NOTE

[51] _Quam fœdissima ecclesiæ romanæ facies, cum Romæ dominarentur

potentissimæ æque ac sordidissimæ meretrices, quarum arbitrio mutarentur

sedes, darentur episcopi, et, quod auditu horrendum et infandum est,

intruderentur in sedem Petri earum amasii pseudo pontifices, qui non

sunt nisi ad signanda tantum tempora in catalogo romanorum pontificum

scripti_. (_Ad ann_. 912, n. XII) Così dice il Baronio, che era

cardinale, scriveva per impulso di san Filippo Neri, e per sostenere il

papato contro le storie che dettavano i Protestanti, e massime le

Centurie Magdeburgesi. Eppure vedasi come riprova i disordini della

Chiesa. Nel che anzi eccedette, come l'accusa perfino il Muratori, sì

poco papale; e come il provano altri documenti intorno a quell'età.

[52] Questa favola della papessa Giovanna, su cui vedremo trastullarsi i

satirici e protestanti, si collocherebbe all'855; non è accennata che da

Mariano Scoto, cronista dell'XI secolo, poi narrata a disteso da Martin

Polacco, che dettò una storia de' papi fino al 1277. Oltre ch'egli è

tardivo, il passo sembra interpolato, mancando in alcuni codici, com'è

intruso nella _Storia de' pontefici_ di Anastasio Bibliotecario, il

quale altrove a Leone IV fa succedere Benedetto III, non già questo

supposto Giovanni VII, e dice che l'elezione fu notificata a Lotario

imperatore, il quale si sa che morì nel settembre del 855; sicchè non vi

saria bastante intervallo per frammettervi un altro papa. Produssero

ultimamente una medaglia del 855, che porta il conio e di Lotario e di

Benedetto III; locchè conferma l'immediata successione di questo. Si

noti che Leone IX, scrivendo a Michele Cellulario patriarca di

Costantinopoli, gli dice come in Occidente era sparso che una donna

fosse stata fatta patriarca di Costantinopoli. Il fatto sarebbe men

improbabile per una sede, cui dicesi ottenessero anche eunuchi; ma il

papa non avrebbe accennato questa diceria, nè il Cellulario avrebbe

lasciato di rimbeccarnelo se fosse stata anche solo bisbigliata la

storia della papessa Giovanna. Ed è pure da valutarsi che, nei contrasti

che allora la sede romana avea colla greca, fra tante ingiurie che il

patriarca Fozio lancia contro i Papi, non fa la minima allusione a

questa papessa. Lasciam dunque in siffatte cloache l'abate Casti,

Bianchi Giovini e simili sozzure.

[53] Cardinali vescovi eran quelli di Ostia, Porto, santa Rufina, Alba,

Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di san Giovan

Laterano. Cardinali cherici erano i parroci dipendenti da quattro altre

chiese patriarcali di Roma. I cardinali diaconi presedevano agli

istituti di carità.

[54] Già sotto i Longobardi, Paolo Diacono si lamentava che nessuno

frequentasse la chiesa di san Giovanni di Monza, perchè i suoi preti

erano concubinarj e simoniaci. Nel 790 girò attorno a Brescia un monaco,

annunziando vicina la fine del mondo, in grazia della depravazione de'

religiosi: spacciatosi profeta, distribuì i suoi proseliti in cori di

angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i frati sinchè egli stesso

venne mandato a morte. RODULPHI NOTARII _Hist. rerum brixian._, p. 17.

[55] Il passo fu accertato essere stato intruso. Ad ogni modo si sa non

essere questo divieto a' preti di aver moglie che una disciplina, e la

Chiesa l'adottò per alte convenienze, pur tollerando in alcun luogo,

come fra i Greci. Che a Napoli il matrimonio de' preti e sin quello de'

frati fosse riconosciuto vorrebbero indurlo da documenti autentici, ove

trovansi soscrizioni, _Ego Petrus, filius domini Stephani monachi: Ego

Sergius, filius domini Johannis monachi: Ego Joannes, filius domini

Petri monachi..._. (alle pagine 10, 21, 40, 46 della _Sylloge de'

Monumenti_ del grande archivio di Napoli). Ma ciò può riferirsi a

persone monacatesi dopo vedovate. Il concilio di Melfi nel 1059 limitò

il matrimonio de' preti: dopo il concilio romano del 1072 fu proibito.

Nelle consacrazioni dei vescovi prescriveansi norme intorno all'ordinare

conjugati: e l'arcivescovo Alfano nel 1066, consacrando il primo vescovo

di Sarno, gli indiceva _ne bigamum, aut qui virginem sortitus non est

uxorem, ad sacrum ordinem permittat accedere: et si quos hujusmodi forte

reperit, non audeat promovere_. UGHELLI, _Italia sacra_, tom. VII, p.

