penitenze e digiuni, di pellegrinaggi e

flagellazioni, di demonj e fatucchiere; ove le minaccie dell'altra vita

conturbavano questa, deserto arido, esiglio espiatore, tremebondo

dinanzi a potenze arcane, avide del dolore e non esorabili che col

dolore. Eppure, chi vi guarda, troverà che i sentimenti affettuosi vi

aveano ricevuto sviluppo, fino a scapito della ragione; la cavalleria

fondavasi tutta sulle simpatie, e di là vennero i racconti che più

sorrisero alle fantasie moderne: in capo a tutte le devozioni stava la

madre del Bell'Amore: il misticismo era un eccesso dell'amor di Dio,

come molti Ordini monastici portavano all'eccesso l'amor del prossimo:

lo spiritualismo era austeramente dolce, sino in que' frati, che non

solo nelle novelle ma ben anco nelle storie ci sono esibiti come

bontemponi, motteggiatori, burleschi, che le prediche stesse

drammatizzavano, che ogni funzione cominciavano e finivano coi canti,

che composero tutte le laude e molte delle rappresentazioni, colle quali

edificavano insieme e ricreavano la plebe di Cristo. Il vulgo vivea

contento, perchè non concepiva soddisfazioni maggiori, e perchè i

sofferimenti, inseparabili dalla vita, considerava quale conseguenza

inevitabile del peccato, ma espiatrice e meritoria. Le cronache parlano

continuo delle feste che ripetevansi ad ogni occasione; devote, o

popolesche, od aristocratiche, ma sempre accomunate a tutto il paese. La

casa del contadino non era molestata dall'esattore; non la sua chiassosa

allegria dal gendarme; non la sua figliolanza dalla coscrizione; e se

fosse possibile spogliarci dell'intirizzente raziocinio e dell'egoismo

odierno, ben altra ci si presenterebbe la vita d'allora.

Altrettanto dobbiamo abbandonar alle scuole e alla plebe degli scrittori

l'asserire che il medioevo non sapesse nulla, e colpa ne fosse il clero.

Il medioevo serbò tutte, dico tutte, le cognizioni dell'antichità, e

n'aggiunse moltissime. Il clero, sol che l'avesse voluto, potea spegnere

l'antica face della civiltà, giacchè egli solo l'aveva in mano; e in

quella vece la tenne viva ed alzata, e faticò a propagarla per quanto

era fattibile tra le inenarrabili sventure di quell'età.

Dove conservaronsi tutti i manuscritti dell'antichità? chi li

trascrisse? Dicono che il clero ne abbia lasciato perire alcuno per

ignoranza o per usar quella carta a scrivervi lavori che ad esso più

importavano. Foss'anche colpa l'usar mezzi proprj a proprio utile, è

ampiamente riscattata dal merito de' tanti tramandatici, e ne loda il

buon gusto il vedere che questi sono i capolavori del genio classico.

Nè è da trascurare che i paesi più istruiti d'allora erano l'Italia e la

Spagna; e sono appunto quelli che respinsero il protestantismo. Qui da

noi in generale, discutendo l'applicazione, non s'impugnava il

principio; l'Inquisizione, nel secolo XV, ebbe poc'altro che a

perseguitare maliardi e superstiziosi anzichè eretici, nè conosco quali

fossero quelli che combattè il famoso Giovanni da Capistrano, nè quelli

che dalla Francia e dalla Lombardia si erano ricoverati fra i monti

della Valtellina, e alla cui conversione andò il beato Andrea Grego di

Peschiera, domenicano di San Marco in Firenze, che morì il 1455, dopo

dimorato quarantacinque anni fra que' pastori e carbonari alpini. Neppur

potemmo accertare che cosa fosse la _setta pitagorica_, diffusa in tutta

Italia, alla quale diceasi appartenere Arnaldo di Villanuova; oppure la

società segreta che avea giurato la distruzione del cristianesimo, e

della quale parla con sbigottimento la _discesa di san Paolo

all'inferno_[193]. Il cronista Ser Cambi, al 1453, scrive che Giovanni

Decani, medico, il quale non credeva la resurrezione de' morti, fu

condannato alla forca a Firenze; e in quel anno morì Carlo d'Arezzo

cancelliere della signoria, ed ebbe grandissime doti: «Dio l'abbia

onorato in cielo, se l'ha meritato; non che si stimi, perchè morì senza

confessione e comunione, e non come cristiano». Lodovico Cortusio

giureconsulto, morendo a Padova il 17 luglio 1418 lasciò per testamento

che amici nè parenti nol piangessero; se no, rimanessero diseredati,

mentre suo legatario universale sarebbe quello che ridesse di miglior

cuore: non parare a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica

invece delle campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano

insieme col clero, cantando _alleluja_ tra viole, trombe, liuti,

tamburi, ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una

bara a panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici

donzelle vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una

dote. Non rechino candele, ma ulivi e palme e ghirlande di fiori; non lo

seguano monaci che abbiano la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di

nozze che di funerale fu sepolto in Santa Sofia. Il nostro secolo, che

tanto s'intende di libertà, lo chiamerebbe un libero pensatore.

Ma intanto il mondo si era trasformato, fissate le genti sul suolo che

diverrebbe lor patria; e restauratasi l'antica coltura, si

moltiplicavano le scoperte, si sentivano nuovi bisogni.

Non limitandosi a dirozzare la società nuova, la letteratura pretendeva

modificarne le credenze e gli atti, ritornando nelle teoriche e nella

pratica verso il paganesimo. Le scienze, allattate nel santuario e

disciplinate dagli scolastici come un esercito sotto al Verbo di Dio, or

disertavano, e dilatandosi mediante la stampa, mordeano il seno che le

avea nudrite. Passando dal periodo credente al pensante, l'uomo

s'appropriava col raziocinio le verità, che fin là avea ricevute dalla

fede, e mentre fin allora la religione era, quale Grozio la definì,

unico principio dell'universale giustizia, or non più soltanto dalla

Chiesa domandavasi in che modo servire meglio a Dio e al prossimo.

Platone avea detto: «Filosofia è imparare a conoscer Dio: filosofare è

amar Dio: filosofare è imitar Dio»[194], onde fu preferito dai primi

Cristiani, ma condusse facilmente nell'idealismo. La filosofia

scolastica, tutta armata di logica, avea preso per oracolo Aristotele,

in verità maestro eccellente, poichè in esso trovasi anche la critica

degli altri sistemi, mentre Platone non dà che il proprio dogma.

Aristotele anch'esso proclama e dimostra il Dio supremo, la legge

morale, l'anima immortale: ma al Cristiano che attende tutto da Dio,

poteva essere fedel maestro questo, che esagera la potenza della natura

e l'efficacia dell'umana volontà? Egli che erige in principio supremo la

natura, poteva rimanere l'oracolo d'una scienza tutta religiosa? Poi

esso giungeva in Europa nelle versioni e nei commenti de' Musulmani, che

gli aveano prestato sentimenti assurdi e sofisterie; che traducendo

teosofizzavano l'autore, e in modo fantastico osservando il mondo,

applicavano l'astronomia all'astrologia, l'astrologia alla medicina. I

nostri, nel tradurre quelle traduzioni, nuovi errori vi sovrapposero; nè

la critica sapeva riconoscervi l'alterazione, mentre l'idolatria

professata ad Aristotele impediva di supporlo in fallo; donde una

miscela d'arabo, di scolastico, di cristiano, bastardume sterile, e

indicifrabile a quei che voleano conciliarlo colla teologia dogmatica.

Al movimento razionale repugna assolutamente l'islam, avverso ad ogni

cultura civile e profana; pure un istante la protezione de' califfi gli

diè tale impulso, da sorgerne un'età dell'oro della coltura musulmana,

sebbene esagerata da coloro che imputano ai Cristiani d'averla respinta.

Quegli italiani che il fanno, e che deridono o riprovano le crociate

pensino che l'islam stabiliva il despotismo teocratico, dove non

famiglia, non ceti, non liberi possessi, non gerarchia; bensì

un'eguaglianza assoluta, ove tutto può la volontà d'un solo. Un tale

despotismo, più robustamente attuatosi nei Turchi, represse la coltura

degli Arabi a tal segno, che più non ne serbano nè impronta nè ricordo i

Musulmani. Nella cristianità invece si riverirono e usufruttarono i loro

dotti e pensatori, e massime Averroè, vissuto verso il 1180, e che fece

quel Gran Commento, pel quale si disse essere stata la natura pienamente

interpretata da Aristotele; Aristotele pienamente da Averroè.

Gli Arabi, dopo ricevuta la rivelazione di Maometto, aveano cominciato

le dissensioni teologiche dall'eterna quistione del libero arbitrio e

della predestinazione (_Kadariti_ e _Giabariti_), donde passarono a

quella sugli attributi di Dio. Ma anche fra loro v'avea degli scettici;

v'avea degli increduli; vacillavasi tra l'entusiasmo religioso e il

libero pensare: e quel che fra noi la Scolastica, fu fra essi il Kaläm,

discussioni razionali sia per esaminare, sia per difendere colla

dialettica i dogmi attaccati. In tali esercizj la filosofia araba ampliò

i problemi de' Peripatetici, e accolse l'eternità della materia e la

teorica dell'unicità dell'intelletto.

