TIMARO. Olá! Non c'è nessuno?
So ch'io gli sveglierò o che la porta
anderá in terra.
PILASTRINO. Chi è giú? Corri al fuoco,
impazzato! Son fatte le limosine.
Che cerchi tu?
TIMARO. Non gridar di lí, boia!
Deh! scendi a basso.
PILASTRINO. Tu vuoi pur la baia!
Che dimandi? ché vo' tornare al letto.
Che discrezione!
TIMARO. Vedi u' son condotto!
Cerco di Pilastrin.
PILASTRINO. Mi par che uccelli
la fava. Non mi batter piú la porta.
Debbi essere ubbriaco.
TIMARO. Apri qui, fiera!
Ti taglierò un'orecchia.
PILASTRINO. Questa volta,
voglio che tenga di mula di medico
cosí come sei bravo.
TIMARO. Quello è desso;
è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora
di andare al letto? Mi bisogna averlo
con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego;
fatti fuori.
PILASTRINO. Tu m'hai rotto la testa.
TIMARO. Ascoltami. Crisaulo...
PILASTRINO. Io non vi sono.
TIMARO. ... ora t'aspetta a far colazion seco
e ti vorria parlar.
PILASTRINO. Sí, sí: è Timaro.
Non t'aveva pur anco cognosciuto.
Eccomi a te.
TIMARO. Credo che, questa volta,
ti parrá forse amara.
PILASTRINO. Andiam pur via.
TIMARO. Che cosa è di te tanto? Non possiamo
giá piú vederti.
PILASTRINO. Queste ghiottoncelle
m'han cavato 'l cervel de la memoria
in modo ch'io non posso piú, senz'esse,
vivere un'ora.
TIMARO. E che! Sei innamorato?
Di' il vero.
PILASTRINO. Se sapessi come m'hanno
concio! Non posso piú mangiare o bere,
quand'io dormo; o dormir né chiuder occhi,
mentre ch'io beo, se prima non è vòto
il fiasco. E sento spesso tante pene
che mi stempero tutto; e, in quel, talora
vado al luogo comune. E degli affanni
non ti dico; perché ne porto addosso
quanto un somaro, di quegli degli altri.
Pensa de' miei!
TIMARO. Anche ti venga il grosso!
Non puoi giá uscir di quello.
PILASTRINO. Tu non credi,
che abbi una innamorata?
TIMARO. Sí, lo credo,
ch'abbi una sfondorata, ché pur una
n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti
che fanno una plus quam perfetta lorda,
port'essa la corona e non li manca
se non esser fregiata in sul mostaccio.
Ma a te piace cosí.
PILASTRINO. Sí! L'ho piú a noia...
Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra
con le man piene...
TIMARO. E che! Di palafreni?
PILASTRINO. Di tanto, forse, che non hai nessuna
che porga tanto a te.
TIMARO. Gli è ragionevole
che i belli sempre si faccin pagare.
L'ordine è questo.
PILASTRINO. Ma per te si guasta;
ché sei sí bello e non v'è forse alcuna
che ti voglia pagar!
TIMARO. Bel non son io.
PILASTRINO. Almanco tu ti tieni. E forse in modo
che, qualche volta, se tu fossi appunto
come ti tieni, faresti vergogna
a Narciso; e per te morria, ogni giorno,
un migliaio di donne; e si farebbe
forse, ai lor prieghi, che fossi dannato
a vita nel torrone.
TIMARO. Cianciatore!
Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo
che torna anch'egli a casa.
PILASTRINO. Ci ha veduti.
Andiam da lui, ché aspetta.
CRISAULO. Ben venuto.
PILASTRINO. Ben ti venga, poi c'hai per me mandato
perché merendi teco.
CRISAULO. Ascolta, prima,
quello che t'ho da dir: poi, se vorrai,
potrai mangiare.
PILASTRINO. Oh! Se bevessi prima,
t'ascolterei pur troppo volentieri
e con pazienza.
CRISAULO. Orsú! Non mel far dire
duo volte o tre.
PILASTRINO. Di' presto quel che vuoi.
CRISAULO. Tu ti sei governato in un tal modo
di quel tuo tradimento che potresti
essern'ancor pentito; e giá, fin ora,
saresti forse in man de la giustizia,
se non fosse che t'hanno riguardato
sol per mio amore. Or lascia andar le ciance
e fa' che la sua robba torni a casa.
Altrimenti ti dico che 'l maggiore
nimico ch'abbi a aver voglio esser io.
Ma non penso che manchi.
PILASTRINO. Hai detto assai:
ma non t'intendo.
CRISAULO. Ti farò sturare
gli orecchi, per mia fé. Dico che omai
le tuoi ghiottonarie sono scoperte
e che, se tu non rendi a Girifalco
la robba sua, ti vo' far pigliar io
e darti a l'auditore.
PILASTRINO. Oimè meschino!
Questa è la colazion che mi volevi
dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure
quel che ti par; ché tu predichi, appunto
come facea quell'altro, nel diserto.
Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai
morir ricco che viver poi stentando
in povertá. Non ne farem niente.
Guarda la gamba, che mi lasci mettere
nel giubbon del comune!
CRISAULO. Tienlo! piglia!
Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora
appicar, cosí caldo, per la gola.
È cotto, e vuol fuggire! È dato giú.
Rimenatel pur qua.
FILENO. La lepre è giunta.
E che volevi far cosí a fuggire?
Sta' pur, ch'io t'ho.
CRISAULO. Va'; corri al capitano,
Timaro, da mia parte; e fa' che mandi
qui dieci sbirri, ché li voglio dare
uno assassino.
PILASTRINO. Oimè! Misericordia!
CRISAULO. Usarla in te sarebbe cosa iniqua:
ché sei un ladrone e non vuoi ravederti.
Sarai pagato adesso.
PILASTRINO. Odi, Fileno?
Dice che tu mi lasci. Non hai inteso?
Lasciami, dico: sono ancor digiuno;
voglio ire a casa.
FILENO. Anca a digiun potresti
dar con le scarpe la benedizione.
Sta' pur qui fermo.
PILASTRINO. Ti prego, Crisaulo.
Deh! Non mi lasciar metter piú paura,
ché mi sento venir la febbre fredda.
Manda a dir che non venga il capitano.
Ne li vo' render parte.
CRISAULO. Tutti, tutti.
Pensa se piacque a lui l'essergli tolti,
quando è si grave a te, che gli hai rubbati,
restituirgli!
PILASTRINO. Mi farai morire
com'un uom disperato. Se fai questo,
non camperò duo dí.
CRISAULO. Va'. Son contento.
Porta qui tutto quello c'hai del suo.
Ed io, perché non mora, ti prometto
di lasciartene il terzo; gli altri voglio
rendergliel'io.
PILASTRINO. Lo voglio fare, orsú!
Ché pure, in vero, non potrei tenergli
senza peccato; e forse ancora, un tratto,
glieli rendeva io istesso.
CRISAULO. Mal per lui,
se stava a questo!