571. Barbato arcivescovo di Sorrento, nel 1110 ordinando Gregorio

vescovo di Castellamare, dicea: _eique dedimus in mandatis ne nunquam

ordinationem præsumat facere illicitam, nec bigamum, aut qui virginem

non est sortitus uxorem, neque illiteratum.... ad sacrum ordinem

permittat ascendere_. Id., tom. VI, p. 609, ediz. Venezia 1721. Tutto

ciò poteva riferirsi a vedovi, e tale disciplina è seguita oggi pure,

non ordinandosi chi fosse stato bigamo vero, cioè marito successivo di

due donne, o bigamo similitudinario, cioè marito d'una vedova.

[56] Il cronista Arnolfo da principio mostrasi caldissimo

dell'indipendenza della Chiesa milanese dalla romana, disapprovando

altamente la plebe che tumultuava contro gli eretici. Ma dopochè nel

1077 intervenne all'ambasceria con cui i Milanesi implorarono perdono da

Gregorio VII, cangiò stile, protestando «non dissentire punto da quelli

che riprovavano le consacrazioni simoniache e l'incontinenza de' preti»

(Lib. IV, 12); oggimai vedere ben altrimenti di prima, e confrontando il

presente col passato, arrossire non già pei barbarismi del suo stile, ma

d'avere sventatamente riferito i fatti e i detti altrui: _cumque

præteritis præsentia scriptis scribenda conferret, rubore perfusum

fideliter erubescere, nec barbarismos in verbis egisse, sed aliorum

quælibet dicta vel facta temere indicasse confundi_ (IV, 43). Col che

veramente indica piuttosto aver imprudentemente recato fatti e detti,

che non mentito alla verità.

Landolfo Seniore invece, parteggiando affatto per l'indipendenza della

Chiesa milanese, non solo svisa i fatti contemporanei, ma anche i

precedenti, volendo sempre esporli come tipo e specchio de' presenti;

esalta tutti i vescovi precedenti, e massime Eriberto da Cantù; trova le

virtù e i meriti tutti ne' concubinarj, asserendo con leggerezza e

mentendo con impudenza, come avviene de' settarj.

[57] _Permittis ut ecclesiæ tuæ clerici, cujuscumque sint ordinis, velut

jure matrimonii confœderentur uxoribus. Quid est, pater, quod tibi soli

vigilas, et his pro quibus priorem exigendus es rationem, tam inerti

securitate dormitas?... Præsertim, cum et ipsi clerici tui, quidem satis

honesti et literarum studii sint decenter instructi. Qui dum ad me

confluerent, tamquam chorus angelicus et velut conspicuus ecclesiæ

videbantur eniteres_.

Ottocento anni dopo, Royer Collard in Francia diceva: «Nel 1793 le

persone della mia età videro la filosofia del tempo, sostenuta dal

terrore, ammogliar alcuni preti. Che preti erano? che donne sposavano? I

pochi che restano ancora di tali vergognosi matrimonj stanno sotto la

riprovazione universale. La pruova non si rinnoverà; ma se fosse, non

esito affermare che il prete ammogliato salendo all'altare desterebbe

orrore al nostro popolo cattolico, e l'indignazione pubblica lo

dichiarerebbe incapace e indegno del sacerdozio».

[58] Gregorio VII, nella famosa lettera al vescovo di Metz, non esita a

mettere il papa di sopra dei re. «Questa dignità di monarca, inventata

da' pagani, non dev'essere soggetta all'eterna autorità di san Pietro,

che la misericordia di Dio ha depositata in mano dell'uomo per salute

de' redenti? Re, principi, duchi, imperatori hanno ereditato questi nomi

pomposi da uomini dannati eternamente, i quali con rapine, perfidie,

violenze, assassinj, esercitarono sopra i loro simili l'esecrando

diritto del forte, e fatti despoti dominavano con tirannico orgoglio.

Chi può dubitare che i ministri della Chiesa, i sacerdoti di Cristo, i

successori di Pietro devano esser venerati per padri e maestri dei re,

dei popoli, del genere umano?... Un semplice esorcista è rivestito

d'un'autorità superiore a qualunque principe, perchè discaccia gli

spiriti maligni. Il pio sacerdote governa i suoi simili a salute

dell'anime loro, ad onore e gloria di Dio: mentre i potenti del mondo

non regnano che per soddisfar all'orgoglio ed a materiali passioni. Un

monarca cristiano, quando giace sul letto di morte, implora l'assistenza

del prete che gli rimetta i peccati, e salvi da Satana, e lo guidi dalle

tenebre agl'eterni splendori: vedeste mai un prete o un laico in agonia

rivolgersi al suo re? Qual principe della terra si arroga di riscattare

un'anima dall'inferno in virtù del santo battesimo? E ciò che forma la

sublimità della religione cattolica, il mistero che gli angeli

contemplano e le potenze infernali paventano, dov'è il monarca che possa

con una sola parola creare il corpo e il sangue di Cristo? Chi dunque

dubiterà che l'autorità del pontefice non sovrasti a quella del re?

