ARTEMONA. Oh! Non pensare:
ché lo vidi a la prima che tu eri
d'altro adirata. E però feci poca
stima de le parole, ché altrimenti
non ci sarei tornata: ché, dove uso,
son troppo avezza ad esser ben veduta
e accarezzata.
LÚCIA. E che vorresti mai?
che ti pigliassi in braccio e ti basciassi
com'un bambino? Tu sei troppa grande!
Eccoti qui de' baci quanto vuoi.
Queste non son carezze?
ARTEMONA. Ah luce mia,
piú bella e risplendente d'ogni stella
e piú cortese di ciascuna donna!
Ho giá con tante donzelle par tue
praticato e mi par che a te ciascuna
ceda di tanto quanto al mio bel sole
cede, nel cielo, ogni stella minore.
Però non ti debbe esser meraviglia
s'un giovinetto, a la prima, si perde
in te e ti si dona; ché, s'io voglio
dirti la veritá, come mi vedi,
son quasi innamorata anch'io di te.
Foss'io pur uomo!
LÚCIA. E perché? che faresti?
ARTEMONA. Altra felicitá non vorrei al mondo
ch'esserti appresso. Ma poi, quando io fosse,
non vorresti vedermi.
LÚCIA. Tu ti inganni.
Fossi quel che volessi, non potrei
se non esserti amica.
ARTEMONA. Oh! Questo, fallo
al tuo Crisaulo, ch'omai sai pur certo
quanto che t'ami; e l'avrai fatto a me,
che t'amo pur di cuor. Ma voi fanciulle
fate profession d'esser crudeli
e di lasciar morir prima la gente
che li porgessi aita d'un sol guardo
o d'una paroletta; ma, nel fine,
tornan sopra di voi: non me n'impaccio.
Ma non è giá 'l dover chi tanto v'ama
apprezzar cosí poco. Tieni a mente
che al pentirci siam noi sempre le prime,
come l'ultime a creder.
LÚCIA. Non t'intendo.
Parla piú chiaro.
ARTEMONA. Io so che vuoi mostrare
esser di tutte l'altre la piú savia
e piú da ben.
LÚCIA. Perché?
ARTEMONA. Perché tu sola
vuoi governarti al contrario de l'altre
che non son manco belle o meno oneste
che ti sia tu.
LÚCIA. E in che?
ARTEMONA. Dico che l'altre
tutte fan buona cera a chi con vero
veden che l'ami; e non è donna al mondo
che non abbia piacer d'essere amata,
come tu mostri.
LÚCIA. Io sono, in queste cose,
nata troppo infelice e disgraziata.
E però mi risolvo sempre mai,
quanto potrò, fuggirle perché insieme
fuggirò quei travagli e quelle pene
che fanno altrui morire innanzi al tempo.
Io l'ho provato e cognosco oramai
quel ch'è 'l cervel d'uno uomo.
ARTEMONA. Tu mi strazi.
Io priego Iddio che faccia, in penitenza
di tanto mancamento, che tu pianga,
un tratto, per qualcun, come or ne ridi:
ché forse allor mi terresti piú cara.
Ecco tua madre. Voglio andar da lei.
Come ne parlo piú...
LÚCIA. Sta': non andare.
Quando tornerai in qua? verrai stasera?
Non odi?
ARTEMONA. S'io verrò, tu mi vedrai.
Calonide, buon dí.
CALONIDE. Dio ti contenti,
Artemona. Tu hai una buona cera.
Buon pro ti faccia.
ARTEMONA. Cosí dice ognuno.
Ma non lo credo lor, ché le mie gambe
mi dicon quel ch'io son.
CALONIDE. Di', per tua fé:
come la fai con gli anni?
ARTEMONA. Oh! bene, bene:
ché passan via che non li veggio a pena;
e mi fan cosí buona compagnia
ch'altro dolor non ho sempre nel cuore
se non che non stan meco o ver, partiti,
non ritornan mai piú.
CALONIDE. Questo intraviene
a tutti. Che hai di nuovo?
ARTEMONA. Io ci ho sol questo
(e son venuta a posta per saperne
da te la veritá): ho inteso dire
c'hai spedito giá a fatto la faccenda
di Lúcia tua; benché non posso crederlo,
per quel che mi dicesti ultimamente
che non volevi farlo, inteso pure
de la persona la condizion trista.
E tanto piú ch'io dissi che quell'altro
volea pensarci e che potrebbe stare,
a quello ch'io vedeva, che, a la fine,
se l'avesse sposata. Or ti risolvo
ch'egli 'l fará. Se l'avessi giá data,
fa' ch'io lo sappi.
CALONIDE. Io te lo dissi, allora,
che non s'è fatto nulla di Filocrate
né s'è per far; ché, se mi ritornasse
carico d'oro, non glie la darei.
Poi ti dico de l'altro: che non voglio
che noi pensiam tant'alto, perché poi
non ci venisse come quella fola
di colui che voleva andare in cielo
con le penne di cera.
ARTEMONA. Non fai nulla,
se guardi a queste cose. Tu sei savia.
Sappia pigliare il tempo: ché i partiti
sono oggi scarsi.
CALONIDE. Ascolta. Non vorrei
che si dicesse, poi, che avessi fatto,
per fargliela pigliar, qualche malia
o qualche tratto che non fosse onesto;
perché sa ben ciascun quanto in fra loro
sono i gradi ineguali.
ARTEMONA. Lascia a lui
pensare a questo; ché a te non sta male,
s'ei fosse ancor da piú. Fa' che la sposi;
e lascia dir ciascun.
CALONIDE. Di' che mi parli
e qualcosa sará. Ma voglio prima
ben consigliarla.
ARTEMONA. Questo fie ben fatto.
Cosí son per ridirgli. Poi, dimane,
vedrò che venga in qua.
CALONIDE. Come ti piace.
Deh! prega Iddio per me che questa cosa
si faccia, se fia il meglio.
ARTEMONA. Sempre io 'l faccio.
CALONIDE. Piglia questi duo soldi.
ARTEMONA. Dio vel meriti
e san Francesco. Tu ci sei pur giunta!
Non ti varrá il consiglio e l'orazioni,
ché l'avrai in barba. Bisogna cervello,
in queste cose! Ora qui non manca altro
se non ch'ei venga qua duo volte o tre
e sappia governarsi. Io penso un tratto.
Non passò ancor duo giorni.