E appunto la filosofia di Averroè s'appoggia sul panteismo; una sola

essere l'anima, e Dio essere il mondo. La generazione (secondo lui) non

è che un movimento. Ogni movimento suppone un soggetto. Questo soggetto

unico, questa possibilità universale è la materia prima. Essa è dotata

di ricettività, ma di nessun'altra qualità positiva, cioè può ricevere

le più opposte modificazioni; materia prima, senza nome nè definizione;

semplice possibilità. Ogni sostanza è dunque eterna per la sua materia,

cioè perchè può essere. Chi dicesse che una cosa passa dal non essere

all'essere le attribuirebbe una disposizione che mai non ebbe. La

materia non fu generata e non può corrompersi. La serie delle

generazioni è infinita da entrambi gli estremi: tutto quanto è possibile

passerà in atto, altrimenti v'avrebbe alcun che di ozioso nell'universo:

e nell'eternità non v'è divario tra il possibile e l'esistente. L'ordine

non precedette il disordine, nè questo quello: nè il movimento il riposo

o viceversa. Il movimento è continuo; ogni movimento è causato da un

moto precedente. Se il moto dell'universo si fermasse, cesseremmo di

misurare il tempo, cioè perderemmo il sentimento della vita successiva e

dell'essere[195].

Quest'unità degli spiriti fu trionfalmente confutata da san

Tommaso[196], e, nel XIV secolo, da Egidio di Roma, le cui opere

troviamo pubblicate ai primordj della stampa[197], dipoi da Gerardo di

Siena e Raimondo Lullo. Essi non fanno che esecrare quest'empio, il

quale identifica l'anima di Giuda e quella di san Pietro, nega la

creazione, la rivelazione, la Trinità, l'efficacia della preghiera,

della limosina, delle litanie, la risurrezione e l'immortalità, e

colloca il supremo bene nei godimenti. Egidio di Roma nel trattato _De

erroribus philosophorum_, lo taccia d'aver rinnovellato tutti gli errori

d'Aristotele, vie meno scusabile perchè direttamente intacca la fede

nostra; biasima tutte le religioni, non meno quella de' Musulmani che

quella de' Cristiani, perchè ammettono la creazione dal nulla: chiama

fantasie le opinioni de' teologi, e sostiene che nessuna legge è vera,

benchè possa esser utile.

E appunto una delle accuse principali contro Averroè si è la

comparazione delle leggi di Mosè, di Cristo, di Maometto. Aveano dovuto

istituirla i Musulmani per sostener la loro religione, ma Averroè più di

spesso e dogmaticamente accenna ai _tres loquentes trium legum_[198],

donde il crederlo autore del libro dei _Tre Impostori_, divenne arma per

colpire chiunque si volea screditare.

E veramente gli scolastici del secolo XIII vanno d'accordo nel riprovare

Averroè, ma ciò stesso mostra che v'avea dottori e scuole dov'era

riverito e insegnato; nè forse mal s'apporrebbe chi ciò attribuisse

principalmente a' Francescani, per opposizione ai Domenicani e ai

Tomisti. Certo ne parla con rispetto Roggero Bacone.

E qui è luogo a ripudiar due altri pregiudizj da scuola contro il

medioevo, opponendovi due meraviglie. La prima è la rapidità con cui,

senza stampa nè poste, si difondeano i pochi libri. Le poesie de'

Trovadori, appena prodotte, conosceansi in tutta Europa. Abelardo aveva

appena pubblicato le sue scettiche teorie a Parigi, e subito le si

possedeano in fondo all'Italia. I versi del Petrarca, lui vivo, gli

davano una gloria estesa quanto a qualsiasi poeta de' giorni nostri; e

meglio che a' giorni nostri s'aveva a Padova o a Bologna notizia di

opere prodotte a Marocco o al Cairo. Più che all'attività degli Ebrei,

io inclino ad ascrivere questo fatto alla grande e compatta società dei

monaci.

L'altra meraviglia è che, in secoli vituperati per intolleranza, non

s'avesse scrupolo di farsi scolari d'Ebrei e di Musulmani, tenendo le

scienze come un campo neutro, e salvo a condannarne gli abusi. Coi

Musulmani comunicavasi da un lato per la Spagna, dall'altro per la

Sicilia, oltre i viaggi d'Oriente: onde ben presto venne dai nostri

conosciuto Averroè. Ma il primo ad introdurne le opere nelle scuole fu

Michele Scoto nel 1230, e per queste fu ben accolto nella Corte degli

Hohenstaufen avversa ai papi; e Federico II, come re Manfredi, ebbe in

corte Ermanno tedesco traduttore[199].

Non si tardò a conoscere il pericolo delle dottrine d'Averroè, e la

Chiesa ne vietò la pubblica lettura, ma presto si sentì l'influenza del

peripatismo arabo sui filosofi nostri, e principalmente su Alberto

Magno, che nel 1255, per ordine di papa Alessandro IV compose a Roma un

trattato contro l'unità dell'intelletto, nel quale già si trova la

distinzione di verità filosofiche e verità teologiche[200]. Alberto

adduce 30 argomenti che sostengono quell'asserto, 36 che lo ribattono,

onde l'immoralità individuale gli sa numericamente più forte. Certamente

nel secolo XIV Averroè era riverito come il migliore fra i commentatori

d'Aristotele: Dante lo collocava coi più famosi antichi, e le sue opere

spandeano dubbj sulla vita futura.

Il rinascimento che allora seguì fu piuttosto letterario che filosofico,

e mentre stavasi ancora fedeli al sillogismo, il quale esclude le

gradazioni e modificazioni, introduceasi quell'espressione colta sotto

cui si palliano le divergenze d'opinioni. Di tale risorgimento

letterario è rappresentante Francesco Petrarca, il quale vuolsi noverare

fra' più efficaci sulla coltura europea pel tanto che adoprò a ravvivare

la tradizione classica, non tanto nella forma esterna, quanto nello

spirito intimo e libero, per cui considerava come barbarie il medioevo,

e come ignoranza tuttociò che derivasse da altro fonte che da' classici.

Pertanto egli sprezza affatto gli Arabi, e specialmente la loro

medicina, a cui s'innestavano l'astrologia e l'incredulità, ed esortava

a schivar tutto quanto derivasse da quella nazione[201]. E poichè alcuni

diceano che noi potremmo eguagliare, e forse sorpassare i Greci e tutte

le nazioni, eccetto gli Arabi, esclamava: _O infamis exceptio! o vertigo

rerum admirabilis! o italica vel sopita ingenia, vel extincta!_

Per questo sentimento e pel religioso egli professavasi ostilissimo ad

Averroè, e si piangeva che non ottenesse nome di dotto e filosofo chi

non aguzza la lingua e la penna contro la religione; chi non va per le

strade e per le piazze disputando sugli animali, e così mostrandosi

animale. Più uno accannisce contro la religione, più a' costoro occhi è

ingegnoso e dotto: ignorante chi la difende. «Per me (soggiunge) più

sento denigrare la fede di Cristo, più amo Cristo e mi confermo nella

sua dottrina, come un figliuolo, di cui la tenerezza filiale si fosse

raffreddata, la riscalda se ode attentarsi all'onor di sua madre».

Soleano essi (dice altrove) porre in mezzo qualche problema

aristotelico, o sulle anime; ed io tacere, o celiare, o avviar

tutt'altro discorso, o sorridendo chiedere come mai Aristotele avesse

potuto saper cose, dove non val la ragione, dov'è impossibile

l'esperienza. Essi stupivano, e in silenzio indispettivansi, e

guardavanmi come un bestemmiatore.

Uno di costoro, «i quali pensano esser da nulla se non abbajano contro

di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare esso poeta a

Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato quel detto dell'apostolo

delle genti: _Io ho il mio maestro, e so a chi credo_; e, «Tienti il tuo

cristianesimo, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e

cotest'altri ebber ciarle e nulla più; e deh! volessi tu legger Averroè,

che vedresti quanto ei sorvola a cotesti tuoi buffoni». Il Petrarca se

ne stomacò, e tutto dolce ch'egli era, prese pel mantello e mise fuor di

casa il temerario[202].

Anche altri quattro[203] faticarono per trarlo al loro pensare,

indispettendosi che prendesse sul serio la religione, e citasse Mosè e

san Paolo, e conchiusero ch'egli era un uomo dabbene, ma senza cultura.

E «se costoro (soggiunge) non temessero i supplizj degli uomini più che

quelli di Dio, impugnerebbero non solo la creazione del mondo secondo

Timeo, ma la genesi e il dogma di Cristo. Quando paura non li rattiene,

combattono direttamente la verità; nelle loro conventicole ridonsi di

Cristo, e adorano Aristotele senza capirlo. Disputando, in pubblico

protestano di far astrazione dalla fede, cioè di indagare la verità

ripudiando la verità, cercar la luce volgendo le spalle al sole. E come

non tratterebbero d'illetterati noi, poichè chiamano idiota Gesù?»

Non sentendosi abile a confutarli, il Petrarca esortava Luigi Marsigli

agostiniano a farlo, e «ribattere quel can rabbioso d'Averroè, che non

cessa d'abbajare contro Cristo e la religione cattolica»[204].

Pietro d'Abano (1250-1316) aveva introdotto Averroè nell'Università di

Padova, e con esso l'incredulo materialismo, e il considerar tutte le

religioni come eguali, supponendole nate sotto certi influssi di

stelle[205]; la qual fantasia dell'oroscopo delle religioni, più tardi

vedremo ripigliata da Pomponazio e da Pico della Mirandola. Pietro fu

accusato anche d'eresia, ma così vagamente, che alcuni lo imputano di

non credere ai demonj, altri di averne alcuni famigliari, che teneva in

un'ampolla. Dall'Inquisizione si salvò una volta; presone un'altra, morì

mentre gli si faceva il processo; il quale finì col dichiararlo eretico,

e ordinare ne fosse dissepolto il cadavere.