Quegli non cerca che le cose di Dio, e vive austero fra le vanità della

terra; questi si occupa solo del proprio interesse, e opprime i fratelli

a danno della propria salute. Quegli è membro del corpo di Cristo;

questi dell'angelo della menzogna. Quegli rinnega i suoi appetiti,

macera il corpo per regnar un giorno con Dio: questi regna quaggiù per

esser in eterno schiavo di Satana. Appena qualcuno ne troviamo che sia

stato virtuoso e prudente. Chi di loro ebbe il dono de' miracoli come

Antonio, Benedetto, Martino? Ma la santa sede conta da Pietro in poi

cento vescovi ascritti alla milizia celeste, ecc.». [59] L'agosto 1098

tenevasi un concilio a Roma, e 8 cardinali, 4 vescovi, 4 preti, fautori

dell'antipapa, firmarono una lettera sinodale «a tutti quelli che temono

Dio ed amano la salute della repubblica», per premunirli contro le

eresie introdotte o rinnovate da Ildebrando; le quali erano il celibato

de' cherici e il divieto delle investiture laicali.

[60] La condizione a cui si sarebbe ridotta l'Europa se la spada fosse

prevalsa al pastorale, può argomentarsi da quella d'un paese che ora fa

molto parlare, per la speranza di riunirla alla Chiesa nostra, la

Bulgaria. Il Turco lascia eleggere il clero ai Cattolici, ma vende le

più alte dignità. Il patriarca che comprò per 400,000 lire l'alto suo

seggio, rivende i vescovati fin per 50,000; questi fan mercato coi

papassi o curati, che possono accumulare fin 15 o 20 cure. Così tutto va

all'incanto, e quello cui meno si bada è il merito o il servizio delle

anime. Chi compra cerca rimborsarsi con tutti i mezzi. Uno de' mezzi è

il divorzio, pel quale richiedesi una dispensa costosa, onde non

l'ottengono che i ricchi. Pei poveri ci son altri ricavi. Se per qualche

sopruso si fa appello al patriarca, il vescovo ne compra la connivenza;

se le plebi minacciano diventar cattoliche, il patriarca punisce, cioè

cambia di posto il vescovo: e così la tirannia del sultano vien a pesare

fin sugli infimi: e i vescovi, invece di rivelare al popolo i diritti

che acquistò cogli ultimi atti del Tanzimat, del Hatti-Scerif, del

Hatti-Humayum, glieli nascondono attentamente.

[61] Quelle false decretali, che per lungo tempo si dissero inventate a

Roma, diffuse in Ispagna, e di là nel mondo, introducendo nuovi canoni e

diritto nuovo per consolidare l'autorità dei papi a scapito di quella

dei vescovi, apparvero tutt'altro a leali cercatori, protestanti e

cattolici. La prima indagine avrebbe dovuto cadere sul corpo del

delitto, e si provò che tutti aveano discorso senza conoscerle sia nei

testi, sia nell'unica informe edizione fattane da Merlin nel 1530.

Un'esatta descrizione ne porse il dottore Philipps: poi l'abate Migne le

stampò nel vol. CXXX della sua _Patrologia_, con una dissertazione del

dottore Denzinger professore a Wurtzburg.

Risulta di là che la Spagna non le conobbe mai; che fino al secolo XI

uscente non ebbero mai autorità in Italia: a tal segno che nel 1085 il

cardinale Otto, il quale fu poi Urbano II, incontrandone primamente

alcune in un concilio tedesco, le ripudiò con disprezzo: che l'opera fu

compilata in Germania, probabilmente da Benedetto Levita, cherico

dell'arcivescovo di Magonza Autcario, verso l'834.

Quanto al fondo, le decretali non toccano pur un punto che già non fosse

stabilito; e scopo loro è di sorreggere i diritti de' prelati a fronte

de' metropoliti, cioè sostenere l'indipendenza de' vescovi, anzichè

ringrandire il potere pontifizio.

[62] Al contrario de' nostri, la quistione eterna della libertà e della

predestinazione fu la prima che i teologi maomettani dibattessero: e i

Kadariti, sostenitori della libertà, e i Giabariti, o Predestinaziani,

precedettero le discussioni sugli attributi di Dio.

[63] _Epistola_ 243.

[64] _Pantheon_ 464.

