I PATARINI. GLI ORDINI MENDICANTI. LA SCOLASTICA.

Sebbene i nostri non s'ingolfassero in tante sottigliezze e sofisterie

intorno alla divinità, alla natura sua, a' suoi attributi, quanto gli

Orientali, più vicini a quell'India dove pajono naturali l'ascetismo, la

contemplazione e l'idealità, pure, dall'impero greco, ove sempre vivea,

trasmetteasi anche in Italia l'eresia, proveniente dall'antica Gnosi, e

a guisa d'un vulcano dava fumo di tratto in tratto, come sentimento

però, anzichè come idea pura. Claudio, di nazione spagnuolo, in Francia

diresse la scuola istituita poco prima da Carlomagno, e predicava, e

commentava le divine scritture, onde Lodovico il Pio lo propose a

vescovo di Torino verso l'820. Quivi cominciò dal solito titolo di

correggere abusi e superstizioni; e dicendo non dover le immagini

usurpare il culto che a Dio solo è dovuto, le toglieva; spezzava le

croci; non più feste di santi; non più lampade nelle funzioni, non

pellegrinaggi a Roma; dal che passò anche a sostenere errori intorno

alla divinità del Verbo. Il popolo suo ed i vicini gliene vollero male;

Pasquale I lo disapprovò; molti scrissero sin dalle Gallie e

dall'Irlanda, per difendere l'antica consuetudine, distinguendo il culto

reso ai santi e agli angeli da quello alla divinità; adunatosi un

sinodo, Claudio ricusò intervenirvi, chiamandolo _congregationem

asinorum_. Morì del 830, e quanto riprovata dai Cattolici, tanto la sua

memoria fu poi esaltata dai Protestanti, che, per la smania di darsi

antenati, pretesero vedervi il fondatore della Chiesa valdese. Dalle

confutazioni fattene allora non appare ch'egli negasse la presenza

reale, o la transustanziazione, nè alcuno de' sacramenti, nè la primazia

de' pontefici, nè asserisse la privata interpretazione delle sacre

scritture, che sono i fondamenti del protestantismo.

A mezzo il secolo IX, Pietro vescovo di Padova scoprì nella sua diocesi

una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant'anni

dopo fu dissipata dal vescovo Gozzelino. Nel mille, a Ravenna un

Vilgardo sosteneva che la verità sta nei detti di Orazio, Virgilio,

Giovenale, e si hanno a preferire ai dogmi cattolici[71].

Eriberto da Cantù, operosissimo arcivescovo di Milano dal 1018 al 1045,

seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte

presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l'esaminò sulla loro fede.

La risposta fu: «Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito

Santo, che soli hanno la facoltà di sciogliere e legare; e il Padre è

l'eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito

dell'uomo, cui Dio amò; lo Spirito Santo è l'intelletto delle scienze

divine, dal quale tutte le cose sono regolate: non riconosciamo il

vescovo di Roma o verun altro, fuori d'un solo che quotidianamente

visita i nostri fratelli per tutto il mondo, e gli illumina; e quand'è

mandato da Dio, presso lui si trova il perdono dei peccati. Osserviamo

la castità, benchè ammogliati; non mangiamo carne; digiuniamo

strettamente; leggiamo ogni giorno la Bibbia; molto preghiamo, e i

nostri _maggiori_ s'alternano dì e notte nella orazione. I beni teniamo

comuni; e il morir ne' tormenti ci è dolce per isfuggire i castighi

eterni».

Di quest'eresia conobbe i pericoli l'arcivescovo, tanto che menò contro

Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo tutti

indurli a ritrattarsi, non potè impedire che la nobiltà milanese li

mandasse al fuoco, ch'essi subirono come un martirio. Ciò è riferito da

Landolfo Seniore[72], specie di spirito forte, al quale, come dicemmo,

non possiamo concedere troppa fede; e certamente è fantasia di lui

questo discorso.

Nella lotta fra gl'imperatori e i pontefici, l'opposizione a questi o

risolvevasi in eresia, o almeno scassinava l'autorità pontificia. Tra

quelle feconde contese ridestosi, il popolo veniva ad accampare

gl'interessi e i diritti proprj là dove prima non discuteano che baroni,

capitani e re. Allora, nel punto di smarrirsi, vie meglio si pronunzia

il carattere di quel medioevo, cui i gran savj credono poter dispensarsi

dallo studiare col dichiararnelo immeritevole. E davvero questa nostra

età, tutta regia, tutta sistemazione legale, tutta decreti e volontà

generale, dove l'inchinarsi agli impiegati disavvezza dall'inchinarsi a

Dio, mal può comprendere quella ove dominava la più grande e la più

libera varietà; un'aristocrazia affissa a titoli storici, e una

democrazia con tutti i problemi e gli sperimenti moderni; insofferente

di dipendenza, eppur venerabonda del valore; passioni energiche ad

intraprendere con audacia e compire con mezzi violenti, poi

tranquillantisi in un convento, fieramente espiando i fieri delitti, o

frapponendo un intervallo fra le tempeste della vita e il riposo eterno;

un'ignoranza alimentata da spettacoli strani, da credenze bizzarre,

eppure avida di sapere, entusiasta per tutto ciò che avesse nome

scienza; e che non conoscendo se stessa, e bramando di trovare

un'armonia fra le istituzioni sociali, sentiva bisogno di lasciarsi

guidare, se non potea farsi illuminare. Quindi affollarsi alle

università per udire i gran sapienti; quindi accettare il miracolo come

un fenomeno ordinario; rigide pratiche e penitenze esagerate, insieme

con licenza gigantesca; pratiche empie e sordide, insieme con affettuose

devozioni; mania del nuovo, con attaccamento al vecchio; ingenuità

selvaggia di popoli nuovi, con raffinata corruzione di rimbambiti.

Il cristianesimo, dettando precetti morali purissimi in contraddizione

all'indole e allo stato di quella società, e con istituzioni robuste

ingiungendone l'osservanza, produceva quelle posizioni tanto strane, e

que' contrasti tanto drammatici; ordine ed anarchia, santità e

scostumatezza, carità e ferocia, nobilissimi concetti attuati

selvaggiamente, come nelle crociate; insomma la barbarie temperata dal

cristianesimo, e il cristianesimo contaminato dalla barbarie.

La moltitudine vivacchiava senza riflettervi; i più si sgomentavano o

sbalordivano, ma altri ragionavano: e troppo scostansi dal vero coloro,

i quali figurano che nessun dubbio siasi elevato contro la fede, dal

perire del razionalismo antico fin al mostrarsi del moderno. Già nel

XIII SECOLO, parlando di Federico II, trovammo il pensiero incredulo,

che ripudia il fondamento stesso dei dogmi, e crede tutte le religioni

sieno invenzioni umane, e l'una valga l'altra; donde l'indifferenza e il

naturalismo, derivanti dalla scienza araba, ed espressi nel libro dei

Tre Impostori.

Pietro Valdo, mercante di Lione, verso il 1180, venduti gli averi suoi,

predicò che la Chiesa aveva traviato, e bisognava richiamarla alla

semplicità evangelica, sbandendo il lusso del culto, la ricchezza de'

preti, la potenza temporale de' papi. I suoi seguaci si dissero _Poveri

di Lione_ o _Catari_, cioè puri, e tanto erano persuasi di tener tutto

quanto tiene la Chiesa cattolica[73], e di non uscire dal vero, che

chiesero al pontefice la permissione di predicare[74]: ma bentosto

negarono l'autorità del papa, e dietro a ciò altri dogmi cardinali, e

pretesero libera anche ai laici la predicazione.

Si vorrebbe da loro derivassero i Valdesi[75], sopravissuti fino ad

oggi, e dei quali avremo a dir molto in appresso: ma non che i loro

laudatori, anche Bossuet vuole distinguerli affatto dai Catari, che

inclinavano alle dottrine manichee.

Il problema che tormentò i pensatori d'ogni generazione, cioè «Come mai,

sotto un Dio buono, tanti mali?» ne' primi tempi della Chiesa dai

Manichei veniva sciolto trivialmente, supponendo due divinità, l'una

autrice del bene, l'altra del male[76]. Vinti sin dai tempi di

sant'Agostino, sopravvissero in Oriente, donde si propagarono

all'Europa. Mescolandosi ai dogmi le leggende, favoleggiavasi esser Dio

e il demonio coeterni, ed eguali in potenza. A Dio toccarono il cielo e

gli angeli: al demonio la terra e le femmine. Attorno al muro, di cui

Dio avea cinta la sua creazione, ronzava invidioso il demonio, e dopo

centinaja di secoli accortosi d'una screpolatura in quello, mise per

essa il capo, e lusingò gli angeli ad affacciarvisi, ed osservare le

bellezze delle donne. Ottenne l'intento, e a frotte gli angeli ne

sbucarono, e dai loro abbracciamenti vennero gli uomini, mescolanza di

bene divino e di male diabolico. Iddio sdegnato sentenziò che nessuno

più di quegli angeli penetrerebbe nella cerchia celeste, ma vagherebbero

sulla terra, abitando corpi d'uomini e di bruti, fin al giorno del

giudizio. Se non che anime elette scopersero certe formole di preghiere,

certi atti, per cui le anime ottenevano di recuperare il paradiso:

formole e atti custoditi appunto dalla setta de' Catari.

Queste credenze vissero sempre in segreto, e massime nella Tracia e

nella Bulgaria. Di là, di tempo in tempo inviavansi missionarj di qua

dell'Alpi, i quali vivamente ritraevano la purezza della Chiesa

orientale, derivante (diceano) senza interruzione dagli apostoli; e

recavano libri apocrifi e fantastici, profezie e vangeli, riferendosi a

un pontefice supremo, successore di quello che san Paolo aveva istituito

in queste contrade; santo come tutti i suoi, aborrente dalle sensualità,

dalle ricchezze, dalle cure mondane.

