Filocrate, vedendo in casa di Lúcia farsi apparecchi
per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si
lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la
fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e
come, la sera avanti, era ito da Lúcia con animo di
vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in
aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di
Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il
suo desiderio. Ed ègli da Fronesia discoperto come quella
che egli pensò esser Lúcia fu essa: onde, veduto pur esser
cosí volontà de' cieli, se la sposa.
FILOCRATE solo, FRONESIA.
FILOCRATE. Di quanto amaro, Amor, temprasti il mele!
di quanto assenzio che, per farmi al mondo
unico esempio d'ogni sventurato,
gustar mi festi! Ahi! Qual veleno e tòsco
nel core i dolci frutti recato hanno!
Di quanto fel, di quanto acerbo ed acro
opprimen l'alma! Oimè, lasso! Che vale
uman consiglio? poi che ne' miei danni
s'arma il ciel tutto e, con la rea fortuna,
in me congiura perché il debil filo
d'una vita meschina, in mezzo agli anni,
tronchin le Parche. Ma condotta omai
la veggio a tal che, senza alcun ritegno,
corre lá dove è spinta dal destino.
Che cosa è, in questa vita, aver le stelle
contrarie e 'l cielo! ché, se pur ci viene
nulla di quel che ne faria felici,
subito in mortal tòsco lo converte
quest'empia che dichiam Sorte o Fortuna.
Quanto fòra il tuo meglio, se giá mai
non avessi gustato il dolce cibo
che sí tosto è poi vòlto in amara esca!
Dato è a me in sorte una piú acerba pena
di quella che si dice ne l'inferno
portar Tantalo ingordo: perché a lui
il veder sol quel ch'ama è duro scempio
e non ne poter tôr; ma quel che 'l gusta
e poi gli è tolto e 'l vede son fatt'io.
Ché ben cognosco che quella persona
debbe esser che si aspetta che la sposi:
ond'io resto a me scherno e al mondo gioco.
Ho tante volte di fuggir provato
l'eterna mia ruina e sol per questo
corso son giá da l'uno a l'altro sole.
Ma sempre con piú scorno mi rimena
il mio destino ove convien ch'io mora,
alfin, dopo piú morti.
FRONESIA. È disperato.
Io vengo, peregrin, perché ti sento
piangere e sospirare e con lamenti
esprimer non so che di acerbo e reo;
tal che spesso, a sentirti, ancor da lunge
mi muovo tutta dal capo alle piante,
sol di pietá. Non aver dubbio o téma,
per esser, come sei, qui, forastieri
in terre altrui; ché sarai governato
da me come tu fossi mio fratello.
E, se altra cosa è pur che sí t'addoglia,
mi serebbe piacer (se 'l si può dire)
intender la cagion; perché potrebbe
forse a cosí gran mal, se non rimedio,
trovarsi almen per noi qualche conforto.
Non mel voglia celar.
FILOCRATE. Se alcuno è al mondo
che possa avere nel mio mal rimedio,
penso che l'abbi tu; benché sia poco,
e di parole. E poi, del resto, il male
è giunto a tal ch'omai piú cosa umana
non li può dar conforto.
FRONESIA. Dillo, adunque;
ch'io ti prometto quel che in questa vita
onestamente per me si può fare
in ogni cosa.
FILOCRATE. Accetta questo, prima;
e dammi realmente la tua fede
di quello che ti voglio dimandare
dirmi la veritá.
FRONESIA. Son ben villana
a pigliar sí gran dono! Pur, l'accetto,
offerendomi a te parata sempre.
T'impegno la mia fede. E sí ti giuro
di non mancar, sopra l'anima mia,
se gli è cosa ch'io sappia; e dirti il vero,
come farei al frate.
FILOCRATE. Io t'ho parlato
or ne la lingua nostra per vedere
se mi ricognoscevi; ma son certo
che ti son tanto fuor di fantasia
che non te ne ricordi. Io son Filocrate,
Fronesia cara.
FRONESIA. Che sento oggi dire?
Filocrate sei tu? Sí! È desso, a fede.
Lasciamiti abbracciar, ché di dolcezza
e di compassion m'hai mosso il core.
Piango e non so di che. Quasi nol credo.
Non t'arei in mill'anni affigurato;
ché pari un altro.
FILOCRATE. Aimè! Son bene un altro:
cangiato di presenza negli affanni;
ma quello sventurato di mai sempre.
Io piango di dolcezza e di dolore:
ché mi veggio condotto, al fin, lá dove
mi fia la morte men dogliosa e grave;
da poi che piace al ciel.
FRONESIA. Lascia andar questo.
E raccontami presto ogni tua pena
e quel che vuoi da me; ch'io qui t'attendo
con disio d'aiutarti.
FILOCRATE. Ah sfortunato!
Onde mai incominciar mi fia concesso?
Donna sleale, al tuo trionfo altero,
che fia di crudeltá mista con fraude,
voglio che aggiunga queste spoglie frali,
vinte da te, da te distrutte e sparte,
in esempio d'altrui.
FRONESIA. Deh! Affrena alquanto
questi lamenti e le lagrime e 'l duolo.
Dimmi quel c'ho da fare.