Giovanni di Gianduno, che con Marsiglio di Padova sostenne Lodovico il

Bavaro contro il papa, imparò o insegnò in quest'Università

l'averroismo. Dove pure Paolo da Venezia e frate Urbano da Bologna, che

nel 1334 ne stese un commento, ed altri, prima di Gaetano Tiene

(1387-1465), reputatone fondatore dal Facciolati e dal Tommasino; mentre

solo per l'alta sua nascita e per la scienza contribuì grandemente a

diffondere tal dottrina con un corso che in numerosissime copie fu

diffuso, ed ebbe credito nelle scuole italiche in tutto il secolo

seguente. Paolo di Venezia ( — 1429) agostiniano, soprannomato

_excellentissimus philosophorum monarcha_, ammettea francamente

l'unicità dell'intelletto secondo Averroè, benchè non ne deducesse

l'unicità delle anime. Anzi a Bologna ciò sostenne in pubblica disputa

avanti al capitolo generale del suo Ordine contro Nicolò Fava. Ma per

quanto si schermisse con tutta l'abilità dialettica, Ugo Benzi da Siena

gli gridò: «Fava ha ragione, e tu hai torto». Il Benzi era nemico del

Fava, onde Paolo esclamò: «In quel giorno divennero amici Erode e

Pilato», e così risolse in riso l'adunanza.

Onofrio da Sulmona, Paolo della Pergola, Giovanni da Lendinara, Nicola

da Foligno, Marsilio da Santa Sofia, Giacomo da Forlì, per nominar solo

i nostri, parteggiavano in quel tempo pel peripatismo d'Averroè nella

scuola di Padova. Nella quale, e all'abadia di San Giovanni in Verdara a

Bologna, Averroè godette venerazione; Michele Savonarola nel 1440 lo

chiama _ingenio divinus homo_, e affrettaronsi a commentarlo Claudio

Betti, Tiberio Cancellieri di Bologna, il Zimara, lo Zaccaria, Lorenzo

Molino di Rovigo, Apollinare Offredi, Bartolomeo Spina, Gerolamo

Sabbioneta, Tommaso da Vio; la famosa Cassandra Fedele veneziana ottenne

la laurea nel 1480, sostenendo tesi averroiste: Nicoletto Vernia, che

professava a Padova sin al 1499, era imputato d'aver diffuso quel veleno

per tutta Italia[206], e da lui imparò il Nifo: ma buoni amici

l'indussero a ritrattarsi. E chi cercasse negli archivj di quelle

Università, troverebbe ne' quinternetti le pruove de' molti studj

fattisi colà intorno all'averroismo, che regnava nelle scuole venete,

come il platonismo nelle toscane. Pertanto Francesco Patrizio illirico,

che presunse fondare una filosofia nuova, esortava il papa a sbandir

Aristotele come ripugnante al cristianesimo, a cui in quarantatre punti

aderiva Platone.

Ma se quello al materialismo, questo conduceva al misticismo; ed

entrambi all'incredulità. Gemistio Pletone di Costantinopoli

(1355-1452), venuto a Firenze per contrariare l'unione della Chiesa

greca colla latina, diffuse fantasie neoplatoniche, ed asseriva fra poco

la religione di Maometto e quella di Cristo perirebbero, per far luogo

ad una più vera, non diversa dalla pagana. Nel _Sunto dei dogmi di

Zoroastro e Pitagora_ contrappone la teologia gentilesca alla

ecclesiastica; e sebbene procedesse con cautela, il patriarca Gennadio

gl'interruppe l'apostolato. Restò inedito il suo _Trattato delle

leggi_[207], apologia del politeismo, i cui dogmi connette in un sistema

filosofico regolare, con organamento e leggi e culto, feste, inni e

preci per ciascun Dio. Insomma appare degno maestro di quel Pomponio

Leto, che davanti ai papi professava di voler annichilare l'opera di

Gesù Cristo.

Più erano coloro che bilanciavansi fra Aristotele e Platone, fra

paganesimo e cristianesimo: e in religione l'eccletismo striscia

all'eresia, se non è. Già nominammo Egidio da Roma, della nobilissima

famiglia Colonna, scolaro di san Tommaso, generale degli Eremitani, poi

arcivescovo di Bourges, eruditissimo nelle sacre scritture e nella

filosofia aristotelica, e fra i dottori cognominato il Fondatissimo. Or

egli dichiarava esserci cose che sono vere secondo il filosofo, non

secondo la fede cattolica: quasi due verità contrarie possano

sussistere. Tale proposizione venne condannata sotto Giovanni XXII, ed

egli si ritrattò; ma questa _eresia_ divenne comune nel secolo XV, e si

sosteneano pretti errori, come la mortalità dell'anima, l'unicità

dell'intelligenza, l'ispirazione individuale, salvandosi col dire che

erano illazioni dalle premesse di Platone e d'Aristotele, ma non

pregiudicavano ai dogmi di Cristo. Così le due opposte scuole

s'accordavano contro la rivelazione, non combattendola, ma affettando di

non tenerne conto, quasi la non fosse mai avvenuta; eliminando la fede e

ogni forza o sussidio soprannaturale, per seguire solo le vedute proprie

in problemi di spettanza religiosa, la cui soluzione importa alla morale

come al benessere della società.

A Platone prestava culto Marsilio Ficino, sino ad accendergli una

lampada; nol discompagnava da Mosè, vi trovava l'intuizione de' misteri

più profondi; il _Critone_ pareggiava ad un secondo vangelo, piovuto dal

cielo; e servendo a due padroni, usava espressioni scritturali a

spiegare il filosofo. Loda Giovanni de' Medici con queste parole: _Est

homo Florentiæ missus a Deo cui nomen est Johannes: hic venit ut de

summa patris sui Laurentii apud omnes authoritate testimonium

perhibeat_. E da Plotino fa dire sopra Platone: _Hic est filius meus

dilectus in quo mihi undique placeo: ipsum audite_[208]. Nel trattato

_De religione Christiana_ (1474) prova la divina missione di Cristo

dall'esser egli stato predetto da Platone, dalle Sibille, da Virgilio; e

dall'avere dato gli Dei _molto benigna testimonianza_ di esso: i preti

sieno dotti, i dotti preti; e la vera scienza è il platonismo. Tutte le

religioni son buone, e Dio le preferisce all'irreligione; la cristiana è

più pura, ma v'è profeti e sacerdoti in ogni nazione, quali Orfeo,

Virgilio, il Trismegisto, i Magi, ecc.: e il Ficino tradusse libri da

ciascuno, senza investigarne l'autenticità: le Enneadi di Plotino, i

libri d'Ermete, i misteri degli Egizj di Giamblico, le opere di Dionigi

Areopagita, i Versi Dorati di Pitagora, opuscoli di Proclo, Senocrate,

Sinesio, Teofrasto, Alcinoo, Zoroastro. Nel trattato _De vita cœlitus

comparanda_, sull'astrologia erige un sistema della vita del mondo, ove

tutte le forze solidariamente e le idee e i costumi si trovano messi in

corrispondenza coi movimenti e le sistemazioni degli astri. Nella

_Theologia platonica de immortalitate animæ_ (1488) adduce moltissime

pruove di questa, ma fa preponderare la dottrina dell'emanazione; e

assimila l'intelligenza e il bene alla luce, la materia e il male alle

tenebre. In questo sincretismo, ciò che gli manca sempre è lo spirito

cristiano, la carità.

Michele Mercato, suo prediletto discepolo, non sapea cacciare di testa i

dubbj sull'immortalità dell'anima. Ed ecco una mattina è svegliato dallo

scalpitare d'un cavallo e da una voce che il chiama a nome. Si affaccia,

e il cavaliere gli grida: «Mercato! è vero». Egli avea pattuito col

Ficino che, qual dei due morisse primo, darebbe all'altro notizie

d'oltre la tomba; e il Ficino era appunto spirato in quell'istante.

Nè già faceansi quistioni generali sopra Aristotele e Averroè ed

Alessandro Afrodisio; ma tutto s'era ristretto in pochi punti capitali:

l'immortalità è un bel trovato de' legislatori; il primo uomo provenne

da cause naturali: i miracoli sono illusioni o imposture: le preghiere,

l'invocazione de' santi non hanno efficacia alcuna, e la dottrina dei

tre impostori rinasceva quando Pomponazio contro la Providenza lanciava

questo dilemma: se le tre religioni son false, tutto il mondo è

ingannato: se delle tre, una sola è vera, ecco ancora ingannata la

maggioranza.

Questo Pietro Pomponazio mantovano (1473-1525), brutta figura, cattivo

filologo e debole logico, ma arguto, sonoro e vivace parlatore,

tormentato dall'incertezza del vero a segno da perderne il sonno, e

soffrir la febbre e vertigini[209], accorgendosi d'altra parte che il

ricercarlo provoca beffe dal vulgo, persecuzioni dagli inquisitori[210],

pone ogni studio a conciliare la ragione colla fede. Gli resta qualche

dubbio; e promovendo discussioni senza riguardo al dogma e alla

disciplina cattolica, vi risponde facilmente: ma altri dubbj gli

rampollano, e da ciascuna soluzione ritrae nuove incertezze, sempre

allontanandosi d'un passo, finchè riesce fuor del cristianesimo, anzi

d'ogni credenza positiva: dubita fin della Providenza e

dell'individualità dell'anima[211], fa inventate dagli uomini le idee

morali e le postume retribuzioni[212]; conchiude riferendosi interamente

alla Chiesa, pur professando ch'ella non dà nessuna soddisfacente

soluzione.

Volete vedere com'egli o vacilli fra le autorità, o se ne rida?

Trattando della destinazione delle anime, repudia il panteismo,

_monstrum ab Averrhoe excogitatum_; ma (dice) se fosse vero, come molti

Domenicani asseriscono, che san Tommaso avesse ricevuto, realmente e

davanti testimonj, tutta la sua dottrina filosofica da Gesù Cristo, non

oserei muover dubbio su veruna delle sue asserzioni, per quanto mi

sappiano di _false e assurde_, e ch'io ci veda illusioni e decezioni

piuttosto che soluzioni; perocchè, a detta di Platone, è empietà il non

credere agli Dei o ai figli degli Dei, quando anche sembrino rivelar

cose impossibili. Vero o no che sia il racconto, io citerò di lui su tal

soggetto cose che ispirano gravi dubbj, de' quali attendo soluzione

dagli infiniti uomini illustri della sua _setta_».