E appunto dalla Bulgaria un tal Marco venne come vescovo a presedere

alla Chiesa di Lombardia, della Marca e di Toscana. Ma un altro papa

sopraggiunto, di nome Niceta, riprovò l'ordine della Bulgaria, e Marco

ricevette quello della Drungaria, cioè di Traù in Croazia[77]. A Milano

distingueano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia e Bulgaria,

cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far

dispetto a papa Alessandro; e i nuovi, usciti circa il 1176 di Francia,

che potrebbero essere gli Albigesi.

Perocchè nella Linguadoca, fra il Rodano, la Garonna e il Mediterraneo,

ove le città aveano conservato gli avanzi delle istituzioni romane,

opportune a nuovi incrementi della civiltà, s'erano svolti e grazia

d'immaginazione e gusto delle arti e dei piaceri dilicati: ivi

s'intesero i primi versi nelle lingue nuove, cantati sulla mandòla

dell'elegante trobadore, che errava pei castelli celebrando l'amore e le

prodezze, o satireggiando magnati e preti. Insieme eransi propagati

alcuni errori, e perchè nella città di Alby, primamente furono tolti a

condannare, quegli eretici vennero intitolati Albigesi. Pare tenessero

alle opinioni manichee, ma impugnata l'autorità per appellarsi alla

ragione individuale, doveano necessariamente variare in infinito: e frà

Stefano di Bellavilla racconta, che sette vescovi si adunarono in una

cattedrale di Lombardia, per accordarsi sugli articoli di loro fede; ma

non che riuscire, si separarono scomunicandosi reciprocamente. Un libro

depositario di loro credenze non ebbero: in coloro che li confutano e

negli storici che raccolsero dal vulgo, li troviamo imputati di colpe le

più contraddittorie; or proclamando creatore Iddio, ora il demonio; ora

facendo Iddio materiale, ora riducendo Cristo stesso a null'altro che

ombra; chi fa ammettere alla salute tutti i mortali, chi escludere le

donne dall'eterna felicità; chi semplificare il culto, chi ordinare

cento genuflessioni il giorno; chi licenziare alle voluttà più

grossolane, chi riprovare persino il matrimonio[78].

Quanto alla Lombardia, tre sètte primeggiavano: Catari, Concorezj,

Bagnolesi. I Catari (si dicevano anche Albanesi, vulgare corruzione

probabilmente di Albigesi) venivano suddivisi in due parzialità; alla

prima era vescovo Balansinanza veronese, all'altra Giovanni di Lugio

bergamasco. I primi dicevano eterno il mondo; i patriarchi ministri del

demonio; un angelo aver portato il corpo di Gesù Cristo nell'utero di

Maria, senza che ella v'avesse parte; solo in apparenza egli esser nato,

vissuto, morto, risorto. Gli altri tenevano che le creature fossero

state formate quali dal buono, quali dal tristo principio, ma ab eterno;

la creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un mondo

diverso dal nostro; Dio non essere onnipotente, perchè nelle opere sue

può venir contrariato dal principio a sè opposto; Cristo aver potuto

peccare.

I Concorezj ammetteano Iddio aver creato gli angeli e gli elementi; ma

l'angelo ribellato e divenuto demonio, formò l'uomo e quest'universo

visibile; Cristo fu di natura angelica.

I Bagnolesi facevano le anime create da Dio prima del mondo, e allora

avessero peccato; la beata Vergine esser un angelo; e Cristo avere bensì

assunto corpo umano per patire, ma non glorificatolo, anzi depostolo

all'ascensione. A tutti costoro opponevasi la sètta de' Passaggini o

Circoncisi, e poichè i Catari repudiavano il vecchio Testamento, essi

pretendeano avessero validità fin le leggi penali di Mosè: poichè quelli

supponeano che Cristo si fosse incarnato solo in apparenza

(_docetismo_), essi lo riduceano ad uomo, siccome gli antichi Ario ed

Ebione.

Frà Ranerio Saccone, che, dopo essere stato diciasette anni coi Catari,

li confutò e perseguitò, sicchè poteva averne buona conoscenza[79] li

distingue affatto dai Valdesi, padri degli Albigesi. Sedici loro chiese

annovera, delle quali sei in Lombardia; degli Albanesi, che stanno

principalmente a Verona, e sono cinquecento; de' Concorezj, che fra

tutta Lombardia sommeranno a un migliajo e mezzo; de' Bagnolesi, non più

di ducento, sparsi a Mantova, a Milano, nella Romagnola; cento nella

chiesa della Marca; aggiungansi altrettanti in quelle di Toscana e di

Spoleto; un cencinquanta della chiesa di Francia, dimorano a Verona e

per la Lombardia; ducento delle chiese di Tolosa, di Alby, di

Carcassona; cinquanta di quelle di Latini e Greci a Costantinopoli; e

cinquecento delle altre di Schiavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria.

Questi quattromila (avverte l'autore) sono da intendere per uomini

perfetti; giacchè di credenti ve n'ha senza numero.

Patarini furono detti da _pati_, perchè ostentavano penitenza; o dal

_pater_, che era la loro preghiera[80], ed infiniti nomi indicavano le

varie sètte, de' _Gazari_, _Arnaldisti_, _Giuseppini_, _Insavattati_,

_Leonisti_, _Bulgari_[81], _Circoncisi_, _Publicani_, _Comisti_[82],

_Credenti di Milano_, _di Bagnolo_, _di Concorezzo_, _Vanni_, _Fursci_,

_Romulari_, _Carantani_, e non so che altri.

Fra tante varietà come orientarsi? Sembra avessero comune la credenza

nei due principj[83], ed al malvagio essere dovuto il mondo e il vecchio

Testamento. Appoggiati all'_Obedire oportet magis Deo quam hominibus_,

si emancipavano d'ogni autorità terrena; non papa, non vescovi, non

canoni o decretali, non dominio dei preti; i magistrati non possono

imporre il giuramento nè alcuna punizione corporale; la Chiesa romana è

una congrega di malignanti; non si dà risurrezione della carne; è

ridevole la distinzione de' peccati in veniali e mortali; sono prestigi

del diavolo i miracoli; non devesi adorare la croce, simbolo

d'obbrobrio. Repudiavano l'estrema unzione, il purgatorio, e di

conseguenza i suffragi pei morti, l'intercessione dei santi e l'_Ave

Maria_: il battesimo conferito agli infanti non vale; i sacramenti non

sono istituiti da Cristo, ma inventati dall'uomo; la loro validità

dipende dal merito dell'operante, e possono essere amministrati anche da

laici. Pel matrimonio basta il consenso de' contraenti, senza uopo di

benedizione, e il Saccone dice condannavano chi ne usasse per altro fine

che per aver figliuoli; il che è conforme alla superbia del mostrarsi

superiori all'umana debolezza, alla quale risponde l'altro fine di

calmare la concupiscenza.

Del sacramento dell'Ordine teneva luogo l'elezione dei loro gerarchi,

che erano disposti in quattro gradi; il vescovo, il figliuolo maggiore,

il figliuolo minore e il diacono. Al vescovo spettava l'imporre le mani,

frangere il pane, dir l'orazione: mancando lui, suppliva il figliuolo

maggiore, se no il minore o il diacono: e in difetto, un semplice

credente e fin anche una catara. I due figliuoli coadjuvavano al

vescovo, visitavano i fedeli. In ogni città aveasi un diacono per

ascoltare i peccati leggeri una volta al mese; il che dai Lombardi (i

quali appare da ciò ritenessero la distinzione dei peccati veniali)

dicevasi _caregare servitium_. Il vescovo, avanti morire, inaugurava a

succedergli il figliuolo maggiore, imponendogli le mani.

Quotidianamente, allorchè sedevano a mangiar di brigata, il maggiore fra

i convitati sorgeva, e recatosi in mano il pane e il calice, proferiva:

_Gratia Domini nostri Jesu Christi sit semper cum omnibus vobis_;

spezzava quel pane, lo distribuiva, e quest'era la loro eucaristia. Il

giorno della cena del Signore imbandivano più solennemente; e il

ministro, postosi ad un tavoliere, su cui erano una coppa di vino ed una

focaccia d'azimo, diceva: «Preghiamo Dio ci perdoni i peccati per sua

misericordia, ed esaudisca le nostre petizioni; e recitiamo sette volte

il _Pater noster_ a onore di Dio e della santissima Trinità». Tutti

s'inginocchiano; orato, sorgono; esso benedice il pane e il vino, frange

quello, dà mangiare e bere, e così è compiuto il sacrifizio. Di presenza

reale o transustanziazione, non parola.

Al confessore non rendevano minuto conto della loro coscienza, ma uno

recitava a nome di tutti la formola: «Confessiamo innanzi a Dio ed a

voi, che molto peccammo in opere, in parole, colla vista, col pensiero,

ecc.». In casi più solenni il peccatore, presentandosi al cospetto di

molti col vangelo sul petto, proferiva: «Eccomi avanti a Dio ed a voi,

per confessarmi e chiamarmi in colpa de' peccati che ho fin ora

commessi, e ricevere da voi la perdonanza». Era assolto col posargli il

vangelo sopra il capo. Se un credente ricadesse, doveva confessarsene, e

ricevere di nuovo l'imposizione delle mani in privato. I peccati leggeri

confessavansi ogni mese, e si espiavano con astinenze.