[65] Arnaldo è diventato un mito, e in conseguenza la storia di lui fu

oscurata peggio che mai, principalmente a' nostri tempi: e chi lo

difendesse viene stampato eretico dagli esagerati d'una parte,

gesuitante dagli esagerati dell'altra chi l'incolpasse: arti abituali

colle quali il secolo nostro pretende arrivare alla verità. Metter nè un

Lutero nè un Ciciruacchio al XII secolo è anacronismo, quanto il metter

all'età nostra un san Pietro o un san Francesco d'Assisi. I nostri

Ghibellini che volevano umiliare il papa, non per questo erano ligi

all'imperatore germanico; che se a questo si attaccavano i tirannelli

per prepotere nelle città e per uccidere la libertà comunale, i

pensatori volevano, o almeno ideavano, un imperatore romano che stesse

in Italia. Lo dice chiaro anche Dante, che pure si appassionò per Enrico

VII; perchè sempre gli Italiani, da Narsete sino a Felice Orsini,

sperarono liberarsi dagli stranieri per mezzo degli stranieri. Forse i

Romani, e Arnaldo con essi, avevano sperato di sbalzar il papa

coll'opera di Federico, il quale, come se ne vanta il suo cugino e

storico Ottone di Frisinga, qui portò _pro auro arabico teutonicum

ferrum; sic emitur a Francis imperium_: ma il prefetto della città, che

in occasione delle prediche di Arnaldo era stato insultato e peggio, fe

prendere questo bresciano, e giustiziare.

Il contemporaneo Geroldo di Reichersperg (nel libro I _De investigat.

Antichrist. ap._ GRETSER, _Prolegomena ad scriptores adversus

Waldenses_, _cap._ 4) dice: _Quam ego vellem pro tali doctrina sua,

quamvis prava, vel exilio vel carcere, aut alia pœna præter mortem

punitum esse, vel saltem taliter occisum, ut romana Ecclesia sive curia

ejus necis quæstione careret! Nam, ut ajunt, absque ipsorum scientia et

consensu a præfecto urbis Romæ, de eorum custodia in qua tenebatur

ereptus, ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam

siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinæ idem præfectus a romanis

civibus perpessus fuerat; quare non saltem ab occisi crematione et

submersione ejus occisores metuerunt quatenus a domo sacerdotali quæstio

sanguinis remota esset. Sed de his ipsi viderint, sane de doctrina et

nece Arnaldi idcirco inserere præsenti loco volui, ne vel doctrinæ ejus

pravæ, etsi zelo forte bono, sed minori scientia prolata est, vel ejus

necis perperam actæ videar assensum prœbere_.

Del resto, in quei giorni il papa ed i cardinali erano affatto in

arbitrio del Barbarossa, che giunse fin a portarli via: e il suddetto

Ottone di Frisinga dice: _Mane facto, quia victualia nobis defecerant,

assumpto papa et cardinalibus cum triumpho victoriæ læti discessimus_

(p. 989 dell'edizione del Muratori).

Meglio del Tamburini e d'altre meschinità dei Giansenisti del secolo

passato, vedi H. FRANKE, _Arnold von Brescia und seine Zeit_. Zurigo

1852.

[66] Questo fatto è vero? Lo negano i più, quasi un'insolenza, a torto

imputata al papa: sì poco conoscono i tempi! lo sostenne il benedettino

Fortunato Olmo in un curioso opuscolo: _Historia della venuta a Venetia

occultamente nel 1177 del papa Alessandro III e della vittoria ottenuta

da Sebastiano Ziani doge_. 1629. Ripigliò questo assunto Carlo Lodovico

Ring nel _Saggio storico per illustrare un fatto finora messo in dubbio,

della vita di due contemporanei, entrambi aspiranti alla Signoria del

mondo_ (tedesco). Stuttgard 1835.

[67] Son passi dei documenti raccolti da Huillard Bréolles nella _Vie et

correspondance de Pierre de la Vigne, avec une étude sur le mouvement

reformiste du XIII siècle_, Parigi 1865. E per non citare i cattolici,

vedasi _History of Frederick the second_, by T. L. KINGTON. Londra 1862,

2 vol.

[68] Col nome di _Questioni siciliane_ furono trovati nella biblioteca

di Oxford, e li pubblicò Michele Amari nel _Journal Asiatique_, 1853, p.

240.

[69] _Semper fuit nostræ voluntatis intentio, clericos cujusque ordinis,

præcipue maximos, ad illum statum reducere quales fuerunt in Ecclesia

primitiva, apostolicam vitam ducentes et humilitatem dominicam

imitantes_.

[70] Brunetto Latini dice di Federico II: «Les cuers ne hacit à autre

chose fors que a estre sires et souverains de tout le monde. Il cuidoit

bien par lui et par ses filz sousprendre tot l'empire et la terre tote,

en tel manière que ele n'issist jamais de leur subjection. _Tesoro_». L.

i.

Gli eretici d'Italia, vol. I · 第 16 / 82 题