E qui, schierate le argomentazioni più speciose contro l'immortalità,

conchiude che questo problema, come quello dell'eternità del mondo, da

nessuna ragion naturale può essere risolto; onde s'ha da seguire

Platone, ove _de legibus_ dice: «Quando molti dubitano d'una cosa, è

solo di Dio l'assicurarla». Vuolsi dunque esaminare quello che viene

stabilito nella sacra scrittura; e poichè ivi è asserita l'immortalità,

non è lecito dubitarne; repugna essa ai principj naturali, ma il voler

adoprare questi sarebbe un oltraggiar la fede[213].

Può darsi più strano modo d'accettare la tradizione religiosa?

Il Bayle trova cento discolpe al Pomponazio, e ben si comprende, giacchè

in lui difendea se stesso. Chi però volesse scusarlo dovrebbe allegare

che incertissime dottrine correano sull'anima, quando i Platonici ne

ammetteano tre, la vegetativa, la sensitiva, la razionale; e de'

Peripatetici alcuni sosteneano l'unicità delle intelligenze, altri la

moltiplicità, pur facendole mortali. Il Pomponazio volle scostarsi da

tutte le dottrine d'allora; dimostrò che nessuna, e tanto meno quella

d'Aristotele, bastava a provare l'immortalità, ma che, neppur negando

questa, ne soffrirebbe la morale privata o la pubblica, anzi ne

vantaggerebbe.

Altrettanto egli usa intorno al libero arbitrio. «Se c'è una volontà

superiore alla mia, una legge imposta al mondo, come dovrei io

rispondere del mio pensiero, de' miei movimenti? Ora, una volontà, un

ordine superiore esiste: dunque tutto ciò che si opera non può farsi che

secondo una via già tracciata: operi bene o male, non ne ho merito nè

colpa». Su questo motivo acconcia mille variazioni, poi conchiude col

rifuggire alla fede, e sottomettersi alle decisioni della Chiesa.

Poich'ebbe così tolto a dimostrare che la teologia dovea lasciar libera

la parola alla filosofia, procedette avanti, sino a pretendere che la

Chiesa non dovesse impacciar più gli ardimenti della filosofia, giacchè

il dominio di essa, per evidenti segni, volgeva al declino. Nel trattato

_delle Incantagioni_ professa tenersi alla natura qualvolta le

argomentazioni bastano a dar ragione di fenomeni, per quanto

straordinarj, ma nega assolutamente il miracolo; non darsi alcun fatto

nella storia sacra o nella profana che esca dal naturale; se eccettua i

fatti scritturali è mera precauzione oratoria; secondo lui, ogni cosa è

concatenata in natura; di guisa che i rivolgimenti degli imperi e delle

religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici

squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze del

cielo colla terra, e profittano della sospensione delle leggi fisiche

ordinarie per fondare nuove credenze; cessata l'influenza, cessano i

prodigi: le religioni decadono, e non lascerebbero che l'incredulità, se

nuove costellazioni non conducessero prodigi e taumaturghi nuovi; le

stelle, le costellazioni, le intelligenze celesti determinano

l'applicazione anche straordinaria di leggi fisse: per essi nascono le

religioni e muojono, via via che l'umanità si perfeziona, tutte avendo

un'origine, una stasi, una decadenza, neppur eccettuandone la

cristiana[214].

In tutto ciò mostrava ingegno robusto, superiore ai tempi, precursore di

molte novità; ma era ateo o ipocrita? Le sue proteste di fede non

salvano l'arguzia e la sofisteria de' suoi ragionamenti.

Per tali guise la filosofia era messa in contrasto assoluto colla

religione, sotto pretesto d'accordarla. Anche Cartesio presunse aquetare

l'eterno conflitto tra la fede e il raziocinio, col dire che la ragione

ha un regno suo proprio, ove la tradizione non dee penetrare; e così la

fede ha terre riservate, chiuse al libero pensiero; la religione è una

cosa, la filosofia un'altra; esse devono trovar pace nel reciproco

isolamento; non è necessario scegliere; basta far a ciascuna il suo

spazio legittimo; e se ben si guardi, tutte le insigni opere dell'età di

Cartesio s'impiantano su questa base. Di certo la filosofia ha alcune

parti diverse dalla teologia, per esempio la logica e la psicologia

sperimentale; ma su punti essenziali, quali il principio e il fine delle

cose, Dio e la nostra destinazione, potrebbe mai un uomo aver due

opinioni contrarie? come operare fra due scienze, l'una che dice sì,

l'altra che dice no?[215]

L'opera del Pomponazio fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a

confutare da Alessandro Achillini averroista scolastico[216], dal Nifo,

e da Ambrogio arcivescovo di Napoli, contro i quali la difese l'autore;

poi dal Contarini che fu cardinale, da tre frati, Bartolomeo da Pisa,

Girolamo Bacelliere, Silvestro Prieira.

Perocchè i frati vigilavano su questi aberramenti, e studiavano a

combatterli; i filosofi si lagnano sempre dell'opposizione dei

cucullati: il Pomponazio querelasi d'un eremita di sant'Agostino

napoletano, che, predicando a Mantova, l'avea proferito eretico ed

empio, mentre in vece il cardinal Bembo l'avea difeso alla Corte papale,

e non trovato nel suo _De immortalitate_ nulla di contrario alla verità,

e che egual opinione tenne il maestro del sacro palazzo. In fatto,

mediante le continue proteste di sommessione e la condotta intemerata,

egli potè seguitar a professare impunemente; dopo morte fu onorato d'una

statua, e deposto nella sepoltura d'un cardinale; ma allora divulgossi

un epitafio che diceva: «Qui giacio sepolto. — Perchè? — Nol so, nè mi

curo sapere se tu il sappi o no. Se stai bene ne godo. Io vivendo stetti

bene. Sto bene ora? se sì o no non posso dirlo».

Poichè da noi facilmente ogni sentimento diviene passione, non piccola

efficacia ebbe egli sul suo tempo; e qualora un professore cominciasse

le solite dissertazioni, i giovani interrompevano gridando: «Parlateci

delle anime», per conoscer di primo achito come vedesse nelle quistioni

fondamentali.

A que' pensamenti aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio

Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Daniele Barbaro che diceva: «Se non

fossi cristiano seguirei in tutto Aristotele»[217]; Simone Porzio, la

cui opera sull'anima è detta dal Gessner «più degna d'un porco che d'un

uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre

naturalista, fa generar le cose spontaneamente dalla putredine, allorchè

più intenso era il calore celeste. Galeotto Marzio di Narni, nelle

dissertazioni _De incognitis vulgo_, avendo posto molti errori, e

asserito che, chiunque vive secondo i lumi della ragione e della legge

naturale, otterrà l'eterna salute, e posto in bilancia i dogmi nostri

coi pagani nell'evidente intenzione di mostrarli del pari credibili, fu

côlto dall'inquisizione a Venezia, e s'un palco, colla mitera di carta

dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi; da maggior castigo salvato

da Sisto IV, ch'era suo allievo[218], tornato in Boemia e in Ungheria,

dove già prima era vissuto come bibliotecario e educatore del figlio di

Mattia Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia; cascando di

cavallo si ruppe la pingue persona. Matteo Palmieri di Pisa, noto autore

della _Vita civile_ (1483), cui Marsilio Ficino diresse una lettera come

_poetæ theologico_, scrisse un poema in terzine a imitazione di Dante,

intitolato _Città di vita_, nel quale sosteneva che le anime nostre sono

quegli angeli che, nella ribellione, non furono per Dio nè contro Dio,

ma rimasero neutri. L'Inquisizione disapprovò tal sentenza, onde il

poema non fu mai pubblicato, nè il merita. I soliti parabolani dissero

che l'autore fu bruciato col suo libro, mentre consta che ebbe funerali

a Firenze per pubblico decreto; il Rinuccini ne recitò l'orazione

funebre, e additava appunto posato sul suo cadavere, durante le esequie,

quel libro, dove cantava che l'anima, sciolta dalla terrena soma, per

varj luoghi s'aggira, finchè giunga alla superna patria.

Nicoletto Vernia da Padova propagò altrove l'unità dell'intelletto con

tal calore, che diceasi l'avesse persuaso a tutta Italia[219]. Pietro

Barozzi, vescovo di Padova, seppe indurlo a fare un libro (1499), ove

disdicendo quel che avea sostenuto per trent'anni, dimostra tante essere

le anime quanti i corpi, e conchiude col preferir il titolo di canonico

a quello di soprafilosofo.

Fu suo scolaro Agostino Nifo calabrese, che sosteneva (_De intellectu et

dæmonibus_, 1492), non esservi altra sostanza separata dalla materia se

non le intelligenze che muovono i cieli; un'anima sola ed

un'intelligenza sparsa nell'universo, vivifica e modifica gli esseri a

sua voglia. Lo confutarono i monaci, e mal gli sarebbe avvenuto se esso

vescovo di Padova non lo avesse scampato e indotto a modificar l'opera

sua, come modificò l'insegnamento. Pure Leone X il favorì, lo fece conte

palatino, e pagollo affinchè, contro il Pomponazio (1518), mostrasse che

Aristotele sostiene l'immortalità dell'anima.

E lungamente regnò il realismo nella scuola di Padova. Regiomontano vi

dava lezioni sopra Al-Fargani, e ben avanti nel secolo XVII vi si

insegnavano tali dottrine, che noi non giudicheremo un progresso dello

spirito umano, bensì un regresso verso la scolastica del medioevo e il

peripatismo arabo; ma che, staccando dalle tradizioni, avviavano al

pensare indipendente e alla scienza laica e razionale.