Quest'imposizione, o _consolamento_, o battesimo di Spirito Santo, vero

punto cardinale delle credenze e del culto loro, era necessario per

rimettere il peccato mortale, e comunicare lo spirito consolatore; e fu

per opporsi al consolamento de' Patarini che il concilio Lateranese IV

ingiunse ai Cattolici di confessarsi almeno una volta l'anno.

I semplici _credenti_ poteano menar tutta la vita senza astinenze o

mortificazioni, e in piena licenza di costumi, nessun altro dovere

religioso tenendo fuorchè il contribuire al mantenimento de'

_Consolati_, riservandosi poi a cancellare ogni colpa in punto di morte

col ricevere il consolamento. Perocchè, se uno dei _perfetti_ imponga le

mani a un moribondo, e proferisca l'orazione dominicale, quello va

sicuro a salvazione.

Frà Ranerio aggiunge che, data la consolazione al moribondo, gli

chiedevano: «Vuoi in cielo andare tra i martiri o tra i confessori?»

Eleggeva i primi? lo facevano strangolare da un sicario a ciò

stipendiato; eleggeva i confessori? più non gli davano bere nè mangiare.

Questa _endura_ riscontrasi già prima in altri settarj, fondata

sull'idea che una morte volontaria e violenta fosse meritoria: e poichè

i risanati che, dopo ricevuto il consolamento, si fossero buttati al

vizio, avrebbero dimostrato la poca virtù de' ministri di quel

sacramento, forse voleasi evitarne il pericolo col sacrificare il

consolato.

Vero è che siffatte atrocità gratuite sogliono apporsi dall'ignoranza o

dalla malignità a tutte le congreghe secrete. E non c'è misfatto di cui

non siansi tacciati i Patarini; essi ladri, essi usuraj, essi sovratutto

carnali, adulteri e incestuosi in qualsiasi grado; con connubj promiscui

e contro natura; non poter l'uomo peccare dall'umbilico in giù, perchè

il peccato origina dal cuore. Finita l'assemblea spegneansi i lumi: e

ciascuno abbracciava la prima donna che gli capitasse[84]. Ma come

credere questa bacchica santificazione del libertinaggio, quando

altrove, e ne' libri de' loro stessi nemici, troviamo che con penose

astinenze reprimeano la carne, ribelle alla volontà ed opera del

principio maligno; tre quaresime l'anno, perpetua astinenza da carni e

latte, replicati digiuni, iterate preghiere?

Il Ranerio suddetto narra come, per l'iniziazione, adunati i credenti,

il vescovo interrogasse il neofito: «Vuoi tu renderti alla fede nostra?»

Questo afferma, s'inginocchia, e pronuncia il _Benedicite_; al che il

ministro ripete tre volte «Dio ti benedica», ad ogni volta più

discostandosi dall'iniziato. Il quale soggiunge: «Pregate Iddio mi

faccia buon cristiano»; e il ministro replica: «Sia pregato Iddio a

farti buon cristiano».

L'interroga poi: «Ti rendi a Dio ed al vangelo?» — _Sì_.

«Prometti non mangiar carne, ova, formaggio, nè d'altra cosa se non

d'acqua o di legno? (cioè pesci e frutte)» — _Sì_.

«Non mentirai? non giurerai? non ammazzerai, neppure vitelli? non farai

libidini nel tuo corpo? non andrai scompagnato quando puoi avere

compagna? non mangerai da solo potendo aver commensali? non ti

coricherai senza brache e camicia? non lascerai la fede per timore di

fuoco, d'acqua o d'altro supplizio?»

Risposto che avesse il neofito secondo ciascuna domanda, l'universa

assemblea mettevasi ginocchione; il sacerdote posava sopra il novizio il

volume dei vangeli, e leggeva l'inizio di quello di san Giovanni, poi lo

baciava tre volte: così facevano tutti gli altri, che egualmente si

davano l'uno all'altro la pace: indi veniva messo al collo dell'iniziato

un fil di lana e di lino, ch'egli non doveva levarsi giammai[85].

Qui non v'è ombra delle sistematiche ribalderie, che trovansi in alcune

professioni di fede, esibiteci da' loro antagonisti, secondo le quali

gl'iniziati rinunziavano, non solo a tutte le sane credenze della

religione, ma ad ogni costume, pudore, virtù. San Bernardo, implacabile

indagatore di loro colpe, dice: «Non v'era cosa in apparenza più

cristiana che i loro discorsi, nè più lontana da ogni taccia che i

costumi loro». Il domenicano Sandrini, che potè a sua posta indagare gli

archivj del Sant'Uffizio in Toscana, scrive: «Per quanto io abbia

cercato ne' processi eretti da' nostri frati, non ho trovato che gli

eretici Consolati in Toscana passassero ad atti enormi, e che si

commettesse mai da loro, massime tra uomini e donne, eccesso di senso;

onde, se i frati non si tacquero per modestia, il che non mi par

credibile in uomini che abbadavano a tutto, i loro errori erano, più che

di sensualità, d'intelletto».

Eppure contro tale asserzione starebbero alcuni processi, e recentemente

fu pubblicato il formulario delle interrogazioni da farsi loro[86],

donde appajono quali ne fossero le opinioni più consuete. Dice:

Ai Lionesi può domandarsi: se sia povero di Lione, o lombardo, o

oltramontano — se la romana sia la Chiesa di Cristo o meretrice — se il

papa è nel luogo del beato Pietro, e se può perdonare più che altr'uomo

— se alcuno è buono, e può salvarsi seguendo la fede della Chiesa romana

— se avvi altri in terra in luogo di san Pietro che possa sciogliere e

legare, e chi sia — se ogni uomo buono può consacrare anche non ordinato

e da chi — se il cattivo sacerdote possa consacrare, e conferire gli

altri sacramenti della Chiesa — se i bambini si salvano senza il

battesimo della Chiesa romana — se la Chiesa di Dio venne meno dal tempo

di san Silvestro, e chi la riparò — se papa Silvestro fu l'anticristo —

chi successe a san Pietro nella potestà di sciogliere e legare — se i

Poveri Valdesi, lombardi od oltramontani sieno la Chiesa di Dio — se la

congregazione de' Catari sia la Chiesa di Cristo — se nella Chiesa di

Dio vi debbano essere gli ordini e l'unzione. — Delle indulgenze e dei

pellegrinaggi che fa la Chiesa, delle pitture, della croce, del viaggio

in Terrasanta. — Delle contribuzioni della Chiesa romana, e del mangiar

carni in quaresima. — Se san Lorenzo è santo. — Chi diede a te

l'autorità di predicare? — Se è peccato mortale sposar una parente — se

giova dir mille messe e dar mille lire pei defunti che sono in

purgatorio — se alcuno, fabbricando a spese sue mille chiese,

meriterebbe presso Dio — se alcuno peccherebbe mortalmente distruggendo

tutte le chiese materiali, e bruciando tutte le croci. — Della

giustizia, e chi t'insegna a dire che la giustizia è male. — Del

giuramento per salvar la vita d'un uomo. — Se imparasti la credenza dei

Poveri di Lione — se vuoi rinunziare, e stare ai precetti della Chiesa.

Le risposte possiam raccorle da un processo, formato il 1387, e tratto

dalla stessa fonte, nel quale uno de' molti inquisiti confessa, che

nell'assemblea de' Valdesi, insegnavasi che la loro setta è ottima,

cattiva quella de' Cristiani, e che niuno si salva se non nella setta

loro; che il sommo pontefice della loro setta, dimora nella Puglia, e

che la Chiesa romana è Chiesa de' malignanti e congregazione di

peccatori, dal tempo di san Silvestro in poi, e in lui essa fallì, sin

quando essi la riformarono; che ogni giuramento è peccato mortale; che

due sole vie ci sono, cioè paradiso e inferno; e purgatorio non è che in

questa vita; limosine e pellegrinaggi non giovano ai defunti: Cristo non

fu vero Dio, perchè Dio non può morire; chiunque della loro setta può

consacrare il corpo di Cristo; non devono celebrarsi feste di santi,

perchè nessuno entrò in paradiso, ma aspettano fino al giorno del

giudizio, ecc.

Come avviene in quasi tutti i processi, vi fu un di cotesti ciarleri,

che rinvesciano quel che sanno e che non sanno, e che, se pajono

rivelare molti fatti, lasciano troppi dubbj sulla veracità di essi o

sulla fedeltà della loro memoria. Qui fu un frate Antonio Galosna del

Monte San Rafaele diocesi torinese, che, davanti al vescovo di Torino e

a frate Antonio di Setto di Savigliano inquisitore, seppe enumerar tutte

le moltissime persone che in varj paesi intervennero a quelle ch'ivi

sono chiamate sinagoghe dei Patarini o Valdesi. Troppe sarebbero le

interrogazioni e le objezioni che una processura odierna gli vorrebbe

fare, ma noi dobbiamo tenerci alle sue risposte.

