TIMARO. Addio, Fileno.
M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava.
Tu non mi ci corrai. Son quasi stato
per non tornar. Mi sta a metter paura.
So che venni correndo un pezzo in giú
prima ch'io mi fermassi.
FILENO. Io la sapeva.
Non restò giá da me che nol dicessi,
che cosí potea armare un paracuore.
E sei fuggito? Che avesti paura?
dei morti?
TIMARO. A la fé, sí, cosí a la prima;
ma non fuggiva. Poi vidi venire
non so chi camminando per la strada:
onde mi entrò paura; e m'appiattai
e poi venni correndo in fin qua giú,
che non mi son fermato.
FILENO. Se non fosse
per non far qui romor, ti caverei
quell'arme tutte e ti concerei in modo
che ti ricorderesti, manigoldo,
sempre di questa sera.
TIMARO. Orsú! Sta' fermo;
lasciami star. Lo saperá il padron, veh!
Eccolo.
FILENO. Corri lá! Tien quella scala.
Buon pro ti faccia.
CRISAULO. Pian! Senza romore.
Timaro, va', corri ora e trova Artemona.
Dálle questa collana; e sappia dirle
ch'io glie la mando perché da lei intenda
almen parte di mia sorte felice
a cui si truova esser stata presente.
Chi è piú contento al mondo?
FILENO. È ben passata.
Saranno pur finiti tanti pianti.
Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene
quanto possa in noi l'oro che le porte
che fosser di diamante rompe e spezza.
Pensa che ci può il cor d'una donzella!
Con questo ci ha insegnato vincer Giove
la castitá e l'onor, se fosse in carne.
Di': come andò?
CRISAULO. Deh! non mi molestare,
ché di dolcezza il cor mi si diparte.
Poi, un'altra volta.