Gismondo Malatesta, che, essendo feudatario della Chiesa le defraudava i

dovuti soccorsi, fu da Pio II scomunicato nel 1461, fra gli altri

delitti apponendogli di non credere alla risurrezione dei corpi e

all'immortalità dell'anima, e fu arso in effigie[220]. Paolo Mattia

Doria napoletano, avea preparato l'_Idea d'una perfetta repubblica_, ma

ne fu sospesa la stampa, e fu arsa come fetida d'immoralità e di

panteismo. Speron Speroni, a Pio IV che gli dicea: «Corre voce in Roma

che voi crediate assai poco», rispose: «Ho dunque vantaggiato col

venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di

morire esclamò: «Fra mezz'ora sarò chiarito se l'anima sia peribile o

immortale»[221].

Di quel misto di cabala, gnosticismo, neoplatonismo, giudaismo, che

univasi colla letteratura classica, coi filosofemi d'Aristotele,

d'Epicuro, d'Averroè, per gettare gli spiriti nel dubbio e in quel che

ora intitoleremmo razionalismo, erasi nella corte di Lorenzo de' Medici

imbevuto Giovanni Pico della Mirandola, ricco signore e portentoso

intelletto. Ebbe a maestro Elia del Medico, ebreo averroista che per lui

compose varj trattati filosofici, fra cui uno sull'Intelletto e la

Profezia (1492) e un commento sul libro _Della scienza del mondo_

(1485): a Venezia stamparonsi più volte (1506, 1544, 1598) le sue

annotazioni sopra Averroè, le quistioni sulla creazione, sul primo

motore, l'ente, l'essenza e l'uno. Uscendo da tale scuola, Pico

professavasi educato, a non giurar nella parola di nessuno, ma

diffondersi su tutti i maestri di filosofia, vagliarne tutte le carte,

conoscerne tutte le famiglie; anzi, l'indipendenza spingea fino a

credere che l'oro puro, sebbene sotto forma tedesca, valesse meglio che

il falso coll'eleganza romana[222].

A ventiquattro anni (1486) mandava per Europa una sfida, pronto a

sostenere in Roma novecento tesi, dialettiche, morali, fisiche, ecc.;

quattrocento delle quali avea dedotte da filosofi egizj, caldaici,

arabi, alessandrini, latini, le altre erano opinioni sue. Alla sfida

nessuno comparve, benchè Pico si assumesse di rifondere le spese del

viaggio: ma il suo ardimento irritò l'amor proprio dei dotti; e in

quella farragine ripescarono tredici proposizioni, che deferirono al

papa come ereticali. Tra esse erano: Gesù Cristo non esser disceso

personalmente agl'inferni, ma sol quanto all'effetto: non poteva essere

dovuta una pena infinita al peccato d'un essere finito; non esser certo

se Dio potesse ipostaticamente unirsi anche a creatura non ragionevole;

la scienza che più ci rende certi della dottrina di Cristo è la magia e

la cabala; come non dipende dalla volontà l'aver un sentimento, così

neppure il credere; i miracoli di Gesù Cristo non sono prova evidente

della sua divinità per l'operazione, ma per la maniera con cui gli ha

operati; l'anima non conosce veruna cosa distintamente come se stessa.

Il pontefice, dopo maturo esame, le disapprovò (1487), e Pico le difese

in un'apologia, poi nell'_Heptaptus de septiformi sex dierum geneseos

enarratione,_ e nel _De Ente et Uno_. Da quel gergo scolastico non è

agevole, almeno a me, ricavare un chiaro concetto; riducesi però ad

appaciare Platone con Aristotele, la teologia pagana colla mosaica e

colla cristiana.

Vantavasi d'aver egli primo in Italia reso ragione dell'aritmo teologico

di Pitagora; l'unità numerica fondarsi sull'unità metafisica, la quale è

al di sopra dell'ente. Allegorici credeva i libri di Virgilio, di

Platone, di Omero; e lo stesso metodo applicava ai libri santi. A gran

prezzo avea comprati certi libri di Esdra, che davano spiegazione della

dottrina mosaica e dei misteri, e supponendoli genuini, con essi e colla

cabalistica interpretava liberamente Mosè.

E quale allegoria, nell'_Heptameron_ espose il genesi mosaico,

trattandolo come i Neoplatonici avrebbero potuto trattare la mitologia,

sfoggiandovi sapienza orientale e occidentale. «Mosè e i profeti, Cristo

e gli apostoli, Pitagora e Plutarco (dic'egli), e in generale i

sacerdoti e filosofi del mondo antico velarono la loro sapienza sotto

immagini, perchè la folla non era capace di gustare quel cibo della

verità, e intesero tutt'altro da quel che suonino le parole. È fuor di

dubbio che Mosè, nell'enumerazione delle sei giornate, non volle parlare

della creazione del mondo visibile; ed a prima vista sembra grossolano,

attesa la legge degli antichi savj di adombrare le cose sublimi.

Altrettanto fece Cristo parlando per parabola al vulgo, e perciò san

Giovanni, che fu più degli altri istrutto negli arcani, scrisse solo

tardissimo, e san Paolo ricusava il vital nutrimento ai Corintj, ancora

carnali, e Dionigi Areopagita esortava a non mettere in carta i dogmi

più reconditi; Cristo confidò arcanamente alcune verità a' discepoli

suoi, che le tramandarono a voce; e il conoscerle è fondamento

grandissimo della fede nostra». Non vi si giunge che per mezzo della

cabala, dalla quale, per esempio, s'impara perchè Cristo dicesse

d'esistere prima d'Abramo, e che dopo di sè manderebbe il Paracleto, e

che egli veniva coll'acqua del battesimo e lo Spirito Santo col fuoco.

Chi non vede ove potesse portare un tale eccletismo? Che se veniva

applaudito dalle accademie e dalla Corte de' Medici ove tale era la

moda, non potea piacere a Roma: e per quanto egli si schermisse dietro a

ripetute proteste di soggezione alla Chiesa, realmente alla Chiesa volea

sostituir se stesso nel definire e spiegare il dogma per mezzo della

cabala e dell'ebraico. Innocenzo VIII diceva: «Costui vuol finir male,

ed essere un giorno arso, poi vituperato in eterno, come qualchedun

altro. Le cose della fede sono troppo delicate, e non posso tollerarlo:

scriva opere di poesia, saranno più da' suoi denti»; malgrado le

raccomandazioni del magnifico Lorenzo[223], mai non volle ritirarne la

condanna, benchè schermisse da ogni molestia l'autore. Il quale, sempre

più ingolfato negli studj, per quanto contento di sua sorte a segno, che

diceva non vedrebbe di che mormorare contro la Providenza, se pure non

perdesse lo scrignetto de' suoi scritti, non sapea darsi pace di essere

incorso nella disapprovazione papale, si riprotestava di sentimento

cattolico, e intanto non voleva confessare d'avere sbagliato nel

sostenere certe proposizioni, anche dopo che furono condannate dalla

bolla pontifizia.

Non mancavano persone che lo istigassero a buttar giù la buffa, romper

con Roma, ed eccitare un grande scandalo: ma egli, assaggiata la vanità

della scienza, tornò al cuore di Cristo e alla carità, ripetendo la

sentenza di san Francesco, «Tanto sa l'uomo quanto opera». Allora contro

gli Ebrei difese la fedeltà di san Girolamo nella versione dei salmi;

voleva anche scrivere una grande opera per confutare i sette nemici

della Chiesa; ma non compì che la parte contro gli astrologi; macerava

il corpo; recitava l'uffizio come i preti, consumava «giorno e notte in

leggere le sacre carte, nelle quali è insita una certa forza celeste,

viva, efficace che con meraviglioso potere converte l'animo del

leggitore all'amore divino», e pensava pigliarsi una croce e andar a piè

scalzi predicando Gesù Cristo. Alfine da Alessandro VI ottenne una

bolla, ove dichiaravasi che mai, per le tesi riprovate, non era incorso

in veruna censura o sinistra nota, o da queste veniva assolto; e morì

piamente nel 1494 in mano de' Domenicani, l'abito de' quali voleva

vestire.

Ma la filosofia ponevasi sempre più in urto colla fede, e «non pareva

fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de' dogmi non aveva qualche

opinione erronea od eretica». I moderati credevano prestar omaggio alla

fede col non riflettervi, accettare i dogmi senza esame, con

quell'accidia voluttuosa che, in tempi a noi vicini, chiamava spirito

forte l'indifferenza, e lo sdrajarsi col bicchiere in mano e spegnere i

lumi. Già viveasi per l'intelletto più che per la coscienza;

irrobustendo la ragione, lasciavasi ammutir la coscienza, guastare il

cuore, e mescersi a tutto una superstizione puerile; e come conseguenza

un materialismo semplice e pratico, un'accidia voluttuosa, talchè può

dirsi che tutta l'Italia fosse trasformata in un gran Decamerone.

Quel beffardo sincretismo manifestavasi, come avvien nelle mode, anche

con frivolezze, e alla Corte de' Medici si teneano spesso dispute

filosofiche e teologiche in questo senso. Nicola de Mirabilibus,

domenicano, racconta come, _post convivium magnifice ac splendide

factum_ nel palazzo di Lorenzo de' Medici, si pose in disputa una tesi,

affissa nel tempio di Santa Riparata dai frati Minori, che il peccato di

Adamo non è il maggiore di tutti i peccati. Frà Nicola divisa gli

argomenti addotti dai varj interlocutori, e massime dal magnifico

Lorenzo.

Da per tutto, ma forse peggio in Italia, la buffoneria si esercita col

bersagliare le convinzioni, e mettere in canzonella le quistioni più

serie, quando vengono agitate. Per tale spirito Luigi Pulci, nel

bizzarro poema del _Morgante_, volgeva in baja tali disquisizioni:

Costor che fan sì gran disputazione

Dell'anima ond'ell'entri ed ond'ell'esca

O come il nocciol si stia nella pesca

Hanno studiato in su n'un gran mellone.