Da tredici anni dunque era terziario francescano, vestitone l'abito

davanti l'altare di san Francesco in Chiari. Più d'una volta fu in casa

di Martino del Prete di Vico (Ponte Vico?); il quale stando presso il

fuoco, gli disse che in un libro avea trovato che la prima grazia ed il

primo sacramento fatto da Dio fu ed è il pane; e questo è superiore ai

sacramenti tutti. Allestita la cena, prese un pane, se lo pose sulle

ginocchia, poi ne staccò tre bocconi, e ne diede uno ad esso rivelante,

uno a un altro frate Antonio, uno alla moglie sua; ne staccò due altri,

e un lo diede alla fante, uno lo prese egli stesso, facendovi prima il

segno della santa Croce: essi lo riceveano a ginocchio, poi tutti

bevvero. Tra il cenare, Martino cominciò a dire che gli ecclesiastici di

fuori sono Dei, dentro son lupi rapaci: e narrò come egli e un frate

Jacobo Bech di Chiari avessero concertato di far quivi una cappella per

le preghiere e discipline loro: e in fatti questo Jacobo stette con

Martino tutto l'inverno facendo penitenza, e camminando scalzo nella

neve. Altra volta invitò questo frate Antonio a far vita seco, e che

dovean adorare il demonio (_draconem_), ch'è più forte d'ogni cosa,

combatte contro Dio e padroneggia il mondo. E cenando, Martino tenevasi

accanto un gatto (_murelegium_) grosso come un agnello, e gli dava

mangiare, e diceva che era il miglior suo amico in questo mondo. Esso

Martino gli diede la facoltà di ascoltare le confessioni, quanto

qualsiasi sacerdote, e gliela rinnovava d'anno in anno.

Lo condussero poi al luogo delle Macchie due uomini, che gli toccarono

il dito auricolare come sogliono i Valdesi, (le donne invece toccano due

dita) e il menarono in una casa ov'erano diverse persone, e una gli pose

in mano un pane di frumento ch'esso benedisse e distribuì ai presenti,

che lo baciarono, poi mangiarono; indi una vecchia mescè da bere a

tutti.

In Avigliana molti conobbe, e vi predicò un lavoratore di pelli di

pecora (_pergamenos_), dicendo che la grazia del pane è superiore a ogni

grazia, al battesimo, alla fede cattolica: mangiarono il pane,

bevettero, poi spensero i lumi dicendo: «Ognuno faccia quello per cui è

qui: chi avrà tenga».

A Focardo assistette a una sinagoga, ove si disse che Dio non è

nell'eucaristia, ma sta in cielo; che la Chiesa romana è casa di

menzogna, riprovata da Dio; che nè papa, nè sacerdote può assolvere se

non sia della loro setta; che due sole vie ci ha, paradiso e inferno, e

non il purgatorio, e che non si devono fare esequie pei morti. Non

essere peccato il dare a interesse dieci fiorini per undici o dodici;

che nessun sacramento ha efficacia, salvo il battesimo; gli altri furono

inventati per avidità de' preti. I santi non devono venerarsi nè

accendervi candele, giacchè Dio solo può giovare. Frate Antonio promise

a quel Martino del Prete di credere tuttociò, e d'adorare per Iddio il

dragone che combatte con Dio e cogli angeli, ed è più forte.

A Susa fu due volte nella sinagoga, con osti, panattieri, calzolaj,

sartori, fabbricanti di candele di sego, e donne merciaje,

fruttivendole, ostiere.

Ben venticinque volte in un anno assistette alle adunanze in Andezzeno,

e vi facea da portinaio, e quando la gente del paese erano iti a

dormire, si accoglievano a mangiare e bere, poi spegnevano i lumi e «chi

abbia tenga», e vi stavano fino a giorno. Bilia la Castagna dava a tutti

una bevanda di brutta apparenza, e chi n'avesse bevuta di molto

gonfiava: e se ne prendeva un centellino al principio dell'adunanza, ed

era di tale efficacia, che, chi una volta n'avesse gustato, non potea

più lasciar quella congrega: e correa fama che ella tenesse un grosso

rospo sotto il letto, cui nutriva di carne, pane e cacio, per far questa

bibita collo sterco di esso, mescolandovi capelli bruciati: e la facea

nella notte avanti l'epifania, e la comunicava il primo di marzo. Altre

donne sapean fare quell'ampolla. Da trenta persone, oltre le donne,

s'accoglievano, ch'egli nomina, e a capo loro Lorenzo di Ormea, nelle

cui mani esso rinnegò specialmente l'incarnazione di Cristo, la

passione, risurrezione, ascensione, non potendo darsi che Iddio si

umiliasse a tal segno: i sacramenti non giovare nulla alla salute. Ed

esso Lorenzo diceva che Dio padre era creatore del cielo, ma della terra

fu il dragone, signore di questo mondo, ov'è più potente di Dio.

Frate Antonio avea data la consolazione a moribondi della loro setta,

fra cui Alassona la Lauriana di Andezzeno. Vittore di Andezzeno prese un

boccone di pane, e le disse: «Credi che questo sia il più gran

sacramento, e che questo pane è superiore all'eucaristia e agli altri

sacramenti amministrati dai preti?» Essa rispose di sì, poi giunte le

mani, prese con devozione, baciò e si pose in bocca quel pane. Essi le

tirarono sopra il capo le coltri, in cui giaceva, e il domani fu trovata

morta.

Ad altre congreghe assistette in Chieri, in casa di Berardo Rascherio,

il quale diceva le stesse cose, e che Dio non nacque, nè morì, nè fu

sepolto; che Maria non restò vergine; che, morto il corpo, è morta

l'anima; poi seguivano il pane, la bevanda, il giuramento del secreto, e

lo spegner dei lumi, e il mescolarsi per un'ora o due.

Da venti volte egli fu in Moncalieri, in casa di Elena scarpolina, ed

erano moltissimi i settarj, ch'esso enumera, e che andavano a pochi per

volta. Così a Candiolo, a Podrovarino, a Trana, a Sangano, ove Giacomo

Doo ripeteva il pane essere il maggior sacramento, e doversi adorare il

dragone ch'è più potente di Dio; purgatorio non v'è che in questo mondo;

poi s'estinguevano i lumi e «chi ha tenga». A Giaveno, Ciaberto

predicava le solite cose, e Cristo non essere stato concetto di Spirito

Santo; e i precetti della Chiesa non legano le anime nè obbligano di

colpa o pena qualunque, nè è peccato lavorare la festa, mangiar carni in

vigilia o in sabato; Dio non può essere nel sacramento dell'altare;

tutte le cose visibili sono create dal demonio; e così via. Supponeva

che tutti quelli del vicino Balangero sono Valdesi e di siffatta

credenza, come udì più volte rinfacciarglielo quei di Giaveno.

Il mirabile è l'esattezza con cui frate Antonio nomina non solo, ma

descrive le varie persone de' varj luoghi, e così di Coazze, di

Piossasco, di Pinerolo, ove l'adunanza teneasi in casa d'una beghina

Coleta, e il pane era distribuito da Pietro di Belmonte di Pragelato.

Tutto ciò diceva d'aver confessato appena gli fu minacciata la tortura,

e d'averlo poi spontaneamente riconfermato, benchè i suoi settarj gli

largheggiassero promesse onde negasse; e lo sostenne anche sotto nuova

tortura, consistente nel metterlo supino, e sederglisi sul petto. Ma

condotto davanti al principe del paese, cioè del Delfinato, professò che

quanto avea detto era stato per le minaccie dell'inquisitore. Poi tornò

a confessar tutto, dicendo lo avea negato per istigazione del carceriere

e d'un foriero, che diceangli sarebbe stato condannato a morte se

confessava.

Simili cose di eresia e valdesia depose di Feruzasco (?), di Castagnole,

di Scalenghe, di Pianezza, di Alpignano: e in Germagnano della Val di

Lanzo, in Avigliana, in Paglirino (_Paglieres?_), in Villar Almese, in

Bubiana (Bobbio Pellice?), Porte, Caburro (Cavour), Campiglione[87].

Fu poi, davanti all'arcivescovo di Torino e all'inquisitore Antonio di

Setto di Savigliano, esaminato Giacomo Bech di Chieri; il quale dice

essere secolare e ammogliato, non tenere veruna eresia, benchè abbia

praticato con Martin del Prete e altri che poi intese colpevoli; nega

aver fatto intelligenze con esso Martino, e da dieci anni non averne

saputo più nulla. Interrogato su altre particolarità, or afferma or

nega. Interrogato se crede che papa Urbano V coi cardinali, vescovi e

preti sia la vera Chiesa cattolica; esservi il purgatorio; poter il

sacerdote anche in peccato assolvere il penitente, e consacrare; che sia

peccato l'usura; che deva adorarsi la croce, e venerare i santi,

risponde di sì. Se fu in alcuna congrega di Valdesi, dice di no. Ma un

mese dopo, senza tortura, confessa avere spergiurato; e che un trenta

anni prima avea preso l'abito di quei che diconsi apostoli, o della

povera vita, a Pontolino (?) nel contado di Firenze, dalla mano di

Giovanni di Pronassio della riviera di Genova: e visse un anno coi

fratelli, e ogni mattina davansi il bacio di pace, e faceano la

confessione generale al modo loro, e baciavansi ogni volta che uscissero

o rientrassero. Bisticciatosi, andò a stare a Perugia con altri che

faceano la stessa vita, poi fu a Roma, tornò a Chieri, rivide Roma e

Assisi, ed a Perugia trovò Pietro Garigh con dieci compagni, il quale

gli narrò d'essere figlio di Dio, e costoro gli apostoli suoi. Egli non

volle aggregarvisi: e anche a Chieri sollecitato da altri, rispose il

farebbe se la loro dottrina fosse migliore di quella della Chiesa

romana. Avendo giurato il secreto, essi gli esposero non aver Dio creato

le cose visibili, bensì il diavolo, che n'era padrone, e che facea

penitenza in questo mondo, finchè ritornerebbe in cielo: che l'uomo non

consta d'anima razionale e di corpo, ma uno dei demonj peccatori si

unisce col corpo, e lo anima; e quei che si salveranno riempiranno il

vuoto degli angeli caduti. Il papa non è papa, nè la romana è la vera

Chiesa; bensì la loro, e il loro maggiore; non s'ha a credere ai dodici

articoli, nè ai sette sacramenti; non adorare la croce; non è peccato

lavorare la festa; non vale l'assoluzione se non da chi è della loro

setta; non v'è purgatorio o inferno se non in questo mondo; nè altri

diavoli che gli uomini e le donne di qui. La donna gravida ha in corpo

un diavolo, nè può salvarsi se non entri nella loro setta, il che fanno

solo a ventiquattro anni; e prima restano a governo del diavolo; e il

battesimo nulla giova se si muoja avanti. Chi della loro setta non

riceve il consolamento in morte, il suo spirito rientra in un corpo

dell'uomo o della bestia che prima ritrovi, finchè in morte non riceva

la benedizione dal loro padre spirituale. Questo padre spirituale

benedice il pane, di cui tutti i credenti mangiano ogni giorno almeno

una bricciola. Non è peccato usare colla madre, la sorella, la figlia,

nè il dare a usura, nè lo spergiurare avanti al vescovo o

all'inquisitore, anzi è peccato irremissibile il discoprire sè o i suoi

maestri. Pellegrinaggi, elemosine, indulgenze nulla approdano ai morti.