FILOCRATE. A queste notti,
chi era quello che sí destro entrava
ne le camere vostre? Ove è l'onore?
ove è la castitá? dove è l'offizio
che conveniva a saputa servente?
Devevil comportar?
FRONESIA. Guarda, Filocrate,
che non ti inganni; perché veramente
io non intendo quel che voglia dire.
Son molte volte, quando altrui è infermo,
che par veder le cose piú che espresse
e non è altro che 'l cervel che varia.
E come andò?
FILOCRATE. Per chi bene e chi male.
Per te devette ir mal, per Lúcia bene.
Confessalo oramai.
FRONESIA. Sappilo Iddio;
ché tu potresti dir cosí vent'anni,
ch'io non ti intenderei. Se guardi bene,
certo vedrai che sará stato un sogno
o ver fantasma. Io non saprei che dirti
sopra di questo.
FILOCRATE. Non lo negar piú;
ch'omai incomincio a perder la pazienza.
Pensa se san negar, quando a me istesso
nega quello che sa che ho giá veduto!
Non so se ero intronato o se 'l cervello
mi vacillava o se cosí mi penso
o se qualcun mel fe' veder d'incanto,
la sera inanzi a ier, che una persona
per una scala entrò ne la fenestra
che guarda l'orto ove era Lúcia.
FRONESIA. Lúcia?
FILOCRATE. Sí, Lúcia. E v'eri tu.
FRONESIA. Io?
FILOCRATE. Sí. Piú forte.
Iersera ci venni io in persona
come mi vedi: ond'ella ancor si rise
perché, fuor de l'usanza di quell'altro,
venni di corte e prima fui partito
che tu te ne accorgessi; ché eri dentro.
E l'animo mio fu sol di vendetta.
Ma la sorte non volse perché, quando
la vidi sola ivi aspettar quell'altro,
dimenticato ogni onta, l'abbracciai
(cosí morto foss'io, inanzi quel punto!);
ed allor vidi che mi tolse in cambio:
ch'ella forte mi strinse e mi pregava
che passassi di lá. Paionti sogni?
o pur che con effetto io fossi desso?
Or vuoi negarlo?
FRONESIA. Non posso, volendo.
Meschina a me! Ti dimando perdono.
Non era giá promessa da attenere
appalesare una sí fatta infamia
e scoprir tale error.
FILOCRATE. Basta: io sapeva
come faresti. Or dimmi la persona
a cui concesso ha il cielo, in mio dispregio,
il guiderdon di tante mie fatiche
non mai concesso a me.
FRONESIA. Quello è Crisaulo
(come debbi saper, gran cavalieri)
il qual l'ha tolta; e, fra due giorni al piú,
la de' sposare.
FILOCRATE. E questo è senza fallo?
FRONESIA. Altro non resta se non che dimane
li metta de le nozze in man l'anello.
L'altre cose sai tu come sono ite.
Ma ti voglio pur dir che tu ti menti
d'averla aúta in braccio...
FILOCRATE. E pure ancora
non ti si può far vero?
FRONESIA. ... perché quella
con chi scherzasti parla ora qui teco.
Vedi che t'ingannasti?
FILOCRATE. E come fu?
Sarresti mai tu quella? Anima mia,
dimmel liberamente; ché, se è vero,
poscia che ci ha condotti il cielo a questo,
ti prometto sposarti.
FRONESIA. Hai pur giá detto
ch'io ti tirava per menarti dentro
ove Lúcia aspettava il suo Crisaulo.
Onde ne rimaniam tutti beffati,
ma dolcemente; e tutti e tre in tal modo
l'un con l'altro ci siam rimescolati
che appena ritroviamo i propri nomi.
Io fui giá Lúcia; e tu fosti Crisaulo,
secondo ch'io pensava; e da me, a sorte,
in me credendo d'averla ingannata,
fu da inganno difesa la padrona.
E tu facesti com'un uom che sogna
cosa che li sia a grado, che poi, desto,
trova tutto il contrario. Ma Crisaulo
(se non è ritenuto da qualcuno
de' suoi perché nol faccia) ora, in fra poco,
forse che dará fine a la comedia
con far da vero.
FILOCRATE. Basta: ora io son chiaro.
Vedi, al fin, come volge la fortuna!
Poi che noi siamo a questo e che vediamo
che in questo modo l'ha guidata il cielo,
segua quello che debbe: ché 'l destino
non si può mai fuggir. Se ti contenti,
ti vo' sposare, in questo modo appunto:
che ci diamo or la fede, se di Lúcia
si fan le nozze; perché vo', se a sorte
non fosse fatta, come giá promessa
mi fu, poterla, se mi parrá, tôrre.
Dimmi se ti contenti.
FRONESIA. Sí, ben mio,
poi che ti piace; e ci siam cognosciuti,
come a Dio piacque che governa il tutto;
ed è stato fra noi, giá tanto tempo,
amore e fede. Or durerá in eterno
il dolce nodo che non fia mai sciolto
fino a l'ultimo giorno.
FILOCRATE. Orsú, Fronesia,
giá tanto amata! Tu sei la mia sposa.
Serberai questo anello; e poi le nozze
farem, quando ci paia tempo e luogo.
Sei chiamata di sopra.