Fin sul teatro recavansi, e sta manoscritta alla Biblioteca già Palatina

di Firenze una rappresentazione del XV secolo, intitolala _I Sette

Dormienti_, ove Tiburzio e Cirillo sostengono che, secondo Aristotele,

la resurrezione dei morti è contro natura; Faustino cristiano disputa in

contrario e conchiude:

Se Aristotel nol crede lo credo io,

Se non lo fa natura lo fa Dio.

Faustino racconta all'imperatore Teodosio le ingiurie dettegli dai

filosofi, e l'imperatore chiama teologi e filosofi a disputare in sua

presenza, ma poichè non giungono a una conclusione, l'imperatore li

congeda, si veste di cilizio, e prega Dio a palesare la verità. Qui

interviene il noto miracolo de' sette dormienti.

V'ebbe qualche filosofo che accendeva il lumicino all'immagine di

Platone; qualche accademia celebrava feste all'antica, sagrificando un

capro; e molti cambiavansi il nome di battesimo, quasi vergognosi di

portare quel d'un santo; e d'Antonio, Giovanni, Pietro, Luca, faceano

Aonio, Gianni, Pierio, Lucio; e mutavano Vittore in Vittorio o Nicio,

Marino in Glauco, Marco in Callimaco, Martino in Marzio, e così via.

Si sgomentò di questo paganizzamento Paolo II, e fece processare alcuni,

tra' quali Pomponio Leto e Bartolomeo Sacchi, detto il Platina da

Piadena ove nacque il 1421. L'accusa era che latinizzassero i nomi, e

coi Platonici mettessero in dubbio l'anima e Dio. Rispondeano che,

quanto al venerare Platone, imitavano sant'Agostino; che filosofi e

teologi tutti allora disputavano su questi punti, affine di giungere

alla verità; che del resto essi non disobbedivano alla Chiesa, anzi ne

seguivano le pratiche[224], e mai non aveano lasciato di confessarsi e

comunicarsi ogni anno.

È da bello spirito il lodare uno perchè perseguitato dai papi, e fargli

merito di quel che i papi non poteano che riprovare. Ma dalla lettera

ove il Platina, stando in carcere, racconta al cardinale Bessarione il

suo processo, appare come l'accademia istituita da Pomponio Leto

tendesse a trasformare il paganizzamento letterario in religioso;

avvegnachè vi si celebrava il giorno della fondazione di Roma con

sacrifizj; e Pomponio ogni giorno s'inginocchiava ad un altare dedicato

a Romolo[225], e non volea leggere libro posteriore alla decadenza

dell'impero, quindi neppure la Bibbia e i Padri. Fosse stato anche

soltanto letterario, non v'è retto pensatore che non iscorga quanto

pregiudicasse alla logica, alla morale, all'estetica il volere che

Cristo e la redenzione cedessero il luogo alla voluttà pagana e al

lepido bersagliamento contro le virtù domestiche e sociali.

Per estendere gli atti in colto stile, Pio II aveva attaccato alla sua

cancelleria un collegio di sessanta abbreviatori, tutti letterati.

Abusarono del loro posto per far traffico de' rescritti; onde Paolo II,

volendo tutto fosse gratuito, li soppresse, senza riguardo alle somme

con cui aveano compro que' posti. Si pensi quanti nemici si fece! ed

erano scrittori. Fra essi il Platina, il quale credette sgomentare il

papa minacciando scrivere contro di lui, e indurre i principi a radunare

un concilio per riparare a tale ingiustizia. Ciò parve colpa di

stato[226]; e aggiungendosi il sospetto d'una congiura contro il papa;

con altri il Platina fu arrestato e torturato, prima per accusa di

fellonia, poi di eresia, entrambi non provate. Tenuto in carcere quattro

mesi e senza fuoco, siccome egli si lamenta, il Platina si vendicò col

dettare una storia de' papi ostilissima, dalla quale i Protestanti

ripescarono molti fatterelli contro la Corte romana, perciò noverando

lui fra gli anticipati testimonj della verità. Qui noi non abbiamo che a

notare la pochissima critica di questo abborracciatore passionato. Per

esempio, di Paolo II egli fa un nemico di tutti i letterati,

giudicandoli tutti eretici, e sconsigliando i padri dallo sciupare

denari e tempo nell'istruzione dei figliuoli, bastando sapessero leggere

e scrivere. Se non avessimo altre testimonianze, basti il dire come,

sotto quel pontefice, s'introducesse la stampa a Roma, e i primi libri

uscissero dedicati ad esso, con larghe lodi della sua munifica

protezione; e il Platina stesso narra ch'e' cercava d'ogni parte statue

antiche per ornar il suo palazzo[227].

Che se quanto noi esponemmo basta a smentire gli storici plebei, che

cianciano fosse servile la fede, assoluta l'ignoranza, giustifica quelli

che, al vedere la scienza staccarsi dall'appoggio della fede,

spaventavansi che la salute delle anime si facesse dipendere dalle

vicende del sapere. E questo paganizzamento, ancor più che nella

scienza, rendeasi appariscente nelle arti belle e nella letteratura,

dove al convenzionale tipico surrogavasi la plastica raffinatezza; e

l'appassionamento per l'antichità diede a credere non si potesse

compiere il risorgimento se non ripristinandola, fino a rimettere in

culto le idee che il vangelo aveva dissipate, e rialzare le ruine della

Roma pagana sopra gli edifizj della Roma cristiana.

Sugli altari si correva ad ammirare pitturate le amasie de' pittori, e

belle di divulgata cortesia nella Vergine della casta dilezione.

Alessandro VI fu dipinto dal Pinturicchio in Vaticano sotto forma d'un

re magio, prostrato avanti una Madonna ch'era la Giulia Farnese, come il

Pordenone fece Alfonso I di Ferrara inginocchiato a una santa Giustina,

la quale era Laura Dianti, druda di lui. Tutto gentilesco si mostrò il

Ligorio nella villa Pia, eretta per ricreazione de' papi. Il Tiziano per

santa Caterina fece il ritratto della regina Cornaro, pompeggiante di

dovizie e bellezze. Nell'adorazione de' Magi spesso si ritrassero i

Medici, per aver pretesto di porvi in testa quella corona a cui

aspiravano. Nel quartiere della badessa di San Paolo a Parma il

Correggio eseguì scene più che mondane: nella sacristia di Siena si

collocarono le tre Grazie ignude; e ignudi turbavano l'austerità delle

tombe principesche, e fin le cappelle pontifizie. A Isotta, amasia poi

moglie di Pandolfo Malatesta signore di Rimini, fu su medaglie e sul

sepolcro dato il titolo di _diva_; e Carlo Pinti nell'epitafio la

dichiarava «onor e gloria delle concubine». S'un sepolcro in San Daniele

a Venezia leggesi: _Fata vicit impia_; come la divisa di monsignor Paolo

Giovio dicea: _Fato prudentia minor_. Sotto Giulio II esortavasi alla

crociata perchè darebbe occasione d'acquistare manoscritti.

L'eloquenza sacra deduceva non solo le forme, ma e le autorità e gli

esempj dei classici. Nei funerali di Guidobaldo da Montefeltro, l'Odasio

ne recitò il panegirico nel duomo d'Urbino, più volte esclamando agli

Dei immortali, dicendo come il vescovo di Fossombrone coi sacramenti

amministratigli avesse placato gli Dei e i Mani; _Deos illos superos et

Manes placavit_. Il cardinale Bessarione, compiangendo la morte di

Gemistio Pletone, dice: «Intesi che il nostro padre e maestro, essendosi

spogliato di quanto avea di terrestre, volò verso i cieli in un luogo

purissimo, dove può ballare coi celesti la mistica danza di Bacco». Il

Poliziano, scrivendo a Lorenzo de' Medici al 6 aprile 1479, lagnasi che

sua moglie avesse messo il figlio Giovanni (che fu poi Leone X) a

leggere i salmi, invece de' libri nostri: _transtulit jam illum mater ad

psalterii lectionem, atque a nobis abduxit_[228].

Nel 1526 essendo presa Siena da' fuorusciti, un buon canonico, memore di

ciò ch'è narrato nel terzo libro di Macrobio, recitò la messa, e proferì

la formola imprecatoria che ivi è indicata contro i nemici; se non che,

invece di _Tellus mater, teque Jupiter obtestor_, disse _Tellus, teque

Christe Deus obtestor_.

Oscenamente scriveano il Panormita nell'Ermafrodito, Giovian Pontano,

Francesco Filelfo, Poggio Bracciolini, il Landino, il Poliziano, Lorenzo

de' Medici, Giovanni Della Casa monsignore, Angelo Firenzuola frate, ed

altre persone gravi, non solo porgendo manifestazioni, ma apologie del

vizio, e scherzando su quanto ha di più sacro la società e la famiglia.

Nell'esaltazione di Alessandro VI le iscrizioni alludevano sempre al

nome eroico:

_Cæsare magna fuit, nunc Roma est maxima: sextus_

_Regnat Alexander, ille vir, iste Deus;_

e un'altra:

_Scit venisse suum patria grata Jovem_.

Per Leone X si fece quest'epigramma:

_Olim habuit Cypris sua tempora, tempora Mavors_

_Olim habuit; sua nunc tempora Pallas habet._

Esso Leone X eccitava Francesco I contro i Turchi _per Deos atque

homines_. V'è chi chiama Olimpo il paradiso, Erebo l'inferno,

lectisternia le maggiori solennità, _arciflamini_ i vescovi, _infula

romulea_ la tiara, _senatus Latii_ il sacro concistoro, ambrosia e

nettare le sacrosante specie; _sacra Deorum_ la messa, _simulacra sancta

Deorum_ le immagini de' santi.