Il diavolo fece Adamo ed Eva; profeti, patriarchi e fino san Giovanni

Battista sono dannati; Mosè fu il maggior peccatore che fosse mai, e la

legge ricevette dal diavolo. Non s'ha a credere la resurrezione della

carne, nè il giudizio.

Ed egli, davanti a Giocerino dei Balbi di Chieri, a Pietro Patrizio, e

ad uno Schiavone giurò credere tutto ciò sopra un grosso volume che

chiamavano _Libro della Città di Dio_, nel quale registravano chiunque

facesse tale professione. Poi da esso Patrizio fu mandato in Schiavonia

onde perfezionarsi in questa dottrina in un luogo che dicesi Boxena

(Bosnia?), sottoposto a un signore che chiamasi Albano di Boxena,

dipendente dal re di Rascia: e colà andarono molt'altri Chieresi ch'e'

nomina.

Oltre questa setta, nel Delfinato conobbe di quelli che chiamansi Poveri

di Lione, e credette quel ch'essi.

Aggiungeva che, quando essi eretici di Chieri vedono alcuno de' loro

maestri, e siano in luogo appartato, genuflettono dicendo: «Benedite,

perdonate a noi bon christian», e il maestro risponde «Vi perdono»: ma

se siano in pubblico, fan solo riverenza col capo. Anche costui declinò

una lunga lista di eretici. In che consista il consolamento degl'infermi

non sa, bensì che, prima di darlo, si fanno promettere dal malato, se

campi, di non mentire mai, non mangiare che cibi quaresimali, non

toccare mai persona d'altro sesso, morire piuttosto chè negare la fede,

portare guanti per non toccare nessuno nè essere toccati. Dopo ricevuta

la consolazione, il maestro gli domanda: «Vuoi essere martire o

confessore?» Se dice martire mettongli l'origliere sopra la bocca, e vel

tengono buona pezza mentre recitano certe preghiere, e se rimane

soffocato lo dichiarano martire; se campa, chiamasi perfetto, ed ha

autorità di dare ad altri la consolazione.

Se poi dica volere essere confessore, dura tre giorni dopo la

consolazione senza cibo o bevanda, e osserva le predette regole, ed ha

la stessa autorità: e viva o muoja, lascia tutti i suoi beni a quel che

gli diede il consolamento. Il maestro che chiamano perfetto non deve

peccare mai, nè toccare cosa immonda, lo perchè portano sempre guanti, e

usano vasi apposta per mangiare e bere, lavati nove volte.

E scaltriva l'inquisitore che, negli esami di quei che chiamansi Gazari,

non interroghi direttamente «Se' tu bene de' Gazari?» Il perfetto gli

risponderebbe sì, poi null'altro più. Onde bisogna prima esortarlo, pel

Dio in cui crede, a narrare la sua vita distintamente, e allora egli

racconterà tutto senza mentire.

Tutto ciò egli ratificava ripetutamente e ad intervalli, senza minaccia

di tormenti, protestando volere tornare alla verità. E allora pare gli

fosse perdonato, ma postille in margine accennano ch'egli fu bruciato, e

così Giovanni Bergezio e Martino del Prete.

La provenienza di questo processo rimuove i dubbj che suggerirebbe la

critica sulla sua autenticità, e può rivelarci la parte vulgare di

quella setta.

A più risolute opinioni trascorreano taluni, denominati La sètta dello

spirito di libertà, che negavano eterna la dannazione; le anime purgarsi

in questa vita, poi nell'altra, se alcuna macchia vi restasse, fino alla

totale soddisfazione: Dio non poter venire offeso dalle creature, ma i

peccati essere una purgazione dell'anima, inflitta da Dio: e peccati e

vizj essere necessarj alla salute dell'anima, come la grazia, le virtù e

le opere buone: nulla serve il libero arbitrio: le penitenze non sono

necessarie nè utili se non ai perfetti, e così i sacramenti, eccetto il

corpo del Signore; demonj sono i vizj e le passioni che ci affliggono;

l'anima purgata ha presente Iddio, ne' diletti spirituali o carnali come

nelle virtù e nelle buone azioni; la passione di Cristo non fu

necessaria per evitare la dannazione, ma per provocare al bene.

Ma la colpa, onde più concordemente sono rinfacciati i Patarini, è

l'ostinazione. Fra strazj e tormenti, al cospetto di morte obbrobriosa,

non che convertirsi, più s'induravano, protestavansi innocenti,

spiravano cantando lodi al Signore, colla speranza di presto

congiungersi nel suo abbraccio. In Lombardia serbarono memoria d'una

fanciulla, di cui la bellezza e l'età mettevano in tutti compassione e

desiderio di salvarla. Perciò vollero assistesse, mentre padre, madre,

fratelli venivano consunti dalle fiamme, sperando si sarebbe pel terrore

convertita: ma no; poi ch'ebbe durato alquanto lo spettacolo, si

svincola dalle braccia de' suoi manigoldi, e corre a precipitarsi nelle

fiamme, e confondere l'ultimo suo coll'anelito de' parenti.

Questo ci è raccontato dal cremonese Moneta, il quale era patarino, e

sentendo predicare in Bologna Reginaldo d'Orleans, si ravvide, ed

entrato nell'Ordine prima della morte di san Domenico e fatto

inquisitore della fede a Milano il 1220, _tamquam leo rugiens_ si

scagliò contro le eresie, e scrisse una _Summa theologica_[88] contro i

Catari e Valdesi, che dice nati a' suoi giorni.

Oltre scassinare i dogmi inerenti all'unità del sacerdozio per

costituire società religiose speciali, gli eretici facevano guerra

accannita alla Chiesa esterna, e pur troppo trovavano appiglio nello

scompigliato vivere del clero, di cui e amici e avversarj si accordano

ad attestare la depravazione.

Agli errori la Chiesa oppose da principio i rimedj che a lei convengono;

riformare i suoi, ammonire o scomunicare i dissenzienti, crescere

devozione alle cose che da quelli erano conculcate. La compagnia de'

Laudesi, che s'univano per cantar pie canzoni, dalla Toscana erasi

propagata nella Lombardia. Giovanni da Schio, il famoso paciere,

instituì il saluto del _Sia lodato Gesù Cristo_. La venerazione verso il

Sacramento fu cresciuta da miracoli che allora si narrarono: Urbano IV

estese a tutta la Chiesa la festa del _Corpus Domini_, e Tommaso

d'Aquino ne compose la magnifica uffiziatura.

A Maria poi si tributò l'entusiasmo, col quale i cavalieri veneravano le

donne loro, e il dogma dell'immacolata sua concezione fu sostenuto

fervorosamente dai Francescani; ad onore di lei si formò un salterio,

sulla foggia del davidico; di lei parlarono san Pier Damiani, san

Bernardo, san Bonaventura, con un ardore che rimembra quel dello sposo

de' cantici; e fu una gara di circondarla colla poesia del perdono e con

fiori di tenerezza. L'_Ave Maria_ si rese generale verso il 1240[89].

San Domenico introdusse, o piuttosto propagò il rosario; divozione cui

fu poi connessa la ricordanza della vittoria di Lèpanto (1573), quella

in cui fu decisa la superiorità dei Cristiani sopra i Turchi, nell'ora

appunto che in tutto l'orbe cattolico recitavasi quella semplice formola

di saluto, di congratulazione, di condoglianza, di preghiera. Maria

ispira le opere d'arte d'allora: il suo scapolare, propagato dai monaci

del Carmelo, orna il petto di tutti come una divisa di combattenti

contro le passioni; ai tre ordini del Carmelo, dei Serviti, della

Mercede sotto gli auspizj di lei, quello s'aggiunge dei Gaudenti, da

Linguadoca passati in Italia, ove singolarmente si resero memorabili, e

che continuavano a vivere nel mondo e nel matrimonio, «solo imposto

(come scrive frà Guittone) odiare e fuggire il vizio, desiare e seguir

la virtù, ed alcuna soave, soavissima regola, data in segno d'onestà, in

remissione d'ogni peccato, ed in premio d'eterna vita».

Contro le eresie la Chiesa drizzò pure la santità e lo zelo dei frati.

Questi, anche fra i disordini correnti, aveano sempre mantenuto fervore

più operoso e rigidezza più esemplare. Di nuovi ne furono in quel tempo

istituiti; gli austeri Certosini, i mistici Carmelitani, i pietosi

Trinitarj del riscatto; gli operosi Cistercensi, opera di san Bernardo,

introdussero o migliorarono la coltivazione in luoghi malsani; gli

Umiliati arricchironsi coll'industria dei panni; aggiungansi i Servi di

Maria in Toscana, i Silvestrini di Monte Fano nelle Marche, ed altre

società, le quali eccitano le lepidezze e la compassione di un secolo e

di giornali, che ammirano Federico II, Manfredi, Salinguerra, gli

Estensi, i Da Camino ed altri ammazza uomini.

