PILASTRINO. Addio. Rallegrati
meco, Crisaulo.
CRISAULO. Di cotesti panni
a la civile?
PILASTRINO. Appunto! C'è ancor meglio.
Voglio che noi ridiam, se mi prometti
di tacer sempre.
CRISAULO. Cosí ti prometto.
PILASTRINO. È fatto il becco a l'oca. Oh! co! co! co!
Son pure allegro.
CRISAULO. Tu puoi sí crepare,
ch'io non ti intendo.
PILASTRINO. Quello innamorato,
quel nostro amico, mentre che aspettava
che gli fosse portato la sua dea,
la sera, a letto, per negromanzia,
i diavol l'han portato. Ed io l'ho fatto,
al forzier de' danari... Oh! co! co! co!...
CRISAULO. Oh! Dillo, un tratto.
PILASTRINO. ... la barba di stoppa.
Fatti in qua. Che son questi? M'è ingrossato
la maestra e' testicoli.
CRISAULO. Ed è vero?
Come non è crepato di passione,
il poverino?
PILASTRINO. Se è morto, suo danno!
Io so ben che sta mal, se non ha tratto
le loffe al vento.
CRISAULO. L'ho pensato sempre,
in questa intrinsichezza, che a la fine
li mostreresti quel ch'è l'impacciarsi
con Pilastrini. Io so che, questa volta,
tu l'hai saputa far senza mollette.
Ma, a dire il ver, la ladroncellaria
è troppa grande.
PILASTRINO. Sí! L'hai bello e detto!
Chi non gli avesse fatto un tale scherzo,
non avria mai imparato in questo mondo
come si vive, quell'uomo di legno.
Ed or, chi sa? potrebbe ravedersi;
ch'era cosí in amore omai perduto
che facilmente, un tratto, da se stesso
si sarebbe appiccato. Or io l'ho tratto
di tutti questi affanni; perché penso
che questo sará stato medicina
a farli uscir l'amor da le calcagna.
Cosí non sentirá l'amare pene
che lo facevan talor dare al diavolo.
E non saria gran cosa che morisse
da buon cristiano, un giorno, a lo spedale;
onde sarebbe stato co' danari
sempre un giudeo. Poi, par che tu non sappi
quel che dice 'l diverbio che «_de rebus
que male diviserunt non gaudebis
tertius heredes_».
CRISAULO. Va'; sta' pur discosto:
meco non partirai.
PILASTRINO. Oh che dolcezza
a maneggiar queste patacche gialle!
Ne giova piú che del fuoco l'inverno
e del fresco l'estate e d'un buon greco
quando son riscaldato nel parlare.
Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele
e piú assai che 'l mangiare a la taverna
e poi dormire! perché, senza questi,
quel paradiso è chiuso e ne intraviene
com'a' viandanti, ne' tempi di peste,
senza la fede. Io non vorrei qui, ora,
il piú bel cul che mai mostrasse augello
pelato ne lo spiedi o ver di donna
vergine abbracciamenti. Questo è degno
piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile
che mi fa tutto qui struggere in oglio.
Or non mi meraviglio se quel vecchio
tanto è vivuto piú che non deveva
senza mangiare o ber; perché mi penso
che si pascesse d'esta dolcitudine,
come farebbe ognun.
CRISAULO. Guarda che in te
non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo,
non ti faccin morir con un capestro:
ché sai ben che a la fin...
PILASTRINO. Tu hai poco ingegno.
Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola.
Or credo ben che quel Giupiter, Giove,
quando s'innamorò, si rivolgesse
in questa forma. Guarda gran fatica
ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse!
ché, se fosse la Morte inorpellata
con questo, gli anderia dietro ciascuno
né sarebbe secura nel suo regno.
Ch'altro è vedere una gran verga d'oro
che 'l viso d'una donna! E questo il pruova:
che veggiamo adornarne un lucernaio
e parere una sposa.
CRISAULO. Altro non s'ama,
oggi, altro non s'onora; e saria degno
di tanto onor, se non avesse seco
sempre tanto di amaro e tante pene
e tante passioni.
PILASTRINO. Io voglio ire ora
a sotterrargli, che non veggian mai
piú l'aria: perché gli è d'una natura
che a chi non l'ama sbudellatamente
s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale;
al ritornar, di poi, ne vien gottoso,
vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte,
siam morti prima che di nuovo a noi
sia ritornato.
CRISAULO. Non è giá possibile
che 'nsieme con amor non venga a pari
la gelosia. Chi l'avria mai creduto
che, a questo modo, in fine a Pilastrino,
sol per aver danar, divenga avaro?
Oh! Va' pur lá.