Le allusioni gentilesche del Bembo strisciano all'empietà; partendo per

la Sicilia, invoca gli Dei propizj al suo viaggio, _quod velim Dii

approbent_; fa Leone X assunto al pontificato _per decreto degli Dei

immortali_; parla dei doni alla _dea lauretana_, dello _zefiro celeste_,

del _collegio degli auguri_, per indicare lo Spirito santo e i

cardinali; chiama _persuasionem_ la fede, la scomunica _aqua et igni

interdictionem_; fa dal veneto senato esortare il papa _uti fidat diis

immortalibus, quorum vices in terra gerit_; e così _litare diis manibus_

è la messa dei morti; san Francesco in _numerum deorum receptus est_.

Ne' versi poi anteponeva il piacere di vedere la sua donna a quello

degli eletti in cielo:

E s'io potessi un dì per mia ventura

Queste due luci desiose in lei

Fermar quant'io vorrei,

Su nel cielo non è spirto beato

Con ch'io cangiassi il mio felice stato.

Negli _Asolani_ conforta i giovani ad amare; e al cardinale Sadoleto

scriveva: «Non leggete le epistole di san Paolo, chè quel barbaro stile

non vi corrompa il gusto; lasciate da canto coteste baje, indegne d'uom

grave. _Omitte has nugas, non enim decent gravem virum tales ineptiæ_».

Nell'epitafio pel famoso letterato Filippo Beroaldo egli ne loda la

pietà, per la quale suppone che canti in cielo:

_Quæ pietas, Beroalde, fuit tua, credere verum est_

_Carmina nunc cœli te canere ad cytharam:_

eppure i costui versi ostentano gli amori colla famosa Imperia, e con

un'Albina, una Lucia, una Bona, una Violetta, una Ghiera, una Cesarina,

una Merimna, una Giulia, le quali appaja a quella cortigiana; ed era

prelato.

Ma il Bembo, come gli altri del suo tempo, credeva il risorgimento

consistere nelle forme; doversi abbattere la scolastica per mezzo di

Cicerone, e mediante l'espressione materiale giungere allo spirito;

abborriva dagli umanisti, che dicean il latino moderno dovere essere di

vario colore; e piacevagli meglio parlare come Cicerone che essere papa.

Egli recitava a memoria molti passi dello scorrettissimo Battista

Mantovano: ma ciò ch'è maggiore meraviglia, altrettanto faceva il

Sadoleto, un de' più pii di quel secolo. Il quale ha una consolatoria a

Giovanni Camerario per la perdita di sua madre, che tutta volge sulla

intrepidezza e magnanimità pagana, senza toccare agli argomenti ben più

efficaci della religione. Jacobo Sannazaro, per cantare il parto della

Vergine, invoca le Muse, scusandosi se le adduce a celebrare un infante

nato in un presepio, e non mai nomina _Jesus_ perchè non è latino;

perchè non è latino _propheta_, fa dal Giordano personificato narrare

l'ascensione di Cristo qual la udì vaticinare da Proteo: Maria _spes

fida deorum_, è dall'angelo Gabriele trovata intenta a leggere le

Sibille (_illi veteres de more Sibyllæ in manibus_); e quand'ella

assente a divenire madre, le ombre de' patriarchi esultano _quod tristia

linquant Tartara, et erectis fugiant Acheronta tenebris, Immanemque

ululatum tergemini canis_. Dapertutto insomma arte pagana in soggetto

sacro, alla guisa che sul suo sepolcro in una chiesa sorgono Apollo e

Minerva, fauni e ninfe.

Girolamo Vida, dotto e santo vescovo di Cremona, che digiunava spesso a

sole radici, nella _Poetica_ non parla che di Muse e Febo e Parnaso,

come i classici di cui raccozzava gli emistichi, e ai quali,

principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio:

_Te colimus, tibi serta damus, tibi thura, tibi aras_

_Et tibi rite sacrum semper dicemus honorem._

_Nos aspice præsens,_

_Pectoribusque tuos castis infunde calores_

_Adveniens pater, atque animis te te insere nostris._

Come in un poema sul giuoco degli scacchi, alle nozze dell'Oceano colla

Terra fa gareggiare Apollo e Mercurio; così usa nella _Cristiade_, dove

applica a Dio Padre tutti i nomi di Giove, _regnator Olympi, superum

pater, nimbipotens_; del Figlio fa un eroe, sul tipo di Enea; _multis

comitantibus heros — immobilis heros orabat — curis confectus tristibus

heros — ipse etiam_ (il cattivo ladrone) _verbis morientem heroa

superbis stringebat_: Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri, Chimere,

spingono gli Ebrei al deicidio: all'ultima cena viene consacrato fior di

Cerere: sulla croce al morente è porto tristo umor di Bacco (_sinceram

Cererem — corrupti pocula Bacchi_). L'uomo soffrente sul Calvario non è

il Dio riparatore, e allo spirare suo, non che l'alito d'amore si

difonda sulle ire procaci, gli angeli vorrebbero farne vendette: sempre

insomma dal Cristo, redentore dello spirito immortale, volgea gli occhi

all'Apollo, tipo di bellezza corporea.

Vero è che, sin quando il sentimento religioso predomina, esercita sulla

forma la sua forza riparatrice; pure il ravvivato splendore

dell'antichità abbagliava per modo, da adombrare il cristianesimo;

ammirando unicamente il bello della società classica, non vedeasi il

buono della moderna, e le teoriche di quella si applicavano agli affari

pubblici.

La fede nella sua integrità era stata fino allora la fonte unica d'ogni

diritto, d'ogni ordine. Tutto il mondo civile riconosceva una religione,

cioè una dottrina generale sulle relazioni fra il cielo e la terra, uno

scopo alla vita dell'umanità, cioè compiere il disegno divino; una

l'origine degli Stati, cioè la volontà di Dio; conformità di credenze,

che costituiva un legame tra le varie società.

Da questa fonte unicamente traevasi il diritto di governare e di punire;

gli Stati prendeano il nome del loro patrono, dicendosi patrimonio di

san Pietro, come repubblica di san Marco o di san Giovanni; e

sant'Ambrogio, san Geminiano, san Petronio, san Siro indicavano Milano,

Modena, Bologna, Pavia; il nome e l'effigie del santo metteasi sulle

monete e sugli stendardi: perfino le date storiche riferivansi al

calendario ecclesiastico, dicendo che il giorno della candelara erano

state rapite le spose veneziane, alla sant'Agnese sconfitti i Torriani

dai Visconti; al san Sisino si vinse il Barbarossa a Legnano; a san

Cosmo e Damiano fu preso Ezelino.

Gli stessi pensatori non cercavano altro che rendersi ragione di quel

che credevano. Cattolici prima che filosofi, volenti godere della

tradizione che aveano ricevuta coll'intelligenza, studiavano

comprendere, ma in fondo credevano, portando l'offerta della loro

scienza e ragione al tempio del Signore; e non pretendeano riformare il

mondo e la società col pensiero loro proprio, senza tenere conto de'

loro simili, nè de' fratelli e dei canoni trasmessi dai vecchi.

Così per quindici secoli non si era avuto che un idioma per favellare a

Dio, una sola autorità morale, una sola convinzione; tutta Europa alla

stess'ora, il giorno stesso, colle stesse parole supplicava, aspirava,

esultava.

Ora invece scomponevasi l'intima società col surrogare alla fede il

raziocinio, alla credenza assoluta le religioni comparate; inoculando il

dubbio corrompevansi i costumi, e i costumi riagivano sopra le credenze.

Ciò appare in tutti gli scrittori, e principalmente in Nicolò

Macchiavello e Francesco Guicciardini. Quest'ultimo guarda all'esito,

non mai alla giustizia d'una causa: le peggiori iniquità racconta colla

freddezza d'un anatomico; vede o arguisce sottofini e cattive intenzioni

dapertutto, nè mai riconosce virtù, religione, coscienza, bensì calcolo,

invidia, ambizione; fatto ironico, forse per dispetto degli uomini e

degli eventi, affetta un'imparzialità che in fondo è indifferenza tra

l'onestà e la ribalderia. I papi non solo esamina e giudica al modo

degli altri principi, ma sempre li trova in torto, gli accagiona di

tutti i mali d'allora; eppure li servì; e diceva: «Il grado che ho avuto

con più pontefici m'ha necessitato ad amare per il particolare mio la

grandezza loro; se non fosse questo rispetto, avrei amato Lutero quanto

me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione

cristiana nel modo ch'è interpretata e intesa comunemente, ma per veder

ridurre questa caterva di scellerati a' termini debiti, cioè a restare o

senza vizj o senza autorità»[229].

Altrove consigliava: «Non combattete mai con la religione, nè con le

cose che pare che dipendano da Dio, perchè questo objetto ha troppa

forza nella mente degli sciocchi»[230].

Non decidendosi fra Mosè e Numa, fra Giove e Cristo, ammette i miracoli

ma d'ogni religione «in modo che della verità di una fede più che di

un'altra è debole pruova il miracolo»[231]; in ogni nazione, e quasi in

ogni città sono devozioni che fanno i medesimi miracoli, segno manifesto

che le grazie di Dio soccorrono ognuno[232]. Egli tiensi certo anche per

esperienza propria che v'ha spiriti aerei, i quali domesticamente

parlano colle persone[233].

Dopo di ciò, non è più un fenomeno stravagante e un mito il

Macchiavello, il quale sull'idolatrato tipo de' Greci e Romani foggia la

nuova civiltà, cancellandone Cristo e il Vangelo. Secondo lui, natura

creò gli uomini colla facoltà di desiderare tutto e l'impotenza di tutto

ottenere, sicchè dirigendo essi il desiderio sopra gli stessi oggetti,

trovansi condannati a odiarsi gli uni gli altri. Per togliersi a questa

guerra di tutti contro tutti, è permessa ogni cosa, e di violare

qualunque diritto e dovere; e la società fu istituita per comprimere

l'anarchia mediante la forza organizzata.