E già in tanti rami erasi esteso il viver monastico secondo la varietà

degli intenti e dei mezzi, che Innocenzo III decretò non se ne

introducessero altri; eppure sotto di lui nacquero due Ordini

efficacissimi. In visione parvegli la basilica di San Giovanni Laterano

crollasse, e la sorreggessero due persone, allora a lui ignote, e in cui

poi riconobbe Francesco e Domenico. Il figlio di un agiato negoziante

d'Assisi, condotto in Francia da suo padre, s'addestrò sì bene in quella

lingua, che ne trasse il sopranome di Francesco. Balioso, vivace,

compagnone, poeta, a venticinque anni sentesi chiamato da Dio, e

rinunziato a tutto, fin alla famiglia, fa adottarsi da un pitocco, e non

serbando che una tunica col cappuccio e una corda a cintura, nel mondo

inebriato di ricchezze e di piaceri, esce a predicare la povertà; la

pace nel mondo dell'ira, delle superbie, delle guerre; e con undici

compagni si sottomette a così rigorosa abnegazione, da non considerare

suo nè l'abito tampoco e i libri. Così fonda l'ordine de' _Frati

Minori_, e il suo statuto comincia: «La regola de' Frati Minori è

d'osservare il vangelo, vivendo in obbedienza senza nulla di proprio, e

in castità». Chi v'entrasse dovea vendere ogni aver suo a profitto de'

poveri, e subire un anno di pruove rigorose, prima di proferire i voti.

Tutti essendo _frati minori_, gareggiavano d'umiltà, e lavavansi i piedi

uno all'altro; i superiori chiamavansi servi; chi sa un mestiere può

esercitarlo per guadagnare il vitto; chi no, vada alla busca, ma non di

denaro. Neppur l'Ordine può possedere di là dal puro necessario.

Prendano in ispecial cura gli esuli, i mendicanti, i lebbrosi. Chi

malato s'impazienta o sollecita medicine, è indegno del titolo di frate,

perchè mostra maggior cura del corpo che dell'anima. Non vedano femmine,

e a queste predichino sempre la penitenza: che se alcuno pecca in esse,

venga tosto espulso. In viaggio, null'altro che l'abito, nè tampoco il

bastone; e se diano ne' ladri, si lascino spogliare. Non predichi chi

non vi sia autorizzato; e prometta insegnare la dottrina della Chiesa

senza formole di scienza profana, senza ambire suffragi. Un generale

eletto da tutti i membri risiede a Roma, assistito da un consiglio, e da

esso dipendono i provinciali e i priori. Ai capitoli generali prendono

parte i capi di ciascuna provincia, i priori e i deputati dei monaci di

ciascun convento. Ogni comunità tiene capitolo una volta l'anno: i

superiori d'Italia si congregano ogni anno, e ogni tre quelli di là

dall'Alpe e dal mare.

Allorquando Francesco si presentò al papa chiedendo riconoscesse il suo

Ordine, cioè gli concedesse di pregare e mendicare e non posseder nulla,

Innocenzo III esitava, parendogli che questi propositi trascendessero le

forze umane; infine approvò solennemente questi Mendicanti (1215).

Membri d'una repubblica che avea per sede il mondo, per cittadino

chiunque ne adottava le rigide virtù: scalzi, col vestire dei poveri

d'allora, coll'idioma dei vulghi, diffondeansi per tutto. Avendo per

unica retorica una fede inconcussa e universale, e accettando tutto ciò

che servisse all'edificazione, andavano a diffondere la pace, e spandere

la rugiada della Grazia sovra le moltitudini, in prediche incolte, ma

animatissime, e dirette a un uditorio che non vi portava la critica, ma

la convinzione; al popolo parlando come esso vuol gli si parli, con

forza, con drammatica, fino con vulgarità, destando al pianto e al riso

col ridere e piangere essi medesimi; affrontando e provocando sia i

tormenti sia le beffe. Egli stesso, il santo fondatore, se mai talvolta

rompesse il digiuno, volea lo strascinassero per le vie, battendolo, e

gridando al ghiottone. A Natale predicava in una vera stalla, e nel

pronunziare _Betlemme_ belava come un pecorino; e nel nominare Gesù

leccavasi le labbra, quasi ne sentisse dolcezza. Poi alla sera di sua

vita, portava le stigmate delle piaghe di Cristo, impresse sul proprio

corpo.

Rinfrescatore mirabile del vangelo, a' suoi che inviava a predicare,

diceva: «In nome del Signore camminate due a due con umiltà e modestia;

in particolare con esattissimo silenzio dal mattino fino a terza,

pregando Dio nel vostro cuore. Fra voi non parole oziose e inutili: ed

anche per via comportatevi umili e modesti, come foste in un eremo o

nella vostra cella; imperocchè in qualunque parte siamo, è sempre con

noi la nostra cella, che è il corpo nostro fratello, essendo l'anima

nostra l'eremita che dimora in questa cella per pregare e pensare a Dio.

Perciò se l'anima non istà in riposo in questa cella, la cella esteriore

nulla serve ai religiosi. Sia tale la vostra condotta in mezzo alla

gente, che qualunque vi vedrà o ascolterà, lodi il celeste Padre.

Annunziate la pace a tutti; ma abbiatela voi nel cuore non men che nella

bocca, anzi più. Non porgete occasione di collera o di scandalo, ma

colla vostra mansuetudine fate che ognuno inclini alla bontà, alla pace,

alla concordia. Noi siamo chiamati per guarire i feriti e richiamare gli

erranti; e molti vi sembreranno figli del diavolo, che saranno un giorno

discepoli di Gesù».

E come i suoi frati, egli correva dovunque intendesse che v'era una

bizza, una discordia, e cominciava: _La pace sia con voi_, e predicava

l'amore, e intonava canzoni. All'amor suo non bastando l'abbracciare

tutti gli uomini, lo estende ad ogni creatura, e vaga per le foreste

cantando, e invitando gli uccelli, _fratelli suoi_, a celebrare il

Creatore; prega le rondini, _sue sorelle_, a cessare il pigolio mentre

predica; e sorelle son le mosche, e sorella la cenere. Una cicala canta?

gli è stimolo a lodare Iddio; le formiche rimprovera di mostrarsi troppo

sollecite dell'avvenire; storna dalla strada il verme che può esservi

calpestato; porta miele alle api nell'inverno; campa le lepri e le

tortore inseguite; vende il mantello per riscattare una pecora dal

macellajo; il giorno di Natale voleva si porgesse miglior nutrimento

all'asino e al bue; anche biade, vigne, sassi, selve, quanto hanno di

bello i campi e gli elementi songli stimoli, ad amar Dio[90];

nell'orticello d'ogni convento de' suoi doveva riservarsi un'ajuola a'

più bei fiori, per lodarne il Signore.

L'esuberanza di quest'affetto espandea Francesco in poesie, originali

come lui stesso, ove niuna reminiscenza d'antichità, ma viva effusione

di cuore, impeti d'amore illimitato: fu de' primi ad usar nelle laudi la

lingua vulgare; e frà Pacifico, suo allievo, meritò la laurea poetica da

Federico II. Così il _padre serafico_ seguitò, finchè a quarantaquattro

anni morì nel 1226. Per la sua Porziuncola aveva invocata dal cielo e

dal pontefice un'indulgenza, a lucrar la quale non fosse mestieri di

veruna offerta; e quando, al secondo giorno d'agosto, essa è proclamata

nell'ora solenne dell'apparizione di Maria, una folla innumerevole

accorre tuttora da quei fortunati contorni ad implorare l'effusione

della grazia gratuita.

Quattro anni dopo l'approvazione, Francesco radunò il primo capitolo,

detto _delle stuoje_, perchè tenuto in campo aperto sotto trabacche, ove

cinquemila frati della sola Italia, e cinquecento novizj si

presentarono; poi crebbero tanto, che, malgrado mezz'Europa perduta per

la Riforma, dicono alla rivoluzione francese sommassero a

cenquindicimila, in settemila conventi, suddivisi fra molte riforme.

L'altro apparso in visione a Innocenzo III era Domenico Gusman, illustre

castigliano, assetato di amore e di patimenti, che introdusse l'Ordine

de' Predicatori (1216), obbligato esso pure alla povertà, con cariche

tutte elettive, e destinato specialmente alla scienza divina e

all'apostolato. Mentre i Frati Minori preferivano la campagna e

situazioni meravigliosamente belle, i Domenicani, diffusi rapidamente,

nelle primarie città d'Italia ebbero grandiosi monasteri e templi

magnifici[91], prodigi dell'arte.

Onorio III diede poi ai Domenicani un'esistenza canonica, istituendo il

maestro del sacro palazzo, gran dignitario della Corte, mentre è il

ministro della giustizia papale per l'universo, da cui vengono a

dipendere tutti quelli istituiti in ciascuna diocesi, in quanto non vi

si oppongano gli anteriori diritti de' singoli vescovi. E la giustizia e

l'istruzione erano gli attributi de' Domenicani che non doveano tanto

tirar nella chiesa neofiti, come poi i Gesuiti, quanto conservare chi

v'era. Essi diedero alla predicazione una forma più animata e dotta;

tolsero al clero secolare il privilegio dell'alto insegnamento e la

direzione delle coscienze; rappresentavano la regola stretta, il

formalismo della lettera, la rigida repressione. I Francescani invece

tendeano al misticismo, alla libera interpretazione del testo sacro, a

dirigere gli spiriti verso l'ideale, fuor delle forme prestabilite.

Non sono dunque più i monaci ascetici, stiliti, anacoreti dell'Asia e

dell'Africa; non gli studiosi e faticanti di san Benedetto o di san

Bernardo; ma poveri mendicanti, viepiù potenti sul popolo, il quale

venera un'indipendenza acquistata con sacrifizj volontarj: onde li

consultava, divideva con essi il pane, dalla Providenza compartito; e in

quegli atti di astinenza e di abnegazione riconoscea l'amore, e

nell'amore la virtù. Diffusi pel mondo, nella reggia come nella capanna,

senza domicilio fisso, seminando dietro di sè la parola che salva, alle

eresie oppongono la predica, l'associazione; inoltre l'esempio del

massimo disinteresse e della maggior costumatezza. Deperisce il

sentimento dell'autorità? e i frati rinnegano la propria per far la

volontà d'un altro, ch'esso pure dipende da un superiore, e questo da un

altro, finchè s'arriva al pontefice, da cui tutto e tutti rilevano. Quel

rinunziare volontariamente al creato per amor del Creatore, esprimeva

non solo lo spogliamento, ma l'amore dello spogliamento. Così ridotto,

l'uomo non è più esposto a quella comune tentazione, per la quale,

allorchè abbia detto «Ciò è mio», facilmente passa a dire «Ciò son io, è

l'esser mio, ingrandito e nobilitato»; non trovasi grande per nascita,

per eredità o posti, ma per la sola grandezza vera dell'uomo, quella

dell'anima. Oggi che, in un'esistenza laboriosa, avvelenata dalle cure

materiali, non possiam intendere quella guerra dichiarata ai sensi, si

ripete che il denaro produce indipendenza. Ebbene, questi frati la

godeano perchè, non avendo cosa da perdere, sfidavano i potenti o i

rapaci a far loro paura.

Non incardinati a una chiesa come i preti, non appartenenti a una

provincia ad un reame, assumevano tutti i pesi del clero senza i

vantaggi; anzi, coll'umiltà e povertà correggevano di quello l'orgoglio,

che era uno de' più forti appigli per gli eretici. Poveri, penitenti,

assistendo al popolo nelle tribolazioni e benedicendone il tripudio,

contrastando ai tiranni, specchi di bontà e di dottrina, ecco perchè gli

Ordini dei Minori e de' Predicatori tanto poterono, e divennero il più

valido sostegno della Santa Sede; e per ciò li troveremo i più

osteggiati dagli avversarj della Chiesa.

A chi nella storia riconosce qualcosa di più nobile e liberale che non

l'accidente o la fatalità, non isfuggirà come quest'istituzione, tanto

favorevole al potere dei papi, e che forse ritardò di tre secoli il

distacco luterano, al pari d'altre istituzioni a pro del pontificato,

venne da persone estranie e private, non già dai papi, non da ambizione

nè calcolo loro, siccome sogliono gli ordimenti che i re e i ministri

fanno per ampliarsi in potenza.

E subito destarono meraviglia e simpatia nei migliori[92], e in folla

attrassero pii ed illustri proseliti, professori, architetti, medici,

filosofi, tra i quali il maggior mistico san Bonaventura, il maggior

ragionatore san Tommaso, il ravvivator delle scienze sperimentali

Ruggero Bacone, e cardinali, e principi, e re, e regine. Ciò chiuda la

bocca al frivolo beffardo, provando ch'erano in armonia col tempo,

soddisfaceano a bisogni veri delle anime, e profittavano alla società

quale allora si trovava. E i chiostri erano allora l'asilo de' maggiori

filosofi, i quali, ammiratori di Dio mentre il mondo dilagava di sangue,

passavano la vita nella contemplazione del bello, nella ricerca del

vero, nella pratica del bene; e dai chiostri uscirono i più vigorosi

campioni della verità, e ampliatori della civiltà, quali furono i

teologi.

Nella teologia dogmatica bisogna distinguere l'elemento _immutabile e

sostanziale_, cioè il vero rivelato e quel che ad esso s'attiene: e

l'elemento _mutabile_, quasi accessorio, che è lo sviluppo scientifico

d'esso vero rivelato, la forma di esso. Il primo nè scema nè

progredisce; il secondo varia col tempo e cogli uomini. Quello è oggi

qual fu al tempo di Cristo e degli apostoli, coi quali fu compito e

suggellato; l'altro si modifica e si modificherà sotto l'azione

permanente dello Spirito Santo, e per cagioni diverse. In quello il

semplice credente e il più profondo teologo sono eguali; per l'altro

differiscono grandemente. Questo sviluppo scientifico ebbe due periodi

ben distinti eppur connessi: quello dei Santi Padri e quello degli

scolastici.

Il medioevo avrebbe potuto produr teologi sì grandi come i primi secoli?

era assai tener viva la face della civiltà e delle credenze fra il

turbine della barbarie. I teologi studiavano nella Scrittura e ne'

Padri, con poca invenzione e poca filosofia, contentandosi di compilare

o copiare. Pur v'ebbe taluni che tentarono qualche sistema; poi nel XI

secolo ricompajono i grandi teologi. Tal fu Lanfranco di Pavia

(1005-89), divenuto abate di Bec in Normandia, poi arcivescovo di

Cantorbery, che, dagli affari pubblici non distolto, risuscitò l'arte

critica, applicandola ai testi che l'eretico Berengario aveva falsati

per negare la presenza reale nell'eucaristia; riprovando la sottigliezza

dei tropi e dei sillogismi e l'_inane fallacia_ della dialettica di

Aristotele, chiama sapiente chi conosce e glorifica Dio, e pienezza

della dottrina l'intenderne il mistero e la sapienza.

Discepolo suo e successore, Anselmo d'Aosta (1033-1109), con dolce calma

e fermezza, intelletto elevato, cuor puro, carattere amabile, per

sagacia e pietà fu chiamato un secondo Agostino, e sulle traccie di

questo diede dimostrazioni ancora venerate sopra l'essenza divina, la

trinità, l'incarnazione, la creazione, l'accordo del libero arbitrio

colla Grazia. Mettendo in iscena un ignorante che cerca la verità colla

scorta dell'intelletto puro, vuol mostrare che la ragione non prova, ma

comprova le verità rivelate; e protestando insieme che la fede non cerca

comprendere, ma pur movendo dal credere, tende all'intelligenza,

chiaramente determina i confini della filosofia e della teologia.

Lo stolto che dice _Non v'è Dio_, bisogna abbia l'idea d'un essere a

tutti superiore, anche quando afferma che non esiste. Ma l'affermare che

non esista quello che si chiarisce, è assurdo; è poi contradditorio ne'

termini, atteso che quest'ente, presupposto superiore a tutti,

resterebbe inferiore a un altro, che a tutte le perfezioni congiungesse

l'esistenza. Voi riconoscete l'argomento svolto poi da Cartesio; sicchè

un monaco del XI secolo trovava, e preciso esponeva la prova più

compiuta e soddisfacente dell'esistenza di Dio, cioè elevava la

coscienza fino alla nozione dell'essere, e sopra un concetto della

ragione edificava una teologia dottrinale.

Altri si volgeano ad enucleare credenze particolari di mezzo alla

generale, seguendo lo spirito di controversia introdotto dalla

scolastica.

Da Boezio, ultimo filosofo latino, era stata resuscitata la stretta

dialettica, che l'italioto Zenone d'Elea aveva insegnata. Di essa erasi

giovata assai la sapienza greca; ma se si restringe a pure forme e

categorie, impaccia la ragione mentre intende soccorrerla. Entrata poi e

divenuta dominante nelle scuole d'Occidente, ne prese il nome di

_scolastica_, che esprime ad un tempo e l'uso il più poderoso, e il più

inane abuso che siasi fatto mai dell'umano raziocinio.

Questa geometria della ragione mette innanzi, precisamente formolato, il

suo teorema, da principj inconcussi deduce illazioni con raziocinio

serrato, senza abbellimenti nè svaghi, valendosi solo di parole

chiaramente definite, eliminando le idee vaghe e i termini equivoci, e

procedendo sempre dal noto all'ignoto. Tali principj non potea darli che

la rivelazione. Movendo da questi, la scolastica limitavasi a difendere

e chiarire dogmi parziali, a vedere in che modo accettar la rivelazione

e conoscere il sentimento comune; esercitandosi sulle due nozioni

fondamentali del creatore e della creatura, per trovarne e chiarirne la

relazione, ch'è la fonte d'ogni morale, e conciliare la fede rivelata

colla ragion pura e coi fenomeni della vita esterna; sospendendo ogni

disputa non appena la Chiesa avesse sentenziato.

Ma mentre sant'Anselmo sosteneva doversi credere ai misteri prima di

analizzarli colla ragione, Roscelino prendeva le mosse da un ordine

puramente logico, e distruggeva i misteri della fede col pretesto di

spiegarli. Era Aristotele che prevaleva a sant'Agostino; e la scolastica

più non si propose soltanto di rendersi conto dei dogmi riguardati come

incontestabili, di elevarsi dalla fede all'intelligenza, come ne'

migliori tempi; ma prendea le mosse dall'ordine logico e psicologico,

dalla coscienza, da una specie d'esperienza, non impugnando i dogmi,

anzi cercando metterli in armonia colle teoriche razionali, pure non

prendendoli per base e termine delle sue speculazioni, e formando una

filosofia umana.