In somma la sua è la dottrina dello Stato ateo, il quale non teme

d'andar all'inferno, ed è a se stesso fine e legge. Niente v'ha di

superiore ai sensi; l'idea della giustizia nacque dal vedere come

tornasse utile il bene e nocivo il male; al bene gli uomini s'inducono

solo per necessità; il principe dee farsi temere anzi che amare; scopo

dei governi è il conservarsi, nè questo si può che coll'incrudelire,

«perchè gli uomini sono generalmente ingrati, simulatori, riottosi,

talchè conviene ritenerli colla paura della pena». Suppone dunque l'uomo

cattivo, come fa la Chiesa, non però in grazia del peccato originale, nè

ammettendo un mediatore; non cerca il regno dello spirito, ma quello

della forza. Dio è sempre coi forti; e a chi ha dà ancora; a chi ha

poco, toglie anche quello che ha. È sventura che alla religione feroce

antica, coi gladiatori, col culto degli eroi, coll'apoteosi de'

conquistatori, e che mescolava le battaglie colle preghiere, il sangue

colle feste, sia succeduta questa, tutta umiltà ed abjezione[234],

negligente dei proprj interessi; e se può sperarsi alcun bene

all'umanità consiste nel rivolgimento delle sfere, che potranno far

rinascere qualche culto simile all'antico.

Roma egli ammira per «la potenza delle esecuzioni sue», perchè conquistò

tanti popoli, e per guerra o per frodi rapì ad essi ricchezze, leggi,

libertà, indipendenza. Le crociate sono un mero scaltrimento di Urbano

II; di frà Savonarola era stato entusiasta in gioventù, ma come ne vide

la politica fallire, dovette credere non potesse riuscire se non la

frodosa o violenta, scurante di ciò che sta sopra il tetto. Del maestro

non ritenne più che l'amor della patria, e questa volea vedere forte e

unita: «sian pur iniqui i mezzi, ma son passeggeri, e ne seguiranno il

dominio supremo della legge, l'eguaglianza e la libertà di tutti, e si

farà della cittadinanza un medesimo corpo, ove tutti riconoscano un solo

sovrano»[235].

Adoratore della forza, e da quella sola sperando l'aquietamento delle

fazioni, il Machiavelli fantasticava una monarchia italiana. Non già

ch'egli pensasse mai a un signore, il quale soggiogasse le fiorentissime

repubbliche di Venezia, di Genova, di Lucca, nè tanto meno Roma; ma un

principe robusto che imponesse la sua politica a tutte. Eppure sarebbe

stata questa, nelle idee d'allora, una vera servitù, una conquista, un

uccidere l'autonomia a cui aspiravano i singoli popoletti; lo perchè

tale politica era detestata dai migliori italiani. E sempre vi si erano

opposti i pontefici, vedendo come il rinnovare un regno d'Italia al modo

dei Goti e dei Longobardi non solo avrebbe mozza la loro sovranità, ma

avvilita tutta Italia. Dell'essere stati operosissimi a impedir questa

tirannide comune sopra l'Italia, il Machiavello imputava i pontefici. Ma

non che altri, lo riprovava Francesco Guicciardini, riflettendo che

l'Italia fu corsa a lor posta dai Barbari quando era sotto al dominio

unico degli imperatori; che dalle sue divisioni trasse forse gravi mali,

ma n'ebbe in compenso una straordinaria floridezza; che gl'Italiani, per

abbondanza d'ingegno e di forze furono sempre difficilissimi a ridursi a

unità anche quando Chiesa non v'era; che col conservare l'Italia in quel

tenore di vita che s'addice alla sua natura e alla sua antichissima

consuetudine, anzichè male, avea fatto bene la Chiesa romana[236].

Per far l'Italia il Machiavelli ricorreva, al solito, agli stranieri;

non accorgendosi come i papi fossero la sola potenza che valesse a

salvarne l'indipendenza, desiderava che i Francesi gli umiliassero,

sollevando i baroni contro di essi in modo che o gl'insultassero come

sotto Filippo il Bello, o li chiudessero in Castel Sant'Angelo; nè esser

quelli «così spenti che non si potesse trovar modo a raccenderli»[237];

e a' suoi Fiorentini scriveva come si pensasse dai Francesi invadere

Roma, il che «sarebbe da desiderare, acciocchè ancora a codesti nostri

preti toccasse di questo mondo qualche boccone amaro»[238]. Ma della

riforma religiosa non ebbe verun concetto; trattò il cristianesimo non

altrimenti che il paganesimo, adattandolo a religione civile, siccome

leggeva in un frammento di Varrone; col che giustificava l'intolleranza.

E dappertutto non mostrasi egli novatore, ma sempre ripete idee

classiche, con qualche aggiunta e qualche applicazione. Nell'esporre «le

verità effettuate delle cose», non inculca espresso l'ingiustizia, ma

toglie per unica norma l'utilità; non come Satana dice al male, _Tu sei

il mio bene_, ma, _Tu mi sei utile_; se l'utile deva posporsi all'onesto

è disputa da frati.

I tradimenti altrui e le proprie empietà espone in tono d'assioma, senza

passione, come evenienze naturali, con freddo computo di mezzi e di

fine, con un'indifferenza che somiglia a complicità. Con questa scienza

senza Dio, che eleva l'ordine politico di sopra del morale, la ragione

di Stato sopra l'umanità, che suppone unica meta delle azioni il

soddisfare gl'istinti egoistici e interessati, assolve la menzogna, il

perfidiare la parola e i trattati, il conculcare il diritto delle genti,

la cospirazione, l'assassinio, purchè si raggiunga lo scopo, si soddisfi

l'ambizione, qualunque siasi: la vittoria arreca gloria, non il modo con

cui la si ottiene. Perciò il Machiavello ammira chiunque riesce, sia

pure a fini opposti, eccetto Giulio Cesare che spense le libertà

classiche, e Gesù Cristo che abjettì gli uomini predicando l'umiltà.

Ammira _la virtù_ dello scellerato Cesare Borgia, e fatto inorridire

colle costui scelleratezze, conchiude: «Io non saprei quali precetti

dare migliori ad un principe nuovo che l'esempio delle azioni del

duca... Raccoltele, non saprei riprenderlo, anzi mi pare di proporlo ad

imitazione a tutti coloro che per fortuna e con le armi d'altri sono

saliti all'impero». L'appassionata sua vista non gli lasciava scorgere

su quanto labile fondamento poggiasse la potenza di quel fortunato

ribaldo; e quando egli cade, lo pronunzia «truculento e fraudolento

uomo, e meritevole della pena che i cieli gli avevano serbata».

Armonizzar la natura col soprannaturale, la scienza colla fede, la

rivelazione colla ragione, la filosofia colla teologia, era stato lo

scopo degli Scolastici, e ormai erano beffati e posposti alle dottrine

gentilesche[239]. Cambiata la bilancia degli atti, qual meraviglia se

non veneravansi più i santi del paradiso, ma si applaudiva agli eroi

dell'inferno? Virtù è la forza intelligente; mezzo di governo una

dominazione unica e incondizionata. Invano Cristo avrà detto, «Perisca

il mondo, ma facciasi la giustizia»; il Machiavello torna al pagano

«Suprema legge è la salute dello Stato», e dice che «quando una città

pecca contro uno Stato, per esempio agli altri e securtà di sè un

principe non ha altro rimedio che spegnerla, altrimenti è tenuto o

ignorante o vile: dove si delibera della salute della patria, non vi

debbe cadere alcuna considerazione di giusto nè d'ingiusto, nè di

pietoso nè di crudele; nè di laudabile nè d'ignominioso». E segue che

«un uomo il quale voglia fare in tutto professione di buono, conviene

che rovini in fra i tanti che non sono buoni»: nelle esecuzioni non v'è

pericolo alcuno, perchè chi è morto non può pensare alla vendetta.

Altrettanto dicevano i Terroristi di Francia. Ed io non vedo in che cosa

Machiavello sia migliore di Hobbes, se non che egli pone in capo di

tutto la politica; e con voti contradditorj, contrasti inattesi,

sentimenti generosi in mezzo a mostruose teoriche, scompiglia la

critica, mentre Hobbes s'attiene alla morale, e tutto riduce ad unità

inflessibile, non commovendosi per veruna passione: del resto entrambi

confondono l'anima col corpo, l'onesto coll'utile, la ragione col

calcolo, Iddio col nulla. Machiavello esprime l'egoismo del principe,

come il Contratto Sociale di Rousseau espresse l'egoismo del suddito;

entrambi del pari repugnanti alla carità cristiana, e ponendo fondamento

alla sistemazione degli Stati non più l'ordine voluto da Dio, ma la

volontà dell'uomo; traendo ogni podestà non da Dio ma dall'uomo;

riducendo l'attività sociale non a compiere un disegno divino

providenziale, ma ad emancipare l'umanità.

Non potevamo trascurare questa eresia politica, che trionfò e durò più

delle altre; che, quando assassinava l'italica indipendenza, voleva

uccidere anche il diritto e la giustizia: e indebolita l'autorità

spirituale, preparava quel despotismo che non insinua la bontà, ma

reprime colla forza, usata accortamente sopra la torma de' bipedi, che

la loro stupidità condanna all'obbedienza.

Se questa sfacciataggine di politica anticristiana attesta come fossero

mutati i tempi e aggravati i pericoli, fu gran sintomo della lamentata

trascuraggine il non avere Leone X notato que' libri fra i proibiti,

anzi all'autore dato commissione d'un'opera analoga, sul governo da

porsi a Firenze; neppure Adriano VI, così onestamente rigoroso, li

toccò; Clemente VII diede privilegio al Blado per istampar le opere del

Machiavello, nel quale non vedeva se non l'illustre concittadino,

perseguitato dalla sua casa, che narrava la storia di Firenze, e la

dedicava a lui papa, il quale tenne il _Principe_ per una bizzarria di

spirito, una leggerezza come altre del segretario. Nè fino a Clemente

VIII veruna condanna officiale gli fu inflitta[240]. Oggi è, come

dicono, riabilitato, e onorato di statue come i pigmei suoi imitatori.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 31 / 82 题