La Chiesa non vi si era opposta; solo avvertì che v'ha dei limiti

insuperabili, e vigilava che l'orgoglio non urtasse il dogma. Alcuni

vollero trascenderli, e ne nacquero gli errori de' Nominalisti e de'

Realisti, lo scetticismo d'Abelardo, il panteismo di Amalrico di

Chartres. La Chiesa condannò questi abusi della dialettica, eppure

lasciolla applicare alla teologia.

Allora rinacquero gli abusi della sofistica greca. Il minuzioso

speculare, disgiunto dall'applicazione, dalla sperienza,

dall'erudizione, da ogni bellezza; il sillogizzare non tanto per

raggiungere la verità, quanto per uniformarsi a certe regole, o per

avviluppare gli avversarj; il puntigliarsi in frivole distinzioni fin di

sillabe, congiunzioni, preposizioni, e innestare alla logica quanto di

vano comprendevano la grammatica e la geometria, colla presunzione di

dimostrare ogni cosa, perfino i contrarj; insomma l'assumere la disputa

per iscopo, non per mezzo, e confondere il metodo colla sostanza, faceva

invanire e delirare nella presunta onnipotenza della dialettica, e

separava la teologia speculativa dalla pratica, l'argomentatrice dalla

mistica. La Bibbia diveniva un arringo di disputazioni, secondo che gli

uni vi rintracciavano il senso letterale, altri l'allegorico, altri il

mistico. Che cosa faceva, e dove stava Iddio prima di creare? se nulla

avesse creato, qual sarebbe la sua prescienza? v'ha tempo in cui egli

conosca più cose che in un altro? potè egli fare le cose in altro modo

da quel che le fece? e che non sia ciò che è? e, per esempio, che una

meretrice sia vergine? Iddio, incarnandosi, si unì all'individuo od alla

specie? il corpo di Cristo alla destra del Padre sta seduto o in piedi?

e le vesti con cui comparve agli apostoli dopo risorto erano realtà od

apparenza? e le assunse con sè in cielo? e ve le tiene ancora? e

nell'eucaristia sta nudo o vestito? che divengono le specie eucaristiche

dopo mangiate? in qual maniera s'operò l'incarnazione nel seno di Maria?

san Paolo fu rapito al terzo cielo nel corpo o senza? il pontefice

potrebbe cassare i decreti degli apostoli, e formare un articolo di

fede? o abolire il purgatorio? è semplice mortale, o una specie di

divinità?

Ricondurre le quistioni teologiche al punto ove i Padri le aveano

lasciate fu l'assunto di Pietro Lombardo (1160), povero fanciullo

novarese, divenuto vescovo di Parigi. Nei quattro libri _Sententiarum_

raccolse in un ordine alquanto arbitrario le proposizioni de' santi

Padri intorno ai dogmi, sicchè non rimanesse che d'applicarle nelle

varie quistioni. Ma poichè delle difficoltà esposte non porgeva la

soluzione, apriva campo a troppe sottigliezze, per quanto egli

richiamasse continuo verso gli studj positivi e i monumenti della prisca

filosofia cristiana. Inoltre dava egli stesso in certe speculazioni che

noi possiamo dire curiose: «Iddio padre generando suo figlio, generò se

medesimo o un altro Dio? generò di necessità o di volontà? è Dio

spontaneamente o necessariamente? Gesù Cristo potea nascere d'una specie

d'uomini differente dalla stirpe d'Adamo? potea prendere il sesso

femminile?» Quando la logica gli paresse condurre a conclusioni diverse

dalla fede, conchiudeva: «Su questo punto amo meglio udire altri, che

non parlare io stesso». Fu intitolato il _Maestro delle sentenze_,

divenne testo delle scuole, ebbe replicate edizioni ne' primi tempi

della stampa, e forse quattrocento commentatori, e fin a mezzo il secolo

passato l'università di Parigi ne celebrava l'anniversario con esequie

assistite da tutti i bacellieri licenziati.

Censurare la scolastica per gli abusi che ne derivarono, è ingiustizia

come di chi condannasse la letteratura odierna per la prostituzione de'

giornali. È vero che tali ginnastiche sono pericolose, nè impunemente

s'irritano i dilicati muscoli della credenza, e difficilmente si ha la

debita riverenza per un dogma che fu maneggiato con troppa famigliarità;

ma è vero altresì che gli scolastici successero ai santi Padri

nell'ufficio di conservare, trasmettere, propugnare la fede; ed è loro

merito l'aver raccolte in un sol corpo di dottrina tutte le verità

rivelate, sparse in tanti volumi quanti sono i monumenti della

tradizione; ridottele in pochi, ordinate con sistema scientifico,

espresse con preciso e chiaro linguaggio. Insomma la scolastica, nella

parte sua viva, fu il trionfo della ragione applicata alla rivelazione.

In ciò il maggior merito va a quel che può asserirsi il maggior filosofo

del medioevo, e fors'anche dell'evo moderno, san Tommaso (1227-74). Nato

dai conti d'Aquino, pronipote di Federico Barbarossa, cugino di Enrico

VI e di Federico II, discendente per madre dai principi normanni,

abbandona delizie e speranze per vestirsi domenicano, e ben presto

mostrò intelletto filosofico s'altri mai, erudizione estesissima,

passione de' grandi risultamenti. A quarantun anno si propose, coi

materiali sparsi della scienza, coordinare in sistema compiuto la

teologia e la filosofia, compendiando in un volume i conflitti che da

dodici secoli la Chiesa sosteneva intorno ai cardini della fede, e

quanto aveano insegnato, approvato, riprovato i Padri, i dottori, i

papi, i concilj, in maestosa sintesi tendendo a riprodurre l'ordine

assoluto delle cose. Dio uno, la Trinità, la creazione, le leggi del

mondo, l'uomo e l'angelo, la natura e la grazia; e opporre la verità

agli errori moltiformi del Corano[93], del Talmud, del manicheismo.

All'ispirazione ed elevazione dei primi Padri non assurge egli, ma

fedele al sillogismo, porge formole dotte e profonde distinzioni.

Vastissimo il concetto generale, finissime le particolarità; non c'è

massima nella Scrittura e nella tradizione, non idea nella coscienza,

non errore nelle menti ch'egli non abbia discusso, sopra ciascuno

recando le opinioni antiche e moderne, vere e false, la tesi e

l'antitesi; e con un buon senso calmo, imparziale, senza sistematiche

esclusioni, adottando tutto ciò ch'è vero, approvando tutto ciò ch'è

buono. Mentre d'Aristotele repudia la metafisica, ne adopra la

dialettica e il potente argomentare sillogistico, tanto opportuno a

dissipare il sofisma.

Ecco con qual metodo procede. Enuncia, per lo più in forma di quistione,

il teorema che intende dimostrare; poi espone e sillogizza tutte le

opposizioni filosofiche con tal franchezza e lealtà, che poterono da lui

attingere eresie ed objezioni quanti ebbero la mala fede di sopprimere

le risposte. Vi contrappone (_sed contra_) passi d'Aristotele, della

Bibbia, dei Padri, principalmente di sant'Agostino: quindi (_conclusio_)

pronunzia la sua decisione in termini concisi, enucleandoli poi

dialetticamente, e non di rado con poche parole d'inarrivabile

precisione snodando avviluppatissimi problemi; donde passa a sciogliere

per ultimo con facilità le opposizioni che avea messe innanzi sul

principio della quistione.

Ch'egli si occupasse di scienze al tempo suo non esistenti, o usasse un

linguaggio che l'età sua non gli dava, chi lo pretenderebbe? mentre

eccitano meraviglia la chiarezza, la brevità nervosa, la schietta

indagine della verità, che con bella e profonda definizione egli fa

consistere in un'equazione tra l'asserto e il suo oggetto[94].

Scienza di Dio, dell'uomo, della natura, la teologia risale a Dio per

contemplarlo, e col raggio che ne attinge discende la scala del creato,

illuminando le sfere inferiori. Tra i corpi assolutamente materiali e il

mondo delle pure intelligenze, riflesso della vita e delle perfezioni di

Dio, sta l'umanità, partecipe degli uni e degli altri; tre mondi,

connessi da legami infiniti, donde risultano l'ordine naturale e il

soprannaturale, e in seno all'opera di Dio nasce l'opera dell'uomo,

mediante la libertà creata. Di qui la mescolanza di bene e di male, di

verità e d'errore, che costituisce la storia umana. Delle creature,

alcune sono assolutamente immateriali, altre materiali, altre miste, e

nel formarle Iddio si propose il bene, cioè d'assimilarle a sè. Del qual

bene partecipano anche i corpi, in quanto possedono l'essere, e sono

l'effetto della bontà divina; e concorrono alla perfezione

dell'universo, che deve contenere una gradazione d'esseri, gli uni

subordinati agli altri, secondo che sono più o meno perfetti. Chi li

consideri uno ad uno, non vede che l'inanità: ben altrimenti da chi li

guardi come istromenti degli spiriti: avvegnachè tutto ciò che si

riferisce all'ordine spirituale, mostrasi più grande quanto più viene

conosciuto.

Centro e compendio della creazione è l'uomo, il cui spirito vive di

triplice vita, la sensiva, la vegetativa e la razionale, la qual ultima

ancora si divide in intelligente e volitiva. Alla volitiva san Tommaso

assegna norme rettissime, giacchè fondate sugli insegnamenti della

Chiesa: e canoni della società, che i più sodi e i più liberali non

furono forse mai dati da altri[95].

Ciò sia detto per coloro, che non vogliono considerar tampoco la

scolastica come il maggior tentativo fatto di sostenere il dogma col

raziocinio, costruendo sistemi di metafisica trascendente, che non

provano ricchezza di scienza storica e filologica, ma suprema

sottigliezza d'ingegno[96].

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 18 / 82 题